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Diario
16 dicembre 2008
Gianfranco Fini ha perfettamente ragione

“L’ideologia fascista non spiega da sola l’infamia delle leggi razziali. C’è da chiedersi perché la società italiana si sia adeguata nel suo insieme alla legislazione antiebraica e perché, salvo talune luminose eccezioni, non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica”
Gianfranco Fini, 16.12.2008
Gianfranco Fini ha perfettamente ragione e chi gli schiamazza contro per quanto ha affermato stamane è in mala fede o è un cretino. Qualche dato incontestabile:
1. Mancano ancora pochi mesi alla morte di Pio XI (10.2.1939) e, a tambur battente, il regime fascista emana i “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola” (5.9.1938), i “Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri” (7.9.1938) e la “Dichiarazione sulla Razza” (6.10.1938). In Germania, con Hitler, la situazione dei cattolici è da tempo assai delicata, al punto che Pio XI, già dall’anno precedente, ha ritenuto necessario lamentarsene con una enciclica (Mit brennender Sorge, 10.3.1937). In Italia, con Mussolini, la situazione è diversa: il cattolicesimo è religione di Stato e, salvo alcune frange marginali e marginate del cattolicesimo (per lo più nella sua componente laica), si va d’amore e d’accordo col regime.
2. Pio XI muore alla vigilia del decennale del Concordato e per l’occasione ha preparato un discorso che non potrà pronunciare, nel quale il Duce non è più “uomo della Provvidenza” – come l’ha definito dieci anni prima – ma non è nemmeno poi un gran fetente, anzi, ha il merito di aver salvato l’Italia dal pericolo liberale. Pio XI ha già imposto a don Luigi Sturzo le dimissioni dal Partito Popolare, perché faceva un’opposizione poco utile alla Chiesa, e non ha protestato per l’assassinio di don Giovanni Minzoni ad opera delle squadracce fasciste, ma le leggi razziali lo fanno sentire in dovere di dir qualcosa. A sostenerlo e quasi a spingerlo è La Civiltà Cattolica, che dal 1934 ha cambiato posizione verso gli ebrei dopo decenni di antigiudaismo militante, fin dal 1880. L’odio era su basi teologiche, non razziali (perciò è da preferire il termine “antigiudaismo” a quello di “antisemitismo”), e pigliava ragioni dalla legittima pretesa della Chiesa di Roma di essere il “vero Israele”, una pretesa la cui eco arriva ai nostri giorni [1]. Il messaggio, dicevamo, non uscirà dal Palazzo Apostolico.
3. Ma a certificare l’ansia di Pio XI verso la sorte degli ebrei sotto il nazismo non c’è la Mit brennender Sorge? Non quanto si vuol far credere. Nell’enciclica, Pio XI condanna chi vuol proibire lo studio scolastico dell’Antico Testamento, ma non fa un cenno riguardo chi lo voglia proibire e a chi; viene condannata l’idolatria della razza, ma senza fare alcun riferimento al regime nazista, e affermando che comunque il “problema della razza” resta fondamentale per “l’ordine naturale”; si lamentano le violazioni del Concordato con Hitler del 1933, ma si fa presente che lo si è voluto per evitare guai ai soli cattolici tedeschi; infine, citando una nota parabola evangelica, del nazismo si condanna la “zizzania” ma dichiarando che non sarebbe giusto estirpare con essa il “grano” che vi sarebbe nel Terzo Reich. Pare sia stata scritta da Eugenio Pacelli, la Mit brennender Sorge.
4. Quando si contestano le ambiguità e le tiepidezze di quella enciclica a chi invece la legge come un coraggioso atto di accusa della Chiesa al nazismo e all’antisemitismo, c’è sempre un cattolico che si leva e ricorda che nel cassetto Pio XI avesse un’altra enciclica, la Humani generis unitas, quella sì antinazista e in chiaro favore degli ebrei, e che solo la morte del pontefice ne abbia impedito la pubblicazione. Può darsi, fatto sta che in questa enciclica c’era scritto: “La vera natura della separazione sociale degli ebrei dal resto dell’umanità ha un carattere religioso e non razziale. La questione ebraica non è una questione di razza, né di nazione ma di religione e, dopo la venuta di Cristo, una questione di cristianesimo. Il popolo ebreo ha messo a morte il suo Salvatore. Constatiamo in questo popolo un’inimicizia costante rispetto al cristianesimo. Ne risulta una tensione perpetua tra ebrei e cristiani mai sopita. Il desiderio di vedere la conversione di tale popolo non acceca la Chiesa sui pericoli ai quali il contatto con gli ebrei può esporre le anime. Fino a che persiste l’incredulità del popolo ebraico, la Chiesa deve prevenire i pericoli che questa incredulità potrebbe creare per la fede e i costumi dei fedeli”.
