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Diario
20 marzo 2009
Dovrebbero fargli un monumento
Certo, non bastano i preservativi per eliminare l’Aids dal mondo, neppure chi li produce si spinge ad affermare tanto. Cominciamo col dire subito, dunque, che la Santa Sede imbroglia un po’ le carte sul tavolo quando, per bocca del suo portavoce ufficiale, padre Federico Lombardi, risponde agli attacchi che sono piovuti addosso da ogni dove a Benedetto XVI col precisare che «la Chiesa concentra il suo impegno [contro l’Aids] non ritenendo che puntare essenzialmente sulla più ampia diffusione di preservativi sia in realtà la via migliore». Ammettendo che allo stato ciò sia vero (in assenza di un vaccino è vero il contrario), e ammettendo che davvero Benedetto XVI abbia detto solo questo, il preservativo può aiutare o no a contenere la diffusione dell’Aids? Per il Papa no, «anzi aumenta il problema».
Occorre innanzitutto notare che sul sito web della Santa Sede l’affermazione fatta da Sua Santità è stata subito ritoccata («il rischio è di aumentare il problema»), proprio come accadde con la lectio di Ratisbona (prendendo una qualche cautelativa distanza dalla citazione da Manuele II Paleologo, pienamente sottoscritta nella versione originale del testo). In primo luogo, quindi, occorre dire che, se davvero c’è – come s’è detto – una difficoltà di comunicazione da parte di questo Pontificato, non è tutta da addebitare alla macchina ma anche e soprattutto a chi la guida. È proprio il contrario di ciò che dicono quanti lo incensano: questo Papa è la migliore dimostrazione che la fede può solo fare a cazzotti con la ragione.
I suoi avversari dovrebbero fargli un monumento, perché Benedetto XVI ha finalmente mostrato al mondo la vera faccia della Chiesa, che per vent’anni s’è celata dietro al gran fascino di Giovanni Paolo II. Con Benedetto XVI l’enciclica Humanae vitae (Paolo VI, 1969) mostra finalmente tutti i suoi gravi limiti. Anche chi ha continuato a sottovalutarli come tali, considerandoli addirittura capisaldi di una morale universalmente ed eternamente valida, è chiamato a darne conto, insieme a Benedetto XVI. Il mondo finalmente può guardare in faccia questa mater et magistra che, pur di rimanere inflessibile sulle sue ossessioni, non esita a sfidare il buon senso e la decenza, tutt’al più riparando nell’ipocrisia quando la sfida mette male.
Per far diventare l’Aids un ricordo del passato, come oggi è per molte malattie infettive, quasi certamente ci vorrà un vaccino. Quando ne avremo uno contro l’Aids, vedremo se la posizione della Santa Sede sarà uguale a quella che ha di recente espresso sul vaccino contro il Papillomavirus (Hpv), responsabile del cancro della cervice uterina. La posizione è stata in qualche modo sovrapponibile a quella che oggi ci viene presentata sul preservativo: trattandosi di un’infezione che si contrae attraverso una attività sessuale precoce e promiscua (e questo non è propriamente corretto, perché una donna può contrarla anche con un singolo rapporto), la Chiesa sconsiglia il vaccino.
Se c’è una difficoltà comunicativa col mondo secolarizzato, il problema non sta nel mezzo ma nel messaggio stesso: l’attività sessuale umana dovrebbe essere contenuta nell’ambito matrimoniale, e ogni altra profilassi contro le malattie infettive a trasmissione sessuale che non sia la casta astinenza – quella vaccinica per l’Hpv o a mezzo di condom per l’Aids – avrebbe il “difetto” di togliere al modello di comportamento sessuale proposto dalla morale cattolica il (presunto) primato della miglior profilassi. Se col preservativo contro l’Aids, o col vaccino contro l’Hpv, l’attività sessuale che si pratica al di fuori dell’ambito matrimoniale diventa in qualche modo più sicura, la profilassi proposta della Chiesa perde valore e, soprattutto, fa saltare la prova del nove che a peccato segua sempre un anticipo di castigo già nella carne.
| inviato da malvino il 20/3/2009 alle 4:2 | |
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