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il blog di Luigi Castaldi


Merce avariata


11 febbraio 2007

Merce avariata

[Volevo recensire l’ultimo album di Franco Battiato. Al terzo ascolto, mi sono accorto che non avrei potuto scrivere niente di più di quanto già scritto per recensire il suo album precedente: Battiato si ripete, da tempo, sempre più automaticamente. Sicché mi son detto che postare merce avariata – la mia vecchia recensione di Dieci stratagemmi (fu pubblicata su L’Indipendente di Giordano Bruno Guerri) – non sarebbe stato troppo disonesto. Battiato si ripete? E allora mi ripeto anch’io.]

“Che ne sanno le aringhe nubili / dei riti dei merluzzi baltici / all’ombra del terzo millennio”
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No, non sono versi tratti dall’ultimo cd di Franco Battiato. Ma potrebbero. Li scrisse Rosario Fiorello più di vent’anni fa, ai tempi di Radio Deejay. Ci mise una strofa in latino in coda e sezioni d’archi sopra: un falso così ben riuscito da ingannare, entusiasmandoli, i fan del già d’allora mitico suo conterraneo.
Già d’allora imitabilissimo, il Battiato, sicché più di vent’anni dopo, oggi, pare che ci provi gusto egli stesso. E questo suo ultimo lavoro (Dieci stratagemmi, Ed. L’Ottava srl, distr. Columbia Sony Music, 2004, 19 euro) è ottimamente riuscito, in questo senso.

Un titolo che evoca, come quasi sempre è stato, quello di un testo classico,
stavolta il confuciano 36 stratagemmi, testo di strategia militare. A quali si sarà ispirato? Certamente al VII: “Creare qualcosa dal nulla”. E poi, certamente, al VI: “Clamore a Oriente, attacco a Occidente”. Tenuto conto del risultato artistico complessivo, certissimamente al XVII: “Lanciare un mattone per ottenere una giada”.
Come quasi sempre è stato, abbondano citazioni e citazioni: curiose, dispettose, astrusette, birichine, vattelapesca, incisi in lingue classiche e moderne, arazzi raffiguranti battaglie, colonne doriche, Tamerlano, Alessandria d’Egitto e un immancabile spruzzetto di sperma - quello, al fan, piace.

Insomma, il solito gran bel figurone, come da stratagemma XX: “Intorbidire l’acqua per catturare i pesci”. E i pesci abboccheranno anche stavolta, c’è da
giurarci, con gran tripudio ittita e proustiano. Che c’entrano gli ittiti e Proust? C’entrano, c’entrano, spingendo nella strofa, c’entrano. E, se non c’entrano, si lima in giapponese, si smussa in tedesco - e c’entrano. Ma andiamo oltre, è una recensione, questa - mica una biografia d’artista.

Come quasi sempre è stato, Battiato segue alla lettera lo stratagemma XXIII: “Allearsi ai lontani per attaccare i vicini”. Così, "gli stati servi si inchinano a quella scimmia di presidente”. Che presidente? Ma via, siete dei tontoloni? Porgete orecchio, “s’invade, si abbatte, si insegue, si ammazza il cattivo, si inventano democrazie”: è il metodo di Umberto Eco, dare l’impressione al lettore che lui è intelligentissimo, e che ci arriva.
Il rozzo che non apprezza Battiato dirà: la solita cagata arabian-style che Benigni parodiò in quello sfortunato film di Arbore? Rozzo, ecco cosa sei, sei rozzo! Battiato non è mica un beduino: è sufi, induista, cristiano, taoista, una botta a Gurdjieff e una a
Guenon, “Allah Akbar” e Messa Arcaica, Gilgamesh e Cuccurucucù, Corano e Lao-Tsu, con guarnizioni di Sgalambro da Lentini.

Sentilo - sì, gli arrangiamenti sono sempre gli stessi, e pure il ritmo, le melodie fanno eco a quelle già fortunate, giri di accordi da mantra-pop - sentilo - permetti a quest’umile recensore di fartene il potpourri: “… è l’eterna lotta tra sesso e castità... lussuria che tenta i papaveri con turbinii e voglie... non farti soffocare dai maligni... in silenzio soffro i danni del tempo... nel nostro seme si nascondono si riproducono germi di desideri infetti... deus est filius dei... kokoronomammani konokanashimiwo norikoete... what is cosmos?... non sono per il martello né per la falce né tanto meno per la fiamma tricolore perché sono un musicista...”. Grande, grande Franco Battiato!
Se anche a noi è permessa una citazione, diremmo che con questo album entra dritto filato in quella schiera di saggi, di cui troverete traccia solo in qualche testo molto raro, dei cosiddetti oi parakouloi.
Di tutti i saggi, li mejo.




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21 luglio 2006

Merce avariata / n



LA COSI
’ DETTA “CULTURA DI DESTRA”

 

“Quella di An dovrà essere una destra davvero liberale, liberista e anche libertaria per distinguersi da quella più conservatrice e tradizionale […] , che non può rientrare nel progetto di un centrodestra senza trattino. Obiettivi non semplici… […] L’intero centrodestra dovrebbe sempre avere presente [il motto] ‘meno Stato, più individuo’ […] [e] non usare il termine ‘persona’, logoro e indistinto, ma quello ben più forte e preciso di ‘individuo’: un soggetto unico e non confondibile con la genericità della ‘persona’ […] Solo così An saprà darsi la caratteristica che, per ammissione del suo stesso leader, non ha saputo darsi: e senza la quale è destinata a insterilirsi nella conservazione e nel conservatorismo fine a se stesso”

Giordano Bruno Guerri, 20.7.2006

[Posto qui un mio articolo che uscì su L’Indipendente del 20.10.2004 col titolo A destra infinite culture (quello originale era La cosiddetta “cultura di destra”). Ennesimo capitolo di Merce avariata.]

Il termine “cultura” è sommamente ambiguo. Può indicare l’insieme delle conoscenze fatte proprie da un gruppo più o meno esteso di individui come cifra distintiva di carattere antropologico. Ma può indicare anche il comune patrimonio di pensiero, espresso nelle forme della produzione intellettuale, che quel gruppo prende a referente. Può indicare anche lo sviluppo di una tradizione di pratiche condivise, caratterizzate da comuni elementi di articolazione storica. E può indicare anche,  soltanto, il minimo comune multiplo che lega eterogenee esperienze di ricerca in campo intellettivo, artistico e scientifico. Il termine “cultura” tocca il punto più alto della sua ambiguità quando si fa tassonomia di queste esperienze, compilando liste di autorità in questi campi, affiliando ad esse il ruolo di numi tutelari, orse maggiori nel cammino delle elaborazioni individuali, sistemi, protocolli. Di qui l’ambiguità degenera nell’indistinto di consorteria, mero avamposto della secolarizzazione, carta geopolitica del prestigio e del fascino mondano, accademizzazione, cattedra e cattedrale, famiglia mafiosa di questo o quel mandamento filosofico, letterario, politico (in senso lato). Il sommo grado di ambiguità del termine “cultura” si realizza, così, nella comune utensileria che un dato sistema produttivo (una catena di produzione intellettuale nella sua piena articolazione) si tramanda da generazione a generazione di monopolisti. La norma a regime è l’inscrizione a egemonia.

L’ambiguità che, invece, attiene ai termini di “destra” e “sinistra”, su una ormai logora polarità che fondò il suo asse nella nascita e nello sviluppo della cultura politica come bastione di frontiere oggi irriconoscibili, è ambiguità di categoria sociostorica. Quando se ne adotta il metro è per mera impossibilità a muoversi in un territorio che è faglia perpetua. Fin dall’inizio, fin dal momento in cui nella Palestra della Pallacorda si disposero file di sedie su un lato e file di sedie sull’altro, il confine tra “destra” e “sinistra” si aprì in diastasi di impraticabilità politica, qui, e si sovrappose in aree di irrisolta similitudine, lì. Qualche momento di diastasi minacciò di ingoiare la differenza: per horror vacui la Storia riempì l’abisso di centrismo, e sopra vi eresse monumenti di moderatismo, tregue e sospensioni, ponti sulla faglia. Più spesso, il confine collassò, sovrapponendo i diversi: sinistre fasciste, nazi-maoismi, per dirne due.

Data l’ambiguità di questi termini, è materia di vertigine pensare, dire e scrivere “cultura di destra” e “cultura di sinistra”. Però lo si pensa, lo si dice, lo si scrive. Vertigine nella vertigine è il caso davvero strano che per “cultura di sinistra” si possa dire dove sia (non “cosa sia”, perché l’identificazione è topografica, dunque storica) “l’insieme delle conoscenze fatte proprie da un gruppo più o meno esteso di individui come cifra distintiva di carattere antropologico”, dove sia “il comune patrimonio di pensiero, espresso nelle forme della produzione intellettuale, che quel gruppo prende a referente”, dove sia “lo sviluppo di una tradizione di pratiche condivise” e - soprattutto, oggi, nel punto in cui l’umile sottoscritto verga queste note chiocce per un giornale della “nuova destra” – dove sia “la consorteria” di sinistra, la mafia delle cattedre, delle società editrici, delle fondazioni para-, peri- e meta-partitiche, delle congreghe, delle cooperative, delle conventicole – “di sinistra”. La “cultura di destra”? Direbbe Adriano Romualdi che “non esiste una cultura di destra”, perché a corto di “organizzazione, danaro e propaganda”, ma anche perché “a sinistra si sa bene quel che si vuole [...], a destra si brancola nell’incertezza, nell’imprecisione ideologica”.

Cattolici (sedevacantisti, lefebvriani, tradizional-popolari, lepantisti, fascio-tradizionalisti, carlisti, neoborbonici, ecc.) e non cattolici (tradizional-comunitari, evoliani, esoterici-ermetici, neopagani, guenoniani, tradizionalisti-non tradizionalisti, ecc.). Oltre: conservatorismo e rivoluzionalismo, ribellismo e perbenismo, ateismo e spiritismo, nazionalismo e universalismo, corporativismo e liberismo, futurismo e dada. Non c’è “una” destra […] Le destre sono tante quante gli uomini che si dicono “di destra”, e ciascuno d’essi ha la “sua” cultura: qui codina e bigotta, lì dissennata e insistematizzabile; qui democratica, lì elitaria; qui accademica, lì anti-accademica. L’unico valore comune a tutte è l’individualismo. E l’unico portato politico-culturale che nel terzo millennio questo individualismo può far proprio è il liberalismo, per non esaurirsi. La cultura della nuova destra, a ben vedere, non rimuove e non esorcizza le sue diverse anime, le ricompone in esperienze di una stessa anima, desistematizzandole da Weltanshauung. L’approdo al metodo, più che alla sostanza, del liberalismo ne fa mezzi invece che inarrivabili fini, e forse anche dispositivi etico-estetici di conoscenza. La nuova destra vuole rinunciare alla Verità Assoluta. Comincia – ma lentamente – a capire che essa è intraducibile nel Nomos dello Stato Etico, ove l’individuo è Uno solo se organico, per reductio. E l’unica rivoluzione che non abortirà – qui lo si crede, fidando più nella pazienza che nel fervore. […] Ma questo ovviamente è in fondo, in fondo, in fondo.




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26 maggio 2005

Merce avariata / 39

                                
  
                                   
“PORCO!”

 

“Certo, la mamma era infinitamente buona con me,
ma per me ogni cosa si situava in rapporto a te,
vale a dire in un cattivo rapporto”
F. Kafka, Lettera al padre

(ted. volg.) davon hat kein Schwein etwas gesagt
= proprio nessuno ne ha parlato

 

 

Stavo cercando, nel sogno, un posto dove nascondere il cadavere di mia madre,  quando squillò il telefono. L’avevo fatta secca con una statuetta sulla nuca, un maialetto di bronzo. Fui costretto a lasciare il cadavere dov’era, uscire dal sogno e cominciare a cercare il telefono, perso chissà dove nell’indicibile disordine della stanza da letto. Era sotto il letto, come nei racconti dozzinali. Il solito nastro registrato:
“Porco, lo so che sei stato tu a uccidere tua madre. Ma, ricorda, non la farai franca”.
Già dalla prima volta avevo capito che si trattava di mio padre, certe voci non sono mai abbastanza ben contraffatte. Il vecchio non ragionava più da qualche anno e la morte di mamma – un ictus, altro che statuetta bronzo – aveva peggiorato le cose. Già al funerale aveva avuto la prima delle sue crisi più brutte e fu subito chiaro che sarei stato io a dover esserne il pretesto. Mi urlò in faccia che non avevo versato una sola lacrima, che ero un degenerato, un porco, e via sbraitando. Prima che lo portassero via un po’ sedato dal Valium, ebbe il tempo di spaccarmi un labbro con un pugno. Vennero così le lacrime che pretendeva. Grande come sempre, papà.
Non passarono lisce, le settimane. Il telefono mi squillava notte e giorno, senza regola. Il vecchio è sempre stato affascinante nelle sue vendette, anche prima che le arterie cominciassero a incrostarglisi.
Quella note aveva già chiamato una volta, intorno alle due. Pensai che dopo questa seconda telefonata mi avrebbe lasciato in pace. Sbagliavo. Intorno alle quattro, quando avevo finalmente sistemato il cadavere di mia madre in una cassapanca liberty, col maialetto di bronzo, il telefono squillò di nuovo. Questa volta, non era il solito nastro.
“Sei un porco, hai capito? Pensi che non lo sappia? Credi che non l’abbia capito?
L’hai uccisa tu, tua madre, l’hai uccisa tu, schifoso…”.
Decisi di non rispondere subito e rimasi in silenzio. Sentivo che ansimava per riprendere fiato. Riprese:
“Sei in mano mia ormai, non ti darò requie”.
“Papà – lo interruppi – ti prego, smettila. Così ti uccidi”.
Sentii un tramestìo all’altro capo del filo, e poi ancora la sua voce. Distorta, stavolta, prima se n’era dimenticato:
“Non sono tuo padre, idiota. Che idea. Tu non sai chi sono. Io, io so chi sei veramente, assassino, matricida, schifoso, porco”.
E mi chiuse in faccia la cornetta.
Pensai che, se le cose fossero continuate a quel modo, avrei dovuto cambiare numero. Ma il vecchio viveva da solo, avrei dovuto chiamare io, almeno una volta al giorno, incaricare qualcuno di avvisarmi di cosa avesse bisogno.
Il vecchio non avrebbe mai accettato di andare a vivere con mia sorella che viveva col marito e i figli “in una città di merda”, diceva lui – e non aveva tutti i torti. Di venire a vivere con me, era fuori discussione.
“Sotto lo stesso tetto, con te? Mai, porco assassino”.
In realtà, non avrebbe lasciato mai la sua casa e, ora che mamma era morta, vi s’era ancora più attaccato come se lei ancora l’abitasse. Mi sembrava di poterlo vedere, mentre posavo la cornetta del telefono, fare il mio stesso gesto alla sua scrivania, infilarsi i pugni stretti nelle tasche della vestaglia, gironzolare tra il bagno e la libreria, nelle pantofole che mamma gli aveva regalato all’ultimo o al penultimo compleanno. Mi sembrava di poterlo sentire, addirittura, in quei borbottìi che da bambino m’erano sembrati il rumore dei suoi pensieri, ora forse la spenta eco di una demenza dai toni epici, alteri, quasi militareschi.
Sapevo che non avrebbe rinunciato alla sua molestia, lui stesso non sapeva quanto gli fosse utile. Dovevo cambiare numero al telefono, mi dissi.
Ben altro uomo, il vecchio, prima del marasma. Il sogno che avevo fatto quella notte si ripeteva, uguale sempre, da alcuni giorni. Era la più ovvia conseguenza di quelle telefonate. La mia porzione profonda (mi rifiuto di chiamarla “inconscio”, i termini della psicanalisi mi sembrano tutti troppo buffi) – la parte profonda – quella che non si permetterebbe mai di chiamare “vecchio” il proprio padre – quella, insomma – doveva aver incassato male il colpo. Quel maialetto di bronzo nel sogno non era forse il “porco” col quale iniziavano e finivano le sue telefonate? Ecco, mi dicevo nel profondo, il “porco” ha davvero ucciso tua madre.
Quella voce contraffatta al telefono faceva risuonare, nel profondo, una musica – o un battito, non saprei – che avevo ascoltato mille volte e che non avrei saputo ripetere. Quasi una chiave wagneriana – ma sono certo di non sapermi spiegare. Era una musica, un ritmo, che pulsava attorno all’uomo altissimo (tutti altissimi gli adulti per i bambini, no?), adorato dalla adorata moglie, dai baffi importantissimi, dalla misteriosa pipa. Un violoncello, forse. Appena più lontano, quando si rivolgeva ai domestici, al mondo, agli amici in visita, che si addolciva solo quando parlava con mamma.
Crescendo, avevo imparato chi fosse quell’uomo. Il grande professore, il pensatore che aveva allevato tre generazioni di intellettuali, che una volta aveva preso a schiaffi un capitano della milizia che gli aveva puntato al petto una pistola per impedirgli di far lezione all’università, che aveva tenuto lezioni su Locke e Leibniz tra le barricate in fiamme, che aveva conosciuto il confino e l’esilio per non aderire al dettato del suo secolo imbestiato d’un tratto, che era passato imperturbabile tra le lodi al ritorno, che aveva rifiutato un seggio in parlamento con motivazioni che avevano fatto piangere gli onorevoli senatori. Che violoncello, il vecchio.
Mi venivano alla mente, ora, certe pagine di Franz Kafka, nelle quali il padre – minaccioso, oscuro, insensato come il Dio degli Ebrei – emetteva per il figlio un verdetto senza appello, crudele, per colpe inverificabili, senza un nome di fattispecie penale. Pensavo alla storia del delitto di lesa maestà, punito sempre più terribilmente dell’incesto. Pensavo, infine, a quanto tempo ci sarebbe voluto per ottenere il cambio del numero telefonico. E intanto mi chiedevo: perché io, papà? Perché non l’edicolante sotto casa, perché non la signora Carolina, la migliore amica di mamma, perché non tu stesso, o mia sorella? Perché avrei dovuto ucciderla io, la mamma? I figli ammazzano i padri, si sa, o almeno tentano di farlo. Più spesso sublimano il parricidio o lo degradano a tic, scelgono mogli che li tortureranno come mamme torturatrici, desiderano la donna altrui. Ammazzano, sì, la mamma talvolta – ma è per sbaglio, per un abbraccio un po’ più forte, un bacio velenoso, un cuscino sulla faccia. Ti risulta – avrei voluto chiedergli – che ci fossero ragioni di questo sbaglio, nel mio caso? Perché proprio io?
Mi diedero il 587.24.22, ci misi una settimana per mandarlo a memoria. E intanto passarono giorni sereni, col telefono muto, ricominciai a dormire, recuperai il sonno perso, il sogno ora era diverso. C’era sempre una cassapanca liberty, e io sapevo cosa ci fosse dentro, ma ero calmo, sorridente, seduto su quel sarcofago fin de siecle. La mattina, prima di andare al lavoro, telefonavo a mio padre. Sentivo il suo “pronto”, cercavo di capire dal tono di quell’unica parola come se la passasse, se avesse bisogno di qualcosa oltre quello che gli facevo portare a casa dalla mia segretaria. E subito riattaccavo. A un così povero gesto s’era ridotta la mia pietas filiale? Mi sentivo un verme e non sapevo fare altro.
Non durò molto. Una mattina, alla mia solita telefonata, la cornetta cominciò a vomitare odio.
“Porco, lo so che sei tu. Che vuoi, schifoso? Perché mi importuni? Non chiamarmi più, assassino”.
Dovevo smettere di telefonare per qualche tempo.
Lo risentii qualche mese dopo. Aveva lasciato un messaggio sulla mia segreteria telefonica, una novità che m’ero imposto non so neppure io perché. Chi gli avesse dato il numero era mistero.
“Porco – iniziò – è l’ultima volta che senti la mia voce. Ho deciso di morire, perché la vita mi è intollerabile senza la compagnia di tua madre. Me l’hai uccisa, porco schifoso, e forse sapevi che così avresti ucciso anche me. Mentre ti lascio questo messaggio, immagino la tua faccia quando l’ascolterai. Immagino che trasecolerai, fingerai chissà che angoscia. Porco schifoso, sei bravissimo, tu, a fingere, a ingannare te stesso e gli altri. Ne esci pulti da questa storia, vero? E chi mi crederà mai, chi mi ha creduto finora? Ti basterà distruggere la cassetta con questo messaggio, partecipare a un altro funerale. Hai vinto. E immagino che sarai contento, adesso, vero? Vorrei soltanto chiederti un favore, porco. In quella cassapanca liberty dove hai nascosto il cadavere di tua madre dovrebbe esserci abbastanza posto anche per me. Vorrei che al prossimo sogno tu mi mettessi lì dentro, con tua madre, con la statuetta di bronzo che sai e con la pistola che mi troveranno accanto. Ecco, è tutto, porco schifoso. Addio”.
Rimasi di pietra. Come faceva a sapere della cassapanca liberty, del maialetto di bronzo – come faceva a sapere del mio sogno? Non ne avevo fatto cenno ad alcuno. Mi ricordai d’aver letto da qualche parte che i barbiturici dànno sonni sereni e senza sogni. Andai nel bagno e ne ingoiai trentasei compresse. Bevvi dalla bottiglia tre o quattro lunghe sorsate di cognac, mi spogliai e mi misi a letto.

[2000]




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14 maggio 2005

Merce avariata / 38

[25.2.2004 - pensando alle politiche del 2006] Se mai vi fosse stato dubbio, oramai non v'è più: siamo in campagna elettorale. Be', io odio le campagne elettorali. Questi di qua, quelli di là, e quelli sparsi qua e là – peggiorano tutti, vistosamente, senza quasi alcuna eccezione, volenti o nolenti. Più sono pesci piccoli e più puzzano, anche se pure quelli grossi non scherzano. Per quanto sia comprensibile, per certi versi indispensabile, io proprio non lo tollero. O meglio: lo tollero (sennò che fare?), ma con grande sofferenza. Non vorrei essere frainteso, so bene che polis e polemos non hanno a caso una comune radice. So anche che demos significa volgo e che kratia non ha nulla a che spartire con gratia. Ma, mi si biasimi quanto si voglia, all'abbrutimento del concetto in slogan, al rientrare della fronda nella falange, io soffro. Primum vivere, è ovvio, e in politica, se non si vince, si perde. Voler vincere è l'anima stessa della battaglia politica ed è naturale che in democrazia, dove vige la regola spietata secondo la quale ciascuno vale un voto, si cerchi di raccattarne più dell'avversario, in qualsiasi modo. Se so queste cose, perché soffro allora? Soffro perché, di qua e di là, vedo imbarbarirsi i miei amici (ne ho di qua e di là, come di qua e di là coltivo qualche antipatia). Fin'anche quelli prima miti e cortesi, e accade sempre in ogni campagna elettorale, son come piegati ad un sentito dovere di cui quasi sempre si pentono dopo, che abbiano vinto o abbiano perso col loro rispettivo schieramento: il dovere di farsi ciechi e sordi alle buone ragioni dell'altro.

