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Diario
6 novembre 2009
Pippone indiretto

La Corte europea dei diritti umani s’è limitata a considerare se sia giusto o meno che il più rappresentativo simbolo religioso dei cristiani sia permanentemente esposto in un’aula scolastica dove vanno a lezione anche i figli di non cristiani, e ha concluso che non è giusto. Ogni polemica che stravolga i termini della questione – e in questi ultimi giorni s’è sentito di tutto, perfino che i massoni intendessero svellere le croci dai nostri amati campanili – è polemica strumentale al fine di eludere la sostanza del problema: i cattolici possono pretendere che il crocifisso sia obbligatorio nella scuola pubblica di uno Stato che non ha più il cattolicesimo come Religione di Stato? In altri termini: se “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di […] religione” (Costituzione, art. 3) e se “non [è] più in vigore il principio […] della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano” (Protocollo addizionale all’accordo di revisione del Concordato Lateranense, art. 1), perché il crocifisso – e solo il crocifisso – in aula? Passi per i figli dei cattolici, cui i genitori si sentono in dovere di trasmettere i propri dogmi e stanno male quando non ci riescono, ma è bello che ai figli di musulmani, hindu, buddisti e atei si debba imporre di far lezione sotto un crocifisso? È prepotenza levarlo o tenerlo dove sta, semmai mettendoci d’accanto un “possono morire, ma non lo leveremo”?
Nessuna illusione: possiamo morire, non lo leveranno. Anzi, può darsi abbia ragione Leonardo: lo metteranno dove non c’era. Li conosciamo, i cattolici. E continuo a dire cattolici, perché ci sono altri cristiani che hanno addirittura dato il loro plauso alla sentenza della Corte europea dei diritti umani: minoranze evangeliche, battiste, valdesi, abituate ad essere perseguitate prima e discriminate poi, quindi sensibili ai diritti delle minoranze. Non così chi ha rispolverato il “cui regio eius religio” per degradare il crocifisso ad “arredo tradizionale” e a feticcio culturale del genius loci. Grande asse trasversale: il cardinale Kasper e Pierluigi Bersani, Ignazio La Russa e Adriano Sofri, la Gelmini e Marco Travaglio, tutti scontenti della sentenza, perché il crocifisso – a piacere – è il simbolo del Dio vivente e comunque non dà fastidio a nessuno, perché è sintesi della nostra civiltà e comunque è metafora dell’innocente condannato, perché non mancava in aula ai tempi di De Amicis e comunque ci è inchiodato sopra il primo socialista. Possiamo morire: l’“arredo tradizionale” è caro a gente d’ogni genere, a chi neanche ha mai letto i vangeli ed è cristiano per sentito dire, perché sarebbe musulmano se fosse nato in Arabia Saudita e hindu se fosse nato in India. Possiamo morire: la parità di diritti è sospesa da un’usanza. E però possiamo morire contenti: l’autorità qualificata a scriminare il diritto ha dato corpo al principio, e il crocifisso rimarrà, ma in violazione del principio della parità di diritti tra cattolici e non cattolici. Cristo – dicono – sarebbe quello che per primo ha dichiarato che tutti gli uomini sono uguali, e se ne sta lì appeso a dimostrare che ce ne sono alcuni più uguali degli altri.
Mettiamoci d’accordo: domani dichiariamo giusto che anche le donne abbiano diritto al voto, ma dopodomani conveniamo che a far votar le donne finirebbe un mondo caro a tanti, e tutto rimane com’era. E la parità di diritti? Sospesa dall’attaccamento all’usanza che le donne non si interessino di politica. Non è sempre stato così fino a oggi? [...]
In verità Avevo iniziato a scrivere questo post in obiezione a un post di Leonardo (il link è sopra), di cui mi aveva irritato il seguente passo: “Fino a ieri il pezzettino di legno era buono nel cassetto, oggi è già diventato un simbolo di identità. Che serve poi a fomentare lo scontro tra chi lo vuole e chi no. È questa la guerra che desiderate? A me non piace. E poi secondo me la perderete. Quante divisioni corazzate avete? Gli altri hanno il numero, la forza dell’interesse, l’inerzia della tradizione e il fantasma dell’identità. Voi cosa avete? La sentenza di una corte europea. Non dico che sia poco, eh. Ma non è abbastanza”. Dapprima avevo immaginato un incipit diretto, del tipo: “E certo che non è abbastanza, giovinotto. Ma intanto facciamo chiarezza sul principio: lo diciamo che il crocifisso imposto ai non cristiani è una barbarie del diritto? Lo diciamo che rappresenta una violazione della parità di diritti? Ne nasce uno scontro? Si perde? Giovinotto, lei vorrebbe combattere solo le battaglie che è sicuro di poter vincere al primo cozzo? Bella sagoma di pragmatico. Lei mi ricorda Daniele Capezzone, sa?…”. Un incipit troppo diretto. Sicché mi sono rassegnato al pippone indiretto.
| inviato da malvino il 6/11/2009 alle 21:35 | |
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