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Diario
5 novembre 2009
Crocifissi e bordelli
Ciò che il professor Michele Ainis ha scritto ieri su La Stampa è scritto talmente bene che il copia-incolla mi dà un grande godimento. Non dirò altro senza farlo prima.
Doveva arrivare un giudice d’Oltralpe per liberarci da un equivoco che ci portiamo addosso da settant’anni e passa. In una decisione che s’articola lungo 70 punti (non proprio uno scarabocchio scritto in fretta e furia) ieri la Corte di Strasburgo ha messo nero su bianco un elenco di ovvietà. Primo: il crocifisso è un simbolo religioso, non politico o sportivo. Secondo: questo simbolo identifica una precisa religione, una soltanto. Terzo: dunque la sua esposizione obbligatoria nelle scuole fa violenza a chi coltiva una diversa fede, o altrimenti a chi non ne ha nessuna. Quarto: la supremazia di una confessione religiosa sulle altre offende a propria volta la libertà di religione, nonché il principio di laicità delle istituzioni pubbliche che ne rappresenta il più immediato corollario. Significa che fin qui ci siamo messi sotto i tacchi una libertà fondamentale, quella conservata per l’appunto nell’art. 9 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo? Non sarebbe, purtroppo, il primo caso. Ma si può subito osservare che nessuna legge della Repubblica italiana impone il crocifisso nelle scuole. Né, d’altronde, nei tribunali, negli ospedali, nei seggi elettorali, nei vari uffici pubblici. Quest’obbligo si conserva viceversa in regolamenti e circolari risalenti agli Anni Venti, quando l’Italia vestiva la camicia nera. Fu introdotto insomma dal Regime, ed è sopravvissuto al crollo del Regime. Non è, neppure questo, un caso solitario: basta pensare ai reati di vilipendio, agli ordini professionali, alle molte scorie normative del fascismo che impreziosiscono tutt’oggi il nostro ordinamento. Ma quantomeno in relazione al crocifisso, la scelta normativa del Regime deve considerarsi in sintonia con la Costituzione all’epoca vigente. E infatti lo Statuto albertino, fin dal suo primo articolo, dichiarava che «la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato». Da qui figli e figliastri, come sempre succede quando lo Stato indossa una tonaca in luogo degli abiti civili. Ma adesso no, non è più questa la nostra divisa collettiva. L’art. 8 della Carta stabilisce l’eguale libertà delle confessioni religiose, e stabilisce dunque la laicità del nostro Stato. Curioso che debba ricordarcelo un giudice straniero. Domanda: ma l’art. 7 non cita a sua volta il Concordato? Certo, e infatti la Chiesa ha diritto a un’intesa normativa con lo Stato italiano, a differenza di altre religioni (come quella musulmana) che ancora ne risultano sprovviste. Però senza privilegi, neanche in nome del seguito maggioritario del cattolicesimo. D’altronde il principio di maggioranza vale in politica, non negli affari religiosi. E d’altronde la stessa Chiesa venne fondata da Cristo alla presenza di non più di 12 discepoli. Se una religione è forte, se ha fede nella sua capacità di suscitare fede, non ha bisogno di speciali protezioni.
A ciò che scrive il professor Ainis basta aggiungere – se proprio devo aggiungere qualcosa di mio – che in nessun punto del Concordato o dei Patti lateranensi è contemplato l’obbligo del crocifisso in classe, tanto meno per impegno unilaterale. Tutto ciò che fa la tradizione del crocifisso in classe sta nelle scartoffie di circolari interne, tutte con l’intestazione recante il fascio littorio.
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Bene, le argomentazioni del professor Ainis sono ineccepibili, ma sulla pagina on line del quotidiano torinese sono introdotte da un certo Marco Castelnuovo in questo modo:
Io amo le provocazioni intellettuali, e giudico tale il fondo che stamattina il professor Ainis ha scritto per il nostro giornale sul crocifisso. Cosa ne pensate?
Io penso che sia provocatorio definire “provocazioni intellettuali” le inoppugnabili ragioni che staccano il crocifisso dal muro delle nostre aule scolastiche. Gli elementi contenuti nello scritto del professor Ainis sono quelli che delimitano il campo della questione: provocatorio è spostarla fuori da questo campo. Il clero e i clericali faranno proprio questo, anche se la questione è solo se la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sia corretta o no. Nel rispetto della parità di diritti tra cristiani e non cristiani, è corretta. Punto.
È che ogni volta che si deve metter fine a una violenza, a una prevaricazione, a un pregiudizio o a un privilegio, i cultori della tradizione vanno in sofferenza. Soffrirono tanto anche alla chiusura dei bordelli, come oggi alla sentenza di Strasburgo. Si radeva al suolo il tempio dove s’era consumato per secoli il rito dell’iniziazione virile. Secoli? Macché, dal fascismo in poi. L’iniziazione virile si è trasferita nel bordello dal fascismo in poi. Anche qui, come col crocifisso, si pensava che l’usanza fosse plurisecolare e invece datava al Ventennio.
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Ottimo è il richiamo storico di Massimo Bordin nel corso della rassegna stampa di radio Radicale del 4.11.2009: Pio IX era contrario all’istruzione obbligatoria. Altro che crocifisso, neanche l’aula.
| inviato da malvino il 5/11/2009 alle 6:1 | |
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