[Nota a posteriori "Be', io odio le campagne elettorali...". Non so perché, invece, i referendum li trovo deliziosi. Davvero deliziosi, e per le stesse ragioni. Non so perchè.]




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7 maggio 2005

Merce avariata / 37

"Gli uomini politici di tutti i partiti, persi ormai i loro connotati di un tempo, si abbandonavano nel benessere generale, artificiale, parafascista e au fond privo d'ideali, a una larghezza di vedute mai vista nel paese e a una spensieratezza confinante con una sorta di gaio rimbecillimento". E' un brano di Stanislaw Ignacy Witkiewicz, dal suo romanzo Insaziabilità del 1930. Nato a Cracovia nel 1885, fu pittore, fotografo, commediografo, romanziere ed antropologo. Si uccise nel 1939, probabilmente in preda ad una profonda crisi depressiva, scatenata dall'invasione della Polonia da parte dei russi o, per meglio dire, dei "mongoli", come li chiamava. Alludeva all'orda barbara che intravvedeva nel comunismo, temendone la brutale violenza e il mortale pericolo per la cultura europea, di cui si sentiva figlio. Insaziabilità è un romanzo unico nel suo genere, come il suo autore. Apparentemente è romanzo di formazione, ma con una potenza visionaria e allucinatoria che trascende dalla forma-romanzo, per imparentarsi ad opere come Ulisse e L'uomo senza qualità, senza averne mai goduto analoghe fortune. Intraducibile, a detta dei traduttori, l'opera fu stampata in Italia nel 1970 presso De Donato Editore e successivamente da Garzanti, nel 1973. Il linguaggio è caotico, a volte perfino fastidiosamente debordante, dalla parlata volgare del lessico quotidiano (arricchita dal bagaglio imagista della cultura popolare mitteleuropea e slava) alla citazione dottissima, aulica, iperspecialistica, con incursioni di neologismi bizzarri, pseudonotizie e stravaganze varie. Frasi da caserma e da circolo intellettuale, da lupanare e da setta cabbalica, da fiaba macabra e da apocalisse apocrifa. La storia (e qui il depistaggio verso il romanzo di formazione) è quella di un giovane nobiluomo polacco, Genezyp Kapen. L'azione si snoda in una Polonia (ma in realtà è l'Europa) d'un non precisato futuro, dove algidi cinismi intellettuali, cupe nostalgie metafisiche, devastanti effetti di droghe orientali, raffinate brutalità sessuali e caricaturali figure di artisti, generali, cortigiane e politici ingombrano la scena di una catastrofe che si percepisce imminente ed inevitabile. Alla rappresentazione della buffa agonia degli ormai inadeguati valori occidentali è contrapposta quella della cieca furia barbara che preme alle frontiere. Con esiti scontati per il giovane Genezyp e per il generale Kocmoluchowicz, ultimo baluardo che la decadente civiltà europea è capace di frapporre (e senza successo) all'avanzata dell'esercito del cinese Wang, l'impassibile. Di fronte al declino dell'occidente (fortissima qui l'eco di Oswald Spengler) e alla morte, Genezyp sceglie la follia, come unica scappatoia e salvezza, come unico modo di soddisfare quella Insaziabilità di vita che lo divora da sempre.

Abituati da parecchi decenni a leggere "romanzi in cui non accade nulla", il romanzo di Witkiewicz apparirà eccessivo in tutto a chi lo legge. Per questo motivo è da un bel pezzo che non vende e, a quanto mi risulta, Garzanti non lo ristampa. Io lo lessi intorno ai vent'anni, nel 1975. Ne fui entusiasta e cominciai a consigliarlo ai miei coetanei. Per un nesso forse solo cronologico, ma che nell'automitobiografia è diventato causativo, la sua lettura segnò il mio addio al Pci. Altri tempi, quando i libri cambiavano le persone! Adesso chiederete: "Ma può una recensione andarsene per la tangente fino a questo punto? E’ recensione?". Se avete avuto la bontà di seguirmi fin qui, potrete trovare la risposta a queste domande nei due brani che seguono. "La stessa anima che può guarire uno, può intossicare mortalmente un altro, far grande un terzo a dispetto della sua stessa volontà, e ingaglioffire un quarto fino alle fognature della psiche, riducendolo ad uno straccio fetido. E' terribile pensare che la bontà e il sacrificio di sé, la dedizione senza riserve a qualcuno, il dissolversi in qualcuno, possano risolversi, per l'oggetto di questi sentimenti e atti, proprio nel peggiore dei modi menzionati. Di gran lunga meglio sarebbe se le anime fossero altrettanto impenetrabili quanto le monadi di Leibniz, se tutto procedesse secondo una norma esterna ai fatti, una norma che non avesse la sua origine nei fatti medesimi. Ma tant'è: gli uomini tendono a penetrare gli uni negli altri, e questo è disgustoso". Impallidiscano tutti i Kureishi, tutti gli Houllebecq, tutti i Pynchon. "Tutto andava evolvendo verso una situazione che in termini polacchi rimane, ancor oggi, inesprimibile. Chissà, magari qualche sapiente, spiritualmente molto cinese ma capace, al tempo stesso, di vedere le cose da un punto di vista non cinese, potrebbe in futuro descriverle in inglese. Ma anche questo è improbabile". Impallidiscano tutti i Cioran, tutti i Ceronetti, tutti gli Sgalambro. Insaziabilità sarebbe proprio un libro da rileggere a settant'anni dalla sua uscita. Lo segnalo con particolare interesse.




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5 febbraio 2005

Merce avariatissima

UMBERTO [1984]
Odiavo Umberto con tutte le mie forze, con ogni milligrammo di me stesso. Ed era un odio sano, pulito, potente, come di quelli - permettete la presunzione - di cui non si è più capaci ai nostri giorni. Oh, questi poveri giorni nostri! A stento ira o disprezzo, e per odio ridanno un che di indecente e meschino. Che fine avranno fatto quegli stupendi rancori che sbocciavano in petto ai nostri padri, nobili come tutte le cose inutili e lirici come tutte quelle necessarie?
Io odiavo Umberto dal più profondo del mio essere, e quel sentimento non infangava me né lui. Nessuna contingenza corrompeva la purezza di quell'odio. Lo so, chi ha conosciuto me e Umberto - il professor Umberto De Nigris - vi racconterà delle continue umiliazioni da me subite, della rivalità professionale, della moglie che mi rubò. Ma qualcuno ha detto che chi ci è troppo vicino non riesce a vederci bene. E dev'essere così, perché questi al più sarebbero motivi di risentimento, che, so bene, voi chiamereste odio, ma solo se non sapete cos'è veramente, l'odio. In verità, era scritto prima di tutti i secoli che io odiassi Umberto, ben prima che rovinasse la mia carriera e il mio matrimonio. E se non fossimo nati, io e Umberto, staremmo ora in qualche iperuranio a sgozzarci coi cocci di bottiglia.
Conoscevo Umberto dai tempi dell'università. Eravamo colleghi di corso, entrambi tra i più brillanti, entrambi con la mania della virologia, entrambi determinati a mietere quei successi che, da giovani, non si sa mai se sia elegante e onesto desiderare. Eravamo amici a quei tempi, così solevamo dirci, ma a ben vedere qualcosa di sbraitante ci metteva l'uno contro l'altro, muti, irreparabilmente contegnosi in quella che le cose svelarono finzione. Qualcosa di grande, mostruoso, stupendo, andava crescendo.
Sto scrivendo queste pagine perché penso che sia giusto siano lette, tra qualche giorno. Non mi si fraintenda, voglio solo che si sappia perché me ne sto morendo, che si sappia chi ero, e chi era Umberto. E' inutile che io scriva di questi ultimi vent'anni. Che bisogno c'è ch'io descriva il laboratorio? A che servirebbe raccontare come Umberto convinse Irene a lasciarmi? Il mondo intero sa che quel posto di direttore dell'istituto spettasse a me, il mondo intero sa che fu lui a farmi odiare dai miei figli.
Da due anni ci interessavamo di oncogeni, quei terribili pezzettini di acido nucleico capaci di impartire ordini folli ad una cellula, costringendola a tradire il suo programma, a sabotare le architetture. Tutti i risultati del nostro istituto sono noti, rimando alla letteratura.
Tutti i risultati, dicevo, ma fino a febbraio. Quello che ho scoperto io, il 2 marzo, lo saprà solo chi leggerà queste righe, perché l'ho tenuto nascosto a tutti, e non senza una ragione.
Di tutto il programma di ricerche Umberto mi aveva affidato ovviamente la parte più insignificante, lo studio dei ricombinanti genici, che sarebbero... Ma non è il caso di annoiarvi, non è nemmeno necessario, per continuare.
Un giorno uno dei miei assistenti, Federico, per un banale errore nell'ibridizzazione segmentaria del sito BNN-44, ottenne una sequenza senza capo né coda e, scusandosene, me la mostrò su un foglio. Sentivo qualcosa di familiare in quello sproposito, come una poesia infernale.
Non chiedetemi il perché, non lo so neppure io perché lo feci. Decisi di sintetizzare quella catena di basi nucleiche, costruii un capside proteico e creai un virus. Lo so, un virus non è materia vivente, questo ci ha insegnato la biologia classica, ma io mi sentivo un creatore lo stesso, una specie di ributtante demonio seduto in cima al mondo, intento a dar vita all'atroce, come capita a qualsiasi stipendiato del diavolo.
Che farne, di quel virus, se non iniettarlo ad una cavia? Dopo solo quarantott'ore... mio dio, quasi impazzivo! Sul corpo della bestiola s'erano aperte ulcere, molli fiori marci. Ad ogni suo doloroso passetto nello stabulario sentivo un crepitìo di carni slaminate e da quelle ulcere vedevo colar via
un denso liquame che subito rapprendeva il pelo attorno. Rimasi incantato davanti a quello spettacolo per ore. Vi risparmio i dettagli. Buttai via tutto, foglio, provette, cavia, ogni prova, nell'inceneritore. Di tutto quell'incubo mi restò in mano solo uno spillo di cui avevo intinto la punta nella coltura virale. Quell'inezia era un'arma micidiale, irripetibile. Mi sembrava d'avere dentro una gioia irrefrenabile. Voi già sapete chi avevo intenzione di pungere con quello spillo, vero? Aspettai che la goccia s'asciugasse sulla punta d'acciaio e riposi delicatamente lo spillo tra le pagine di un libro. Stremato dai due giorni ininterrotti di lavoro, mi lasciai cadere su una poltrona del laboratorio.
Quante volte un'idea che sembrava averci dato e tolto la vita, per poi ridarcela e ritogliercela ancora e ancora, ci abbandona, senza lasciare un'ombra di sé, se non nella forma d'un rimpianto? Venne a svegliarmi Federico, portandomi i resoconti delle ricerche dell'ultimo mese. "Visto? - mi disse - Affidandoci i ricombinanti, quel coglione di Umberto pensava di tagliarci fuori dal lavoro, pensava di darci le briciole. Certo, c'è ancora da lavorarci parecchio, ma il nocciolo di tutto il problema degli oncogeni è nei ricombinanti. Eh, t'immagini come ci rimane, l'idiota, quando se ne accorge?" Sì, me lo immaginavo. E potete immaginare con quanta lena ci mettemmo al lavoro da quel giorno stesso.
Nel giro di due mesi avevamo in mano un lavoro da premio Nobel. C'era solo da metterlo nero su bianco e pubblicarlo in fretta, prima che Umberto se ne impadronisse come sempre, prendendosene il merito. Immaginavo già la sua faccia livida leggere su "Oncology" quel che scrivevo ora al mio tavolo. Questo fino a due ore fa. Due ore fa, prendendo dagli scaffali un libro che mi serviva per la bibliografia del lavoro che avevo appena concluso, mi sono punto con uno spillo. E sono trasalito.




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7 gennaio 2005

Merce avariata / 35

[12.4.02] DIALOGHETTO BISLACCO
Scorretto: Quel borghesuccio ebreo di Freud considerava l'omosessualità una nevrosi, ma pensava che un omosessuale potesse svolgere tranquillamente il lavoro di psicanalista senza che l'analizzato ne risultasse in pericolo. Oggi, questa posizione verrebbe considerata omofoba, giacché l'omosessuale non vuole parità di diritti, ma rincantucciarsi a tutti i costi sotto la curva di Gauss, dove tra il 3° ed il 97° percentile riposa il concetto di normalità come parametro statistico. E questo non sta bene. Perché (non vorrei rischiare di sembrare antipaticuccio) l'omosessualità è una nevrosi. Che si tratti del potente, ricco e colto gay di Los Angeles o della triste checca della Lucania cui don Pasquale si ostina a non voler dare l'assoluzione dai peccati di sodomia, l'omosessuale rimane un nevrotico. Al pari del macho etero, sia chiaro; e un po' meno del bisessuale. E la nevrosi è una malattia, piaccia o dispiaccia. Non è pericolosa e dunque non merita cordoni sanitarii, quarantene o mascherine di garza. Insomma, il morbillo è peggio dell'omosessualità. Non è particolamente grave e dunque può essere tollerata dalla società, come la oinicofagia, la claustrofobia, la tricotillomania. Insomma, non è come il fumo (guarda caso, anch'esso attivo o passivo). Non è neppure una nevrosi seria e comunque non è di per sè stessa nociva come il comunismo, l'uso di droghe e la lettura di Dacia Maraini. Ma rimane una malattia. Ora, non mi scandalizzerebbe un corteo di ammalati di psoriasi che, discriminati da una società ottusa e turgida di pregiudizii, marciasse nelle strade con cartelli del tipo "Stronzi, non siamo contagiosi!" o "Carezzate tranquillamente le nostre croste, siamo brava gente!". Mi darebbe però fastidio una giornata dell'orgoglio stitico o una manifestazione di Acne Pride. Mi dà fastidio che mi si voglia spacciare per tollerabile una cosa tolleranda. Dunque, che i gay insegnino nelle scuole (ma facciano i professori, si astengano dal proselitismo), giochino a football a San Siro (ma non importunino sotto le docce i terzini etero), dirigano aziende e vadano in Parlamento (se hanno i voti necessari e un pizzico di culo, ops!). In fondo, già lo fanno da sempre e il mondo non è ancora crollato (sta lì lì per farlo da 4000 anni, a sentire i moralisti e gli omofobi). Ma siano tanto carini da non venirci a pretendere figli in adozione. Siano tanto gentili da non venirci a spacciare la loro, come una "scelta" , al pari del preferire le brune o le bionde (intendo donne, non sigarette), il riso o la pasta, Spinoza o Bergson. Non si "sceglie" di essere omosessuale, come non si sceglie di essere mancino. E non basta essere gay e mancino per invocare il rispetto che tributeremmo a Leonardo da Vinci. A meno che gli epilettici e gli asmatici non pretendano di dirigere riviste letterarie, ricordandoci i meriti nosografici di Dostoevsky e Proust. I gay sono lobby potente, muovono flussi enormi denaro (ne hanno maggiore disponibilità, perché la prole di solito è vampira); il mercato non può che essere sensibile a questo. La cultura, come sempre, non può che adeguarsi al mercato. E la scienza non può che seguire gli indirizzi dettati dalla cultura imperante. Ma che nelle ultime edizioni delle Bibbie Psichiatriche USA l'omosessualità non sia più considerata devianza non è la prova provata che l'omosessuale sia "normale". A lungo potremmo dibattere sul concetto di "norma", ma andremmo comunque a sbattere sul rapporto tra sesso e riproduzione, sull'omosessualità nelle altre specie animali, ecc. Non mi ribello al fatto che lo "zoppo" del 1945 diventasse "claudicante" nel 1968 ed "handicappato" nel 1977. Neppure che si trasformasse in "portatore di handicapp" negli anni ' 80 ed in "disabile" negli anni ' 90. Già un po' mi dà fastidio che oggi venga chiamato "diversamente abile", perché questo potrebbe significare che tra poco mi si voglia rimproverare di correre, talvolta. A quando, sennò, un coraggioso abbattimento delle barriere architettoniche con una legislazione che imponga ascensori distinti per anoressici e per bulimici? Ecco perché credo che quello dei gay in Parlamento sia un falso problema. Personalmente non avrei alcuna difficoltà a votarlo, e chissà che non l'abbia già fatto senza saperlo. Quella nevrosi non tocca la nevrosi della politica professionistica, credo.
Corretto: Carlo Maria Cipolla ci ha lasciato in eredità uno straordinario libretto che aiuta a dividere l'umanità in quattro semplici categorie: gli intelligenti, gli stupidi, i banditi e gli sprovveduti. Non e' una divisione bipartita come quella fra sani e malati, ma si tratta comunque di una divisione efficace. Stupido è per definizione una persona che causa un danno a sé stesso, causando contemporaneamente un danno a qualcun altro. L'intelligente é il suo opposto: colui che accresce il benessere degli altri aumentando pure il proprio. Banditi e sprovveduti sono invece coloro che trasferiscono ricchezza senza aumentare o diminuire la ricchezza complessiva: un bandito perfetto che ruba 10 a uno sprovveduto perfetto non diminuisce la ricchezza della società nel suo insieme. Poche volte mi è capitato di assistere ad un esempio di stupidità così perfetta come quella di Scorretto. Egli infatti ottiene il meraviglioso effetto di causare un danno sia agli omosessuali sia agli eterosessuali, nella cui squadra purtroppo milita Scorretto, dando un brutto nome a tutta la categoria. Analiziamo, per piacere scientifico, quest'esempio di perfetta idiozia. Scorretto sceglie di dare credito ad una interpretazione dell'omosessualità come nevrosi. Egli non ha altre prove scientifiche da portare se non il fatto che l'omosessualità non è la norma, non è normale. Il risultato è che qualsiasi comportamento sessuale diverso dalla norma dovrebbe essere classificato come una nevrosi. Naturalmente, dato che la base per definire ciò che costituisce "norma" nel sesso non può essere la statistica (è possibile prevedere un mondo o intere società che soffrono della stessa nevrosi) la sua definizione deve poggiare, come quella di Freud, sulla procreazione. Se ne deduce che ogni rapporto sessuale non finalizzato alla procreazione è egualmente, seppur diversamente, nevrotico. Masturbazione, rapporti orali, petting, orgasmi clitoridei, ecc. dovrebbero essere, secondo questa classificazione, considerati come perversioni nevrotiche (come, ad un certo punto della sua ricerca, credeva Freud). La seconda parte del ragionamento è però il capolavoro. Una volta scelta una definizione di nevrosi che coinvolge l'universo mondo, Scorretto continua dicendo: ma si tratta di una nevrosi senza vittime per cui è inutile stare ad occuparsene come un problema politico. I poverini che sono affetti da questa malattia sono innoqui e devono solo essere isolati (che non insegnino la loro perversione, per carità, l'ignoranza è sempre garanzia di perfetta felicità). I risultati di questo ragionamento? 1) Scegliamo una definizione di ciò che è sano sufficientemente ristretta da escludere tutti. 2) Applichiamola ad una sola categoria di persone così da alimentare il sentimento di esclusione e mantenere i confini ben chiari fra ciò che è sano e ciò che è malato. 3) Prepariamo il terreno perché non solo la categoria "omosessuali" ma chiunque possa essere accusato di anormalità a seconda della convenienza. 4) Ignoriamo la presunta malattia perché tanto è senza conseguenze. Si potesse dire della stupidità di Scorretto quello che egli dice dell'omosessulità saremmo a posto. Purtroppo questo genere di stupidità, che restringe gli spazi di libertà per tutti, si ammanta di scientismo, e discredita tutto cio che tocca, con conseguenze tremende per la convivenza umana.
Scorretto: Non mi cruccio affatto del marchio di stupido che lei m'imprime, perché le sue argomentazioni a supporto, permetta, mi paiono fragili, vecchie e soprattutto stizzose. Ma soprattutto svelano, nella polemica che imbastisce, che lei non sa leggere e si limita al vittimismo e al piagnisteo, nutriti dai luoghi comuni che, essendo contemporanei, le sembrano verità intangibili. Vittimismo e piagnisteo che, suppongo sappia, sono segno d'un disagio metapolitico. Temo che lei sia nevrotico, gentile Corretto, anche se non fosse omosessuale. Se è omosessuale, è doppiamente nevrotico. Ciò nonostante (giacché non ho prevenzioni nei confronti dei nevrotici, nemmeno per i bi-nevrotici), mi permetterò di porre alla sua attenzione due o tre cosette che già erano scritte nel mio intervento di apertura, ma che lei non ha voluto leggervi, tutto piangente sulla Cipolla. 1) La sessualità è questione di genere. Le permetto di lambiccarsi quanto vuole sul perché "genere" e "generazione" abbiano comunanza di radice e di funzione biologica. 2) Nessuno vuole isolare gli omosessuali. E nemmeno i cretini, gentile Corretto, non tema! Si voleva solo prendere una metafora (quella della noxa) per tracciare un confine tra biologia e politica. Si voleva rimarcare il primato della politica (come rete di relazione) sulla biologia (come mera relazione), senza eliminarla come sostrato. 3) Il concetto di "norma" (l'ho ripetuto in tre punti) è normativo del concetto. Si concentri: l'assunto è meno tautologico dei suoi luoghi comuni. Lei mi invita a prendermi le responsabilità d'un essere carnefice che preveda lei vittima. Mi dispiace, questi giochetti li faccio solo in camera da letto e con giovani femmine sotto i 24-25 anni. Coram populo e con lei, avrò i miei pregiudizi, ma non ce la faccio.
Più in generale, però, a lei piace fare il martire. D'altronde San Sebastiano pare sia patrono.
Corretto: Ma di che vittimismo ciancia? Sono contento assai che non si crucci di essere chiamato stupido. Io, che non amo le sofferenze umane, sono contento di poterla chiamare ad alta voce "stupido" senza causarle nessun dolore. Sulle sue favolette mi consenta di fare una piccola risatina di disappunto sul fallimento della cultura classica: cosa crede che le parole abbiano un valore magico? Che perché portano scritte in sé stesse la propria storia esse rivelino significati più profondi e più eri? Il fatto che cretino derivi da cristiano nulla mi dice o mi aggiunge alla conoscenza che ho di lei. Si metta tranquillo, lei non è carnefice e neanche aspirante tale, solo qualcuno che non si accorge di restringere i propri spazi di libertà mentre restringe quelli degli altri. Su
l fatto poi che in pochi vogliano isolare i cretini debbo dire che un certo naturale pessimismo mi spinge ad essere daccordo con lei. Io, se potessi, la isolerei, sia nella sua qualità di cretino sia nella sua qualità di pedante.
Scorretto: "Io, se potessi, la isolerei, sia nella sua qualità di cretino sia nella sua qualità di pedante" scrive lei, gentilissimo Corretto.
Come volevasi dimostrare: lei è davvero un Prometeo, un Voltaire e un Sacripante. Ascolti: quando passerà nella sua bella uniforme davanti a noi stupidi del lager, a costo di farmi mettere nel forno io uscirò dalla fila e le farò sgambetto, nazi-checca!
Corretto: Ecco finalmente che lo dice: Checca. Mi chiami pure Finocchio, Frocio e quant'altro. Sono sicuro che ne sarà gratificata la sua normalità di ciarlatano della psicoanalisi. Per quanto riguarda la necessità di isolare i cretini confermo con gioia. Non insulti però la memoria di chi ha sofferto ed è morto nei lager però, lì c'erano sia le checche che i froci. Malati di mente, come dice lei.
Scorretto: Ma via, martire, lei non aspettava altro! Piaciuta la freccetta a San Sebastiano?
Corretto: Nulla ci si aspetta dagli stupidi...
Scorretto: Ma via, via, via, gentile Corretto! I nazisti cominciarono la loro carriera coll'esasperare il ruolo di vittime della Francia e del 1918. Lei vuole "isolare i cretini" (mi dica lei se non è un bel Gay Kampf) perché hanno vinto la guerra del suo (di lei, gentile Corretto) particolarissimo 1918: quello di metterle sotto il muso l'evidenza che lei "resiste" (in senso psicoterapeutico) laddove le si porge semplicemente l'ipotesi d'una nevrosi che è "la negativa d'una perversione" (S. Freud) (nel senso di pre-genitale). Lei risolve il trauma in ritorsione. E ancora ci sarebbe tanto da dire, ma credo convenga io la lasci. Lei non vorrà mai capire che io davvero non faccio alcuna differenza tra un etero- e un omo- (ma nessuna nessuna, se non...) se non lì dove la generazione chiama in causa i generi e una superiore funzione. Abbia un po' di rispetto, gentile Corretto, per il Dna che porta nelle gonadi. Trovano difficoltà a dargli un nome: chi lo chiama Dio, chi Natura, chi Fato, chi Specie...
E si faccia fare un altro insulto, lo mediti: sterile!
Corretto: Nulla ci si aspetta dagli stupidi...
Scorretto: Ritengo utili delle scuse a quanti hanno dovuto assistere a questa disdicevole rissa tra il sottoscritto ed il signor Corretto.
Innanzi tutto, sono certo che abbiate intelligentemente capito che i toni di entrambi erano rozzi ed esasperati, per un cedimento alla sfida. Per quanto mi riguarda, so che i miei saranno sembrati più rozzi ed esasperati di quelli del signor Corretto. Ma, vi assicuro, era lui che mi implorava "picchiami, picchiami!" ed io, affascinato, mi son fatto nevrotizzare. Si finisce sempre così, quando ci si schifa profondamente al primissimo sguardo.




