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il blog di Luigi Castaldi


Diario


26 dicembre 2009

Di riforme costituzionali, a partire dal 1979





“Credo sia giunta l’ora di una
seria riforma costituzionale”

Fabrizio Cicchitto, 9.12.2009


I

Da qualche tempo il Giornale manda in edicola, quattro al giorno, le prime pagine del quotidiano degli anni in cui era diretto da Indro Montanelli, e alcuni giorni fa, fra i reprint, c’era la prima pagina del 28 settembre 1979, che apriva col seguente titolo: “Il sistema è in crisi, dice Craxi. Occorre riformare la Costituzione”. Un tema sempre attuale, evidentemente.
Prima di passare alla lettura dell’articolo, a firma di Francesco Damato, e soprattutto a quella dell’editoriale di Indro Montanelli, sarà opportuno qualche breve cenno a quel periodo. Solo qualche breve cenno, perché a voler descrivere in dettaglio il quadro politico interno ed internazionale ci perderemmo. Sarà meglio precisare da subito, infatti, che questo post non ha l’intenzione di ricostruire il contesto in cui per la prima volta – come scrive Montanelli – “il capo di un partito del cosiddetto «arco costituzionale» strappa di dosso alla Costituzione il manto sacrale in cui la si è tenuta finora avvolta e ne infrange l’intangibilità”; ma solo di sottolineare le ragioni – almeno quelle dichiarate – che portano Bettino Craxi a lanciare la sfida, almeno come valutate dal direttore de il Giornale di allora.
In breve, dunque. Il 3 giugno di quell’anno – poco più di tre mesi prima che Craxi dichiarasse che il sistema fosse in una crisi risolvibile solo con una riforma della Costituzione – si sono tenute le elezioni politiche. Hanno segnato una battuta d’arresto per il Psi, che è cresciuto solo dello 0,2% (dal 9,6 al 9,8), ben al di sotto delle aspettative del suo gruppo dirigente (Craxi è segretario solo da tre anni), ma che hanno visto soprattutto un sensibile crollo del Pci (4% in meno), rispetto al quale la Dc, che pure ha perso qualche decimo di punto (dal 38,7 al 38,3), risulta enormemente rafforzata (8,1% di consensi in più). Guadagnano solo i partiti minori, in quelle elezioni politiche, ma di pochissimo, ad eccezione del Pri, perde lo o,1%, e con un massimo di incremento in favore del Partito radicale (dall’1,1 al 3,5%), e di alcune formazioni della sinistra (Nsu e Pdup). È un tonfo pure per il Msi, che accusa il colpo della scissione di Destra nazionale scendendo al 5,3%.

“In Italia – scrive Simona Colarizi (Storia dei partiti nell’Italia repubblicana, Laterza 1996 – pagg. 575-584) – si chiude l’intensa stagione di movimenti e lotte che hanno portato i comunisti fin alla soglia del potere. Rispetto però agli altri paesi, il breve periodo di tregua sul piano economico prima dello scatenarsi della recessione, arrivata in Italia con un ritardo di due-tre anni, consente un cambiamento senza traumi. Il mondo politico si limita a ritornare sui vecchi equilibri di centro-sinistra, anche se a questa denominazione si preferisce quella di governi di «pentapartito», quasi a marcare un distinguo, nei fatti pressoché inesistente. La partecipazione dei liberali agli esecutivi che porta a cinque i partiti della coalizione non basta a marcare una novità politica; serve però a mascherare questa riedizione di un passato, dichiarato ufficialmente morto nel 1976 dai socialisti quando l’emergenza congiunta dell’economia e del terrorismo ha costretto la Dc ad aprire le porte del governo al Pci. Nel 1979 l’economia non preoccupa e i terroristi, anche se seminano ancora la morte, sono ormai braccati dalle forze dell’ordine dotate di poteri straordinari che il Parlamento ha concesso, grazie proprio all’appoggio comunista. Si può, dunque, con tutta tranquillità chiudere la parentesi delle anomale maggioranze di solidarietà nazionale, riallacciando i legami spezzati del centro-sinistra […] Per liberarsi dai comunisti la Dc ha però bisogno di ritrovare l’intesa coi vecchi alleati dell’area laico-socialista, determinanti per la formazione di una nuova maggioranza. In particolare deve avere il consenso del Psi […] L’offerta della Dc […] attira irresistibilmente il segretario socialista, ben determinato a far pagare con la «pari dignità» la sua indispensabile presenza nel governo. Tuttavia, le residue resistenze nel Psi consigliano di procedere a piccoli passi: si comincia nel 1979 con una partecipazione all’esecutivo, guidato da Cossiga, limitata a due tecnici [di area socialista], Reviglio e Giannini. Poi, messo a tacere il dissenso interno, Craxi riporta il partito nel governo con un’autorevolezza mai vista: ben nove ministri socialisti fanno parte della nuova compagine ministeriale che nasce nel 1980, capeggiata sempre da Cossiga”.