5. Prima della odierna e ipocrita sparata contro Gianfranco Fini, a settembre, padre Giovanni Sale, attuale direttore de La Civiltà Cattolica, ha sostenuto che, alla promulgazione delle leggi razziali fasciste, la Santa Sede – attraverso l’opera del cardinale Eugenio Pacelli (di lì a poco Pio XII) – ebbe una prevalente preoccupazione: mantenere “un atteggiamento piuttosto prudente, pensando che in tal modo si potesse ottenere qualcosa di concreto a vantaggio degli ebrei, in particolare di quelli convertiti al cattolicesimo”. Chissà perché, oggi, dopo le dichiarazioni di Gianfranco Fini, come se bastasse a smentirle, dichiara: “La documentazione recentemente desecretata dell’Archivio Segreto Vaticano ci ha permesso di seguire momento per momento, quasi si potrebbe dire giorno per giorno, il punto di vista vaticano sulle vicende della promulgazione delle leggi sulla purezza della razza il 17 novembre 1938. A preoccupare il Papa e la Santa Sede era soprattutto il controverso articolo 7 della legge, che proibiva i matrimoni tra cattolici per motivi razziali. Un articolo che creava un vero vulnus nel Concordato del 1929”. Bene, e allora dove stava tutta questa apprensione per la sorte degli ebrei? Il vulnus era al Concordato, il vulnus agli ebrei era per lo meno in secondo piano. Ma poi, esattamente, cos’ha detto Gianfranco Fini? Ha detto che, “salvo talune luminose eccezioni”, non si registrarono “manifestazioni particolari di resistenza”, “nemmeno […] da parte della Chiesa cattolica”. Sono da considerare “manifestazioni particolari di resistenza” le poche, ambigue, pavide, opportunistiche parole dette dalla Santa Sede dal 1938 al rastrellamento del ghetto di Roma da parte dei nazisti nel 1943?
6. Torniamo indietro, andiamo ad un dettaglio rivelatore che, sì, ci rivela una diversa postura mentale di fronte alla “questione giudaica” da parte di Pio XI e di Pio XII, ma che chiarisce come venisse a delinearsi – al sodo – la posizione ufficiale della santa Sede. Anche qui dobbiamo essere grati a padre Giovanni Sale. Il quale, a settembre, ci ha dato modo di ricostruire, di là dagli eufemismi e dalle mezze reticenze, che una nota della Santa Sede suggeriva a padre Tacchi Venturi, fiduciario di Pio XI presso il Duce, “di attirare l’attenzione dell’autorità governativa soprattutto sugli ebrei battezzati e convertiti al cattolicesimo”, insomma di “utilizzare come criterio discriminatorio non il dato biologico razziale, ma quello religioso”. Padre Giovanni Sale era costretto ad ammettere, appena tre mesi fa: “Appare oggi imbarazzante per lo storico cattolico, soprattutto dopo le aperture del Concilio Vaticano II in tale materia, giustificare con categorie morali o religiose tale impostazione di pensiero e tal modo di procedere”. Oggi, che vuole?