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27 dicembre 2004

Merce avariata / 34

[11.1.2004 - articolo pubblicato su Il Riformista] L'8 gennaio un simposio internazionale sul tema "Dignità e diritti della persona con handicap mentale", a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato onorato da un messaggio personale del Papa. Vi si legge, tra l'altro: "Il presupposto per l'educazione affettivo-sessuale della persona handicappata sta nella persuasione che essa abbia un bisogno di affetto per lo meno pari a quello di chiunque altro. Anch'essa ha bisogno di amare e di essere amata, ha bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità". Sul fatto che la parola del Pontefice riguardi qualsiasi forma di handicap, incluso quello mentale, non v'è alcun margine di dubbio: per Karol Wojtyla, amare ed essere amati sono condizioni che addirittura "riescono spesso a riequilibrare il soggetto con handicap mentale". E come non essere d'accordo? Come è immaginabile che il bisogno di amare e di essere amato possa essere negato a chicchessia?
Tuttavia, le parole scritte dal Papa in questa occasione sollevano più d'una perplessità in ordine ad una materia, quella sessuale, solitamente spinosa, quando affrontata a partire dagli insegnamenti della Chiesa di Roma. Quello che, in linea di massima, saremmo disposti a sottoscrivere ci interroga su più punti, se essi debbono proprio essere illuminati dalla Dottrina della Fede. A meno che, oggi, Sua Santità non voglia dare una particolare dispensa al pesante fardello di ingiunzioni e di divieti in campo sessuale che il Cattolicesimo solitamente carica sulla groppa del suo gregge, e, per di più, farlo per i portatori di handicap mentale, il messaggio sollecita molte domande dall'ardua risposta.
Per "educazione affettivo-sessuale della persona con handicap mentale" è da intendersi ciò che comunemente porta il soggetto all'unione sessuale, al coito? La Chiesa ha riconosciuto che essere omosessuali può essere naturale ed inevitabile; maternamente li perdona e li accoglie nel proprio seno, a patto che essi si astengano per sempre dal sesso. Il Papa ci invita a considerare naturale che il "bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità" escluda il rapporto sessuale completo o che esso possa risolversi in sublimazione, anche per i portatori d'handicap mentale? Se pare difficile che tale teoria possa soddisfare un omosessuale, ancorché cattolico, ancor meno è credibile che possa essere facilmente accettata da chi include tra i suoi deficit mentali una difficoltà a gestire inibizioni di tipo complesso (morale, religione, ecc.). E' più facile credere il contrario, piuttosto. E dunque appare davvero singolare che Karol Wojtyla voglia concedere al portatore d'handicap mentale un diritto che porta spesso il soggetto ne è indenne a ciò che poi il Cattolicesimo considera "peccato". Quando, in un altro punto del messaggio, il Papa afferma che "il mondo dei diritti non può essere appannaggio solo dei sani", non si può che essere d'accordo, anche senza godere del dono della fede: è quello che le tecniche di fecondazione assistita, ad esempio, cercherebbero di assicurare agli sterili, se poi Santa Romana Chiesa non vi si opponesse. Anche qui, in materia di diritto "affettivo-sessuale" (per dirla alla Wojtyla), pur immaginando che anche per i portatori d'handicap mentale debba vigere il divieto di rapporti sessuali extra matrimoniali, il Papa intende dire che un affetto da autismo o da idiozia amaurotica o da psicosi abbia il diritto a rapporti sessuali? Si introdurrebbe, per così dire induttivamente, un diritto al matrimonio (il diritto al coito lo renderebbe dovere) che è negato agli omosessuali. Insomma, i malati di mente avrebbero diritto al sesso, al matrimonio, alla riproduzione e all'allevamento della prole, che sterili e omosessuali non vedono riconosciuti? Oppure: s'intende formulare una deroga al divieto di quella contraccezione (pillola, spirale, profilattico), cui la Chiesa si ostina ad essere contraria, se non per le suore missionarie in terra d'Africa? Si può ragionevolmente credere, altrimenti, che tutti i tipi di portatori di handicap mentale (regolarmente coniugati, ovviamente) abbiano sì il diritto a rapporti sessuali, ma che, per evitare gravidanze, siano invitati a usare il metodo Billing, approvato dalla Santa Sede? Nel caso di malattie psicomotorie può risultare assai arduo usare correttamente un termometro per la temperatura basale. Se non è così, saprà una coppia di catatonici allevare figli? Ci penseranno adeguati orfanotrofi gestiti da istituti religiosi predisposti allo scopo? Sarà necessario, come sempre, un finanziamento dello Stato? Sono domande superflue e inopportune, queste, di fronte alle urgenze etiche della parità dei diritti? Se sì, per quale motivo queste urgenze sono sospese per omosessuali e sterili? Tutte queste domande, sia chiaro, sorgono con cautela e rispetto, quasi con il timore di poter apparire odiosamente provocatorie. La stessa parola di Kalor Wojtyla sembrerebbe ammonirci a non sollevare dubbi in proposito: "Senza dubbio le persone disabili (...) sono una espressione del dramma del dolore e, in questo nostro mondo, assetato di edonismo e ammaliato dalla bellezza effimera e fallace, le loro difficoltà sono spesso percepite come uno scandalo e una provocazione e i loro problemi come un fardello da rimuovere o da risolvere sbrigativamente". Ma, in questo caso, l'unica cosa che appare sbrigativa è il modo con cui Sua Santità affronta il tema della sessualità dei portatori d'handicap mentali. La stessa sbrigatività con cui tante altre volte il Papato si è avvicinato ai temi della scienza, senza chiarire, senza sostenere, senza risolvere.




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23 dicembre 2004

Merce avariata / 33

[30.3.2004]  Ué, belli, vi scrivo da una città in cui almeno quattro o cinque volte all'anno accade che le forze dell'ordine vengano tragicomicamente ostacolate da comuni cittadini, chiamiamoli così, nel corso delle operazioni di cattura di pesci grandi, medii e piccolissimi della delinquenza indigena. Passi per l'incintissima moglie del boss, che disperata s'avvinghia ad una gamba del maresciallo, mentre l'amante del marito s'avvinghia all'altra, ed il boss istesso, intanto, sgaiattola per il tunnel sotto la vasca ad idromassaggio. In questo caso, con uno sforzo di comprensione che travalichi il penale, potremmo dire che ogni luogo sia paese, che questo accada anche a Brescia, a Oslo e a Phoenix. Ma, se fate un salto in emeroteca, vedrete che nella città da cui vi scrivo è spesso, spessissimo, accaduto altro, di più. Leggerete di volanti della polizia accerchiate, prima, e capovolte, dopo, da fan, sodali, simpatizzanti e clienti di un pusher che intanto se la squagliava in moto, facendo slalom nei vicoli tra passeggini e banchetti di sigarette di contrabbando. Leggerete di carabinieri coperti di calci, insulti e sputi da comuni cittadini, s'è detto che li chiamavamo in questo modo, in difesa d'uno scippatore colto in flagrante; e poi, di finanzieri ridotti a mal partito da pietose matrone, virgulti con gli occhiali a specchio, attempati edentuli ed altri estemporanei samaritani per aver tentato l'arresto di un guardamacchine abusivo, di un ambulante venditore di cd clonati, di un peripatetico commerciante di bombe di Maradona; e poi, di vigili urbani pestati a sangue da automobilisti che avevano parcheggiato in terza fila, con la collaborazione di quelli parcheggiati in seconda; e poi, di altro, che a raccontarlo quasi non sembra vero. Nella questura della città da cui vi scrivo c'è qualche poliziotto che ancora si carezza il bozzo che gli causò la pioggia di masserizie piovute dai balconi per impedire la cattura dell'eroe di turno, braccato nel suo basso superaccessoriato o nel suo appartamento blindato e videocontrollato, fin lì riverito, coccolato, invidiato e omertosamente protetto da tutto il cordiale vicinato. Gente col cuore in mano, la gente della città da cui vi scrivo, ma spesso nella mano sbagliata. Orbene, belli, stamane, qui, si son tenuti i funerali di una ragazzina di 14 anni, passata da due giorni di coma alla morte, per una pallottola uscita non si sa bene ancora da quale pistola. Un killer cercava di far fuori un boss che passeggiava in una strada affollata; pare che il boss abbia afferrato la ragazza per i capelli, facendosene scudo. Questa è stata la prima versione. Ora, invece, andrebbe prevalendo un'altra idea tra gli investigatori: sarebbe stato il boss a sparare per difendersi dal killer, e avrebbe sbagliato mira. Errare humanum est, sbaglia il chirurgo, sbaglia il centravanti, sbaglia pure il boss. Non so quale delle due versioni offra più attenuanti generiche all'assassino, ma si farà fatica a stabilirlo. Questo perché non s'è trovato uno dei tanti presenti all'accaduto capace di chiarire la dinamica. E sì che nella città da cui vi scrivo si è capaci di cogliere un fuorigioco anche dall'ultimo anello delle tribune dello stadio, di poterci giurare sulla buon'anima di mammina, sicché, se l'arbitro non l'ha visto, si bruciano auto e cassonetti per ristabilire una frenzola di giustizia. Gente dalla meninge sveglia, capace di ricordare a memoria, fino all'ultimo lamento, tutti i testi dell'ultimo cd di Gigi D'Alessio, di calcolare tutti i ritardi del 15 e del 74 sulla ruota di Genova e di Palermo. In questo caso, niente, c'era distrazione. Commozione, invece, quanta ne vuole, avrebbe dovuto vedere i funerali, strazianti com'è ovvio. Parenti stravolti, ma composti. Prete che si augurava che da tanto dolore potesse nascere una speranza e bla bla bla, amen. Autorità attonite, come sgomente del fatto che tanta violenza sia possibile in una città in cui è si messa qualche fioriera qua, qualche lampione là, qualche reddito di cittadinanza di qua e di là. Qua e là dolore sceneggiato di chi nemmeno conosceva la ragazza, a questi funerali, ma "c'aggia fa', so' commosso, mi devo sfogare". S'è detto: "C'era tutta Forcella", questo il nome del quartiere in cui è accaduto il fatto. Tutta? Nemmeno un complice, più o meno volontario, della diffusa delinquenzialità cittadina che ha maturato quest'ultimo assassinio? Nemmeno un amico del boss o del killer? Vuol dire che in emeroteca ci sono scritte tutte balle. Scusatemi se ve le ho riportate, pensando fossero prova di un crimine peggiore dell'omertà: l'ipocrisia. Ué, belli, diciamo che vi ho intrattenuto con un po' di folkloristico disfattismo. Baci.




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16 dicembre 2004

Merce avariata / 32

STORIE DEL SIGNOR MIXO

Preliminari
I - Il buon senso del signor Mixo
II - Ingegneria genetica
III - "Concetti, velenosi confetti!"
IV - Al bar
V - "Eccomi, Signore!"
VI - Le letture del signor Mixo
VII - Disordini silvestri
VIII - Il passato del signor Mixo
IX - Colecistectomia
X - I pensieri del signor Mixo
XI - Ventiquattr'ore
Exit

"Ci scambiammo due o tre complimenti, e poi misurammo il coccodrillo, lungo esattamente dodici metri".
                                                                  R.E.Raspe

Preliminari C'è modo e modo di levitare. Raccontano d'un feroce criminale che uno sbirro aveva infine catturato, ammanettandolo, un polso a quello suo. Si dice che il tipaccio stendesse con un sol pugno lo sbirro e con un coccio di bottiglia segasse il polso per scappar via. Il polso era quello suo, perché non voleva portarsi dietro le manette. Ma raccontano anche di Santa Teresa delle Nostre Sante Contrizioni che in sonno si sollevava di buoni trenta centrimetri dal letto. Sveglia e in preghiera, raggiungeva i novanta centimetri abbondanti e intorno al metro cadeva in trance riscendendo ai trenta dell'assetto da sonno corrente.Tra questi due modi di levitare c'è un'interzona detta uomo. Ma tra gli uomini, si sa, ci sono astronauti e domatori di cimici. Il signor Mixo, condannato al Giusto Mezzo, sfreccia tra le costellazioni e dà grattacapi al lettore.

I - Il buon senso del signor Mixo Diversi episodi nell'infanzia del signor Mixo possono a buona ragione essere considerati come indispensabili pietre angolari del suo tetragono buon senso. Come Pollicino, Mixo ha lasciato lungo il cammino della sua vita tante micelle di quotidie, quasi a volersi far raggiungere da un destino comunque più lento di lui. Colombelle ed avvoltoi hanno beccato quel che potevano, perché non tutte le micelle erano commestibili; quasi nulla rimane oggi, ma bisogna ammettere che le briciole più belle il signor Mixo le lasciò cadere all'inizio, quand'era un bimbetto roseo e timidetto. Il destino, quello, l'ha raggiunto comunque e nemmeno poi col temuto ritardo, condannandolo al buon senso di cui stiamo parlando, con l'aggiunta di un sorriso che è tipico di chi ha già visto tutto, senza capirci niente. Mixo aveva sei anni e passava intere giornate a guardare le cose del mondo attraverso le colorate e trasparenti bucce delle caramelle. Se succhiava quelle al gusto di limone, ecco che i tramonti diventavano di botto gialli, bufere d'ocra e paglierino. Se ribes, ecco zuffe violente di formiche d'indaco malsano, subitamente cangianti in rossi cupi o chiari, se il gusto era ciliegia o lampone. Fu così che Mixo cominciò a costruirsi le categorie. Da bambino era buono d'una bontà bambinesca. Un giorno, durante un litigio che i suoi genitori fecero sbocciare in salotto, un orologio di ceramica si ruppe. Era un'orribile imitazione Luigi XV, ma a Mixo piaceva da impazzire. Mentre i due continuavano a strepitare, Mixo s'armò di mastice. Nei pomeriggi estivi la mamma di Mixo preparava tenerissime merendine di pane affrescato con gianduie, cotognate e altro. L'undicenne Mixo le nascondeva dappertutto e tornava a giocare con l'infanzia plebea del vicinato. Erano sassaiole nel West, pistolettate tra toreri, sciabolate di Zorro all'arcivescovo di Costantinopoli. Ma Mixo cresceva, e con lui certe velenose considerazioni sulla natura delle cose. Senza più filtri colorati le cose sbiadivano irreparabilmente. Provò a renderle nitide con delicata solitudine e macchinose teorie di lenti biconcave. I coetanei ne rimasero offesi e, ad uno ad uno, glielo fecero presente: "Da oggi chiamaci coevi!" Mixo li spiava da lontano nelle notti di San Giovanni mentre fondevano piombo in barattoli di latta per versarne le incandescenze in bacinelle d'acqua piovana per trarne aruspici. La distanza non gli faceva cogliere il senso della divinazione, per lo più borbottata nello sfrigolìo a centro del capannello. Ancora oggi, per lui, la folla ha quel lontano odor di piombo fuso.

II - Ingegneria genetica  Era pomeriggio, quasi sera, e il signor Mixo guardava la pioggia col naso schiacciato contro il vetro. Un alone lo appannava, segno evidente che Mixo era vivo. Ora non dobbiamo stare qui a fare troppo gli schizzinosi su che tipo di vita fosse. Mixo era nel suo laboratorio, genomi batterici. In quel periodo si interessava del Dna del Lactobacillus australiensis. Tornò d'un tratto al tavolo e riprese a lavorare. Il naso freddo gli dava ora una gran lucidità intellettuale e cominciò a riempire fogli su fogli, alzandosi dalla sedia di tanto in tanto tra lo schermo del computer e gli scaffali. Il problema era quello di stabilire cosa codificassero quelle poche centinaia di basi nucleiche che ancora erano un mistero nella vita del Lactobacillus australiensis. E anche qui non sarebbe giusto fare gli schizzinosi su che tipo di vita fosse. Un interruttore di trascrizione? Una not sense sequence? Il derepressore dell'operon ZN-33 che veniva subito dopo? Si stava abbrutendo da settimane. Il Dna del piccolo batterio era organizzato in un unico cromosoma circolare: questo già si sapeva da vent'anni. Era una catenella di circa sei metri. Anno dopo anno intere scuole di genetisti erano riusciti a mapparne i geni. Un centinaio di enzimi, lo stretto necessario per la sopravvivenza, la replicazione e qualche superflua faccenduola catalitica. Restava solo quel centinaio di basi, poche per un altro enzima, troppe per stare lì senza un senso. Che poi le cose dovessero a tutti i casi avere un senso, e quel senso sia chiuso per essere finalmente aperto a tipi come Mixo, be', sorvoliamo. Frullando, gascromatografando, spettrometricando e bestiammando, Mixo era arrivato a quelle sillabe insensate; le aveva su un foglietto davanti. AGCATACCCCCGGCTATTTAACGA.... Mixo quasi le conosceva a memoria e le ripeteva come la poesia di un neuroleso, senza arrivarne a capo. Sentì uno spazientirsi salirgli furioso, la stizza che sale la scala a chiocciola. Buttò tutto all'aria e andò a cadersene sul divano, dove il sonno lo raggiunse, tramortendolo. Si svegliò alle prime luci dell'alba, con un trasalire. Alcune di quelle basi si ripetevano ad intervalli fissi, come per certe lettere di un qualsiasi alfabeto. Tentò con un programma di decriptaggio che poteva fare al caso suo. "Dio, mio Dio!" diceva, e scriveva. AAT una S, GGC una O, TTC una N... Lettera dopo lettera, la sequenza gli si rivelava. Lesse: "...IO SONO IL SIGNORE, IDDIO TUO...".  Quasi sveniva, ma riuscì ad andare oltre: "...FESSO CHI LEGGE, PERCHE'...". Quella sera stessa il signor Mixo buttò via tutte le piastre con le colonie biancastre di Lactobacillus australiensis. In cuor suo aveva già deciso che si sarebbe interessato del verdognolo Corynebacterium minutissimum.

III - "Concetti, velenosi confetti!"  Mixo ora - lo so, sarà strano - è un piccolo pechinese che dorme su un divano. Siamo in un salotto letterario, di quelli che ai nostri giorni si son fatti rari. Sullo stesso divano c'è una grassa signora che mangia bonbons da una scatola e che, rapita, ascolta quello che le sta dicendo Alfred Tylenol, il famoso poeta. "Vede, dunque, mia cara, quanto la condizione umana sia precaria rispetto a questa attesa, a questo struggersi? Le citerò dei versi che scrissi circa dieci anni or sono e che impliciteranno quel che le sto dicendo... dunque... Aspetti, faccio scendere in me la divinità e libero il poeta...  Ecco... 'Coi suoi taglienti / Spigoli la notte / Le vesti ci restituisce cenci / Per intestine furibonde lotte / Giocarono i suoi militi e adesso zero // Pastrani che celarono la lue / Mantelli catramati cruccio intero / Futili contumeliose tiritere / Per le mai troppo paventate sue / Giostre d'agoni mille e cerniere // Carte in malati rotolini avulsi / Come penultime sembianze vere / Il cavaliere lo squartato il druso / Lo stilita il putrescente il camuso // Dei tanti ancora che permisero a ciascuno / Di constatarsi intangibile e contuso'...".  E su quell'"intangibile e contuso" Alfred Tylenol emette uno straziante acuto che sveglia Mixo. E' un fremito, addirittura tinnisce il campanellino d'oro che è legato al nastro cremisi che porta al collo. Stava sognando di quand'era cucciolo, we suppose. Mixo guarda il poeta, puntandolo col suo dolce e umido muso. Poi gli risponde con un bau. Che ovviamente non fa rima con "-uso". Capisce che ha fatto una gaffe canina, si guarda imbarazzato d'intorno, implora con uno sguardo obliquo pietà alla sua padrona e in un attimo si riaddormenta.

