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Diario
30 luglio 2009
Ogni altra cosa è diventata padella
“L’Independent tace, il Daily Telegraph risponde no grazie, il Guardian propende per il sì, mentre l’Herald Tribune si riserva una risposta” (il Giornale, 29.7.2009), insomma, pare che la “campagna di contro-informazione” ideata da Mario Giordano non stia avendo i risultati sperati, e che la stampa d’Oltremanica non sia troppo disponibile a “riequilibrare” i giudizi assai severi che fin qui ha espresso su Silvio Berlusconi – come uomo e come premier, ma anche come cifra simbolica del milieu antropologico del nostro paese – con la pubblicazione degli editoriali della serie «Cari amici inglesi, vi spieghiamo noi l’Italia» pubblicati sul quotidiano milanese in queste ultime settimane.
Qui non varrà la pena di soffermarci troppo sul perché la libera stampa inglese faccia qualche resistenza alla “campagna di contro-informazione” promossa da un giornale di Silvio Berlusconi, e dia il due di picche a Mario Giordano. Sarà interessante, invece, prendere in considerazione uno di questi editoriali, uno di quelli che potrebbe avere sorte fortunata, perché “un redattore [dell’Herald Tribune] che conosce la nostra lingua ha letto la versione originale, l’ha ritenuta meritevole di essere presa in considerazione per la pubblicazione e ha chiesto di ricevere la traduzione in inglese per sottoporla al responsabile della pagina «Editoriali e Commenti»”: sarà interessante analizzare la lettura alternativa dell’Italia berlusconiana che il Giornale intende sottoporre all’opinione pubblica inglese attraverso questa Lettera aperta ai lettori inglesi di Giordano Bruno Guerri (il Giornale, 27.7.2009), che – forse – non sarà cestinata.
Personalmente mi auguro che non lo sia, perché l’ha scritto un uomo che amo e stimo tanto, senza saper dire se sia più l’amore o la stima. Ciò detto, è necessario aggiungere subito che questo editoriale di Giordano Bruno Guerri non mi pare dei suoi migliori, facendomi ancor più convinto di ciò che ho già espresso in un’altra occasione: quando si cimenta nella difesa di Silvio Berlusconi, il mio amato e stimato Giordano Bruno Guerri perde di botto lo straordinario acume che abitualmente gli consente argomentazioni sempre assai efficaci e sempre assai brillanti in altri ambiti polemici. In questo caso, per esempio, sostiene che “la democrazia italiana non è in pericolo”, ma concede che “negli ultimi anni ha subito e subisce ferite anche gravi”: in genere, gravi ferite non comportano pericolo?
In Italia – concede Giordano Bruno Guerri – non abbiamo una legge che riconosca “ai conviventi e alle coppie omosessuali diritti civili simili a quelli dei coniugati”, ma ne abbiamo una “che non consente ai cittadini di indicare le proprie preferenze per i singoli candidati nelle consultazioni elettorali”, un’altra “che impedisce una seria ricerca sulle cellule staminali e la fecondazione assistita”, e un’altra ancora “che impedisce i procedimenti giudiziari” a carico del capo dell’esecutivo; tuttavia – scrive – “la democrazia italiana non è in pericolo”. Formalmente no, forse, ma ultimamente anche la forma subisce gravi ferite. In quanto alla sostanza della democrazia italiana, basti considerare per esempio – Giordano Bruno Guerri non fa difficoltà a concederlo – che “il nostro Parlamento ha più volte imposto un’etica che si vorrebbe cristiana e è soltanto cattolica, obbligando tutti – credenti e non credenti – a adeguarvisi in nome di principi affatto condivisi”. Di grazia, cos’altro deve accadere ancora perché la democrazia possa essere considerata in pericolo e il dirlo non costituisca odioso pregiudizio verso un uomo che tutte queste cose le ha volute e realizzate?
