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Diario
1 ottobre 2009
“C’entra la democrazia diretta?”
Commentando l’andamento delle primarie del Pd, Massimo Bordin ha prefigurato l’eventualità che un candidato alla segreteria, pur votato dal 50%+1 degli iscritti al partito, possa essere battuto da un concorrente che abbia preso più voti di lui, “non si sa bene da chi”. Singolare paradosso, senza dubbio, ma “nessun partito al mondo elegge il suo segretario con le primarie”, e l’assurdo chiama assurdo. A scegliere il segretario di un partito devono essere chiamati non solo i militanti ma anche i simpatizzanti e i potenziali elettori? Sulla base di quale assunto logico? “C’entra la democrazia diretta?”, si è chiesto Massimo Bordin. “No, non c’entra assolutamente”, ha chiuso [1]. “Di tanto in tanto il direttore della radio pannelliana dice solenni castronerie”, è il commento di Mario Adinolfi [2]. La sua posizione al riguardo è nota: le primarie sono un momento di democrazia diretta [3]. Tuttavia sono sempre mancati gli argomenti, e per una ragione molto semplice: i termini della questione non ne ammettono. La democrazia diretta, infatti, è uno strumento che vien meno allo scopo che si prefigge – e di fatto smette di essere uno strumento corretto – quando elude quel “processo deliberativo intermedio” sul quale si è accentrata la riflessione di James Fishkin, tra i maggiori studiosi e teorici della democrazia diretta (in particolare del “deliberative poll”) [4]. Il “processo deliberativo intermedio”, in questo caso, è posto dalla decisione di prendere una tessera del partito del quale si intende scegliere in segretario: non si tratta di chi – successivamente – il partito candiderà in una competizione elettorale aperta a tutti gli aventi diritto al voto, ma di chi deve avere – al momento – la responsabilità dirigenziale del partito. Massimo Bordin ha ragione, e Mario Adinolfi non sa esattamente di cosa parla quando parla di democrazia diretta: è un tic lessicale, ormai.
[1] “Pensate un po’ se con un soccorso esterno – cioè dall’esterno del partito – Franceschini o Marino ribaltassero il risultato del voto degli iscritti. A quel punto, un dirigente che dice: «Io ho avuto più della metà totale di 400.000 iscritti che hanno votato per me: come fate a dire che io non sono il segretario di questo partito? Perché voi, votati non si sa bene da chi, avete preso – in quella sede – più voti?». Il problema è evidentissimamente irrisolvibile. C’entra la democrazia diretta, come qualcuno ha evocato? No, com’è noto, non c’entra assolutamente. C’entra il parallelo con qualche altro paese? Neanche questo è vero. Nessun partito al mondo elegge il suo segretario con le primarie” (Massimo Bordin, Stampa & Regime – Radio Radicale, 30.9.2009). [2] “Massimo Bordin nella sua rassegna stampa di oggi su Radio Radicale ha contestato che le primarie del Pd abbiano a che fare con la democrazia diretta. Adesso scrivo un articolo per Europa e magari domani se lo legge così capisce perché quando si occupa di congresso Pd di tanto in tanto il direttore della radio pannelliana dice solenni castronerie” (Mario Adinolfi, Marioadinolfi.it, 30.9.2009). [3] “I risultati che vedono Bersani in vantaggio di quattromila voti su Franceschini nel voto dei circoli, quello degli iscritti espressione degli apparati, sono sostanzialmente irrilevanti. Il segretario nazionale del Pd si deciderà alle primarie del 25 ottobre, perché abbiamo costruito il Pd come partito imperniato sugli strumenti della democrazia diretta. […] Saremo due milioni, il popolo del Pd. Franceschini prenderà più di un milione di voti e vincerà” (Mario Adinolfi, Marioadinolfi.it, 21.9.2009). [4] “Chiedere ai cittadini la loro opinione senza alcun meccanismo di filtro, senza un processo deliberativo intermedio, espone a potenziali rischi” (James Fishkin, Il sondaggio deliberativo, perché e come funziona – in: A.A.V.V., Democrazia deliberativa, Luiss University Press 2004 – pagg. 44). L’esempio proposto da Fishkin è assai interessante: “Qualche anno fa […] la rivista Time decise di eleggere il personaggio del secolo. E chiese a tutto il mondo di esprimere una preferenza. Chi era stato il maggior leader del Novecento? Chi il pensatore più autorevole? E il miglior stilista, il miglior industriale, il miglior intrattenitore? L’esperimento partì, e si arrivò a un punto in cui una sola persona aveva ottenuto milioni di voti in ogni categoria. Com’era possibile? Un solo personaggio che rispettava tutti i criteri di selezione, uno stratega che era stato anche un esperto di moda? Eppure era così. E indovinate chi era quest’uomo prodigioso? Niente di meno che Atatürk! Tutto perché la popolazione turca si era mobilitata in massa, e milioni di ragazzini avevano votato incessantemente. […] Sono immagini fittizie e distorte dell’opinione pubblica. Ecco perché il sistema del campionamento casuale acquista una sua particolare rilevanza” (ibidem, pagg. 45-46).
| inviato da malvino il 1/10/2009 alle 1:38 | |
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