|
Diario
13 ottobre 2009
La protesta del buon diavolo
Qui parlo raramente della mia città – ha ragione F. che quasi me lo rimprovera – ma è per la semplice ragione che non la sento affatto mia. Non vi sono nato, innanzitutto. Il lavoro, poi, mi tiene per gran parte della settimana tra Capri e la penisola sorrentina, e di Napoli, ormai da anni, frequento solo poche piazze, poche strade, sempre le stesse, amando molto stare in casa quando non lavoro o, se ho qualche giorno libero, andar fuori. Direi che la città mi è per lo più raccontata da amici e conoscenti che invece – come si dice – la vivono. Il racconto che me ne fanno è sempre lo stesso da sempre: da sempre – a sentir loro – manca niente a poter dire che sia un vero e proprio inferno. Solitamente ascolto senza dire neanche una parola, e a dirla sono certo che potrei offenderli, perché ho l’impressione che da buoni diavoli siano tanto affezionati all’inferno da ritenere di essere i soli a potersene lamentare, per aver maturato in questo o in quel girone un diritto che non spetti ad altri, sicché, a lamentare anche occasionalmente ciò che essi lamentano di continuo, si trasformano in dipendenti della pro loco. Sarà una merda di città, ma è la loro città, e guai a chi gliela tocca. A parlare di Napoli, qui, potrei offendere tanti altri buoni diavoli – né conoscenti, né amici, per giunta – altrettanto fieri dell’inferno in cui vivono, e onestamente me ne manca un fine. Stavolta, però, in risposta alla e-mail di F., vorrei fare un’eccezione. E comincio con lo sbobinare un minuto di notiziario locale:
“Voleva mettere pace nel violento litigio tra l’amica e il suocero, ma è stata colpita da coltellate sferrate dall’uomo all’impazzata ed è morta senza nemmeno arrivare in ospedale. Si chiama Maria Busiello, 29 anni, di Napoli-Ponticelli, periferia degradata. Una ragazza morta e tre feriti per una lite familiare che si trascinava da tempo. Nella notte la polizia ha arrestato l’uomo, Antonio Cocozza, 57 anni, precedenti per truffa e riciclaggio: deve rispondere di omicidio e tentato omicidio. A scatenare la lite furibonda, che finisce poi in tragedia, una separazione tra due coniugi. Il clima diventa subito pesante: l’uomo estrae un coltello, colpisce a casaccio, restano feriti un uomo e due donne, una gravemente. Maria è già a terra, senza vita. Una coda della sequenza di violenze, poco dopo, nell’Ospedale «Villa Betania», dove nella notte erano stati accompagnati i feriti: i parenti inscenano una protesta, aggredendo i sanitari di turno e rompendo vetrate e finestre, e scatenando paura tra i ricoverati” (TG R - Campania, 12.10.2009).
È relativamente frequente, in questo inferno, che un pasticciaccio del tipo qui riportato abbia proprio questo genere di “coda”, dopo il ricovero dei feriti. Tra i miei colleghi che hanno deciso di svolgere la professione medica in strutture pubbliche non ce n’è uno cui non sia mai capitato di trovarsi in situazioni analoghe. Certamente accadrà anche altrove occasionalmente, qui accade quasi sempre: quando le regole vigenti un po’ dappertutto, e dappertutto mediamente rispettate, impediscono ai parenti l’accesso in terapia intensiva, scatta la “protesta”. La mamma di chi si è beccato una coltellata nella pancia nel corso di una rissa (ma anche il fratello, il cognato, l’amico, il compare di cresima, ecc.) ritiene indispensabile lo stargli accanto, e il ferito non può farne a meno, perché la mamma è mamma (il fratello è fratello, il cognato è cognato, ecc.): esclusi i parenti coi quali ci si prende a coltellate, la parentela in questo inferno è sacra, e sacra è la “protesta” nei confronti di chi ai supremi diritti fondati sulla parentela opponga un freddo regolamento ospedaliero. Impedire alla mamma dell’accoltellato di recitare la parte della mamma così com’è canonizzata tra i buoni diavoli – urla, pianti, svenimenti, ma soprattutto urla – non è una cattiveria? Come si può rimanere insensibili a tanto? Mandare in frantumi una vetrata è il minimo concesso all’indignazione.
La mamma è sempre la mamma in questo inferno, e il figlio è sempre un bravo figlio, soprattutto quando è in terapia intensiva, ma anche quando i carabinieri gli mettono due chili di cocaina sotto il letto per incastrarlo a tradimento, e allora tutta la tribù è chiamata dallo statuto della parentela a ribaltare la gazzella, eventualmente coi carabinieri dentro. Chiunque si permetta di impallare la scena commovente di una mamma che piange accanto a un figlio, peraltro matematicamente innocente (se la mamma è sempre la mamma, il figlio è sempre il figlio), e per di più intenda farlo con un camice bianco addosso, offende la maternità in modo blasfemo. Chi vorrà azzardarsi, poi, a vietare ai parenti in trepidante attesa di sfogare la tensione con una Marlboro (di contrabbando)? Vietato fumare? Ma allora ditelo: del dolore del buon diavolo non avete alcun rispetto. Volete che non “protesti”?
| inviato da malvino il 13/10/2009 alle 21:13 | |
|