Vi sarebbe una suprema garanzia: “Abbiamo, dal 1946, una delle Costituzioni più rigide nel fare sì che ogni potere sia controllato e limitato dall’altro: esecutivo, legislativo, giudiziario, in un gioco di incastri che – se non rende facile la governabilità – rende impossibile mettere in serio pericolo il sistema democratico”. Ma questa garanzia non è anch’essa messa in pericolo dall’intento – più volte esplicitamente dichiarato – di volerla piegare alle esigenze di governabilità? Da chi è venuta l’idea di riforme costituzionali che, se realizzate, mortificherebbero ancor più il ruolo del Parlamento di una Repubblica parlamentare? Non era Silvio Berlusconi a teorizzare la decretazione d’urgenza come routinario strumento legislativo? Non era lui a ipotizzare un Parlamento nel quale avessero diritto di parola solo i capigruppo? Il gioco di incastri tra il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario è ancora integro sotto i colpi che Silvio Berlusconi vi ha ripetutamente sferrato? Domande che Giordano Bruno Guerri pare non porsi, e la sua Lettera aperta ai lettori inglesi si sofferma su altro.
(1) La politica italiana è sempre più supina ai diktat vaticani, ma la colpa non sarebbe di Silvio Berlusconi, perché la posa genuflessa è trasversale. Si tratta di “un problema antico di molti secoli in Italia, che non ha avuto la Riforma bensì la Controriforma, e non si può certo imputare agli ultimi governi”, certo, ma Silvio Berlusconi non l’ha oggettivamente aggravato dichiarando pubblicamente e in più occasioni che il suo governo non potesse non compiacere le gerarchie ecclesiastiche, facendo di regola seguire alle dichiarazioni la conferma e il rafforzamento dei privilegi goduti in Italia dalla Chiesa cattolica?
(2) “Che non sia stata imposta una dittatura è più che dimostrato dai fatti”, scrive Giordano Bruno Guerri: “Berlusconi è stato battuto in normali consultazioni elettorali e ha riconquistato il potere, sempre in normali consultazioni elettorali, perché la maggioranza degli italiani non era soddisfatta di come aveva governato la sinistra. Il consenso di cui gode oggi nel Paese non si può spiegare soltanto con l’umoralità meschina di un popolo che si identificherebbe volentieri con un uomo che gode talmente del proprio successo da voler essere applaudito anche per i propri difetti. Il consenso viene da fatti concreti: la reazione efficace alla crisi economica mondiale, l’avvio di riforme finalmente moderne e liberali, le opere pubbliche, la rapida soluzione dell’assurdo problema dei rifiuti in Campania, la gestione del post-terremoto in Abruzzo e il trionfo internazionale del G8”. Naturalmente, si tratta di opinioni: rispettabilissime, degne di essere rese note ai lettori inglesi, e però non troppo dissimili da quelle agitate dalla propaganda filogovernativa. Quali sono gli indicatori che dimostrerebbero “la reazione efficace alla crisi economica mondiale” del governo Berlusconi? Quali sarebbero le riforme degne d’essere dette “liberali”? Sui rifiuti in Campania e sul terremoto in Abruzzo, invece, sembrerebbe che Giordano Bruno Guerri sia molto condizionato dai molto elogiativi cinegiornali di regime: si tratta di problemi non risolti, se non nell’induzione della percezione che siano già risolti. Perché escludere, poi, che gli italiani siano immuni da “umoralità meschine”?
(3) Silvio Berlusconi “non può piacere a quella sinistra che – nel 1994, proprio dopo il crollo del comunismo – stava per prendere finalmente il controllo del paese”, vero, ma non si capisce come possa continuare a piacere a chi pure abbia fatto la fesseria – uno di quelli sono io – di considerarlo padella per scampare brace. La brace è lui, è evidente, sicché ogni altra cosa è diventata padella.
| inviato da malvino il 30/7/2009 alle 22:47 | |
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