7. Un altro dettaglio che può illustrarci quale fosse l’ansia della Santa Sede per la sorte degli ebrei. Il 15 novembre del 1938, L’Osservatore Romano pubblica un articolo che illustra la posizione della Chiesa sui provvedimenti adottati dal regime fascista e che avrebbe dovuto – dicasi: avrebbe dovuto – riportare la versione integrale di una nota del pontefice indirizzata all’ambasciatore del governo italiano presso la Santa Sede e a Vittorio Emanuele III. È una nota dura, alla quale il cavalier Benito Mussolini non ha neanche risposto; il Re, invece, ha dato attenzione alla supplica e ha lasciato intendere che una speranza ci sia, almeno per quanto riguarda il suo intendimento. In fondo, è pur sempre quello che deve controfirmare i decreti del governo: pubblicare la sua risposta fa forte la Santa Sede dell’appoggio della Corona almeno per quanto potrà riguardare ebrei di razza, ma convertiti. L’Osservatore Romano, però, riporta solo una sintesi e assai soffice, soprattutto priva di ogni intellegibile segno della premura che Pio XI ha inteso mettere nella sua richiesta con l’iniziativa diplomatica presso la Casa Reale. Chi ha passato a L’Osservatore Romano la nota così “addolcita”? Monsignor Domenico Tardini, ma qualche ritocco è stato dato anche dal cardinal Eugenio Pacelli. Pio XI si irrita e si addolora (servisse a qualcosa, gli ebrei ringrazierebbero). Esige che sia pubblicato un altro articolo su L’Osservatore Romano, stavolta riportando integralmente la risposta avuta da Vittorio Emanuele III. Non arriverà mai ad essere pubblicata, come la Humani generis unitas. “L’Eminentissimo riuscì a impedirlo”, rivela monsignor Tardini in una nota personale che l’articolo di padre Giovanni Sale rendeva pubblica a settembre. L’Eminentissimo, se non si fosse capito, era il cardinal Pacelli, il futuro Pio XII. Monsignor Tardini scriveva: “È ovvio che la grande preoccupazione dell’Eccellentissimo Nunzio era quella di evitare un dissidio tra la Santa Sede e il Governo italiano. E siccome qualunque dichiarazione o protesta della Santa Sede per quanto attenuata avrebbe potuto essere sfruttata dai nemici del fascismo all’interno e specialmente all’esterno per provocare un contrasto, il Nunzio cercava di studiare il modo, con qualche opportuna modifica della legge, di evitare qualsiasi protesta della Santa Sede”. Ma torniamo a oggi.
8. Una concitata nota appare poche ore fa sul sito web di Avvenire [2]. Ci sono le già riportate dichiarazioni di padre Giovanni Sale, ma ci sono anche affermazioni viziate da pesanti inesattezze. Sarà il caso di analizzarle nel dettaglio: (a) “Un Papa dal «temperamento volitivo e combattivo» e pronto a vergare di suo pugno una lettera autografa al capo del Governo Benito Mussolini per chiedergli personalmente di non porre impedimenti al matrimonio tra cattolici per motivi razziali e a chiedere indirettamente modifiche alle leggi sulla razza”. Corretto sulla questione dei matrimoni misti, inesatto sul resto, con l’aggravante mistificatoria di quell’“indirettamente”. (b) “Emergono [dai documenti di cui si è già discusso ai punti 6. e 7.] i tentativi di Papa Ratti e in particolare dei suoi fiduciari di quel tempo – monsignor Domenico Tardini e il gesuita Pietro Tacchi Venturi – per trovare uno sbocco diplomatico all’incresciosa situazione creatasi con il governo italiano”. Può darsi, ma si tace sul ruolo di Eugenio Pacelli, che non era l’ultima ruota del carro: e fu un ruolo determinante, che Pio XI non riuscì a neutralizzare. (c) “«Se Mussolini – si legge in una confidenza di Pio XI a monsignor Tardini – non mostra buona volontà di trovare una via d’uscita, sono disposto a scrivergli una lettera, semplicissima, per dirgli che così facendo, lui spinge gli uomini al peccato e per ricordargli non una parola umana, ma una parola divina: miseros facit populos peccatum». Precisa ancora padre Sale: «Va ricordato che questo modo di procedere non era una prassi «protocollare» della Santa Sede, in quanto il Papa indirizzava lettere autografe soltanto a sovrani o capi di Stato»”. Ammesso e non concesso, che fine fece quella lettera? Fu scritta? No. Mussolini mostrò mostrò “buona volontà”? No. Pio XII fece quello che la morte impedì a Pio XI? No. (d) “«Nello stesso anno [– prosegue padre Giovanni Sale –] il Papa si era ritirato a Castelgandolfo prima della visita di Stato di Hitler a Roma dal 3 al 9 maggio e L’Osservatore Romano scrisse che l’aria della Città Eterna gli faceva male»”. A questo si riduce l’antifascismo e l’antinazismo della santa e coraggiosa Chiesa cattolica? Che l’aria di Roma facesse male a Pio XI doveva essere letto su L’Osservatore Romano come una condanna di Mussolini? (e) “Nel settembre 1938 Pio XI pronunciò in Vaticano il famoso e memorabile discorso in cui affermò che «l’antisemitismo è inammissibile, spiritualmente siamo tutti semiti». Allora L’Osservatore Romano pubblicò il testo omettendo la parte riguardante gli ebrei e altrettanto fece La Civiltà Cattolica. Ma sono tutti sintomi dei veri sentimenti e delle preoccupazioni di Pio XI”. Le preoccupazioni di Pio XI per gli ebrei dovrebbero essere ufficialmente lette nell’omissione dell’unico riferimento agli ebrei? Che modo di argomentare è questo? (f) “«Quello che sorprende però che dalla documentazione vaticana di questo periodo – conclude padre Sale – non si faccia alcun riferimento all’enciclica che Papa Ratti aveva dato incarico di scrivere al gesuita americano John La Farge [la Humani generis unitas], nella quale si dovevano condannare apertamente il razzismo e tutte le teorie che inficiavano l’originaria uguaglianza tra gli uomini»”. Oh, benissimo. Chi la citava come prova provata dell’antifascismo di Pio XI, fino a ieri, diceva che i suoi contenuti fossero noti fino all’ultimo sagrestano.
