|
Diario
5 luglio 2009
Il Papa e il suo prozio
all’erta, Phastidio!
Negli ultimi anni della sua vita finì spretato, in rotta col Papato e su posizioni esplicitamente – quasi fieramente – antisemite, a covare l’uovo di serpente che di lì a poco si sarebbe schiuso in Germania, ma, per quasi vent’anni, diciamo tra il 1873 e il 1893, Georg Ratzinger, prozio di Benedetto XVI, era stato considerato figura di primo piano del cattolicesimo tedesco. Teologo, giornalista prima e poi direttore del seguitissimo Fränkisches Volksblatt, autorevole esponente del partito del centro cattolico, membro del Landtag bavarese e del Reichstag berlinese, discreto oratore – pare – e più di tutto – ecco perché ne parlo oggi, a pochi giorni dalla diffusione dell’enciclica sociale di Benedetto XVI – grande esperto di dottrina sociale della Chiesa. Joseph Ratzinger ha ricordato solo due o tre volte la figura di zio Georg, ma sempre con orgoglio, sempre tacendo del suo antisemitismo, ovviamente, e ancor più di quei suoi libracci nei quali gli ebrei sono accusati di ogni genere di nequizia al fine ultimo di soffocare la Germania col prestito ad usura e con la bieca speculazione finanziaria. A pochi giorni dalla pubblicazione ufficiale della prima enciclica sociale di Benedetto XVI, alcuni stralci pubblicati come anticipazioni ci suggeriscono, ben oltre la suggestione indotta dalla parentela, un debito del giovane Ratzinger nei confronti delle tesi del vecchio Ratzinger su mercato, solidarietà, etica pubblica e tutto quanto fa il succo della dottrina sociale della Chiesa.
Dalla Rerum novarum, la prima enciclica sociale nella storia della Chiesa, il Papato vanta una ricetta socio-economica che dichiara originale, ma che prende da due modelli socioeconomici concettualmente antitetici – socialismo e liberismo – tutto quello che può prendere in prestito da ciascuno dei due, per neutralizzarlo di ogni elemento che fondi un’autonomia dell’immanente sul trascendente, con tutto ciò che allo scopo può prendere in prestito dall’altro, rivendicando però la peculiarità cristiana di ciò che prende come se lo riprendesse, e come se la società perfetta assai arbitrariamente desumibile dal vangelo di Luca o dalle lettere di Paolo sia realizzabile nel contesto storico e antropologico di due millenni dopo, adesso regnante Leone XIII, adesso regnante Pio XI, adesso regnante Paolo VI, adesso regnante Giovanni Paolo II, eccetera. Senza molta ambiguità su socialismo e liberismo, un’enciclica sociale è impossibile da immaginare. E anche stavolta pare che siamo punto e a capo: “Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica” (Caritas in veritate, § 35) Solidarietà e fiducia – la Chiesa non riesce (non può) uscire dal vago. Non può (non riesce a) far altro che consigliare “aiuti ai paesi più poveri” e a estendere – come cento e più anni fa – il concetto di usura e di speculazione all’anima giudaico-massonico-plutocratica del capitalismo.
Se la Chiesa lamenta perdita d’autorità morale a causa della secolarizzazione, ecco che i guasti della secolarizzazione nello spazio sociale del mercato le offrono l’opportunità di proporre un modello socioeconomico che, pur ambiguo e contraddittorio fino ad essere inservibile, fonda una pretesa nell’istante stesso in cui è proposto. Siamo alle solite: “La convinzione di essere autosufficiente e di riuscire a eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l’uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale. A lungo andare, queste convinzioni hanno portato a sistemi economici, sociali e politici che hanno conculcato la libertà della persona e dei corpi sociali e che, proprio per questo, non sono stati in grado di assicurare la giustizia che promettevano” (ibidem, § 34). Soluzione? La speranza, ma la “speranza cristiana”: questa speranza “è già presente nella fede, da cui anzi è suscitata. […] Essendo dono di Dio assolutamente gratuito, irrompe nella nostra vita come qualcosa di non dovuto, che trascende ogni legge di giustizia. Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l’eccedenza […] [ed è il] segno della presenza di Dio in noi e della sua attesa nei nostri confronti. La verità che al pari della carità è dono, è più grande di noi […] Perché dono ricevuto da tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce la comunità, unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né confini. […] La logica del dono non esclude la giustizia e non si giustappone ad essa in un secondo momento e dall’esterno” (ibidem, § 34).
Stasera mi manca la pazienza per smontare questo groviglio di sillogismi truffaldini, gli do solo una scrollatina: ma io ho diritto a rifiutare un dono? Se non posso rifiutarlo, non è un dono: è assistenzialismo che sono tenuto a dare e a pretendere. Se posso rifiutarlo, con ciò rifiuto la giustizia che vuole irrorare l’immanenza della società e del mercato scaturendo da un principio trascendente, addirittura Dio, ma, se non lo rifiuto, inclino ad un socialismo d’ispirazione cristiana che non sono tenuto a chiamare socialismo, perché la proprietà privata – sub condicione – è ammessa, e anche la libera intrapresa, cioè l’intrapresa individuale condizionata al fine sociale, ad un unum senza barriere né confini al quale dovrebbe coincidere – sul piano etico – un bene assoluto, non relativistico: la cosiddetta verità, che pure è dono. E io posso rifiutare la tua verità che cerchi di donarmi come unica possibile mia verità?
Il vecchio Ratzinger, il prozio di chi oggi ci rioffre il solito dono come se accettarlo fosse dovuto, quanto c’entra? John Abbott ha scritto: “[Georg] Ratzinger, like many other Catholic Socials of his generation, perceived social relations almost exclusively through the notional lens of religion. His sociological theory, such as it was, was mostly impelled by concern over the social upheavals of his day […] His was, in other words, a kind of functional sociology, pressed into the service of an emerging Catholic social critique and activism. In this undertaking, Ratzinger apprehended social realities chiefly through religious and moral categories; these categories, in turn, provided the organizing principle for his polemics and reform schemes”. In un’Europa che vede crescenti forme di insofferenza verso la liberaldemocrazia, la dottrina sociale della Chiesa ritenta la sua carta. Cento e più anni fa, la riflessione di Georg Ratzinger sfociava nell’antisemitismo e l’individuo pericolosamente emancipato dalla pretesa cristiana sulla società era l’ebreo. Oggi, il nemico del bene comune è chi rifiuta l’assistenzialismo paternalistico di stato.
| inviato da malvino il 5/7/2009 alle 0:47 | |
|