IV - Al bar Il signor Mixo è seduto in un bar. Nell'aria si sente il suono di una fisarmonica, dolce, struggente, sognante. Mixo legge un volume di Pitigrilli, avvolto in una sovracopertina di Leopardi. Stessa collana, ma sapeste com'è disordinato! Beve del thè. Al tavolo vicino ci sono delle signore che pettegolano in modo divino sul presunto aborto procurato d'una parrucchiera o d'una baby-sitter, non si capisce bene. Mixo, tutto chiuso in un cappottone nero, ha un terribile raffreddore. Il naso è tutto pieno di croste. Una cameriera va e viene. Il barman prepara caffè dopo caffè. Ogni tanto un cane viene a mangiare le briciole di bignè cascate giù dai tavolini. D'un tratto Mixo si guarda circospetto intorno e s'accerta che nessuno l'osservi. Si infila due dita in una narice e con una perizia assassina da orafo, chirurgo, miniaturista, orologiaio, stacca via una crosticina di muco rappreso. E' una crosticina scura, tra il color torba e il terra di Siena bruciata, con sottili striature di sangue, infiorettata da tre o quattro vibrisse setolose, rimaste imprigionate dallo sproposito coagulativo, come in un merdoso ikebana. Il dolore dell'operazioncina è terribile, ne viene via perfino un rivoletto di sangue, il viso è tutto una smorfia. Con un elegantissimo gesto, intanto, la crosticina è catapultata via sotto i tavolini. Un cane rognoso fraintende ed accorre. Nessuno ha visto niente. Ora Mixo si asciuga la gocciuola di sangue con un bellissimo fazzoletto grigio. Il sangue sul quel grigio diventa subito nero, disegnando bellissime forme, come di carte nautiche, erbarii, calligrafie nipponiche. Il viso, e lo dicevamo, è tutto una smorfia. C'è una lacrima, perfino, che scende giù sulla gota. Voi sapete certamente come fa male talvolta il naso. Ed ecco ora che le signore si accorgono di Mixo. Lo vedono seduto sul bordo della sua sedia, inclinata mestamente, nel suo cappottone tragico, con un gomito sul tavolino, un polso contro lo zigomo, un fazzoletto sporco di sangue in mano, una lacrima che corre giù fino al mento, una faccia di insopportabile patimento, un libro di Leopardi aperto davanti, un thè che fuma e rende la scena ancor più straziante. La fisarmonica continua a suonare. Il cane annusa sospetto qualcosa che potrebbe essere la briciola d'un bignè. E' una scena che fa venire i brividi. "Chi è mai costui che soffre?" "Oh, Dio, perchè sei così crudele con gli uomini buoni?" "Sarà certamente un amante che soffre!" "No, io credo sia un poeta che si commuove!" "Ma no, è un filosofo che medita sulle miserie umane!" "E avete visto, piange!" "Sì, piange, mio Dio!" "Sarà forse un esiliato politico? Polacco? Ha qualcosa di russo, mi pare..." "O la moglie avrà un cancro?" "Forse è lui che è malato! Vedete? Perde sangue!" "Oh, ma quella è una leucemia! Mio marito, che è dottore, mi ha detto che succede così quasi sempre! Altre volte invece c'è pure un priapismo dolente e atroce!" "E cos'è il priapismo, Eleonora?" Come, non hai mai letto Gadda, Veronica?" "Priapismo è quella cosa che ti rende con dolore immanentissimamente in urgenza dell'atto bestiale" "Terribile, terribile come gli umani possano soffrire!" "Che odiosa cosa è mai la vita!" "Poverino, così carino, così perbene, così sfortunato!"... Mixo decide di tornare a casa. Farà una doccia calda. Prenderà qualche aspirina e si metterà a letto. Ha da parte una cassetta porno che, pensa, gli concilierà il sonno. Chiude il libro, paga il conto e fa per alzarsi. Intontito dal dolore al naso, coordina male i gesti e sbatte l'inguine contro uno spigolo del tavolino. Ne vien via un doloroso sospiro che attira di nuovo l'attenzione delle signore. Mentre Mixo esce dal bar, con una mano tra le cosce, le pietose dame guardano le sue spalle curve, l'andatura caracollante, il libro che sporge di sotto il braccio, il cane rognoso che lo segue, aspettando una briciola vera. "Vedete, vedete! Ha anche quel priapismo doloroso che dice mio marito!" "Forse però potrebbe essere un cancro della prostata!" "Che cosa è mai la vita, ahinoi!"... Il signor Mixo apre la porta a vetri del bar ed esce. Il cane con lui, opportunista. "Oh, Dio, perchè sei così crudele con i migliori, coi puri?"

V - "Eccomi, Signore!" Ieri il signor Mixo ha preso sonno tardi, con un libro aperto in mano, la luce accesa sul comodino, la bocca spalancata. Stamattina è divinamente rasato, il nodo della cravatta è sublime, la piega dei pantaloni è euclidea. Entra nel suo ufficio con la borsa gonfia di scartoffie, si avvia all'ascensore. Entra e preme quello che tra gli Umani Suoi Coevi è detto 4, da certe costumanze d'ortografia. E comincia a salire. E' distratto dai suoi pensieri un po' obesi, quando d'un tratto sente chiara una voce, con tanto d'eco, che gli dice: "Ascolta!" Mixo impallidisce. Si inginocchia subito e risponde: "Eccomi, Signore!" Non è che Mixo sia proprio credente. Però è un'anima semplice, semplice semplice, ma così semplice che senza deduzioni se ne morrebbe disidratata. E' buono per assenza di cattiveria. Ed è logico per assenza di santità. Non c'è luogo che, come un ascensore, offra migliori possibilità d'essere veramente soli, senza la dattilografa ninfomane del quinto piano o l'archivista zoppo del sottoscala. Se una voce ti coglie in ascensore e sei solo, non c'è poi tanto da stare lì a ragionare. Non può essere che lui, Quello-Che-Chiama. Ontia o ousia, siamo lì. Con un rapidissimo calcolo delle probabilità, è Dio al 79%. Sant'Anselmo non conobbe ascensori, ma ogni epoca ha le sue ascesi e le sue dimostrazioni. Todo modo es bueno para hallar la voluntad divina, no? "Eccomi, Signore!", ma la voce che ha detto "Ascolta!" continua in ben altro modo, altro che "Va' e fa'!" "Ascolta, sono l'operaio degli ascensori! Sto riparando questa schifezza di tettuccio che vi strafelleggia sempre. Mi dovresti fare un piacere. Appena scendi al quarto, prima di uscire, premi il 6, per favore!" Mixo quasi sviene, quasi davvero gli avessero detto "Va' e fa'!". Non sviene, però, e risponde un qualsiasi "certo, certo!". Si rialza, spolvera le ginocchia e pensa, pensa, pensa... Arriva, grazie a Dio e all'ascensore, a 4, ed esce; saluta l'operaio e preme il 6. Mentre le porte dell'ascensore si chiudono dietro di lui, sente un "Grazie!" perdersi lontano. Tira un sospiro e va per la sua strada. E' quasi arrivato davanti alla sua stanza che, ecco, sente un'altra voce. "Senta, Mixo!" Senza neppure voltarsi risponde: "Mi dica...".

VI - Le letture del signor Mixo Il signor Mixo è un grande lettore di racconti polizieschi e ne possiede una biblioteca tanto ricca da far drizzare i capelli ad un analfabeta. Egli ama quei meccanismi delicati che avviluppano la storia in mille modi, facendola apparire all'inizio un culatello, e dopo una più attenta analisi un Odradek. In certe sue serate di scapolo obeso e un po' bleso il signor Mixo si circonda di pipa, Negroni, stufetta elettrica e ciotola di pistacchi, mette a sedere sulla poltrona di fronte la sua bambola gonfiabile Dolly-la-Porca che lo guarda per tutto il tempo con la bocca aperta e i suoi occhioni fissi e adoranti, e sprofonda nella lettura. Questa sera è una di quelle sere. E' appena arrivato a pagina 8 che , ecco, il telefono squilla. "Uffa!" e va a rispondere. "Pronto". "Pronto, Mixo?" "Si, chi è?" "Buona sera, signor Mixo, siamo noi della trasmissione 'Un-miliardo-bello-caldo-per-te'... Ragazzi, un applauso al nostro estratto! (Grosso applauso che quasi uno scosterebbe la cornetta dall'orecchio.) Comunque, signor Mixo, non so se lei segue la nostra trasmissione..." "Beh, veramente...". "Ahi, ahi, ahi... In ogni caso lei è stato sorteggiato dal nostro computer Casimiro per rispondere alla domanda che le farà vincere un miliardo-bello-caldo, se risponde esattamente..." "Ma io non saprei esattamente cosa... Poi..." "Non si preoccupi, le spiego tutto io! Lei deve scegliere una materia, chessò, musica leggera, sport, Hegel, insetti, vita dei santi... Casimiro sceglierà una domanda per quell'argomento e se lei risponde vince!" "Io, veramente..." "Via, non faccia il timido! Ragazzi, un applauso di incoraggiamento! (Applauso.) Allora, signor Mixo?" "Beh, diciamo... racconti polizieschi..." "Ottimo... Un attimino e Casimiro le porrà la domanda... Ecco, attento..." Voce metallica: "Chi è l'assassino nel racconto 'Pioggia maledetta' di Walter O'Grant?" (...) Ed ecco di nuovo il nostro signor Mixo in poltrona. Di nuovo è ripiombato nella lettura e adesso è a pag. 109. Dolly-la-Porca continua a fissarlo muta, piena di devozione. Squilla di nuovo il telefono. "Uffa-a-a-a!" "Pronto!" "Ciao, Mixo! Sono Mappamondus. Ti ho chiamato per sapere se vieni con noi al 'Dyno', andiamo a bere qualcosa. Siamo io, Frank, Clavicembolino, Pio, Mariolino e Flacco. Ti unisci a noi?" "No, Map, grazie, ma sto leggendo..." "Ah, tu e i tuoi maledetti polizieschi! Che stai leggendo stasera?" "Niente di speciale, in verità. E' un libro di un certo O'Grant, s'intitola 'Pioggia maledetta'... Niente di speciale, davvero. Ma è che sono quasi alla fine e voglio vedere chi è l'assassino...".

VII - Disordini silvestri Il signor Mixo è sempre stato affascinato dal sacramento delle foreste. Quell'infinito disordine di foglie e radici, di muschi e cinguettii, lo intontisce ogni volta di beatitudine. Mixo non è fatto per estasiarsi di tramonti sui ghiacciai o di albe sull'oceano. Mixo è nato in una casetta al bordo d'una foresta, in un'altra foresta è cresciuto, vive ancora oggi qui. E' strano come il pasticciere abbia talvolta nausea della meringa e il marinaio vomiti talvolta nel maestrale. Mixo rinnova ogni volta la sua felicità tra quei tronchi, senza mai l'ombra d'un cedimento. Il signor Mixo è sempre stato affascinato dalle chiome, non importa se di donna, d'uomo, di leone o di ciuco. Quel caos, Dio! Mixo è completamente glabro per una malattia congenita dal nome strano. Sarà per questo, forse? Il fatto è che per lui i peli sono una vera mania, che l'accompagna ovunque come una parrucca. In realtà, gira per la foresta con un cappello in pelle di scoiattolo. E cos'è mai una foresta, se non una chioma spettinata? Cos'è una testa ricciuta, se non una foresta senza radure? Spesso il signor Mixo si dà appuntamento in poco note alopecie boschive con la sua altrettanto segreta amante, Carmen, figlia del comandante delle guardie forestali, di cui è il vice-vice-luogotenente. Carmen, manco a dirlo, ha un numero impressionante di capelli, terribilmente rossi e ricci. Quando è stesa a terra, tra quei capelli si infilano foglie secche che poi è impossibile toglier via, per tacere di certi insetti, quelli che rosicchiano le radici dei castagni. Mixo ama sinceramente Carmen, se ci è lecito questo stupido avverbio. Talvolta con un pettinino d'osso le pettina il pube, rosso come un'aurora. Carmen ogni volta ride per il pizzicorino, ma lo lascia fare. La foresta ogni tanto ha degli incendi che Mixo corre subito a spegnere con schiume e sabbia a sifoni. E ogni tanto un po' di passione accende pure Carmen. Quando succede, Mixo si commuove, anche se ci dà sotto di sifone per non darlo a vedere. Un giorno, qualche anno fa, prima di sposarsi (perché poi così andò a finire tra i due), passeggiavano insieme nella piazza del paese vicino alla foresta. Un ciarlatano insistette per leggere la mano a Carmen. Le disse che sarebbe morta sotto una cinquantina di forbiciate. Certe volte nelle foreste si sentono strani rumori, crepitii, rami rotti, qualche urlo soffocato nel sangue che sfiata da uno squarcio nel collo. Ma il peggio (e qui, signori, vi chiedo un po' di rispetto) è quel silenzio che segue, sangue che coagula tra i peli.

VIII - Il passato del signor Mixo Le prime notizie che abbiamo del signor Mixo risalgono ai tempi del re Gige, quand'era cuoco a corte. Non sappiamo molto della sua vita, ma possiamo immaginarla: salsette, guarnizioni, arrosti... Sappiamo invece che fu ucciso su ordine del re per il sospetto (quasi certamente infondato) di tentato avvelenamento. Dopo la morte passò un po' di tempo nell'Ufficio Assegnazioni e quindi fu reincarnato in Arimarcus, il soldato che issò sul palo la testa, la mano e la lingua di Cicerone. Era accanito giocatore di alea e grosso bevitore di vino mielato con aggiunta di spezie. Aveva partecipato a due o tre campagne e possedeva qualche ettaro di terra vicino l'odierna Viterbo. Morì per soffocamento, un nocciolo di albicocca, e si reincarnò dopo un poco in Siliphus, il domestico di Odoacre. Non sappiamo come morì, ma intorno al 750 d.C. fu reincarnato in un anencefalo che visse solo due ore: fu la sua reincarnazione più breve. Ritornò in carni d'uomo dopo quattro o cinque secoli, perché per ogni reincarnazione malformata si paga pegno: fu Giovanni della Balestra, pisano, ottimo favolatore ed amico del padre dell'Angiolieri. Morì dissanguato in un incidente di caccia per una ferita di dardo all'inguine. In realtà, Giovanni della Balestra era il nome che gli fu dato postumo, perché in vita era noto come Gianni di Borgomarcio di Sotto. Ebbe quindi altre due reincarnazioni in breve tempo, prima in Canio de' Ubertoni, esattore fiorentino, e poi in Lodovico Malesci, conte di Ascoli Piceno e viziosissimo pederasta. Qui perdiamo le sue tracce per ritrovarlo ad Andorra, intorno al 1580, come strozzino morisco. Fu stroncato da una polmonite stafilococcica e fu reincarnato nel 1713 (una delle poche date certe) nella persona di Herman Heinz, l'inventore del distillatore a serpentina multipla. Qui perdiamo ancora le sue tracce, perché alcuni lo vorrebbero reincarnato in Mariolino Crespi, il podestà del lido, a Venezia, intorno al 1820; altri propendono per Guido Cremantini, ginecologo romano, morto nel 1846. Ai primi del '900 fu reincarnato in Alberto Covicelli, un deputato giolittiano di buona fama. Con la morte del Covicelli (rottura di aneurisma willisiano) le cose andarono complicandosi, e non poco. Il Ministero dei Traffici Reincarnatorii stabilì che l'anima potesse trasferirsi in più corpi, previa sporulazione (Decr. Leg. Min. 1552/B del 19.9.1907, art. 2). Di qui è praticamente impossibile seguire il signor Mixo. Tenuto conto della crescita esponenziale, il signor Mixo dovrebbe essere reincarnato attualmente in 516 esseri umani. Con margini comunque approssimativi sappiamo che Mixo è un detenuto per uxoricidio nel carcere di Barcellona, un genetista dell'università di Camerino, un colecistopatico in attesa di intervento nella Clinica "Santa Guglielmina" a Fiesole... Null'altro delle rimanenti vite.

IX - Colecistectomia Una mattina svegliarono il signor Mixo per farlo riaddormentare di nuovo con un'iniezione di Fargan e Atropina. Sarebbe stato operato di lì a poco per certi calcoli alla colecisti che gli erano stati diagnosticati un anno prima. Fin qui i fatti. (Nota. Sarà il caso di dire come il signor Mixo fosse arrivato alla decisione di operarsi. Aveva cominciato ad avere qualche disturbo due anni prima: nausea, sonnolenza dopo pranzo, qualche prurito ai gomiti. Non diede troppo peso alla cosa, poi cominciarono i dolori. Il radiologo disse "dodici calcoli". La notizia mise una strana allegria al signor Mixo che era un archeologo di fama mondiale. Quella storia dei dodici sassolini nel suo povero e vizzo viscere gli ricordò il rituale divinatorio degli Aguachapacos, una popolazione coeva agli Incas, che visse sulle rive del Rio Batanà e i cui sacerdoti traevano aruspici con dodici sassolini, appunto, che portavano in sacchetto appeso al collo. Una specie di I King. Gli venne una curiosa smania. Decise che avrebbe fatto decidere a quei sassolini, a quei suoi sassolini, se e quando fosse necessaria la colecistectomia. Passò un intero anno tra studi radiologici e botteghe d'artigiani, esigendo dai primi la massima precisione nel caratterizzare dimensioni, forma e peso di quei calcoli, e dai secondi la loro fedele riproduzione in adeguato materiale. Dopo mesi di lavoro, gli consegnarono in un sacchetto i dodici pezzi che erano la copia esatta di ciò che s'era potuto desumere da una cinquantina tra dirette, colangiografie ed ecografie. Mixo recitò nell'antica lingua Aguachapaca le formule del caso e fece rotolare i sassolini sotto una grigia luna piena. Non v'era dubbio alcuno: l'operazione era necessaria. Ripetè l'operazione altre quattro o cinque volte ed ebbe così la risposta anche alle altre domande su data, clinica e chirurgo. Aspettò tranquillo il farsi delle cose, fino all'iniezione di Fargan e Atropina.) I fatti lo portarono con una lettiga in sala operatoria. Lo bardarono di teli verdi e sterili. Ma fu subito chiaro, aperto l'addome, che nella colecisti del signor Mixo, oltre a tredici calcoli, c'era un cancro al terzo stadio.

X - I pensieri del signor Mixo Rovistando tra le carte del defunto signor Mixo, gli eredi hanno trovato un quadernetto di cui non pensiamo sia vano riportare qalche brano. "Note leonine" è il titolo delle pagine; i brano è quello che reca la data della sua morte il 15 maggio 1903. "Entro in un ampio salone, colmo fino all'alto soffitto da una catasta di guanti. Se nel mucchio trovo un guanto sinistro che calza bene, è il destro che devo reputare irreperibile. E viceversa. Sento come in questo luogo si celebrino i sacramenti della mia esclusione: ragazzi che fondono piombo nelle notti di San Giovanni, chirurghi che raccontano barzellette sul mio aperto addome, poeti che sbadatamente mi pestano la coda canina... Qui recitano preghiere all'incontrario, agitano spente torce, tutti intabarrati di tenebra, in peli che fan gelide le giunture, in aracnoidi posture di sentinella.
Mi son finiti tutti i giorni e da questo letto li scruto, guardandomi un po' indietro, un po' perché è così che si scrutano le cose che ci son dietro, un po' perché il tanfo di questa gangrena al piede è insopportabile (perfino il sorriso delle infermiere è lugubramente falso). Sempre più rari gli amici, perché il ricordo si spezia d'aroma. Sempre più frequenti gli studenti che fanno stuolo al professore, perché (pare) la mia gangrena ha un che di eccezionale che la fa didatticamente esemplare. Se mi chiamano Mixo, qui, ora, non rispondo più, perché mi sembra quasi che abuserei del mio stesso nome...".
 
Certe volte rovistare tra le carte altrui non conclude nulla intorno a una dubitevolissima esistenza.

XI - Ventiquattr'ore Si tenga presente che: (1) stamane il signor Mixo s'è levato alle sei in punto. Ha fatto una doccia, s'è sbarbato e, come ogni mattina, ha messo barba e baffi finti. E' uscito di casa, ha fatto colazione del bar sotto casa ed è passato dal fiorario e dal giornalaio. Poi è andato in palestra. Intorno alle otto è andato dal dentista e poi è corso all'università per seguire una lezione di teologia dogmatica. Intorno alle dieci e trenta è arrivato nel suo studio di architetto e vi ha lavorato fino alle dodici e trenta. Ha avuto le brevi visite del suo sarto, di un creditore, di suo padre e di un nuovo committente. E' andato a pranzare intorno alle tredici con la sua fidanzata e l'ha poi riaccompagnata a casa. E' tornato in ufficio, ha preso dalla cassaforte la sua pistola e ha girato per mezza città fino ad un caseggiato della periferia. A un semaforo ha comprato un panno in finta renna per la pulizia dell'auto e ha fatto l'elemosina ad un mendicante croato. Arrivato, ha parcheggiato l'auto, ha preso un ascensore, ha messo il silenziatore alla pistola e ha bussato ad una porta. Gli ha aperto un signore di mezza età cui ha esploso contro quattro colpi. E' sceso, ha ripreso l'auto ed è andato a comprare dei biglietti per il Rigoletto. Poi è andato a leggere i giornali nel parco che è nei pressi del suo studio, mangiando un gelato. Poi è andato a fare compere a piedi, è tornato all'auto ed è andato a casa. Mentre ascoltava i messaggi sulla segreteria telefonica, ha tolto la barba e i baffi finti, ha smontato la pistola, nascondendone i pezzi in vari punti della casa ed è riuscito andando a denunciare il furto di una pistola alla vicina stazione dei carabinieri. Intorno alle venti è andato a prendere un aperitivo al club amatori scherma. Poi è andato a cena con suo fratello ed un amico. Adesso è quasi mezzanotte ed è nel suo letto. Legge dallo schermo del suo portatile e prende appunti. (2) Mixo è la reicarnazione d'un omologo morto il 15 maggio 1903. Domanda: ebbene? 

Exit Non so chi abbia generato Mixo. Chi ha messo naso tra le tonnellate di carta che ho fin qui riempito dice che forse è la cosa peggiore ch'io abbia mai scritto. Così, mi sono affezionato a questo figlio malformato e qui lo metto nell'incubatrice. Tra un misurare un coccodrillo e l'altro. Grazie dell'attenzione, monsieur Raspe.

Fine




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17 ottobre 2004

Merce avariata / 31

Prima, mi piaceva andare per forum.

[Dal forum de "Il Riformista" - 18.11.2002 h. 1.48] Tempi difficili per questo madornale sproposito umano che è il modello antropologico di sinistra! Gli avevano già tolto tutte le certezze, tutte sepolte sotto il Muro. Gli avevano anche tolto la sensazione di essere il sale della terra, d'essere il meglio del meglio, la meta dell'evoluzione, dal pitecantropo al compagno. Gli rimaneva solo l'Etica, materia già sfuggente di suo, insomma una bella grana, però che consolazione! Il Giusto, il Bello, il Vero? Ogni coglione di sinistra se ne sentiva cassaforte! Come una sentinella fascista, faceva la guardia ad un bidone metafisico, fino a quando non s'individuò nel giudice il coperchio del "bidone". "Il giudice è sacro" sembrava il ritornello; ma si capiva che il dogma funzionava per Borrelli, ma un pò di meno per Nordio. Poi no, "il giudice è un losco figuro"; ma si capiva che il controdogma valeva solo per Carnevale, mica per quella nobile figura di Caselli! Ma di nuovo "è sacro, è sacro, guai a chi lo tocca!" : inteso ovviamente per D'Ambrosio, mica per Squillante! "O forse no, il giudice è una merda", se incrimina il disobbediente. "No, no, che dico? E' sacro!", se mette dentro il poliziotto napoletano. "Però, a pensarci bene, è un servo dell'Impero", se in primo grado assolve Belzebù. "No, aspetta un momentino: forse è davvero sacro", se lo condanna in appello. Essere di sinistra dev'essere una vita d'inferno! Per non contare che, quando s'esce con il cane, bisogna essere politically correct e portarsi dietro la paletta...




