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Diario
1 ottobre 2009
Il liberalismo fonda sul diritto, l'anarchia fonda sull'arbitrio
Angelo Panebianco torna alla carica con la sua soluzione terzista tra le “due concezioni della vita, della morte e del diritto di ciascuno (rivendicato dagli uni, negato dagli altri) a decidere della propria morte” (Corriere della Sera, 30.9.2009). L’aveva già fatto due volte, a febbraio. La prima volta aveva fatto presente che “oltre ai due partiti che si scontrano, ne esiste anche un terzo, per lo più silenzioso, e che, comunque vada la vicenda, è già stato sconfitto” (Corriere della Sera, 6.2.2009). Non rassegnato alla sconfitta, evidentemente. Tanto meno silenzioso. “È il partito – spiegava allora – di chi pensa che occorrerebbe coltivare, nella riservatezza e nella discrezione, una zona grigia, protetta da una necessaria ipocrisia, nella quale le decisioni sul caso singolo (sempre diverso, almeno per qualche aspetto, da qualunque altro caso singolo) restano affidate alla sensibilità e alla pietas del medico che ha in cura il malato e ai sentimenti delle persone che lo amano”. Tornava a parlarne poco più di due settimane dopo: “Qualche amico, pur favorevole alle mie tesi, ha criticato l’uso del termine ipocrisia. Penso invece che fosse appropriato. In queste questioni l’ipocrisia non è, come si suole dire, una manifestazione del vizio che rende omaggio alla virtù. È essa stessa virtù. È la virtù grazie alla quale si possono cercare empiricamente (al riparo dai riflettori) soluzioni atte a ridurre le sofferenze dei malati senza offendere la sensibilità e le credenze delle persone coinvolte. Contemporaneamente, è la virtù che consente di non trasferire nella pubblica piazza ciò che non è assolutamente idoneo ad essere esposto in piazza” (Corriere della Sera, 23.2.2009). Il tiro era sapientemente corretto: il partito degli ipocriti diventava il partito degli empirici. Rimaneva da illustrare quanto sia bello l’empirismo.
Adesso che nel Pdl ci si comincia a chiedere se non sia mostruosa una legge che obblighi un individuo a farsi cacciare in gola un sondino nasogastrico contro la sua volontà, l’empirismo potrebbe far da predellino alla resipiscenza, e non c’è dubbio che, oggi, il terzo partito di Angelo Panebianco abbia una chance che a febbraio non aveva e, in più, un padrino d’eccezione: “Un buon punto di partenza può essere la teoria (che ha apparentemente poco a che fare col tema) formulata dall’economista Friedrich von Hayek sul rapporto fra la conoscenza e il mercato. Per dimostrare che i sistemi di mercato sono superiori ai sistemi di pianificazione Hayek sostenne che i pianificatori falliscono sempre per difetto di conoscenza. […] Da qui la superiorità dei sistemi economici decentrati (di mercato) rispetto ai sistemi economici pianificati. Applichiamo la teoria al tema del fine vita. Le situazioni estreme con cui si confrontano i medici sono fra loro diversissime: dal punto di vista clinico e dal punto di vista del rapporto con ciascun paziente, i suoi familiari, eccetera. L’altissima variabilità delle situazioni rende la legge (l’equivalente del pianificatore centrale di Hayek) uno strumento inadatto a regolamentare nel dettaglio i casi: una disposizione di legge che va bene per un caso non va bene per un altro. Da qui la necessità che […] sia lasciato spazio alla discrezionalità e al giudizio del medico, in accordo col paziente o con i suoi familiari, sul caso singolo. Perché solo la conoscenza che essi (e non la legge) hanno del caso singolo, può permettere di fare le scelte più appropriate, di muoversi nel modo migliore nel terreno accidentato che separa l’eutanasia da una parte e l’accanimento terapeutico dall’altra. […] La si chiami «zona grigia» o in un altro modo, di questo si tratta. Il problema è evitare «l’iper-regolamentazione giuridica»”. L’adesione al partito degli ipocriti, adesso, può apparire una scelta liberista, se non liberale.
Mi pare evidente la natura speciosa dell’argomento. Se il mercato può fare a meno dell’iper-regolamentazione, tuttavia ha bisogno di regole minime: e la piena disponibilità del proprio capitale non può essere negata all’individuo, né può essergli negato il diritto di disporne mediante un testamento con clausole che impegnino l’esecutore. In un sistema di mercato queste sono regole minime, che non possono essere eluse: il liberalismo (e il liberismo) fondano sul diritto, l’anarchia fonda sull’arbitrio. In altri termini: una legge che consenta di decidere di se stessi non dà affatto allo Stato il ruolo di “pianificatore centrale”, ma lo affida all’individuo. Al contrario, e in assenza di una legge che lo sancisca come diritto, l’individuo è consegnato all’arbitrio altrui. Nella proposta di Angelo Panebianco, non si esclude l’arbitrio di medici e parenti. Che sempre arbitrio sarebbe.
| inviato da malvino il 1/10/2009 alle 3:45 | |
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