Ma tutto questo accadrà dopo. Quando Bettino Craxi, dalle pagine di Avanti!, dichiara che “il sistema è in crisi”, e che la soluzione sta nel “riformare la Costituzione”, il suo Psi è ancora fuori dal governo: appena vi entrerà, e comincerà la corsa a strappare sempre più potere alla Dc fino ad arrivare all’agognata presidenza del Consiglio, di riforma costituzionale non si parlerà più.
Un “precursore”, come riconoscerà Norberto Bobbio, ma la sua idea di riforma costituzionale sarà avanzata solo in quella occasione, per essere subito accantonata; e poi nel 1983, quando finalmente diventa premier, per essere ancora ripresentata, e ancora subito accantonata. Dirà che il suo è stato “un inutile abbaiare alla luna”, come se l’idea non avesse altro fine che l’interesse generale del paese, e come se il dovervi rinunciare dipendesse solo dalle resistenze pressoché generali.
Ora, solo un malevolo pregiudizio verso Craxi può far ritenere che egli pensasse a una riforma della Costituzione senza crederci troppo o, peggio, che sollevasse il tema per basse ragioni di contingenza, quando era necessario. Fatto sta che Indro Montanelli legge “coraggio”, ma anche “tempismo” nell’articolo di Craxi apparso il giorno prima su Avanti!
Dalla posizione di segretario di un Psi che stava dando appoggio esterno al governo presieduto da Cossiga, ma che mirava a entrarci e a sostituirlo prima della fine della legislatura (gli andò male e il primo presidente del Consiglio laico dopo Parri fu Spadolini), la proposta di riformare la Costituzione in senso presidenzialistico e con lo sbarramento parlamentare per i partiti politici al di sotto del 5% era una spregiudicatissima sfida, un invito in prima persona a tutti i politici dell’arco costituzionale a reinventarsi un sistema, e ad affidarlo al più capace, al più volitivo, al più decisionista, al più pragmatico, al più de-ideologizzato dei premier (eventualmente, dei cancellieri). E Montanelli, infatti, nota: “Ci vorrà del tempo prima di poter dire con qualche precisione a cosa mira Craxi […] Tutti si aspettavano di trovarvi una specie di proscritto al lungo colloquio che Craxi aveva avuto due giorni fa con Berlinguer per una definizione dei rapporti fra i due partiti. Invece Craxi non solo non fa alcun riferimento a quel confronto, ma sembra volerlo di proposito svalutare […] [come se] […] il problema dello Stato non si risolve schierando il Psi a fianco del Pci invece che della Dc, o viceversa: ma affrontando i malanni che insidiano il sistema alla loro origine, cioè nella stessa Costituzione”.