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20 settembre 2004

Merce avariata / 29 - 30

[3.11.2003] Ma poi: questo Capezzone, che ha soltanto sei stampelle nell'armadio, ma che ha scritto un libro strepitoso; questo Cappato, che con un musetto furbo come quello di Jovanotti ti viene a dire "non mi sono candidato, perchè non avrei potuto vincere"; questo Quinto, che lascia il posto di tesoriere come un bravo marito dopo la separazione; questo Dupuis, che viene a chiederti una firma per la mozione e, se gli dici "no", lo scuote un brivido di repentir; questo Tosoni che riesce a mettere il suo culo in ognidove, in ogni chiccheccome; questo Cicciomessere, che fa il crucciato col suo bell'essere radicale, smontato e rinchiuso nell'astuccio bello suo di oboista; questo Galli, che è in tutto degno, per saggezza e morbidezza di pensiero, di un liceo socratico, di un sottoportico aristotelico; questa Bonino, che arde come uno zolfanello nel suo "no, adesso lasciami parlare, tu hai parlato tre ore!"; questo Della Vedova, che non riesce a scegliersi una cravatta che non faccia troppo "forzaitalia"... - dico, ma poi: non è di pasta migliore uno di questi Radicali Italiani rispetto a tante riverite e rispettate merde italiane? Questi, sentite l'umile parere del vostro umile sottoscritto, sono i migliori di tutti. Girotondini, leghisti, leccaculi del Cav., disobbedienti, pensosi magno&salvati, finissimi riformisti, duri-e-puri sfusi, schifosi assassini delle Br, filosofi e scrittori e direttori di giornali da sala d'attesa di manicure, ex chiattilli del profondo centrismo: antropologicamente, ai Radicali Italiani, gli fanno tutti una sega. (Come vedete dal turpiloquio nel finale, qui si è fatto sofisticatissimo giornalismo.)

[11.1.2004] L'8 gennaio un simposio internazionale sul tema "Dignità e diritti della persona con handicap mentale", a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato onorato da un messaggio personale del Papa. Vi si legge, tra l'altro: "Il presupposto per l'educazione affettivo-sessuale della persona handicappata sta nella persuasione che essa abbia un bisogno di affetto per lo meno pari a quello di chiunque altro. Anch'essa ha bisogno di amare e di essere amata, ha bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità". Sul fatto che la parola del Pontefice riguardi qualsiasi forma di handicap, incluso quello mentale, non v'è alcun margine di dubbio: per Karol Wojtyla, amare ed essere amati sono condizioni che addirittura "riescono spesso a riequilibrare il soggetto con handicap mentale". E come non essere d'accordo? Come è immaginabile che il bisogno di amare e di essere amato possa essere negato a chicchessia? Tuttavia, le parole scritte dal Papa in questa occasione sollevano più d'una perplessità in ordine ad una materia, quella sessuale, solitamente spinosa, quando affrontata a partire dagli insegnamenti della Chiesa di Roma. Quello che, in linea di massima, saremmo disposti a sottoscrivere ci interroga su più punti, se essi debbono proprio essere illuminati dalla Dottrina della Fede. A meno che, oggi, Sua Santità non voglia dare una particolare dispensa al pesante fardello di ingiunzioni e di divieti in campo sessuale che il Cattolicesimo solitamente carica sulla groppa del suo gregge, e, per di più, farlo per i portatori di handicap mentale, il messaggio sollecita molte domande dall'ardua risposta. Per "educazione affettivo-sessuale della persona con handicap mentale" è da intendersi ciò che comunemente porta il soggetto all'unione sessuale, al coito? La Chiesa ha riconosciuto che essere omosessuali può essere naturale ed inevitabile; maternamente li perdona e li accoglie nel proprio seno, a patto che essi si astengano per sempre dal sesso. Il Papa ci invita a considerare naturale che il "bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità" escluda il rapporto sessuale completo o che esso possa risolversi in sublimazione, anche per i portatori d'handicap mentale? Se pare difficile che tale teoria possa soddisfare un omosessuale, ancorché cattolico, ancor meno è credibile che possa essere facilmente accettata da chi include tra i suoi deficit mentali una difficoltà a gestire inibizioni di tipo complesso (morale, religione, ecc.). E' più facile credere il contrario, piuttosto. E dunque appare davvero singolare che Karol Wojtyla voglia concedere al portatore d'handicap mentale un diritto che porta spesso il soggetto ne è indenne a ciò che poi il Cattolicesimo considera "peccato". Quando, in un altro punto del messaggio, il Papa afferma che "il mondo dei diritti non può essere appannaggio solo dei sani", non si può che essere d'accordo, anche senza godere del dono della fede: è quello che le tecniche di fecondazione assistita, ad esempio, cercherebbero di assicurare agli sterili, se poi Santa Romana Chiesa non vi si opponesse. Anche qui, in materia di diritto "affettivo-sessuale" (per dirla alla Wojtyla), pur immaginando che anche per i portatori d'handicap mentale debba vigere il divieto di rapporti sessuali extra matrimoniali, il Papa intende dire che un affetto da autismo o da idiozia amaurotica o da psicosi abbia il diritto a rapporti sessuali? Si introdurrebbe, per così dire induttivamente, un diritto al matrimonio (il diritto al coito lo renderebbe dovere) che è negato agli omosessuali. Insomma, i malati di mente avrebbero diritto al sesso, al matrimonio, alla riproduzione e all'allevamento della prole, che sterili e omosessuali non vedono riconosciuti? Oppure: s'intende formulare una deroga al divieto di quella contraccezione (pillola, spirale, profilattico), cui la Chiesa si ostina ad essere contraria, se non per le suore missionarie in terra d'Africa? Si può ragionevolmente credere, altrimenti, che tutti i tipi di portatori di handicap mentale (regolarmente coniugati, ovviamente) abbiano sì il diritto a rapporti sessuali, ma che, per evitare gravidanze, siano invitati a usare il metodo Billing, approvato dalla Santa Sede? Nel caso di malattie psicomotorie può risultare assai arduo usare correttamente un termometro per la temperatura basale. Se non è così, saprà una coppia di catatonici allevare figli? Ci penseranno adeguati orfanotrofi gestiti da istituti religiosi predisposti allo scopo? Sarà necessario, come sempre, un finanziamento dello Stato? Sono domande superflue e inopportune, queste, di fronte alle urgenze etiche della parità dei diritti? Se sì, per quale motivo queste urgenze sono sospese per omosessuali e sterili? Tutte queste domande, sia chiaro, sorgono con cautela e rispetto, quasi con il timore di poter apparire odiosamente provocatorie. La stessa parola di Karol Wojtyla sembrerebbe ammonirci a non sollevare dubbi in proposito: "Senza dubbio le persone disabili (...) sono una espressione del dramma del dolore e, in questo nostro mondo, assetato di edonismo e ammaliato dalla bellezza effimera e fallace, le loro difficoltà sono spesso percepite come uno scandalo e una provocazione e i loro problemi come un fardello da rimuovere o da risolvere sbrigativamente". Ma, in questo caso, l'unica cosa che appare sbrigativa è il modo con cui Sua Santità affronta il tema della sessualità dei portatori d'handicap mentali. La stessa sbrigatività con cui tante altre volte il Papato si è avvicinato ai temi della scienza, senza chiarire, senza sostenere, senza risolvere. Pare che anche stavolta dovremo rinunciare ad argomenti supportati dalla logica, per non correre il rischio di urtare la suscettibilità dei cattolici e della loro Guida.




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31 luglio 2004

Merce avariata / 27 - 28

[23.8.2003] Quando posso difendere un amico dalle offese o dalle insinuazioni di un terzo, mi sento bene dentro, come nel saldare un debito. Divento addirittura orgoglioso e con un poco di vanità mi piace raccontarlo dopo. Stavolta ero al mare, con la mia bella, qualche amico e qualche nuova conoscenza. Giornata splendida, mare d'incanto, divina l'aragosta, meraviglioso il vino. In più, una tersa letizia mi danzava in petto, perché a un amico avevano finalmente pubblicato un pezzo sul cartaceo. Avevo condiviso con lui l'ansia di quella attesa, come se fossi in fila con lui in farmacia a comprare il sedativo, l'analgesico o il tonico. Ecco perché, tutto orgoglioso, tra una coppetta di fragoline con un'animella di limone ed un caffè davvero magistrale, mi viene l'idea di farmi bello e dire: "Questo qui è amico mio, adesso vi leggo che ha scritto". Forse ho sbagliato. Al punto in cui ho letto un inciso del mio amico, in cui mirabilmente era fatto il ritratto dell'"intellettuale di mezza età che si tiene giovane", accade il fatto brutto. Un tale lì presente , conoscente d'un conoscente, brutto come due Cacciari e facoltoso come un quarto di Briatore, mi attacca un acidissimo pippone. "Questo amico tuo - dice lo stronzo - è come quel bacarozzo che si nutre di carta stampata. Giusto il tempo che spuntino le ali e passerà alla credenza delle provviste, paradiso d'ogni insetto. I bacarozzi della credenza sembrano ottusi privilegiati alla larva nello scaffale dei libri e, sgranocchiando l'ennesima pagina, li sbieca con malcelata invidia". Non vi racconto il resto per pura modestia, ma sappiate: stava volando un posacenere.
[6.9.2003] Non so se un'altra delle prerogative di cui godono i giudici sia l'essere matti. Se sì, non so se questa prerogativa sia data loro di diritto con le altre o se proprio dalle altre derivi. Un fatto è certo: non fanno fare ai giudici una vita normale. Appena laureati in Legge, li chiudono in stanzette strette, tra cumuli di libri e carte; dicono loro che vincere il concorso di magistratura è una disperatissima chimera; fanno pagare loro certi corsi esoterici e salatissimi a prezzo di lunghe umiliazioni domestiche; studiano tanto e con tanta fatica che pure un bue stramazzerebbe e Pico diventerebbe un Picchiatello; dicono loro che non conosceranno week-end, natali e ferragosti, e infatti via via i poverini si rendono conto che per loro davvero non esistono; fanno capire loro che il curriculum di Parsifal è una passeggiatina rispetto a quello che li aspetta. D'altronde, fare il giudice è una cosa seria, non per nulla consiste nell'amministrare la Verità, il Giusto e il Bello. Cosa può fare un ragazzetto sulla ventina, bravo e volenteroso, ma fatto di carne e pulsioni, per tacere degli archi riflessi, che, indipendentemente dal motivo, abbia scelto la missione di servitore dello Stato, accumulando, insieme al dolore e insieme alla fatica, la diffidenza antropologica per il rosticciere sotto casa? Il quale, sia detto, onestamente, è grasso, zotico e contento, col suo forchettone gocciolante in mano. Arriva finalmente il giorno del concorso. Fanno entrare il candidato, lo perquisiscono, gli tolgono cellulare e effetti personali, lo mandano a un banchetto sorvegliato da un poliziotto perché non copi, deve entro tot ore consegnare un'anonima busta che guai se ci sono sopra due gocce di Chanel che permettano d'identificarti. Uno su cento o su trecento vince, è giudice, guai a lui se è napoletano, ché il Corriere s'incazza. Lo vince, questo concorso, e allora lo sbattono per cinque anni a Oristano. Quando alla fine è alla soglia della quarantina e della realtà che lo circonda gli hanno fatto veramente dimenticare tutto per ridarglielo in vaghe forme di abigeato, usucapione e tutte le gamme dei doli, ecco che il giudice si trova davanti il rosticciere. Il quale, sia detto, onestamente, ha schiaffeggiato la moglie, detto "cornuto" a un vigile e fatto pipì su una piazzola autostradale. Cose che neanche Parsifal tollererebbe. Il codice parla chiaro, l'avvocato difensore è un fighetto figlio di avvocato con la BMW cabriolet: ecco seicento pagine di motivazione alla sentenza, che semmai assolve il rosticciere, perché uno stronzo di legislatore, perché uno stronzo di cancelliere, perché uno stronzo di collega in Cassazione... E tutto questo può dirsi follia?




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10 luglio 2004

Malvino va in vacanza (Merce avariata / 20-26)

Avviso  Malvino va in vacanza per una settimana. Si porta appresso il portatile, ma già sa che lo aprirà solo per guardare nella posta. Quando è in vacanza, Malvino è accidia pura: attende alle brutali esigenze primarie, poi nient'altro. Sfoglia i giornali guardando solo le figure; si porta dietro un quadernetto, ma ci rimane sopra solo qualche versiciattolo specioso; non si rade, mangia, russa, si scaccola beato ai tramonti. Però, ha scrupoli. Lasciare quel gioiellino di blog deserto? Tornare e constatare che vizziscono gli accessi? Giammai, giammai. Così, ecco deciso: un post al giorno, tutti in una volta. Leggetene uno al giorno, è il consiglio, sennò vi viene nausea - ho una scrittura un po' pesante. E' roba più o meno vecchia, cose che metto alla voce "Merce avariata". Anzi, già che si trova, Malvino fa una precisazione riguardo questa fissa del ripostare vecchi pezzi. Si tratta di materiale che vide luce su un blog a più mani, cui un tempo collaboravo. Un blogghetto, sia chiaro. Un centinaio di accessi al giorno, a volte meno. Son cose, quelle che qui riposto, che avranno letto in quattro o cinque. Eppure io vi sono affezionato. Metterle qui, come le altre alla voce "Merce avariata", mi dà come l'impressione che Malvino, blog nato a marzo, ma che ho rilevato a maggio, sia più vecchio di quello che poi è. Come se avesse un archivio vecchio di anni. Ci rivediamo lunedì 19 luglio. Per quella data dovrebbe esserci una novità, che non vi dico: un po' è per scaramanzia, un po' è per farvi una sorpresa.
 
DOMENICA 11 LUGLIO - "Il sapore di un embrione appena abortito? Pollo crudo."
Napoli. Per chi è venuto credendo davvero che si trattasse della presentazione di un libro è una bella delusione. "Benvenuti in Italia", l'ultima faticaccia del dottor Luttazzi, è sul tavolo accanto al microfono. Sarà citato mezza volta, per dire che è edito da Feltrinelli, cui il nostro è approdato dopo l'evasione o la cacciata (non si capisce bene) da quella tetra fabbrica del consenso che sarebbe (diventata) la Mondadori. Valeva la pena di venire, comunque, perché adesso ci è chiara la mappa della libera e della serva editoria. E' vero, si potrebbe chiedere al Geniale Coprofago perchè la libera Feltrinelli abbia rifiutato l'ultima bomba di Travaglio, ma forse non è carino parlare di esplosivo in casa dell'esploso. E poi la sala è gremita di fans che vogliono stringersi attorno all'eroe, toccarlo, sentirlo dire le cose già sentite e risentite, come in un rito di comunione resistente, in una sorta di karaoke consolatorio. Non si fa, taccio. Luttazzi è in jeans e maglioncino blù, polacchine dello stesso colore, camicia celeste. Indica i vestiti per dar forza al concetto appena espresso: non è ricco, guadagna 500 milioni all'anno, "tutto dichiarato". Si esprime in vecchie lire, come il Cav., ma questo suona soave in bocca a lui. Mormorio di approvazione in sala: ok, il prezzo è giusto, reddito ancora compatibile con lo status di resistente. Come altrimenti definire chi non ha neppure una speranza di tornare in Rai o in Mediaset e si appresta a sopravvivere di spettacoli in piazza alla Beppe Grillo, tanto per intenderci quelli da 120.000 (delle vecchie) lire a sedia? Luttazzi è gentile, si offre al pubblico e alle sue domande. Cos'è la satira politica? Cos'è l'informazione? Cos'è l'oscenità? Zitti, ce lo spiega lui. Sperma, Dio, Nutella... Ci è tutto chiaro adesso, senza che neanche ci sia stato bisogno di fare esempi con mestruazioni o cunnilingtus. Ci spiega addirittura i meccanismi del sarcasmo, la botta allo stomaco che deve arrivare così, "la satira è memoria e contesto". Concede che c'è una satira di destra, meglio "c'è stata". Poi ammette che per certe cose il pubblico non è ancora pronto. Lui ha i cassetti pieni di battute che faranno ridere solo tra vent'anni. Qualche volta ne dice qualcuna, ammette, ma dalle reazioni capisce subito che il pubblico non è ancora pronto. Esempio? "Il sapore di un embrione appena abortito? Pollo crudo." E sì che la battuta è profondissima, ma evidentemente anche a sinistra manca quel tanto di sensibilità e cultura per rotolarsi nelle risate a tanto umorismo. Solo un pochetto però, perché la totale mancanza di gusto, intelligenza, sensibilità e cultura è a destra, "gente che non legge libri".  Qualcosina su Benigni ("Non l'ho visto, ma mi hanno detto che è stato commovente. Io preferisco il Benigni del 'corpo sciolto', ma adesso lui è a un livello che non può permetterselo più.") Qualcosina su Giuliano Ferrara e sul Foglio ("Ha fatto una mascalzonata. Ha reso greve il clima attorno ad un'attesa che doveva essere festosa.") Processi di Dell'Utri, poi qualcosina sui processi che aspettano lui ("Vogliono 20 miliardi da me per Satyricon. Dove li prendo? Mica faccio l'idraulico.") L'interim di Berlusconi, il narcisismo di Sgarbi, quel coglione di Bossi. Poi una botta a Fassino, una a Rutelli, una a D'Alema, così per par condicio. Battute fiacche, di quelle che si scambiano anche ai congressi di An e di Prc. Una pacca sulle spalle a Nanni Moretti ed una leccatina a Cofferati ("dice cose giuste"), non si sa mai. Poi una leccatina anche al gentile pubblico convenuto: "Perché l'Italia è questa, siete voi". Mi metto in fila per una domanda. Dottor Luttazzi, se l'Italia è questa, non mi è chiaro dove sia quella che è "un paese di merda". E' l'altra, risponde, tra i grati mormorii dell'uditorio. Ribatto: lei non crede che la sinistra abbia perso, non solo per l'inettitudine dei suoi leaders, ma anche perché continua a definire "di merda" l'Italia che non legge libri (della Feltrinelli) e non capisce le battute sull'embrione appena abortito? Così non vincerete mai, aggiungo. Confesso, non ho capito la risposta. Ma dev'essere che ero arrivato con vent'anni di anticipo.  Qualcosa in più l'ho capita dai capannelli dell'Italia sana che affollava la libreria. "Lo sciopero del 16 deve paralizzare il paese. Dobbiamo far capire a Berlusconi che non accetteremo mai il suo governo e che ormai la sfida è all'ultimo sangue." Ancora una volta sangue e merda, come nella migliore tradizione delle guerre civili.  (8.4.2002)

LUNEDI' 12 LUGLIO - "Ao', ma de che?"
Napoli. Non ingannino il luogo, il giorno, i convitati. E' domenica 24 Febbraio e, come sottolinea Angelo Carta che introduce, "la vostra presenza qui è una sfida al traffico". Siamo al Circolo delle Poste, a via Posillipo 36/b. Stasera c'è Francesco Storace, governatore del Lazio, "Franciasco" insomma. Sono circa 300 quelli che hanno sfidato il traffico, con un buon 20 % di donne, che ai tempi del Msi sarebbe stato insperabile. Nei canonici 40 minuti di ritardo la Destra Sociale napoletana qui convenuta si scambia vigorose strette di mano, con qualche virile "batti il cinque" e addirittura qualche baciamano ad importante signora. Si fa una qualche fatica a identificare in questa Destra Sociale che sfida il traffico in BMW e Alfaromeo (ma non manca qualche Skoda) quel "popolo buzzurro" che vorrebbe la maligna vulgata degli avversari interni ed esterni. E' gente normale, un obliquo carotaggio sociale che va da Schifone, stretto collaboratore del ministro Alemanno, ad Abbatangelo, ripetutamente petulato dai giudici. Negli interventi che precedono la star della serata squillano forti i motivi della contingenza localistica. La Federazione provinciale tenta di scrollarsi di dosso quell'odioso commissariamento di Roma, che ha punito (in consensi e visibilità) la corrente di Destra Sociale, quella "sinistra del Partito" che sfiorava il 30 % in città ai tempi di Almirante. Oggi An è intorno al 10 % e tra una settimana si aprirà il congresso provinciale che probabilmente darà la guida del partito ai supporters napoletani dell'Epurator. Inutile cercare tra i gentili ospiti Bocchino o Moretto, i burocrati, i cooptati, i quadri. Quelli che Rivellini contrappone alla "squadra", orgoglio e riscossa, sudore del porta a porta fino all'ultimo voto. Pezzella, deputato di An, candidato di questa Destra Sociale a guidare la Federazione, fa il punto. Ricorda i bei tempi di quando "abbiamo discusso anche alzando le sedie". Dice: "Non è stata Napoli a voltarci le spalle, siamo stati noi a voltare le spalle a Napoli." Dimentica che la città è diventata feudo di Bassolino per un occasionale sincronismo di bioritmi della stracca borghesia napoletana, dell'ondivaga plebe paradisoccupata e dei pettegoli salotti buoni di un'imprenditoria da sempre fellona. Qui la sinistra ha saputo farsi organica all'anima parastatale del ceto medio e di quello mediocre. Prende la parola Storace e riporta il discorso ai temi alti della politica nazionale, incastonando la "querelle napoletana" nel dibattito in corso in An. "In politica non si devono fare le cose utili, bisogna fare quelle giuste." Carl Schmitt non s'usa più. "Non devi accontentarti di avere il potere, devi usarlo." Ah, no, ecco che s'usa ancora. "C'è bisogno di persone perbene in politica." E qui s'odono echi dipietreschi. "Abbiamo vinto a Roma e a Bologna: perché a Napoli no?" E già, perché? "Perché nel 1996 il partito fu dato in mano a burocrati, togliendolo di mano ai faticatori." Cioè: alla Destra Sociale, che fa "politica vera, politica sudata". E qui si capisce la realtà dell'evoluzione del Msi in An: dall'epopea del sangue a quella del sudore, sperando di non arrivare a quella della saliva e della bile. "C'è chi pensa che tutto questo voglia significare mettere in discussione la figura di Fini. Ma come si può pensare che Fini possa essere messo in discussione se è quello che ci ha portato alla vittoria?" Vincere: e abbiamo vinto! (Applausi.) L'articolo 18: era il caso di cominciare da quello per mettere mano alle politiche del lavoro? L'ingresso nel PPE? "Una barca scassata", "con idee opposte alle nostre". Berlusconi? "Durante la visita di Blair in Italia ha detto che il programma della Cdl è uguale a quello dei labouristi inglesi. Aò, ma de che?" L'Europa? "Sfilavamo per  l'Europa delle Nazioni. Ora dobbiamo continuare in quel senso, tenendo ben presente quello che unisce idealmente i popoli da San Pietroburgo a Lisbona": leggasi Cristianesimo. Tocco finale, con retrogusto tautologico: "Noi siamo quel che siamo!" Chiarimenti: "Vogliamo un'iniziativa di popolo, contro il 'palazzismo' delle istituzioni. Siamo alleati della Gente. Siamo il 'grande orecchio' della Gente!" (Immagino che in questo contesto 'gente' volesse la maiuscola e ce l'ho messa...) Botto finale: "Meno salotti!" Più tinelli? Insomma, le due anime della Destra continuano a litigare sognando un sincretismo impossibile. Fascismo Rivoluzione vs Fascismo Regime. Destra eversione vs Destra restaurazione. Romualdi vs Almirante. Rauti vs Fini. Storace vs Urso. O tempora o mores! "Aò, ma de che?" (24.2.2002)

