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Diario
1 aprile 2007

Subito dopo la puntata di Fahrehneit (Radio3, 30.3.2007) che ci ha offerto la reciproca occasione di conoscere ciascuno il blog dell’altro, don Paolo Padrini mi ha scritto una letterina assai garbata, quasi dolce. Questo m’ha intenerito molto, devo dire. Per rimanere intenerito nel commentare un post che egli scrive oggi e che invece meriterebbe ben poca tenerezza, rinuncio a mandare copia della sua letterina a Marco Beccaria e a Massimo Adinolfi per verificare se ne abbia mandato una in tutto simile anche a loro, da privata e chissà quanto collaudata modulistica (ivi compresa qualche bestialità ortografica che ha trovato mia benigna assoluzione). Mi lambisce il sospetto, infatti, ma l’intenerimento gli impedisce di afferrarmi, che don Paolo Padrini faccia in rete – va’ a capire quanto inconsapevolmente – la politica del feltrino, cioè del soffice tondino di pannolenci che solitamente s’incolla sotto il piede del tavolo e della sedia, per spostare la discussione senza rigare il parquet.
E’ al “dialogo non strumentale bensì essenziale” che don Paolo Padrini tiene, così mi scrive, augurandosi che tra noi due “ci possano essere in futuro possibilità di scambio e di confronto”: essenziale sia, allora, su ciò che scrive oggi sotto il titolo Mons. Bagnasco: Dico, incesto e pedofili. Proviamo a leggere il testo. Don Paolo Padrini lamenta che “le dichiarazioni riportate dai giornali [le ultime di monsignor Bagnasco] sono incomplete, parziali”: “testi che poi vengono criticati da ogni parte” non sono riportati nella loro versione integrale, quasi a voler provocare strumentalmente “reazioni forti, violente e contrastanti”. Giornalisti stolti o malvagi? Don Paolo Padrini è d’indole troppo mite per vibrare di questo o quel giudizio: riporta ciò che la stampa quotidiana mette nel virgolettato – costruzioni logiche da reazionario che ha sniffato colla – e non aggiunge altro, ché forse, di là, aveva da catechizzare qualche chierichetto e non aveva molto tempo.
“Nel momento in cui si perde la concezione corretta autotrascendente della persona umana, non vi è più un criterio di giudizio per valutare il bene e il male e quando viene a cadere un criterio oggettivo per giudicare il bene e il male, il vero e il falso, ma l’unico criterio o il criterio dominante è il criterio dell’opinione generale, o dell’opinione pubblica, o delle maggioranze vestite di democrazia – ma che possono diventare ampiamente e gravemente antidemocratiche, o meglio violente – allora è difficile dire dei no, è difficile porre dei paletti in ordine al bene. Perché dire di no a varie forme di convivenza stabile giuridicamente, di diritto pubblico, riconosciute e quindi creare figure alternative alla famiglia? Perché dire di no? Perché dire di no all’incesto come in Inghilterra dove un fratello e sorella hanno figli, vivono insieme e si vogliono bene? Perché dire di no al partito dei pedofili in Olanda se ci sono due libertà che si incontrano? E via discorrendo, perché poi bisogna avere in mente queste aberrazioni secondo il senso comune e che sono già presenti almeno come germogli iniziali. Oggi ci scandalizziamo ma, a pensarci bene, se viene a cadere il criterio antropologico dell’etica che riguarda la natura umana, che è anzitutto un dato di natura e non di cultura, è difficile dire ‘no’. Perché dire no a questo a quello o a quell’altro. Se il criterio sommo del bene e del male è la libertà di ciascuno, come autodeterminazione, come scelta, allora se uno, due o più sono consenzienti, fanno quello che vogliono perché non esiste più un criterio oggettivo sul piano morale e questo criterio riguarda non più l’uomo nella sua libertà di scelta ma nel suo dato di natura. Vi è necessità di porre dei paletti a una società che sta andando alla deriva. Oggi comunicare i valori dell’uomo e della fede non è facile perché in queste epoca ci si deve scontrare con molti altri modi di pensare. La nota sui Dico è un esempio di impegno col quale noi vescovi ci siamo cimentati, con molta coralità, e a mio parere è un buon risultato. E’ un buon esempio di come oggi la comunicazione debba tener conto delle ragioni antropologiche. Non solo di quelle della fede, ma di quelle che derivano dal retto uso della ragione per non cadere nella facilissima accusa che i cattolici vogliono imporre le proprie convinzioni al popolo in un contesto di chiaro pluralismo e frammentazione culturale”.
C’è da sperare che davvero sia come dice don Paolo Padrini: che queste dichiarazioni siano “incomplete, parziali”, estrapolate in quel modo “strumentale” da quei bei discorsi – mai inferiori alle 50.000 battute spazi inclusi – del nostro prolississimo clero italiano. Questo mi punge e mi muove verso il sito dell’Arcidiocesi di Genova, dove c’è analoga lamentela: “Si rende noto che l'intervento di S.E. Mons. Angelo Bagnasco ieri a Genova, all'incontro degli operatori della Comunicazione Sociale della Diocesi, è stato male riportato con titolazioni e sintesi sommarie che risultano parziali e fuorvianti. Non così nell’articolo odierno di Avvenire a pagina 11 che è fedele alla lettera e allo spirito dell’intervento”. E allora leggiamolo, quest’articolo, abbeveriamoci alla fonte genuina. Ve lo immaginate lunghissimo, suppongo. Macché, è brevissimo e non riporta neanche il 50% dei virgolettati riportati dalla restante stampa nazionale.
Delle due una: o i giornalisti si sono inventati tutto o dev’esserci stata una retromarcia, a colla svaporata. Nell’articolo di Avvenire, dopo un migliaio scarso di battute del tutto anodine, Sua Eccellenza – al netto del virgolettato – dice:
“In ballo […] c’è una corretta antropologia. Il rischio è la mancanza di un criterio oggettivo per giudicare il bene il male. Se il criterio è quello dell'opinione pubblica generale, allora, è difficile dire dei no. Perché […] dire di no all’incesto o al partito dei pedofili in Olanda se ci sono due libertà che si incontrano? Contro queste aberrazioni già presenti almeno come germogli iniziali, è difficile resistere, se viene a cadere il criterio antropologico dell’etica che è anzitutto un dato di natura e non di cultura”.
Se ha detto solo questo, dov’è il discorso “integrale” che si dovrebbe supporre di lunghezza maggiore di quento riportato dai giornalisti stolti o malvagi? E come fa don Paolo Pedrini a dire che ciò che ha riportato la stampa nazionale è “parziale”? Ci conosciamo da poco, chierico, ma si può dire che non dirazzi troppo dal profilo psicoantropologico di riferimento: ipocrisia un po’ goffa, vittimismo fuori luogo, tendenza ad imbrogliar le carte. E bada bene che queste mie non sono insolenze, chierico, t’ho detto che sono intenerito. A chiunque altro avrei detto: “Va’ a cagare, va’!”.
| inviato da il 1/4/2007 alle 0:57 |
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