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Diario
23 dicembre 2009
Strenna
Ho sempre detestato le atmosfere natalizie, fin da bambino. Non ricordo alcun trauma che possa avermi segnato, anzi, rammento tante cose che avrebbero dovuto lasciarmi un buon segno: tutti i presepi costruiti da mio padre, tutti gli alberi addobbati da mia madre, e la montagna di regali (a quei tempi avevo ben undici zii), e tutti i cenoni in famiglia, insomma, roba che dovrebbe profumare di letizia il Natale di un bambino, facendogli scattare dentro l’istinto pabloviano cometa-sorriso. E invece niente, a me il Natale deprime come nient’altro, da sempre.
Non è una depressione ragionata, non viene neanche da un’uggia intellettuale, è un umore grigio che arriva quasi sempre al nero, e a dovergli trovare una cagione – l’ho tentato tante volte, i risultati non mi hanno mai convinto troppo, ma è di questi solo che so dire, dovendo dire – direi che il Natale mi pare il festival dell’ipocrisia. Detesto queste giornate: gli uomini, le donne, i bambini e soprattutto i vecchi mostrano il peggio di se stessi, a volerlo vedere. Il fatto è che mai come a Natale si dichiara una moratoria universale della pena capitale a vedere e a non aver paura a dire quello che si vede: bisogna essere buoni, stop, almeno a Natale bisogna saper far finta. Sennò si è proprio delle bestie, no? Se a Natale non si sfoggia l’abito etico-estetico più gradevole che si abbia nell’armadio, non si è inumani?
Ecco, a doverla dire, io direi che è soprattutto qui che il cristianesimo ha vinto, perché ha investito le sue migliori energie. Questa giostra sfavillante che coccola il pargolo che sta nell’uomo promettendogli di rinascere buono e innocente ogni anno – bisogna dire – ha funzionato, e l’abitudine è diventata necessaria, questo esser buoni almeno a Natale è diventato cogente. Non mi ribello, mi deprimo.
| inviato da malvino il 23/12/2009 alle 5:17 | |
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