MARTEDI' 13 LUGLIO - "Il Papa ha vietato tutto, fuorché cacare"
"Gli americani credono al Libro molto più di noi": è il commento de Il Foglio (18.2.2004) ai dati emersi da un recente sondaggio della Abc e succintamente riportati in un box dal titolo "Così l'America crede in Dio e nella Bibbia". Il sondaggio Abc rivela che una larga percentuale degli americani crede nella "verità testuale" delle Sacre Scritture, dall'arca di Noè al miracoloso attraversamento del Mar Rosso. Per il commentatore la cosa sarebbe buona e giusta: "In God we trust, crediamo in Dio. Il logo del dollaro (...) tra gli americani regge ai colpi della secolarizzazione assai più di quanto avvenga nelle altre ormai scettico-illuministiche società occidentali". Se qualche primato etico o culturale era da accreditare agli americani, non ci era sembrato che fosse la refrattarietà alla secolarizzazione; né c'era sembrato che sullo scettico-illuminismo si fondasse il discrimine atlantico; insomma, quell'"ormai" che suona come una bolla papale ci sembra un po' troppo, anche se l'avesse scritto l'Osservatore Romano invece che Il Foglio. Come spesso accade quando si è realisti più del re, si corre il rischio di fraintendere molte cose della monarchia e del regno. Si corre il rischio di definire devozione anche la fedele citazione da Ezechiele, fatta in Pulp Fiction da uno spacciatore, che in God he trustes, prima di quell'indimenticabile esecuzione per regolamento di conti. In realtà, molto non quadra in queste sbrigative deduzioni, cui si allegano pericolose, ancorché implicite, conclusioni sui modelli antropologici e culturali americani, relativi alla sfera religiosa. In primo luogo, per fare un esempio ben noto, la "verità testuale" della Bibbia sul nostro sistema solare vorrebbe che la terra stia ben salda al centro dell'universo e che il sole vi giri incessantemente attorno, fatta eccezione nei casi in cui un Giosuè gli chieda di fermarsi in medio coelo. Please, chiedere a Galileo Galilei cosa gli hanno fatto passare le autorità vaticane per essersi permesso di contestare questa "verità testuale". E' chiaro che le "ormai scettico-illuministiche società occidentali" debbano molto a Galileo Galilei, e che possano ritenersi ben soddisfatte di questa loro blasfema sospettosità sulle "verità testuali" della Bibbia. Ciò nonostante, proprio gli americani che "credono al Libro molto più di noi" non si sognerebbero mai di calcolare le traiettorie dei moduli spaziali sulla base delle "verità testuali" delle Sacre Scritture sul nostro sistema solare. Le cose evidentemente debbono stare in un modo diverso. E il commento de Il Foglio sfiora la verità senza coglierla: "Nel dato disaggregato i cattolici vengono buoni ultimi. La loro fede si perma a 51 per cento sulla creazione, a 50 su Noè, a 44 per cento sul Mar Rosso. Tra i protestanti, le percentuali salgono rispettivamente a 75, 79 e 73 per cento. E in testa a tutti gli evangelici (...) con 97 per cento sulla Genesi...". Forse gli evangelici e Il Foglio pretendono troppo sulla "verità testuale" della Genesi: con ironia bonaria, per carità di Dio, la nascita di Eva dalla costola di Adamo "ormai" non ci convince, sarà che siamo "scettico-illuministici", perdutamente. Le cose forse stanno in altro modo, in altro modo si possono spiegare quei dati del sondaggio Abc. E' dal 1522 che la Bibbia è letta in lingua volgare. Tra poco meno d'un ventennio, col cuore e la mente rivolti a Wittenberg, i cristiani dell'Arcipelago Protestante festeggeranno il loro semimillennio di disobbedienza alla Chiesa di Roma e alle sue mediazioni, non ultima quella esegetica. Che i protestanti credano nella verità testuale delle Sacre Scritture molto più di quanto vi credano i cattolici è merito di quel Lutero che era solito dire: "Il Papa ha vietato tutto, fuorché cacare" (Tischreden, 613). Traduzione e tradimento, divulgazione e volgarizzazione, ma per mezzo millennio, tra i protestanti, fu più l'occhio a scorrere la Scrittura che l'orecchio ad abbeverarsi dal pulpito. E la Scrittura divenne familiare, domestica, fatta di pane e vino come un sacramento. Il pastore anglicano leggeva Paolo lì dove "meglio sposare che ardere", e figliava, mentre il parroco dedicava l'omelia ai fuochi di Sant'Antonio e al coraggio di Origene, nel latino che per il poveraccio manzoniano restava "latinorum". Come stupirsi, dunque, del fatto che "Così l'America crede in Dio e nella Bibbia"? Lutero ha messo una Bibbia in ogni stanza di motel dalla West alla East Coast; i vescovi di Roma ancora oggi pasticciano tra "caneon" (canapo) e "cameon" (cammello): ancora fanno fatica a far entrare nella cruna dell'ago un qualche Rockfeller apostolico romano. (26.2.2002)

MERCOLEDI' 14 LUGLIO - "Dossier Boncompagni"
"Non dire quattro, se non ce l'hai nel sacco" dice un proverbio. "Anche i proverbi sbagliano" ne dice un altro. Uno non sa più che fare. Aspetta a dire almeno otto, prima di dire: "Ce l'ho nel sacco". E siamo a otto, ma forse è meglio andarci cauti. Con quella di oggi, martedì 2 marzo, sono otto le letterine di Gianni Boncompagni pubblicate finora dal Foglio. Domani saranno nove, dopodomani dieci, ben presto venti, cento, mille. Avremo tutto il tempo per pentirci di quello che pensiamo di queste prime otto. Ma intanto non possiamo fare a meno di pensarlo. Anzi, più ci pensiamo, più il sacco sembra gonfio. Sia chiaro, affezionati com'eravamo a Mattia Feltri, è stato un colpo doverci rinunciare. Si sa com'è il lettore: è un fesso, si affeziona, si affeziona a tutto. Chi oggi piange la dipartita di Mattia Feltri dal posticino più prestigioso della quarta pagina del Foglio pianse a suo tempo la dipartita d'ivi di Andrea Marcenaro. Impareremo ad amare Gianni Boncompagni, siamo fessi, ne piangeremo la dipartita (d'ivi). Probabilmente storceremo il muso sulle minchiate di chi ne prenderà il posto. Per ora storciamo il muso sulle minchiate sue. Per ora, otto. Forse sarà che tutto è iniziato di venerdì, e che, come dice un altro proverbio, "di Venere e di Marte non s'inizia e non si parte". Forse sarà che coll'amare visceralmente il Foglio si diventa troppo schifiltosi. Forse sarà che i troppo schifiltosi avrebbero voluto in quel posticino un Confucio, uno Shakespeare, un Groucho Marx, nulla che meno. Sarà quel che sarà, ma Gianni Boncompagni scrive su un sottofondo di mugugni. Mugugni fessi? Vediamo. "Guardando la piovorna finestra e tanto per consolarmi, mi viene in mente quello che ebbe a dire quel simpaticone di Goethe: 'Non c'è niente di più insopportabile di una sfilza di belle giornate'. Meglio iniziare con una firma più sostanziosa della mia" (venerdì 20 febbraio). Non male come inizio. Captatio benevolentiae a mezzo umiltà, citazioncella che non guasta mai, addirittura quel "piovorna", che uno poteva addirittura credere aperitivo di chissà che prelibatezze. Sbagliato. Con le successive letterine s'è avuto sì l'effetto Crusca, ma senza bisogno d'altri preziosismi. Ma, poi, uno si chiede, Boncompagni ha Goethe sugli scaffali? E se ce l'ha, l'ha letto? Uhm, come puzza quella "sfilza". E infatti, sul cartaceo, uno non se lo figura un termine come "sfilza" in bocca a Goethe. Sul web, Goethe lo usa. Non ci si può immaginare che posti frequenta Goethe sul web. Tanto per dirne uno, members.xoom.virgilio.it, un posto frequentato anche da Honoré de Balzac, da Beltrand Russell, da Oscar Wilde, da Arthur Bloch... Che c'entrano 'sti tizi con Goethe? Niente, ma c'entrano con Boncompagni. Sabato 21 febbraio: "Un governo è un contratto di assicurazione concluso fra i ricchi contro i poveri (Balzac). Sarà vero o Balzac era un qualunquista ante litteram? Un altro sosteneva che i nove decimi delle attività di un governo moderno sono dannose, dunque, peggio sono svolte, meglio è". Quell'altro è Bertrand Russell. Ma citare senza nominare l'autore non è peccato, lo fanno tutti, da Scalfari a Meotti. Andiamo avanti, martedì 24 febbraio: "Ho letto su di un muro vicino a una scuola: 'Dio c'è ma è impegnato in un più ambizioso progetto'. Sarà vero o sarà millantato credito? Del resto anche noi laici spesso ci convinciamo che l'uomo senza fede sarebbe come un pesce senza bicicletta". Uno non fa in tempo a dirsi "ma questa del pesce e della bicicletta è presa da 'La legge di Murphy' di Arthur Bloch!" che subito si chiede "ma cosa ci faceva Boncompagni vicino a quella scuola, casting?". "I saggi dicono: 'Non c'è stato un governo in Europa in cui i meno saggi non abbiano governato i più saggi'. E poi ai governanti: 'Cercate soltanto di instupidire gli uomini perché soddisfarli è difficile'. Ancora: 'Mentre tutte le altre scienze sono progredite, quella del governo la si esercita oggi meglio di tre o quattromila anni fa'. Ho deciso: non governerò mai" (mercoledì 25 febbraio). Chi glielo dice che essere spiritosi è più difficile che governare? Il giorno dopo, giovedì 26 febbraio ("...Un recente studio ha dimostrato che molti telespettatori confondono la striscia di Gaza con Striscia la notizia...") è chiaro che non gliel'hanno detto. Ma questo non dà alcun diritto a farsi beffe d'uno che ha superato la settantina, perché come egli stesso ammonisce, citando Wilde, "i giovani non hanno più rispetto per quelli come noi che hanno i capelli tinti" (venerdì 27 febbraio). Che vogliamo fare, la figura dei giovani senza rispetto per i capelli tinti? Come s'è visto, "venerdì, gnocchi", giusto per massacrare anche noi gli aforismi. Ma sabato (28 febbraio), lasagna: ci racconta di Enzo Salvi (in arte Er Cipolla) che recita in polacco 44 poesie di Kamil Norwid all'Accademia dei Lincei di Firenze. "Una vera sorpreza, cazzo" chiosa. Ci sarà stato? O se n'è parlato su members.xoom.virgilio.it? Comunque la settimana s'è conclusa in bellezza. Diamogli un fine settimana per ritemprarsi e vediamo che partorisce: "Nel marasma dei premi Oscar è passata inosservata la notizia dell'Oscar dato a Maria Grazia Cucinotta come migliore protagonista non attrice" (martedì 2 marzo). Che come battuta è bella, arguta e divertente, di Amurri e Verde. (4.3.2004)
 
GIOVEDI' 15 LUGLIO - "La Sindone di Korda"
Il lenzuolo dell'Arimateo di cui scrive Giovanni (19, 14). Il Mandylion di Edessa di cui per primo Evagrio Scolastico dà notizia, nel 594. La Sydoine che Robert de Clary afferma di aver visto a Costantinopoli nel 1204. Il Baphomet venerato dai Templari, finché d'essi non fu fatto rogo nel 1314. Forse non sapremo mai con certezza se siano una cosa sola, ma, per quanto esile, c'è un filo che li lega. La barba di quel volto potrebbe essere quella di Nostro Signore. Pressoché certo, invece, che la "venerabiliter figura seu representacio sudarii Domini Jesu Christi", di cui recita una bolla papale datata 1390, sia quella che oggi conosciamo come Sacra Sindone. Nel 1988 il radiocarbonio la datò, accertando una discrepanzella di tredici secoli, e il cardinale Anastasio Ballestrero annunciò al mondo che si trattava di una reliquia-non-più-reliquia. Ma questo non sconcertò la fede, che ai test di laboratorio solitamente fa un pio marameo. Amen. Non meno venerata, l'immagine del "Che" by Alberto Diaz Gutierrez, detto Korda. Al tentativo iconoclasta di farne una reliquia-non-più-reliquia nemmeno qui la fede si sconcerta: ringalluzziti, anzi, i guardiani del culto. Addirittura parte una richiesta di risarcimento milionario per la blasfema combriccola di "Reporters Sans Frontières" che col Volto Sacro volevano confetturare una cartolina recante una suggestiva bestemmia in didascalia: "Benvenuti a Cuba, la più grande prigione del mondo per giornalisti". Giù le mani dal "Che" di Korda! Rispetto e devozione ne accompagnino le ostensioni in tutte le sante sedi laiche, il parafango della Vespa, il bicipite di Maradona, la web page disobbediente. E' reliquia, fatt'è. Edificante ripercorrerne l'istoria. Amen. E' il 4 marzo del 1960, i cubani si preparano alla Resistenza contro gli amerikani. Nel porto de L'Avana, arriva-un-bastimento-carico-carico-di: armi di fabbricazione belga. Toh, il mercantile è francese, La Coubre. Sempre col cigarillo acceso in bocca, 'sti scaricatori di porto. D'un tratto una terribile esplosione fa tremare Cuba: bum, più o meno cento morti, più o meno duecento feriti. Ovvio che dietro il cigarillo ci sia la Cia, è un attentato, si dirà. Per i dettagli rivolgersi a Gianni Minà. Nel gran trambusto quel sant'uomo del "Che" presta soccorso ai feriti, come un mistico tra i lebbrosi, e, quando Gilberto Ande, fotografo della rivista "Verde Olivo", tenta di fargli qualche istantanea, il Che glielo proibisce, sembrandogli cosa oscena essere oggetto di gossip in tal frangente. S'è detto, un santo. Un santo che, incidentalmente, dirige illo tempore il Banco Nacional de Cuba, come ben sanno i titolari delle fabbriche d'armi in Belgio. Più fortuna arride a un altro paparazzo, il giorno dopo, nel corso di un'improvvisata adunata nei pressi del cimitero di Colon, dove si cominciano a portare le salme. E' lì che al logorroico Fidel scappa di bocca la parola d'ordine che diverrà il motto della Nueva Cuba: "Patria o muerte!". Giornata eccezionale, quella, per i copyright. E' Alberto Diaz Gutierrez, del giornale "Revoluciòn", il fortunato con la Leica 90 mm; si fa chiamare "Korda" per certe sue devozioni al cinema ungherese.  L'Ernesto Guevara gironzola come una belva ferita dalla rabbia sul palco dal quale Castro sta parlando e Diaz quasi se lo trova in posa nell'obiettivo: click! Jorge Masetti, il direttore dell'agenzia giornalistica cubana "Prensa Latina", argentino come l'Ernesto ma di origini bolognesi, rimane immortalato con un suo mezzo profilo sul sacro negativo, opportunamente tagliato nelle ostensioni a venire. La foto, quella foto, fu scartata per l'uscita di "Revoluciòn" del 18 agosto del 1960, quando il giornale avanero allora diretto da Carlos Franqui uscì col reportage: il redattore fotografico giudicò troppo truce lo sguardo del "Che". Diaz invece se lo appese a una parete di casa e lì Giangiacomo Feltrinelli lo vide. Trafiggimento mistico: ne chiese una copia, Korda gliela regalò. Per quella foto, da cui la Feltrinelli ha ricavato miliardi, non ricevette mai una lira: si sa come son fatti gli editori. Amen. Pensare che una delle mani del Papiro Fochetti apocrifamente s'è permesso di scrivere ("Repubblica", 10.9.2003) che quella foto fosse un fotomontaggio by Valerio Riva, ex braccio destro di Feltrinelli, copiando la bufala da un apocrifo del giorno prima (Cabrera Infante, "El Pais", 9.9.2003), pfui! Anche al più fesso degli studenti del primo anno di Fisiognomica è invece evidente che quella del "Che" è furia vera in presa diretta, purissima furia di santo, né ritocco, né tarocco, tranche de rage, botta di culo di Korda, e quant'altro. Procuratevi una copia di quella foto che non sia di troppo esigue dimensioni e dotatevi di una lente d'ingrandimento, bastano una "per 20". Guardate la postura lievemente prognata del labbro inferiore, le due rughe asimmetriche tra le sopracciglia. Poi sfogliate un qualsiasi manuale di psicomanzia maxillo-faciale: troverete i resti sanguinolenti dello yanchee. Che yanchee? Narrano le Scritture che quel giorno il "Che" fosse furioso: "si sarebbe mangiato vivo uno yanchee, se l'avesse avuto innanzi" (Alberto Granado). Amen. Nel 1968, a pochi mesi dalla morte di San Guevara nella selva boliviana, esce in Italia per i tipi della Feltrinelli il "Diario del Che in Bolivia". In copertina c'è lo scatto di Diaz: l'inquadratura dal basso verso l'alto stempera il truce in fiero sotto il basco con la stella, da cui sporgono le scomposte chiome al vento. Abituato al botto, il Giangiacomo: quella foto è un successone. Poster, manifesto, t-shirt, bandiera, autoadesivo, foulard, cuscino, borsa: il "Che" finisce presto dappertutto. E poi, diciamocela tutta, il santo è sexy. Chi intasca i diritti? A chi vanno i soldi del copyrigth? Domande blasfeme, tutto fa brodo per la rivoluzione. Cartolina, segnalibro, penna, distintivo, spilla: si tollerano i mercanti nel tempio, "todo modo es bueno...". Ma fino a un certo punto. Quando un'agenzia pubblicitaria britannica usa la foto per la pubblicità di una vodka, Korda si risente e apre battaglia legale: un accordo extra giudiziale gli frutta cinquantamila dollari che egli devolve all'acquisto di medicinali per i bambini cubani. "Se il Che fosse ancora vivo, avrebbe fatto la stessa cosa" disse. Santo già in vita, al punto da beccarsi nel 1992 la Distinciòn por la Cultura Nacional e nel 1994 l'Ordine Félix Varela. Santo nel nome del "Che". Amen. Figlia del santo che salvò la Sindone del "Che" dal blasfemo accostamento alla "Smirnoff", Diane Diaz Gutierrez ha da poco salvato la Sacra Icona dalla banda di "Reporters Sans Frontières" che voleva sfruttarla per una campagna di stampa contro la repressione e l’arresto di 75 giornalisti a Cuba: era stata rielaborata mixandola con un'altra celeberrima foto, quella del celerino con il manganello alzato che carica gli studenti del Maggio francese. Un'ingiunzione ha fermato in tempo il sacrilegio, i bestemmiatori hanno promesso di distruggere la bestemmia. Ma la figlia del santo insiste: "Non mi fido, devono pagare". Un milione, amen. (1.3.2004)

VENERDI' 16 LUGLIO - "La voce che parla a don Gianni"
Ogni tanto due bravi, lo scettico pien di sussiego ed il materialista beffardo, si appostano ad un tratto della stradicciola lungo la quale solitamente vien don Gianni, in una mano reggendo il breviario, nell'altra la cintola dei pantaloni. Lo aspettano, come in un agguato, per chiedergli in una burbera celia che sa di tormento e sfida: "Ripeti, se n'hai ardimento: tu senti voci?" Lui n'ha e, fiero e mite in una, ammette: "Sì, le sento". Don Gianni ha un cuor di leone, non è mica un vaso di coccio. Stavolta il bravo era uno solo, quel Sabelli Fioretti che è davvero bravo. In un punto di Sette, frazione di Corsera, ha atteso il nostro prete e gli ha chiesto: "Che voce era?" E quello a lui: "Una voce mentale che mi parlava dentro" (Sette, n.11/2004, pag.59). Lo scettico pien di sussiego ed il materialista beffardo, che il bravo giornalista riassumeva, ne son rimasti come scornati. A me quella risposta ha ricordato un libro: "Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza" (Adelphi 1984), di Julian Jaynes, professore di psicologia dell'Università di Princeton. L'ho tirato giù dallo scaffale. Lo ricordavo più smilzo, come succede sempre quando un libro ci è piaciuto, a suo tempo. Invece, più di 500 pagine. Da una d'esse ritrascrivo: "Alcune persone provano difficoltà perfino a immaginare che possano esserci voci mentali che si odono con la stessa qualità esperenziale di voci prodotte dall'esterno". Diremmo: bravi! Ma andiamo avanti ancora un poco: "Quali che siano le aree del cervello utilizzate, è assolutamente certo che tali voci esistono e che, per chi le sperimenta, sono assolutamente identiche a suoni reali". E ancora, un poco oltre: "Esse vengono udite in vario grado da molte persone assolutamente normali". Questo è quel che scrive lo studioso di neuroscienze, il cui libro costruisce una teoria con efficacissima pazienza: la nascita della coscienza nell'uomo è successiva al crollo di una mente bicamerale. In sintesi: ciò di cui, oggi, si ha coscienza, ieri, si aveva ascolto come di voce esterna. E' in questo modo, forse, che creammo il dio che ci aveva creato. Per questo Julian Jaynes afferma (cito i titoli di alcuni capitoli del libro): "La coscienza non è una copia dell'esperienza"; "La coscienza non è necessaria per i concetti"; "La coscienza non è necessaria per l'apprendimento"; "La coscienza non è necessaria per la ragione". Per poi ammettere, prove alla mano: "Nell'emisfero destro esiste una funzione vestigiale a carattere divino". A leggere questo libro, ce n'è di che far fuggire più d'un giornalista con la coda tra le gambe. Ma per loro fortuna i giornalisti leggono giornali, e i preti breviari.  (12.3.2004)

