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il blog di Luigi Castaldi


Diario


21 giugno 2009

Il poliziotto buono

Da tempo, esponendo tesi che una semplificazione giornalistica ormai entrata nell’uso comune definisce progressiste, il cardinal Carlo Maria Martini è solito irritare quella parte del mondo cattolico che una semplificazione giornalistica ormai entrata nell’uso comune definisce tradizionalista.
C’è da rilevare, tuttavia, un elemento assai significativo: l’irritazione è assai meno contenuta quando le tesi di Sua Eminenza sono esposte sulle pagine della stampa che una semplificazione giornalistica ormai entrata nell’uso comune definisce progressista, mentre è assai più trattenuta, evidente solo interno corpore, quando sono esposte nei volumi della sua fluviale bibliografia.
Così accade con il lungo dialogo che stavolta Sua Eminenza ha con Eugenio Scalfari (la Repubblica, 18.6.2009), come accadde nel 2006 con il lungo dialogo avuto con Ignazio Marino (L’espresso, 17/LII): le tesi oggi esposte sul divorzio e sull’apparato burocratico della Chiesa sono le stesse che si trovano rispettivamente a pagg. 54-57 e a pagg. 83-85 di Siamo tutti sulla stessa barca (Carlo Maria Martini/Luigi Maria Verzé, Esr 2009), ma lì hanno provocato solo mugugni, qui quasi degli improperi; quanto Sua Eminenza affermava dialogando col senatore Marino non era affatto diverso da quanto aveva affermato ne Il brivido santo della vostra fede (Itl 2005), ma diverse furono le reazioni.
Potremmo dire che la semplificazione giornalistica che vede nella Chiesa una corrente tradizionalista opposta ad una corrente progressista sia stata recepita dal mondo cattolico. E a questo io penso che si possa aggiungere anche un’altra cosa: verità e carità sono arrivate ai ferri corti.

Esco dall’ellissi, mi spiego subito. Un mondo cattolico impermeabile alla secolarizzazione avrebbe consentito ancora per secoli e secoli la perfetta aderenza tra verità e carità nell’esercizio del magistero, ma la secolarizzazione ha messo il primato della coscienza al posto del timor di Dio e s’è venuto a creare uno scollamento tra verità e carità: mezzi materiali e intellettuali che prima servivano una diade inscindibile oggi servono due diverse pastorali, sempre più incompatibili.
Abbiamo ormai una pastorale della verità e una pastorale della carità. Sono entrambe inclusive, entrambe hanno lo stesso fine cattolico – ut unum sint – ma è sulla forma dell’unum che pare non ci sia modo di convergere.

Sulla sostanza, invece, non ci sono dubbi. Se infatti prendo dal doppio paginone de la Repubblica alcuni brani virgolettati attribuiti al cardinal Martini, posso attribuirli a Benedetto XVI senza fargli violenza. Ma solo fino a un certo punto: a un certo punto sorge una divergenza.
Il cardinal Martini, infatti, afferma: Non c’è più una visione del bene comune. Il sentimento dominante è di difendere il proprio interesse particolare e quello del proprio gruppo. Magari pensano di essere buoni cristiani perché qualche volta vanno a messa e fanno avvicinare i loro figli ai sacramenti. Ma il cristianesimo non è quello, non soltanto quello. I sacramenti sono importanti se coronano una vita cristiana”.
Fin qui tutto fila liscio, ma poi Sua Eminenza aggiunge: “La fede è importante se procede insieme alla carità. Senza la carità la fede è cieca. Senza la carità non c’è speranza e non c’è giustizia”. E potrebbe filar liscio pure questo, ma cos’è la carità? “Far del bene, aiutare il prossimo è certamente un aspetto importante ma non è l’essenza della carità”. Bene, e quale sarebbe? “Bisogna ascoltare gli altri, comprenderli, includerli nel nostro affetto, riconoscerli, rompere la loro solitudine ed esser loro compagni. Insomma amarli. La carità non è elemosina. La carità predicata da Gesù è partecipazione piena alla sorte degli altri. Comunione degli spiriti, lotta contro l’ingiustizia”.
E qui sorge il problema che porta alla divergenza sulla forma dell’unum: l’inclusione deve avvenire nell’accettazione di diverse verità in una sola comunione degli spiriti oppure nella riconduzione di tutti spiriti ad una sola verità che è la natura stessa della comunione?
In altri termini: qual è il fine ultimo della comunione? La giustizia. Ma quale giustizia? Quella che fonda sul timor di Dio o quella che fonda sul primato della coscienza? Nel primo caso, si tratta di una giustizia che impone una forma omogenea all’unum ed è la verità a dargliela; nel secondo caso, si tratta di una giustizia che sta al di sopra dell’eterogeneità delle coscienze ed è essa stessa l’unum. Due movimenti di inclusione che mirano ad un unum diverso, a due diversi modi di comprehendere, a due diversi modi di reducere ad unum.

“Cardinale, che cosa intende per popolo di Dio? È il laicato cattolico il popolo Dio?”, chiede Scalfari.
E Martini risponde: “Tutta la Chiesa è popolo di Dio, la gerarchia, il clero, i fedeli”.
E Scalfari chiede: “I fedeli hanno un ruolo attivo nel governo della Chiesa, nella partecipazione, nell’amministrazione dei sacramenti, nella scelta dei loro pastori?”.
E Martini risponde: “Hanno certamente un ruolo ma dovrebbero esercitarlo con molta più pienezza. Troppo spesso è un ruolo passivo. Ci sono state epoche nella storia della Chiesa nelle quali la partecipazione attiva delle comunità cristiane era molto più intensa. Quando prima ho parlato d’una dilagante indifferenza pensavo proprio a questo aspetto della vita cristiana. Qui c’è una lacuna, una defezione silenziosa specie nella società europea e in quella italiana”.
E Scalfari: “Pensa alla scarsa frequenza dei sacramenti, della messa, delle vocazioni?”.
E Martini: “Questi sono aspetti esterni, non sostanziali. La sostanza è la carità, la visione del bene comune e della comune felicità”.
Ecco, è a questo punto – sul significato del termine “comune” – che il nodo su ciò che la semplificazione giornalistica definisce tradizionalista o progressista si fa questione cattolica. Quanto sono disposti, i cattolici, a immaginare che il bene comune e la comune felicità possano essere fondati su diverse, libere e responsabili, individuali idee del bene e della felicità?
Fino a quando non sarà sciolto questo nodo, non riuscirò a scorgere alcuna differenza tra un cattolico cosiddetto tradizionalista ed un cattolico cosiddetto progressista. E il cardinal Martini continuerà a sembrarmi, come mi è sempre sembrato, il poliziotto buono che fa coppia con quello cattivo. 




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34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

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(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
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23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

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(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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