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Diario
1 luglio 2009
Lettera aperta a uno che credevo fosse un "cattolico adulto" (ma Benedetto XVI mi esorta a ricredermi)
Caro Antonio, nel caso ti fosse sfuggita, volevo segnalarti l’omelia che Benedetto XVI ha tenuto nel corso della messa con la quale è stata celebrata la chiusura dell’Anno Paolino. Da cattolico sei tenuto a prendere atto di ciò che ha detto Sua Santità, anzi, sei un po’ più che tenuto a prenderne atto, perché – ti rammento – “Cristo ha dotato i Pastori del carisma dell’infallibilità in materia di fede e di costumi” (Catechismo, 890) e “di questa infallibilità il Romano Pontefice fruisce in virtù del suo ufficio, quale supremo Pastore e Dottore di tutti i fedeli” (ibidem, 891), in stretta aderenza a quanto il Concilio Vaticano II (Dei verbum, 10; Lumen gentium, 25) ha ribadito del Concilio Vaticano I (IV Sessione, Capitoli III e IV). Dovendo farci i conti per i fatti tuoi, ho pensato che potessi farli insieme a me, perché – sarà che io non sono cattolico – alcune cose che ha detto il Santo Padre non mi sono chiare. Per esempio, a un certo punto dice che “bisogna imparare a comprendere la volontà di Dio, così che questa plasmi la nostra volontà, affinché noi stessi vogliamo ciò che vuole Dio, perché riconosciamo che ciò che Dio vuole è il bello e il buono”; fin qui ci arrivo – mi sembra mostruoso, ma ci arrivo – però mi perdo senza speranze, quando aggiunge che la fede non è matura in “chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere”; con ciò, infatti, mi pare vada a fottersi il primato della coscienza in favore di quello dell’obbedienza alle gerarchie; e ancora riuscirei a raccapezzarmi pensando al fatto che le gerarchie hanno “il carisma dell’infallibilità” di cui sopra; ma mi perdo subito, ancora, quando Sua Santità aggiunge che la vera “fede adulta” sta nel rifiutare il conformismo, per farsi conformi – “aderire”, dice – alla “fede della Chiesa”. Mi pare – correggimi, se sbaglio – che vi sia una bella contraddizione tra il fare appello all’“interiorità”, alla “percettività del cuore”, alla “capacità di vedere e comprendere il mondo e l’uomo dal di dentro, con il cuore”, ad “una ragione illuminata dal cuore”, per poi liquidare come “fede fai-da-te” tutto ciò che da questo cuore possa venire, se in disaccordo col magistero della Chiesa. Insomma, parrebbe che, in se stesso, il conformismo non sia il problema vero, giacché quello che Benedetto XVI chiede ad un cattolico è proprio il più stretto conformismo a ciò che il magistero detta, pretendendo obbedienza dalla coscienza del singolo. Non riesco a uscirne senza immaginare che esista un conformismo malsano, quello che da qualche secolo afferma il primato della coscienza, e un conformismo santo, quello nei secoli precedenti ti salvava anima e corpo obbedendo “in materia di fede e di costumi” a ciò che le gerarchie impartivano. Mi sembra un ragionare a cazzo di cane, soprattutto con quanto ne conseguirebbe, stando a ciò che Sua Santità dice: “fede adulta” sarebbe l’obbedire senza discutere, e avere obiezioni mosse dalla propria coscienza sarebbe un cedere alla moda del secolo. Naturalmente un Papa non può ragionare a cazzo di cane, e aspetto che tu mi sciolga il nodo. Ci conto. Tuo
L.
| inviato da malvino il 1/7/2009 alle 21:24 | |
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