SABATO 17 LUGLIO - "Il Cav. di Cordelli"
Non si può avere una del tutto compiuta idea di cosa sia l'ultimo libro di Franco Cordelli, "Il Duca di Mantova" (Rizzoli 2004), se si è all'oscuro della "teoria del meme". Libro chiama libro, la "teoria del meme" è racchiusa ne "The Selfish Gene" di Richard Dawkins (Oxford University Press 1976), tradotto in Italia col titolo "Il Gene Egoista" (Mondadori, 1989): "Esempi di memi sono melodie, idee, frasi...Se un'idea fa presa, si può dire che si propaga diffondendosi di cervello in cervello... Quando si pianta un meme fertile in una mente, il cervello ne viene letteralmente parassitato e si trasforma in un veicolo per la sua propagazione, proprio come un virus".  E' Berlusconi il meme che ha parassitato Cordelli, non v'è dubbio alcuno. Tra le 213 pagine di questo che l'autore ci dice "romanzo... o note di diario...diario tematico... pamphlet... una manciata di appunti, di schizzi, di ricordi... zibaldone... tapis roulant in forma di libro... taccuino gotico..." e troppo altro ancora, si stenta a trovarne una sola che possa dimostrare inconfutabilmente salvo da quel meme almeno un sol neurone di Cordelli: l'idea, il virus di Berlusconi, ha parassitato il parassitabile. Se guardi troppo nell'abisso, si sa, diventi abisso tu stesso: Cordelli c'è cascato. Era un bel dire: "Non parlatene più, se no fate il suo gioco". Cordelli non ha ascoltato il consiglio sulla soglia fatale, è entrato, si è perso. E non si tratta della perdizione nota, la miscela triste di narcisismo e proiezione, di cui quell'intervista raccolta da Claudio Sabelli Fioretti ridava poco fa la eco stenterella: "Berlusconi è nato e vissuto solo perché io potessi scrivere questo libro" ("Sette", 29.1.2004). No, è possessione, parassitamento. Il Duca è Rigoletto, e Rigoletto è il Duca. Non è l'epifania del Doppio, è replicazione. Cordelli è Berlusconi, e Berlusconi (ahinoi!) è Cordelli. "Il mio risentimento nei suoi confronti, per usare il più gentile dei termini di cui dispongo..." finisce per diventare scrittura "per disprezzo, per rabbia, per nausea, per schifo, per repulsione"; poi, ancora qualche resistenza ("E'... ridicolo? Cioè, è ridicola la mia passione?... E merita tanta sofferenza, o attenzione, l'oggetto della mia scrittura?"), per convincersi che la resistenza è vana, "la resistenza è cosa del passato"; un fatale cedimento, ancora ("Potrei io finire con l'amare il Duca? Tutto è possibile..."), e ancora un disperato ristare ("Debbo dunque scansarlo, debbo evitare di parlarne, di nominarlo..."); poi, la resa: "Se fossi nato prima... se fossi vissuto in un'epoca in cui il Duca non fosse ancora apparso..., io sarei diventato uno scrittore diverso, o forse sarei stato uno scrittore vero e proprio". E' una dedica. Come la geniale figata di chiamare il proprio cane Silvio, "un dalmata di sei mesi, di un vigore impressionante". Portentoso, il meme. Prima intrusivo, poi devastante. Fin qui, il diario sotterraneo di una possessione, sotto traccia. Perché "Il Duca di Mantova", pur non valendo i 15 euro che millanta, è parecchio altro, nella forma e nella sostanza. Carnet di chi gira, frequenta, fa cose, vede gente; agenda di chi vede film, dibattendo(si); libricino nero delle frette e delle contumelie; album di cosmogonie domestiche; fors'anche, chat delle meschinelle vendette. Deh, vieni, ti sputtanerò l'editore che mi sta sul cazzo: "Il sempre allegro e tacitiano Piero Gelli, che tutto trasfigura nell'abbaglio continuo del suo mestiere di editore, l'abbaglio di chi scopre le cose, ovvero le merci". Seguimi, ti dirò d'una femmina "che, si diceva, era stata amante  di Previti. Questo fatto mi attraeva enormemente". Vieni, ti parlerò di Deanna, dagli occhi a mandorla. Ascolta, vieni, senti: una volta l'ho visto in carne ed ossa, il Duca, col maglioncino a girocollo, coi molti indizi suoi di compiaciuta ottusità. Nel registro, se non nel timbro, la scrittura s'apparenta alla loquela sciatta, la cugina povera, la ciarla, memore pure di qualche utensile di cui reca il segno: "Quand'ero uno scrittore all'antica... misuravo ogni parola, sceglievo con cura gli aggettivi...". Ora: "Le cose andarono in modo diverso, in modo cioè normale", in modo cioè normale. La quinta si dilata, la romanza diventa romanzo, alla faccia del "cioè normale". E solo l'eccesso passionale, spavaldamente, da re o buffone (non fa differenza), ridà la cifra patognomonica del melodramma. Per Franco Cordelli - questo è il punto - il melodramma è quella pagliacciata subculturale che ci disse Gramsci e che "il principe Tomasi di Lampedusa detestava con tutte le sue forze" perché "tonitruante, smargiassa, accorata", insomma roba da televisione commerciale, forma (ancor più, epifania) berlusconiana. Da odiare, da odiare. Odia Berlusconi, odia la tv, odia gli editori, odia perfino gli scrittori. Perfino odia "quella che ancora chiamiamo sinistra... questa ultra-privilegiata, smisurata élite". Questo consente l'almanaccare, e Cordelli almanacca: "La questione morale sarebbe l'aspirazione ad un mondo più giusto, l'istintiva o meditata rivolta contro il mondo com'è". Ma, infine, poi, chi sono questo re François e questo Triboulet? Dov'è il Duca, se non la sua Mantova? Gilda, dov'è? "Gilda è perduta; quella, (...) chi può giurare che sia incolpevole?"  "Chi scrive, si sa, è un cretino", ma "sempre stato fortunato. Avevo deciso di non lavorare e in effetti ci sono riuscito"  ("Sette", ibidem). Un cretino fortunato. Poi, "i ruoli si sono rovesciati. In effetti io sono un politico e lui è un facitore di romanzi. Per essere più precisi (...) le soap, le serie, gli sceneggiati, i telefilm, i romanzi a puntate, le fiction, le telenovelas, le sit-com, (...) i lungometraggi, i mediometraggi, i corti". Si salva? Non si salva. "Chi scrive, si sa, è un cretino", ma anche chi compone musica non scherza. Prendi quel Verdi, per esempio: "Se si può essere peggio del Duca, (...) Verdi lo è, il grande bugiardo, l'onnipresente consolatore". Ma sono bizzarrie di gusto, passino. Se, come dice il divino Rondolino, tutti s'improvvisano allenatori della Nazionale e recensori della Bassa, "e sempre un tanto al chilo" (Il Foglio, 11.3.2004), perché Cordelli non può fare il critico musicale? La penna c'è: "Il territorio si è deterritorializzato". Il Duca ci si impappinerebbe, peggio che sul famoso scioglilingua dell'Arcivescovo di Costantinopoli, quello che si disarcivescoviscostantinopolizza. "Ecco perché scrivo, se è una risposta. Scrivo perché non sono Berlusconi". Troppo tardi, il meme è dappertutto. Al punto da parlare attraverso Cordelli e fargli dire: "L'autore è sempre meno presentabile del suo personaggio". Ah, questo Berlusconi!  (11.3.2004)


Beh, insomma, tutta merce avariata.




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8 luglio 2004

Merce avariata / 19

[21.9.2003] Bisogna fare molta attenzione ad evitare posizioni sbrigativamente illuministiche di fronte ad un fenomeno come quello dei flagellanti e dei battenti. Una grossa sensibilità etno-antropologica non fa correre questo rischio ad Antonio Bassolino. Dopo l'ennesima processione di incappucciati, che ai primi di settembre hanno mostrato molte estasi e molte emorragie per le viuzze di Guardia Sanframondi, nel Sannio, al grido di "forza e coraggio, fratelli: in nome di Maria, battetevi!",  il governatore campano ha infatti dichiarato: "E' una rappresentazione sacra e unica al mondo, espressione di una religiosità antica e forte, ma è anche un rito di identità collettiva. Credo che tanta gente come me sia venuta qui non tanto per curiosità, ma per un profondo rispetto di una grande tradizione popolare e religiosa alla quale bisogna guardare con lo spirito giusto". Ecco, questo è il punto: "lo spirito giusto". Perché un grossolano sentire d'impronta laica si porrebbe, forse, di fronte a tanta estasi e a tanto sangue con la stessa presunzione di superiorità culturale di chi non sa trovare che orrore e sgomento di fronte ad altrettali riti di identità collettiva, come i match tra pitbull, i gavettoni in caserma, i petardi a Capodanno e le risse allo stadio. Ecco, ci pare esatto ribadire, occorre guardare a queste cose con "lo spirito giusto". "Non a caso - ha aggiunto il governatore - la Regione ha inserito i Riti Settennali tra i grandi eventi della Campania e ha stanziato 400mila euro per la costruzione di un museo dei Riti Settennali". Che, insieme ai corsi regionali di formazione per Veline, dà indubbio smalto culturale a questa presidenza della Regione Campania, a dispetto di quanti, parrucconi del più bieco ed ateo materialismo, v'hanno voluto leggere un alone di populismo da terzomondo. Di fronte allo spettacolo di quei devoti al culto di Maria, stravolti dal mistico fervore al punto da configgersi nelle carni, non ci è noto con quanta preventiva disinfezione, quelle deliziose spatole di sughero con trentatre spilli sopra, la tentazione di un becero illuminista sarebbe quella d'inorridire come di fronte alle picas e alle banderillas d'una corrida e di chiamare subito il ministro Sirchia, perché antibiotici, garze e cerotti non gravino sulla spesa dello Stato. Ma la sensibilità del nostro governatore bello sa che il galletto sgozzato dei riti voodoo è preso dalla stessa stia dalla quale fu preso quello che Socrate si raccomandò fosse sacrificato ad Asclepio. E rispettoso di una "espressione di una religiosità antica e forte" si mette in processione coi suoi sciiti, per questa sponsorizzanda autoflagellazione di Guardia Sanframondi. Ad un passo dietro di lui, ci dicono le cronache, v'è Clemente Mastella, fors'anche mosso da eguale sensibilità circoscrizionale. Che altro dire? "In nome di Maria, battetevi!"
 




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30 giugno 2004

Merce avariata / 18

Premessa. Io qui non posto tutto quello che via via scrivo, vi ammorbereste più di quanto già accada. Per ogni pezzo che scrivo e che mi piace, ma che, ho certezza, a voi frullerebbe le palle, ne posto uno vecchio: ciarpame già pubblicato qua e là sei mesi prima, o nove, o dodici. Ieri, ad esempio, ho finito un lavoretto su "La frase motivazionale nelle psicodinamiche del masochismo", che più rileggo e più mi piace. Che-te-lo-dico-a-fare? Non si accettano critiche a riguardo, il blog è mio e ne faccio quello che mi pare: più pochi siamo e meglio è. Dunque...

[da "Il Riformista" del 12.12.2003] Caro direttore, adesso che omnia consummata sunt, sdrammatizziamo con un bel sofisma, in attesa del referendum. Facciamo conto che io e la mia compagna si voglia avere un figlio e che per certe nostre complicate patologie (ognuno ha le sue) lo si possa avere soltanto in un modo che questa legge non contempla, cioè congelando embrioni. Che si fa? O violiamo la legge o andiamo a chiedere consiglio a Giuliano Ferrara. Decidiamo per la seconda. Ferrara ci consiglia di rassegnarci, ci dice che non si può sempre avere tutto ciò che si vuole, ci urla addosso che non possiamo sovvertire le leggi del Creato per due fregole di paternità e maternità che, quando inibite da Madre Natura, sono ridicole nevrosi. Poi ci indica col suo terribile dito grassottello la legge che è stata appena approvata, la stessa per la quale è si speso con qualche alone di sprezzatura. Come ce la chiosa, questa legge? E' stata votata a maggioranza dal parlamento italiano; piace a quel Sant'Uomo del Papa; soddisfa addirittura l'ansia del non credente che, Deus sive natura, ha bisogno a tutti i costi di un surrogato, sennò gli viene in sogno Dostoevskij. Inoltre, parrebbe di capire, a sentire lui, che questa legge ha un'altra perfezione: non tocca i programmi esistenziali di chi non vuole figli e di chi è facile a rassegnarsi. Ergo è una santa legge. Allora ci rassegnamo, anche per non fare brutta figura. Addirittura, intimamente grati, lo invitiamo a cena a casa, visto che ci sovviene che abbiamo tre bistecche in frigo. Lui accetta, è un onore. Si chiacchiera, tutti e tre, attorno alla bistecchiera, di fuffa e di bellurie, badando a non cadere troppo né nel palloccoloso né nel malmostoso, quando un induista bussa al campanello. Un induista? Abbiamo detto che questo era un sofisma, direttore: che cazzo, mi si distrae dopo appena 1500 battute spazi inclusi? Tenga presente che per un induista un bovino ha stessa dignità e sacralità di un embrione. Su questo, la prego, non conviene stare lì a contrargomentare, sennò l'induista si risente e offende me, la mia compagna e Ferrara. Il che non sarebbe niente, perché può darsi pure che gli salti in testa di chiedere a Ferrara quando, secondo lui, l'anima scenderebbe nello zigote a dargli essenza, dignità e diritti. E lì l'appetito ci passerebbe comunque, porca vacca, pardon all'induista. Che farne, delle bistecche? Nello sciacquone, come gli embrioni. Sterili e a bocc'asciutta. A pensarci prima, sarebbe stato meglio andare a fare un figlio a Zurigo, dove tra l'altro si mangiano ottime bistecche. Fine del sofisma.
 
 




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29 giugno 2004

Merce avariata / 17

[11.4.2003 - "Apologia di Pierluigi Diaco"] Questa è un'apologia. Non vi annoierò con le categorie dell'encomiastica: è un'apologia in forma di confessione. Ancora più semplicemente: è atto pubblico di pentimento come atto dovuto. Ammetto: mi aveva sempre fatto schifo (e molto) Pierluigi Diaco. Fino a oggi. Oggi ho letto una sua intervista su Novella 2000. [Inciso 1a: "Castaldi, lei legge Novella 2000?" "Nagivatore della rete, vengo a romperti il cazzo sui siti pedofili che clicchi tu? Sì, ogni tanto leggo anche Novella 2000, Mani di Fata, Torre & Cavallo, Gente & Motori. Oggi era Novella 2000, va bene? Leggi, se vuoi leggere, senza fare incisi continuamente, o vattene a fare un giro su GnuEconomy o Insonia, ch'è meglio!"]  L'intervista ha liberato Diaco dal pregiudizio che me l'avvolgeva nel bozzolo del giovanotto vacuo e fesso. Ora mi sento avvilito e mortificato per aver pensato tante cosacce su di lui in questi anni e sono pronto a chieder scusa, tessendo la lode delle di lui virtù. In che modo? Lasciamo parlare Diaco. [Allegato 1: Diaco: "Credo che ce l'abbiano con me perchè sono incollocabile, perchè la mia storia non è usuale. Per me è scontato stare da una parte o dall'altra: ascoltare la chiamata di una tivù intelligente o scendere in piazza con i pacifisti a sventolare le bandiere. No. Io sto allora in un territorio in cui le ragioni del dubbio sono più importanti di qualsiasi verità. Il terreno che gli altri mi hanno costruito intorno per vedere il colore della mia bandiera".]  Cosa obbiettare, se non un affranto "nghè"? [Allegato 2: Diaco: "Di solito viene accettata la ribellione sulla carta, io non avevo nessun motivo per ribellarmi se non quello di dirle che avevo la passione per la comunicazione".] Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa! Avevo sempre sottovalutato la carta: credevo sapesse difendersi meglio. Ma in questo caso la carta non poteva che arrendersi. [Allegato 3: Diaco: "Mitomane? Perchè sono un imprenditore di me stesso."] E prego notare: "un". Infatti, perché lasciare fuori altri imprenditori quando li si può cooptare in consiglio di amministrazione? [Allegato 4: Diaco: "Sì, ho una buona dose di presunzione. Qualunquista, perchè sono un solista. (...) Mi accusa di narcisismo chi fa poco l'amore o lo fa in maniera deludente".] Ah, ecco! [Inciso 2: La mia fidanzata può testimoniare che, quando accusavo Diaco di narcisismo, era per celia.] Ma più di tutto il pentimento ha reso incantagione, nei punti in cui: [Allegato 5a: Diaco: "In realtà Giuliano Ferrara è una donna, è questo il segreto del suo successo. Io almeno lo tratto come una donna, come una bella ragazza". Allegato 5b: Diaco: "Sono disposto ad emozionarmi al punto da mettermi a ridere". Allegato 5c: Intervistatrice: "Pensi di essere più bello o intelligente?" Diaco: "Bello, penso di essere bellissimo, è la mia intelligenza che me lo fa pensare". Allegato 5d: Diaco: "Spero in futuro di diventare direttore artistico di una radio".] Ah, ecco! E dunque: apologia, apologia! [Inciso 1b: "Castaldi, già abitualmente, quando lei scrive, si capisce poco. Ma, permetta, stavolta, s'è capito anche meno di quel poco!" "Navigatore della rete, noi si stava parlando di Diaco." "Vabbe', ma almeno un po' meno autoreferenziale, cazzo!" Ah, ecco!




