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Diario
31 agosto 2007
Iperbole semiaperta

Facevo un’allusione, giorni fa, chiudendola in un’iperbole. Scrivevo: “Ultimamente non c’è processione che non ne abbia uno in prima fila”. Parlavo del ragazzino affetto da sindrome di Down che da qualche mese non manca mai sottobraccio al cardinal Crescenzio Sepe nelle sue apparizioni pubbliche. Non sono sicuro che si tratti sempre dello stesso ragazzino, anzi, direi di no, ma è certo, invece, che Sua Eminenza sia sempre lo stesso disinvolto sperimentatore di trovate mediatiche, le stesse che gli procurarono qualche noia in Vaticano ai tempi dell’Anno Santo del 2ooo, quando era Segretario generale del Comitato del Grande Giubileo. Non gli si perdonarono, in quella occasione, “gli eccessi, nelle parole e nei gesti – di cui siamo stati testimoni in queste circostanze – da parte di alcune personalità della Chiesa come risultato dell’improvvisazione e dello stile personale” (parole dell’allora cardinal Joseph Ratzinger), perché passi un Giubileo per la Famiglia, e un Giubileo per i Giovani, e un Giubileo per i Malati, ma un Giubileo per gli Stilisti di Moda… Fu la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso, di lì a qualche anno, ché molti lo davano alla Segreteria di Stato a scadenza del mandato del cardinal Angelo Sodano, e invece... Arcivescovo in un cesso di diocesi, kaput! Epperò il genio è genio. S’è deciso di sferrare l’ennesimo attacco alla legge 194? C’è bisogno di un logo? Un logo forte? Eureka, il tenero mongolino. Eccolo qui, sottobraccio a Sua Eminenza, prova vivente che l’amniocentesi non serve a un cazzo, se non ad armare di una legge assassina la mano di una madre snaturata, pronta a sbarazzarsi del soffice fagottino per bieco egoismo. A pigliare quello che la Provvidenza ti manda, o madre snaturata, Sua Eminenza ti benedice, ti fa una carezza e forse ti mette pure due soldi in mano; gentilmente, però, dovresti prestargli il fagottino per la processione, ché ci sono i fotoreporter e le telecamere. Con un anencefalo sarebbe stato più complicato, indubbiamente.
Iperbole? Senza dubbio: “Facevo un’allusione – dicevo – chiudendola in un’iperbole”. Ma oggi mi pare che l’iperbole si stia aprendo. E che l’allusione, cui ero costretto per mancanza di ulteriori elementi, possa rivelarsi come presentimento. Mi spiego: da due o tre giorni, quando si parla di “aborto eugenetico”, il feto non è mai un anencefalo (ché un anencefalo non è mai molto fotogenico), è sempre un Down. E, per avere la conferma definitiva, aspetto che Il Foglio pubblichi il doppio paginone ad hoc: (a) lungo articolo-intervista ad un Down che sia stato insignito di Premio Nobel o almeno sia riuscito a laurearsi (in alternativa: che abbia scritto un libro; che abbia strappato ai flutti un bambino non Down; che presti opera di volontariato in favore di focomelici; che sia presidente di un’associazione pro Down; che sia accompagnatore ufficiale del cardinal Crescenzio Sepe alle processioni in onore di San Gennaro); (b) commovente testimonianza di due genitori di un bambino Down, morto a 10 anni per cardiopatia o leucemia (estremamente frequenti nei bambini Down): l’esperienza li ha arricchiti dentro, potendo la ripeterebbero; (c) colonna a firma del professor Francesco D’Agostino che spiega come, a rigor di logica, per il 21° cromosoma non si può rifiutare l’offerta tre-per-due del misterioso disegno divino; (d) articoletto di taglio basso (s’intenda come voglia intendersi) a firma di Eugenia Roccella: Un cuoricino con gli occhi a mandorla (in alternativa: Se uccidi un bambino Down, sei tutto fuorché Up); (e) copia-incolla da Google, a cura di Giulio Meotti, sulle difficoltà di una sicura diagnosi della sindrome di Down a Ulan Bator (enorme il numero di falsi positivi, ergo…); (f) editorialino dell’Elefantino rosso (Il sorriso che svergogna la barbarie), sotto (g) una foto 16 x 20 di bambino Down a cavalluccio sulle spalle del su’ babbo al Family Day.
Se non così, qualcosa del genere: lo sento nell’aria. E in fondo tutto ha un senso. Che qui senza dubbio è: un feto Down non si butta mai via, ché può sempre tornar utile.
Note
1. Scrivevo questo post stanotte, non potevo sapere che stamane Il Foglio già scaldasse i muscoli per il suddetto numero speciale: articolo di prima pagina, editorialino di terza pagina, titolo della rubrica della posta – tutto Down.
2. Una e-mail mi segnala un blog sul quale viene espressa qualche perplessità sulla correttezza del termine “mongolismo” (e dei suoi derivati) di cui qui ho fatto uso. Nel far presente che “sindrome di Down”, “trisomia 21” e – appunto – “mongolismo” sono termini correntemente e indifferentemente usati come sinonimi nella pratica clinica, e che il terzo potrebbe tutt’al più suscitare qualche irritazione dei mongoli (intesi come abitanti della Mongolia), esprimo la certezza che la perplessità sia strumentale e speciosetta, quindi trascurabile sotto ogni punto di vista. D’altra parte, il blog che mi segnala l’affezionato lettore nasce e sopravvive per quel genere di perplessità. Sinceramente, ho altro a cui pensare.
| inviato da malvino il 31/8/2007 alle 3:11 | |
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