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Diario
26 aprile 2009
Dopo Auschwitz
Dopo Auschwitz è impensabile trattare gli ebrei come sono stati trattati per secoli prima di Auschwitz. Se ancora esistesse lo Stato Pontificio, per esempio, sarebbe impensabile tener segregati gli ebrei nei ghetti, discriminandoli come furono discriminati per secoli sul territorio amministrato dai Papi. Dopo Auschwitz tutti gli antisemitismi sono diventati uno solo, tra quello razziale e quello teologico non si riesce a fare più differenza, sembrano due sovrastrutture di un antisemitismo che è innanzitutto psicologico, un problema più degli antisemiti e solo secondariamente – causativamente – degli ebrei. Oggi è impensabile battezzare gli ebrei sotto minaccia o sotto ricatto, ci si deve accontentare di esser loro amici, di attaccare un giudaico- che è sempre assai ambiguo ad un -cristiano che di volta in volta può significare storia o geografia (raramente antropologia, come disperatamente si cerca di farci credere). Ma a Joseph Ratzinger dice: “Dopo Auschwitz il compito della riconciliazione e dell’accoglienza si è presentato davanti a noi in tutta la sua imprescindibile necessità”. Cioè, lo diceva nel 1994, in un discorso tenuto a Gerusalemme, dove tornerà a breve, stavolta da Papa. Avvenire ripubblica questo discorso che in trasparenza mostra tutte le ragioni di questa “imprescindibile necessità”: l’antico (ma neppure tanto, e comunque non desueto) antigiudaismo teologico deve poter essere messo da parte senza che vengano meno le ragioni che fanno un vero scandalo della mancata conversione al cristianesimo del popolo che ha dato al mondo Cristo. Un nervo scoperto da sempre, già in Saulo di Tarso. La Chiesa ha un disperato bisogno dell’amicizia degli ebrei, ma non può fare a meno di trattarli come un suo problema.
L’allora cardinale Ratzinger andava dritto al problema: “La storia dei rapporti tra Israele e la cristianità è intrisa di lacrime e sangue, è una storia di diffidenza e di ostilità, ma anche – grazie a Dio – una storia sempre attraversata da tentativi di perdono, di comprensione, di accoglienza reciproca”. Sarebbe interessante sapere quante lacrime e quanto sangue siano stati versati dai cristiani, e in cosa si sia tradotta la diffidenza e l’ostilità da un lato e dall’altro, ma – grazie a Dio – c’è stata Auschwitz, “la terrificante espressione di un’ideologia che non si limitava a volere la distruzione dell’ebraismo, ma che odiava l’eredità ebraica anche nel cristianesimo e cercava di cancellarla”. Eppure tracce di un’ostilità cristiana verso gli ebrei rimangono prevalenti, storicamente sono schiaccianti. E allora ecco la domanda “sulle ragioni della presenza nella storia di tanta ostilità tra coloro che, invece, avrebbero dovuto riconoscere la propria affinità in forza della fede nell’unico Dio e della professione della sua volontà. Questa ostilità proviene forse proprio dalla fede dei cristiani, dall’«essenza del cristianesimo», così che per giungere a una vera riconciliazione bisognerebbe di necessità astrarre da questo nucleo e negare il contenuto centrale del cristianesimo? Si tratta di una ipotesi che, dinanzi agli orrori della storia, è stata formulata negli ultimi decenni proprio da alcuni pensatori cristiani. […] Davvero le cose stanno così, quasi che il nucleo stesso della fede cristiana porti all’intolleranza, anzi all’ostilità nei confronti degli ebrei e che, al contrario, l’autoconsiderazione degli ebrei, la difesa della loro dignità storica e delle loro convinzioni più profonde esiga da parte dei cristiani la rinuncia al centro stesso della propria fede, e dunque una rinuncia alla tolleranza? Il conflitto è insito nella natura più intima della religione e può essere superato solo con il suo abbandono? […] Può esserci vera riconciliazione senza abbandono della fede oppure la riconciliazione è legata a una simile rinuncia?”.
Problema esposto bene per essere eluso: Ratzinger invita a ripensare le due confessioni come innestate sullo stesso tronco della legge di Mosè, l’incarnazione di Dio in un ebreo ucciso dagli ebrei diventa un dettaglio che la storia può archiviare nella sezione del colonialismo romano in Giudea. La rinuncia a pensare come prioritaria la conversione degli ebrei al cristianesimo è offerta in dono di una promessa di impegno da parte ebrea alla reconquista cattolica del terreno che la modernità ha sottratto alla Chiesa: “In questa sua drammatica acutizzazione il problema si pone oggi ben al di là di un dialogo puramente accademico tra le religioni, coinvolgendo le scelte fondamentali di questo momento storico. […] Questa responsabilità consiste precisamente nel sostenere la verità dell’unica volontà di Dio davanti al mondo e di porre così l’uomo davanti alla sua verità interiore, che è al tempo stesso la sua via. Ebrei e cristiani devono rendere testimonianza all’unico Dio, al creatore del cielo e della terra”. Che abbia mandato un Figlio ad incarnarsi nel corpo di un ebreo e che su questo punto il popolo eletto si sia per sempre diviso, si può chiudere un occhio. Anzi, si deve, perché la Chiesa ha un disperato bisogno di chiamarsi fuori da ogni responsabilità storica e culturale nei risorgenti antisemitismi.
Volo pindarico Il viaggio di Benedetto XVI a Gerusalemme dovrebbe impensierire molto gli ebrei ortodossi. Un attentato al Papa sarebbe una seria e ragionevole risposta.
| inviato da malvino il 26/4/2009 alle 17:26 | |
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