Montanelli è un uomo di destra. Capisce – ma lo dice mettendo le mani avanti: può darsi stia sbagliando, premette – che Craxi sta fottendo il Pci, lasciandolo da solo sotto l’arco costituzionale, insieme a qualche azionista come Eugenio Scalfari. Se la difesa di una Costituzione “invecchiata […] e non rispondente più all’esigenze della società attuale” deve condannare il Pci ad essere il conservatore, proponendo il Psi come vero progressista, e rampantissimo riformista (d’un riformismo che sa molto di colpo di mano), allora c’è da stupirsi, e Montanelli si stupisce: “Un socialista che reclama l’efficienza e vi inneggia, finora non s’era mai visto”.
Dietro la coraggiosa proposta di riformare la Costituzione, fatta da Craxi all’indomani di un incontro col Pci, evidentemente assai deludente, Montanelli vede “l’epitaffio della prima Repubblica italiana”. Tre lustri prima che la prima Repubblica muoia, anzi, nemmeno: se la prima Repubblica muore solo per riforma costituzionale, non è ancora morta (e c’è chi lo pensa). Ciò considerato, sta nell’opinabile se le riserve di Montanelli fossero fondate.
In ogni caso, si può dire che a Craxi mancò l’intenzione o la forza: le durezze della vita politica selezionano senza pietà chi sia sprovvisto di una delle due, senza differenza. E non sto dicendo che sia bello. Non sto dicendo nemmeno che la Costituzione debba considerarsi intoccabile. Dico solo che ogni volta che qualcuno pensa di poterla cambiare in modo da sottrarre garanzie, scatta la reazione immunitaria, talvolta anche violenta. La velleità del tentativo sono punite: i padri costituenti si rivelano degli insospettabili figli di puttana, detto con grande simpatia.


II

La difesa ad oltranza della Costituzione è la negativa del volerla riformare seguendo un interesse particolare in un particolare momento, insomma, del volerla riformare in modo strumentale e a fini strumentali. Chi strumentalmente difende ad oltranza la Costituzione non ha miglior fine e non fa una fine migliore.
Ne dà un carotaggio eccezionale – per profondità e inclinazione – un passaggio in una delle note che Antonio Tatò vergava da consigliere di Enrico Berlinguer, datata 20-23-giugno 1979, poche settimane dopo la batosta elettorale, che è da incrociare col passo della Colarizi (in Caro Berlinguer, Einaudi 2003 – pagg. 122-124): “Si riuscì grazie a te a mantenere per un certo tempo una vigorosa pressione sulla Dc, tanto che si giunse all’accordo programmatico del 1977 che, dopo la novità dell’astensione, era un’altra tappa in avanti. Successivamente, fosti tu a sollevare risolutamente il problema della necessità di uscire dalla contraddizione e, dopo non poche resistenze, ponesti l’esigenza di far passare il partito da posizioni extragovernative (astensione e accordo programmatico) a una posizione nel governo e dicesti: o governo di unità con la Dc o governo delle forze di sinistra e democratiche con la Dc che desse un appoggio esterno. La linea che è passata è stata quella di ridurre la tua richiesta di ingresso nel governo a ingresso nella maggioranza: ci sono stati, è vero, il calamento delle brache dei socialisti e i veti della Dc, ma a condurre fino in fondo la battaglia per entrare nel governo sei stato tu da solo e non con tutto il gruppo dirigente del Partito. È passata cioè un’altra linea, una linea che è maggioritaria nell’attuale Segreteria e che a stento non è maggioritaria in Direzione. Qual è questa seconda linea? È quella che chiamerei dei piccoli passi, che significa continue compromissioni (non il compromesso storico!) […] Il compromesso storico, questa grande linea di respiro storico e nazionale, non poteva non appiattirsi – come hai denunciato più volte – all’emergenza e ai governi di emergenza. Che fare oggi? Da questa doppiezza di linea bisogna assolutamente uscire”.
Tolta la tara del linguaggio da consigliere, il Pci pare costretto a chieder troppo al Psi. E si capisce perché Craxi decida di chiudere ogni porta al Pci di lì in poi, e che l’idea di riforma presidenziale in senso presidenzialista (alla quale il Pci è ostile da sempre) voglia in quale modo segnare una differenza di cultura politica, come potrebbe esserlo contrapporre Proudhon a Marx, o mettere in discussione la scala mobile: si realizza l’autonomia quando si bruciano i ponti alle spalle, quando si infrangono i tabù, come l’aprire un mezzo dialogo col Msi e, appunto, toccare i sancta sanctorum. Sarà solo un caso, ma Craxi parla di voler riformare la Costituzione ogni volta che vuole fottere il Pci.

Sarà solo un caso pure quello, ma i “ritocchi costituzionali” in senso presidenzialista nel Piano di rinascita democratica di Licio Gelli (che è di quegli stessi anni) avevano più o meno lo stesso fine.

[continua]




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41. La colomba e il leopardo
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40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
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39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
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38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
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37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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