9. Non vale neanche la pena di passare in rassegna le patetiche obiezioni dei cosiddetti politici cattolici (Lupi, Volonté, ecc.): sono ridicole [3]. Notevole, invece, la presa di posizione di Gianfranco Fini a fronte della levata di scudi: “Confermo le mie parole sulla Chiesa”. Quand’anche la sua uscita di stamane fosse dovuta a calcolo, mantenere il punto fermo (e con simpatica ironia [4]) ne esalta il profilo.
[1] “La Chiesa si oppone ad ogni forma di antisemitismo”, ha detto Benedetto XVI nel corso del suo viaggio in Francia; e ha aggiunto, citando proprio un discorso di Pio XI del 1938: “Spiritualmente, noi siamo semiti”, ma ha scrupolosamente evitato di specificare il contesto dal quale estrapolava la frase. “Fate attenzione – aveva detto Pio XI – Abramo è chiamato nostro patriarca, nostro antenato. […] La promessa si realizza nel Cristo e, attraverso il Cristo, in noi che siamo discendenti spirituali di Abramo. No, non è possibile per i cristiani essere partecipi dell’antisemitismo. […] Spiritualmente, noi siamo semiti”: insomma, gli ebrei lo erano un po’ meno, forse erano perfino semiti abusivi. Sarà stato per questo che Pio XI ritenne indispensabile sciogliere l’Opera sacerdotale «Amici di Israele»? Era un’associazione sorta allo scopo di operare in favore di una riconciliazione con gli ebrei, e fu sciolta quando cominciò ad avere troppe adesioni (tra le altre quelle di 19 cardinali, 268 vescovi e arcivescovi e circa 3000 sacerdoti): il decreto di soppressione di Pio XI rimproverava al programma dell’associazione il non tener conto della “perdurante cecità di questo popolo”.
[2] http://www.avvenire.it/Cultura/leggi+razziali+pio+XI.htm
[3] “Qualunque storico, anche lontano dalla Chiesa cattolica e indifferente alla sua dottrina, può illustrare centinaia di documenti che dimostrano l’agire corretto per la tutela dei diritti dell’uomo, così come l’impegno mai venuto meno e finalizzato alla difesa della persona umana e, in particolare, a quella del popolo ebraico. La Chiesa ha sempre con forza contrastato le leggi razziali, cercando di aiutare gli ebrei perseguitati anche a rischio della vita di numerosi sacerdoti, suore e laici. Questi sono i fatti, lo testimoniano le pagine dalla storia” (Maurizio Lupi). E quando Gianfranco Fini parlava di “talune luminose eccezioni”, di che parlava? “Spiace constatare che a fomentare un simile falso storico simile sia stata la terza carica dello Stato. Papa Pio XII fece tutto il possibile per scongiurare la promulgazione dell’antisemitismo normativo” (Luca Volonté). Il giovane Volonté si riconferma il solito fesso, sbaglia pure il Pio in questione.
[4] “Riscriverei pari pari questo concetto che ho elaborato leggendo qualche giorno fa un documento del Vaticano del 2000” (Gianfranco Fini). Ha ragione. Si tratta del documento che fornì le basi per la Giornata del Perdono al Giubileo del 2000: sbaglia il titolo (Memoria [non Memorie] e riconciliazione: la Chiesa e gli errori del passato), ma il documento è quello. Lupi e Volonté certamente non l’hanno letto.
| inviato da malvino il 16/12/2008 alle 19:8 | |
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