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23 giugno 2004

Merce avariata / 9-16

[26.6.2003 - 14.7.2003]    Cognomi d'Italia
(1) Panichelli, Paniconi, Panicucci. Ricordate la signora Panichelli? E' il giugno del 2002 e la signora, avvolta in un drappo tricolore, assiste a una parata militare ai Fori imperiali. Il Cavalier Silvio Berlusconi (Iddio misericordioso lo tenga sotto i suoi cateti) se la trova davanti nella passeggiata lungo le transenne e, pensando sia una sua fan, le schiocca due baci. Rapido scambio di battute: "Presidente, non tocchi l'art.18". "Tranquilla, non lo tocco". La Panichelli è intervistata il giorno stesso da la Repubblica (2.6.2002): "Ho sempre votato a sinistra e continuerò a farlo anche se Berlusconi mi ha baciata". Non si confonda questa signora Panichelli con la signora Paniconi, quella che scrive a l'Unità nel giugno dell'anno dopo, il 24.6.2003: "Una toga. Uno sguardo amaro. (...) La sofferenza di Ilda. La solitudine di Ilda. La speranza di Ilda. Cara, coraggiosa donna (...) Hai visto morire la speranza, la voglia del riscatto (...) Ma sei rimasta lì al tuo postro, incrollabile, sicura, sola". Una banale somiglianza tra i due cognomi non può e non deve creare confusione tra un episodio di cronaca, che illustrò un indomito orgoglio resistente, ed un incidente redazionale, quello di mandare in stampa il testo del retro di un santino, credendolo poesia. Neppure si faccia confusione tra la Panichelli, la Paniconi ed una terza signora, la Panicucci. Così di lei, testualmente, Marano, direttore di Raidue: "Per la televisione d'approfondimento, al posto di Santoro, che sinceramente ha rotto le palle, metteremo la Panicucci" (la Repubblica, 13.5.2002). Qui, come è evidente, il cognome evoca i due precedenti, perchè la cronaca che vi si lega è consimilmente evocativa, sia d'indomito orgoglio resistente (quello di Santoro), sia d'incidente redazionale (quello di Marano). Neppure qui, però, si può o si deve fare confusione. Perchè c'è una bella differenza tra elli, oni e ucci. Viene lo stesso la domanda: che stramaledetti guazzabugli stiamo depositando in emeroteca? Alla prossima puntata: Caselli, Casotto, Casini.
(2) Dicevamo: Caselli, Casotto, Casini. L'antonomasia di Caselli va al ballottaggio tra la signora Caterina, il casco d'oro di "nessuno mi può giudicare", ed il dottor Giancarlo, tutta un'altra pettinatura, ma "nessuno mi può giudicare" lo stesso, nonostante Andreotti, Carnevale, Musotto e sopra tutto la buon'anima di Lombardini. Trattasi di antonomasia comunque da non spettinare, questo Caselli, perché di casta permalosa. Dunque, permettete la viltà, fatemelo dire subito: a me questo simpatico tifoso del Torino, che oggi si occupa di carceri, piace un sacco, non si può mai sapere. Vorrei, da vecchio (se ci arrivo), giungere anch'io a quei bellissimi riflessi viola, a quella piega che sembra impalcatura morale, a quel tipo di resistente, resistente, resistente bulbo. Non me ne perdo un sola parola, di questo Caselli, gli faccio google sotto le ascelle periodicamente. Sentitelo e siate vili come me, dite che vi piace, che vi piace da morire: "Sono un affamato di lettura, ma per mancanza di tempo faccio un po' come il lupo che quando riesce a mettere le mani su un gregge di pecore ne prende dieci per poi riuscire a mangiarne una sola". Qui apro un inciso, mi rivolgo a chi ha deciso di pubblicare tutto questo: chiunque tu sia, se il tuo giornale o sito o altra consimile boutique dell'informazione avesse un 50.000 euro da buttare in tribunale, qui ti avrei fatto un commento, con baci da Palermo! Però, così, a naso, mi sei simpatico, evitiamo, andiamo avanti: "Io faccio così: accumulo libri, continuo a comprarne, esco dalle librerie sempre con dieci e più acquisti, poi riesco a leggerne solo una piccolissima parte. Mi dico: magari un giorno non si sa mai...". Speriamo che gli capiti voglia e tempo di togliere il cellophane a qualche buon volume di un altro Giancarlo, il Lehner. Stessa radice, altro cognome in questa nostra sghembissima sinossi: Casotto, vicedirettore. Rimanga tra noi, pensavo fino a poco fa che ogni mia lettera spedita al Foglio arrivasse al pc del direttore. Lo immaginavo nella tinozza, col portatile poggiato sul bordo e la schiuma tutt'intorno, con la signora Anselma a lavorarne la schiena con lo spazzolone e Diaco a spremergli, devoto assai, i punti neri. In disparte, Luca Sofri addetto al telo di spugna. Poi ho saputo che no, non va così, che c'è un filtro: le legge prima Casotto, nella sua vice-tinozza, le mie paperelle. E' lì che l'Ubaldo me ne affoga sei su sette. Ma ora, vedrete, anche la settima di quelle farà la morte del cigno: confesso, mi sento il succedaneo di me stesso. Qui dovrei chiudere con Casini. Qualche tassonomista ozioso avrebbe scelto certamente Pierferdinando, lo skipper che sfida ogni bufera su inaffondabile legno; qui, quel tassonomista si sarebbe perso in malevolo e irritante gossip. Ma forse l'avrete già capito, "Cognomi d'Italia" è tutta un'altra cosa. Si è scelto qui l'omonimo Pierferdinando, figlioccio di Forlani. Quello che, per stigmatizzare un leghista fuori sincrono col suo boss (da lasciare così, chè possiamo sempre scusarci dando la colpa al proto), vibra sdegnato un "lei si prende le sue responsabilità per quello che ha detto; e quello che ha detto si commenta da solo". Che significa tutto e non significa niente, ma fa il suo bell'effetto istituzionale, in paziente attesa per il Quirinale. Flemme del genere potete sposarle in ticket con chi volete nell'ampio ventaglio da Lao Tse a Cesare Cremonini. E ho controllato, il ventaglio copre anche quel maschione di Bassolino. Ma quella è tutt'un'altra radice, radice in Bas-, ne parleremo più avanti. Alla prossima puntata, se non ci azzoppano prima: Scalfaro, Scalfari, Scaramacai.
(3) Dov'eravamo rimasti? Ah, sì, ecco: Scalfaro, Scalfari, Scaramacai. Notevole radice, questa in Sca-, perchè, mi auguro si sia compreso, Cognomi d'Italia non azzarda neppure il ritratto, ma si limita all'esercizio di pop-linguistica. Notevole radice, dicevamo, come si evince bellamente già dal primo esempio: Oscar Luigi. Si tratta di quel tizio dalle buffe basette che andava in giro per l'Italia con la sua erre moscia a schiaffeggiare signore troppo scollate nei ristoranti, in nome di una sua strepitossima devozione mariana. Stravaganze! Era l'Italia del Boom, ma il tizio preferiva il Ciàffete! Dalle velenose righe dei suoi indimenticabili Battibecchi, quel ganzissimo figo di Curzio Malaparte lo sfotteva con garbo atroce, ma quello niente. Aveva fisso innanzi uno scopo alto, passare per parrocchie e tribunali e ministeri, passare per il Quirinale, uscirne per finire dritto dritto sul podio d'ogni retore minore: due pezzi da sessanta righe al mese su l'Unità. Già detto che qui non si azzardano ritratti; se i voi lettori già avevate il filino di bava, aspettandovi malignità turpi e malpiche, "io non ci sto". Anche con Scalfari, l'Eugenio, non vorrei fare come quel barbaro del pool di Odoacre che, entrato nel Senato a Roma con la spada in mano, tirò la barba al nobile, fiero e immobile senatore, perchè gli sembrava candida statua. Il senatore, raccontano, fece "ahi!", ma il barbaro ci ricavò una figuraccia, al punto che su Vita Meravigliosa e su molti sussidiari venne ritratto con la faccia di Borghezio. Mi pare non sia il caso, soprattutto verso una barba per antonomasia che, appena a leggerne le prime righe, tutti a sbottare "Dio, che barba!". Ho detto "tutti", ma subito mi correggo, perché fa eccezione chiunque fu suo redattore, che ancora al solo nome gli si rizzano innominabili peli. La "messa" in tarda mattinata, il terribile "cono d'ombra", l'estenuante "ricerca dell'uomo", De Mita, Segni, Di Pietro, Prodi, Rutelli, Spinoza, e senza mai dover rendere spiegazioni, né a Sofocle, né a Eschilo, ché ne ingarrasse mai una di citazioni. Solo adesso mi rendo conto che Scaramacai non è neppure un cognome e me ne scuso. D'altronde, cosa potrebbe mai avere a che fare con i due precedenti Sca- quel simpaticissimo pagliaccio che era destinato ad evolversi in Sbirulino? Via, via, via! E alla prossima radice, quella in Ber-: Berlinguer, Berlusconi, Bertinotti.
4) Fatemi mettere le mani avanti, voi che leggete, ché nella posta m'è arrivata un'e-mail di Eugenio Scalfari (o di qualche buontempone che si è spacciato come tale) che mi fa: "Come, Castaldi? Io sono un finissimo intellettuale con due gonadi grosse così e lei mi riduce all'ombra d'uno spaventapasseri? Vergogna a lei e a chi la pubblica!". Dunque, permettete: ch'io possa stendere qui (e chi mi pubblica non me la tagliasse) una breve premessa a questo mio stralunato strologare, anche se ormai siamo già alla puntata numero 4. Se non si fosse capito, Cognomi d'Italia non è una Vita dei Santi, né l'ennesimo Bestiario. Piuttosto, è un campionario anatomopatologico di vetrini colorati con l'eosina e di boccioni colmi di formaldeide: minimalissima raccolta di campioni, fettine e ago-aspirati, un pelo, un calcolo, uno scaracchio, perfino qualche aborto e un dente del giudizio. O meglio ancora: è una collezione di sassi e minerali malissimo assortiti, lo zolfo, l'oro di Bologna, il salgemma, lo stronzio. E' scrittura rozza e faziosetta, giornalisticamente impropria, a metà tra il minchiaggio nella stanza dello scirocco, sorbendo il sorbetto, e il sacrosanto pissi-pissi durante la messa cantata, quando quella dura troppo. Cognomi d'Italia parte da una certezza: in ogni grand'uomo c'è un formidabile e celato scaccolatore di narici. E' la sua parte migliore. E dunque, dicevamo, quarta puntata: Berlinguer, Berlusconi, Bertinotti. Com'è evidente dalla scelta del primo cognome, la radice Ber- indica innanzi tutto pleomorfismo. Tra i Berlinguer non prenderemo quello che si sollazza in pesci d'Aprile, né la stupenda ragazza che pomiciò col Merolone e neppure quello che è tanto poco Berlinguer da sembrare un Cossiga. No, prenderemo Enrico. Figlio della signora Yalta, fece l'ultima tosatura di vello insurrezionalista al suo gregge e lo rinchiuse nell'ovile della "differenza". E' d'obbligo, qui, un'altra parentesi. Cognomi d'Italia ha un limite: rispetta i morti, a meno che non abbiamo stagionatura superiore ai cinquant'anni. Dunque, sebbene questo Enrico abbia fatto più danni alla sinistra (e all'intera politica italiana) di quanti ne abbia fatto la peronospera del '66, scenderà un velo di pietà e rispetto su tutto questo. Restiamo muti a rimirarne qualche foto: Enrico con quell'energumenone di Leonid; Enrico in un vestito di due taglie più grosse che indica l'esempio di Santa Maria Goretti alle ragazze della Fgci dal sopracciglio assai perplesso; Enrico che aiuta Robertooooo  agli inizi della carriera, saltandogli in braccio; Enrico che vomita sul palco per l'ictus; Giorgio Almirante alle Botteghe Oscure, commosso davanti alla bara di Enrico. Capiterà la stessa cosa, tra due-trecento anni (grattiamoci con vigore!), al nostro secondo cognome: Berlusconi. Diliberto a mandargli fasci di gigli; Cordero, disperato, a piagnucolare "e mo', che scrivo?"; Vattimo, mogio mogio, ammettere "però, era un bell'uomo!"  Lui, che tanti, con troppa confidenza, chiamano Silvio, porta quel pleomorfismo al grado soavissimo dell'impudenza. E' la somma di tutti i difetti e di tutte le virtù d'Italia, cumulandoli nella cifra antropologica che annulla virtù e difetti in un perfetto "italiano, troppo italiano". Chi gli rimprovera la scorza resinosa, quel suo vorace bisogno di piacere a tutti, di sedurre, conquistare, vincere, in effetti rimprovera al Berlusconi che è in lui il soverchio (e sospetto) pudore che ne censura lo sfarfallamento dalla crisalide d'una nevrosi qualunque. E dunque, l'odia. Per quel poco che può contare, al sottoscritto invece Berlusconi piace. Non tanto da passarci una sera assieme, per insanabili divergenze musicali; non al punto da fargli nasin-nasello perché mentine, quelle, il sottoscritto niente. Ma, cribbio (o diamine, se preferite), come non adorarlo per come, pur non avendo fatto neanche una riforma seria, ha fatto e fa sguazzare tanta teppaglia intellettuale nella pozzanghera di lacrime e di bile? Sarebbe un vero peccato fermarci qui, proprio ora che tocca a Bertinotti. Solviamone lo stigma in una sola immagine: "Io sono negro, io sono ebreo, io sono gay, io sono lesbica...". Un altro bell'esempio di pleomorfismo! Un solo piccolo sbigottimento per quell' "io sono lesbica": dal pugno chiuso al fist-fucking? La prossima puntata, giuro, sarò più breve, radice in Bo-: Bossi, Boccassini, Bordon.
(5) Quinta puntata di Cognomi d'Italia. Fatemi sapere se la cosa vi fosse venuta a noia, così smetto. Oggi, radice in Bo-, ce la sciropperemo liscia liscia: Bossi, Boccassini, Bordon. Sul primo dei cognomi sarebbe facile, troppo facile, perdersi negli accidenti biografici del Senatùr: studi universitari andati a male, carriera musicale andata a male, costola della sinistra andata a male, secessione del Nord andata a male. [Nota a posteriori. Tutto ciò fu scritto giusto un anno prima dell'ictus. E dunque figuriamoci oggi nel ripostare il tutto.] Queste schifezze, Cognomi d'Italia non le fa, le lascia ai commentatori seri, quelli col gusto macabro di intingere il tozzetto di pane nell'ulcera sanguinolenta del Paese, per fare la scarpetta.  No, per Bossi noi faremo antonomasia col quasi omonimo ragionier Filiberto, ideatore della versione nostrana del Tamagochi. Trattasi di grazioso animaletto digitale con hardware ricoperto di vivida plastica verde Padania e software che attacca il suo programmino appena rimossa la linguetta dal retro. Il Tamagochi Bossi, chiamiamolo così, esige continue cure, di giorno e di notte, sennò rutta, scacazza, strepita e gli vien duro. A non curarselo del tutto, deperisce, consuma in fretta la sua pila in dotazione e gli si affievolisce l'illuminismo del suo piccolo visore. Vuol essere accudito, nutrito, coccolato. Ma anche sgridato, se necessario, altrimenti gli va in tilt il programma. Diffidare delle versioni non originali vendute a due euro dai nordafricani. Ma ora passiamo a Boccassini, cognome che è tutto un programma, un altro programma. Sono amante della tranquillità e degli agi, quindi l'antonomasia non l'appicciccheremo alla dottoressa Ilda, ma al cantautore Fedele. Vedrete che fa lo stesso. Fedele Boccassini partecipò al Festival di Sanremo nella sezione Giovani Promesse nel 1996 con la canzone "Non scherzare, dài": "Non scherzare, dài, / ti prego, vieni qui, / ho bisogno di parlarti ora". Non sembra una convocazione in Procura? Il testo continua: "E' così che è sempre andato il mondo (...) / Quale civiltà, quale dignità? / Ognuno pensa ai fatti propri e basta". Moralismo, vittimismo, rabbia frustrata: è un cognome fatto così. Tant'è. Fedele Boccassini fu eliminato al primo turno, senza lodo e senza appello. La critica lo stroncò: "Scimmiotta Rossi" (Mario Bonatti, il critico). Rossi? Suppongo Blasco, boh. Anche per il terzo cognome in Bo-, che sarebbe Bordon, Cognomi d'Italia manterrà profilo basso, un po' per evitare reazioni isteriche, un po' per non metter mano alle miserie della politica italiana e alle sue male parate. Meglio le ottime parate di quell'eccezionale portierone interista che fu Ivano Bordon piuttosto che gli autogoal dell'omonimo stopper che ai tempi dell'Ulivo svirgolava palla alla viva-il-parroco: W Bordon (si prega di pubblicare senza puntino tra le due maiuscole, sennò saremo sommersi di pigolii). Alla prossima. Radice in Mal-: Malaparte, Maltese, Mal dei Primitives (che anche se parla come Shell Shapiro in fondo è italiano). Che faccio, continuo?
(6) Qui, Cognomi d'Italia si scusa. Questa rubrichetta vi aveva lasciati alla puntata n. 5, promettendovi che l'oggetto di quella n.6 sarebbe stata la radice in Mal- (Malaparte, Maltese, Mal dei Primitives). Mi spiace, quella promessa sarà delusa. In una seduta spiritica molto seria, di quelle tipo Romano Prodi, l'ectoplasma di Malaparte mi ha severamente diffidato: "Io, insieme a quello?"  Pensavo si riferisse a Mal dei Primitives, ho cercato di abbozzare una scusa: "Gentile Malaparte, lo so: Mal è inglese, dunque pochissimo arcitaliano e non ha lo slang washed in Arno River, nè cognome adatto alla rubrica. Però è simpatico; ha cantato belle cose, se non ricordo male addiruttura il noto 'i tciuoi occi sono fari abajanti / io tci sono davuanti'; perché non può essere italiano d'adozione, se può esserlo Riccardo Cocciante che è nato a Saigon?" E l'ectoplasma di Malaparte ha risposto: "Castaldi, lei è davvero un tontolone! Non mi riferivo a Mal dei Primitives, che sa scrivere e parlare, ma a Maltese".  Dunque, anche se potrà sembrare che qui io abbia aggirato la diffida dell'ectoplasma, parlando sia di Malaparte, sia di Maltese, sia di Mal, mi scuso e salto questa puntata n.6. Alla prossima: D'Annunzio, D'Alema, D'Agostino.
(7) Cognomi d'Italia, carognin-carognetta, è arrivata alla settima puntata. La volta scorsa ci lasciammo dicendo D'Annunzio, D'Alema, D'Agostino. Radice in D'A-, radice che evoca tormentoso rapporto con i mezzi di comunicazione. Gabriele D'Annunzio? In la sua vita più d'un giornale tormentòllo, ahi! Cominciarono a mettere in giro quella colorita bufala, dissero che si fosse fatto biomodificare il costato per autarchiche procedure. Poi si venne a sapere che quelle cicatrici erano di una volgarissima ernia inguinale bilaterale, di cui il Vate si vergognava. Ma (forse non tutti sanno che) il peggio l'ebbe da Franz Kafka, sì, proprio Franz Kafka, il verginello. La cosa si racconta in due righe. Nella dorata tana del Vittoriale, il Divin collezionava in un album tutti i ritagli di stampa verso di lui velenosa o addirittura mortificante. In prima pagina, su quell'album, un articoletto del 1911 in cui un ironico cronista praghese riferiva dell'impresa fiumana come d'una manifestazione sportiva. Firmato: Franz Kafka. D'Annunzio commentò, crocchiando la dentiera: "Era un impiegatuccio, ma anche un grande artista. E guarda chi vien fuori, per sparlare di me: l'impiegatuccio." Ora, lo so, D'Alema non è D'Annunzio, è tutto un altro tipo di brevetto. Però, senza alcun dubbio, anche D'Alema ha fatto diventare impiegatucci molti grandi artisti. Fare le pulci ad uno così, vigliacchi! Sfido ciascuno di quei "giornalisti dei miei stivali" (pardon, parafrasavo Craxi!) a trovarsi nelle stesse condizioni del D'Alema e a venir su diverso dal D'Alema. Lo metterei, questo vigliacco d'un giornalista, a spezzare tappetti delle bibite, da giovane, e a fare origami, in età matura; lo intontirei di Frattocchie fin da bambino e gli farei cadere un muro addosso proprio alle ultime tappe d'un glorioso delfinato; lo sbatacchierei tra Occhetto e Veltroni, poi tra Prodi e Bertinotti, poi tra Moretti e Pardi, poi tra Cofferati e Rutelli; gli farei avere un Giuliano Amato come miglior amico e un Folena come un'Eva contro Eva. E poi vorrei vedere se anche il giornalista non mi diventa un ossessivo-compulsivo di media bellezza, che mesto mestola nel suo risotto, vorrei vedere! Cognomi d'Italia è una rubrica seria, queste schifezze non le fa. Massimo D'Alema, personalmente, qui, ci sfizia. Amiamo le carogne, ch'amma fa'? Ora, si chiederà: "Vabbe', a questo punto che c'entra D'Agostino? E' uno che ha un tormentoso rapporto con la stampa, quello?" Che c'entra D'Agostino? Ma Roberto non può che essere invidiato (dunque odiato, quindi perseguitato) dalla stampa. Ultimamente è più informato del Corriere della Sera, almeno per quanto riguarda il Corriere della Sera. Ha un sito che trabocca tette e culi, non te l'aspetteresti mai, ma ne sa una più dell'Ansa. Certo, però, mocassini di raso rosa, giacche mescaliniche, anelli da medium di borgata... lasciamo stare! Se hai l'imprinting da Renzo Arbore appena escito dal guscio, rimani segnato a vita. Ecco, non resta che darci l'arrivederci alla prossima puntata: sono indeciso tra Venditti, Veltroni, Velardi e Britti, Brigliadori, Briatore.
(8) Cognomi d'Italia aveva dato appuntamento con la radice in Ve- o in Bri-, ma s'è capito, m'auguro, ch'è rubrica orfana, dunque inaffidabile. Ecco che quindi ha deciso che niente Ve- e niente Bri-, ha deciso che adesso se ne va a morire in questo cimitero di zanne, il blog di Malvino. La prima e la seconda puntata piacquero al dottor Polito che le pubblicò, con qualche accorta sforbiciata. Poi la cosa si bloccò: avrò lisciato contropelo qualche gatto nero, comunque il gioco è bello quando dura poco. Sicché, sicché, sicché... Cognomi d'Italia vi saluta, non senza aver toccato un'ultimissima radice, quella in Pol-. Suppongo sia d'obbligo destinare l'antonomasia al cognome Polito. Antonio Polito nacque a Buenos Aires il 31 maggio del 1898, dove si spense il 18 agosto del 1958. Pianista e compositore, prese lo pseudonimo di Antonio Timarni. Innovatore nei generi del tango e della milonga, sperimentò brillanti cicli di samba e di fox-trot. Molto apprezzato in patria, ebbe grande successo anche in Uruguay, con qualche significativa eco europea. Alcune delle sue composizioni: "¡Qué tipo!", "Color de rosa", "Lo que Dios mande", "Desencanto". Quando si dice le coincidenze! Grazie a chi ha avuto pazienza di arrivare fino a questo punto.

(L.C.)

[Nota: E' più forte di me. Le cose scritte in passato mi sembrano sempre migliori di quelle che scrivo ora. Sempre stato così. Siate buoni, niente cattiverie. ]




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20 giugno 2004

Merce avariata / 8

[17.11.2003] Ristorante "da Adriano" - Carovilli (Is)  Per quella parte di blog che dovrebb'essere diario privato vorrei parlare di una serata a Carovilli (Isernia). Fosse per me, starei a girarmi i pollici su un divano per interi secoli, guardandomi in vhs vecchie puntate di Ottoemezzo, la Lulù di Pabst e La via lattea di Bunuel, leggendo e rileggendo Eliot, Pound e Beckett, sfogliando riproduzioni di Bacon e Cranach. Mi salva la fidanzata. Quando s'accorge che sta crescendomi un po' di muffa sotto il cervelletto, prende la macchina e mi scorrazza in giro per l'Italia. Io faccio il muso e bofonchio, ma si capisce che è un rituale, il primo ad esserne contento sono io. Ci si muove, si va a sfruculiare l'Appennino. Di solito si parte presto, coi primi scaracchi di Bordin sulla rassegna stampa. Se è il turno di Capezzone o Taradash, si fa un sospiro e ci si spara un cd di quelli collaudati. Pieno, olio, acqua, mazzetta di giornali, caffè, carta di credito e una stecca di Marlboro. Stavolta, Carovilli. Carovilli, perchè su l'Espresso di questa settimana c'era la recensione di un ristorantino, "Adriano", via Napoli 14/i, n. tel. 0865/838688 (attenzione, perché quella merdaccia di giornale dà il numero sbagliato, a quello giusto qui sopra ci si è arrivati alla Claudio Bisio, con l'892424!). Brunella, che poi sarebbe la fidanzata di cui sopra (classe 1978, indole asprigna ed essenziale di capricorno con luna in ariete), ha già pronto nascostamente il programma da qualche giorno. Mattinata a Roccaraso, a mantecare i prati tra farfalle e cicale. Due righe a Ferrara su Tzvetan Todorov, due righe a Polito su Daniele Luttazzi, minutino di solidale cordoglio perché Meotti non c'è né sul Domenicale né sul Foglio (io e Brunella sappiamo cosa significa in quel d'Arezzo) e già s'è fatta l'ora dello spuntino prandiale. Dal bagagliaio escono il patè preso a Paris, le more, i lamponi e due Campari mix. Ruttino, pulizia del prato, partenza per Carovilli, con soundtrack di quella checca maso di Wim Mertens. Carovilli è un paesino come tanti. Gente cordiale, con qualche tollerabile punta d'invadenza verso i forestieri. Assicuro che, se uno come me dice "cordiale" e "tollerabile", la gente di Carovilli potrebbe sembrare celestiale a un qualsiasi altro essere umano, perché sono un tipaccio, ho ucciso mamma a undici anni, perché insisteva con la maglia di lana. Ma è meglio non divagare. Siamo in collina, fa fresco, con un tenue rimpianto d'afa. C'è una sezione del Pds (sic!), a Carovilli si sono persi due passaggi intermedi verso il Partito Riformista, di cui pare stia per schiudersi l'uovo. In chiesa, leggiamo sul sagrato, ci sarà un coro di Agnone in serata. Non c'è neppure bisogno di azzardare una bozza di proposta. L'altra metà del mio cuore me la stronca con quell'obliquo sguardo da Giuditta su Oloferne, come per dire "musica per mufloni dopo aver mangiato?". Andiamo "da Adriano". Abbiamo fatto bene a prenotare. Cerchiamo di metterlo in difficoltà chiedendo del vino bianco, giusto per fare un po' gli stronzi. Smorfia di dolore dell'oste che torna con un Fiocco del 2002 e con un correttivo-propedeutico-moratorio-lenitivo: un'anima di miele su un tocco di ricotta caprina. Ci viene amorevolmente intimato di non toccare il pane, un po' perché il tripudio di tartufo che sta per scatenarsi ne soffrirebbe, un po' perché la cena ha nove portate (il menù è a discrezione di "Adriano"). Obbediamo. Tralascio il resto, perché consiglio vivamente il ristorante e la sorpresa dei piatti è parte del godimento. 62,50 euro in due, grappa di rovere, regalini da portare a casa (marmellata del posto e formella di ricotta), stretta di mano, promessa di ritorno. Come alle mie figlie, quand'erano piccine, alla fine delle favolette euipniche di "Cappuccetto Fucsia" e dei "Tre porcellini tossicodipendenti", chiedo a voi, disperando di una risposta esatta: "Come ci insegna quanto fin qui narrato?". Che pure l'Espresso, tra le tante solite stronzate, può scriverne di tanto in tanto una giusta.
 




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4 giugno 2004

Merce avariata / 7

[22.5.2003] Caro D., non accadrà, ma se dovesse mai accadere ch'io diventi tanto ricco da potermi permettere un agente e delle guardie del corpo come quelle che ha Nicole Kidman, anch'io darò disposizioni precise per evitare di incontrare sui miei passi le mie Penelopi e le mie Cruz. Una delle mie Cruz (trattasi di vera Cruz!) è quella di incontrare ogni tanto, al bar Gambrinus, a Napoli, Alfonso Pecoraro Scanio. Io sto lì, coi miei giornali e il mio moleskine, chissà come ho trovato mezz'oretta per riprender fiato, quand'ecco arriva il Pecoraro, con il codazzo che gli tesse un basso ostinato in semibiscrome di cazzatine, sotto le urla che comincia subito a impuntare sui suoi due o tre cellulari. Non è soltanto la mia antipatia viscerale verso il Pecoraro, che qui non sarò tanto ipocrita da negare; non è neppure il mio fastidio per il Vip che schiamazza in luogo pubblico, credendo che il luogo pubblico debba sentirsi onorato della di lui presenza, fosse pure schiamazzante. No, caro D., credimi, non è quello. Il fatto è che, se tu non sapessi che quello è il tavolino del Pecoraro, potresti confonderlo col tavolino di quei tre innocentacci di Cirino Pomicino, Di Lorenzo e Di Donato, parlo dei loro tavolini ai tempi d'oro. Così, mentre cerco di capire qualcosa di Cordero su Repubblica (perchè o è lui il difficile o sono io il tonto) o di Colombo sull'Unità (e lì il problema non si pone), il Pecoraro intorbida il fiumiciattolo dei miei pensieri. E mai che a quel telefonino parlasse di una bietola, di un articolo 18, di un embrione congelato. Solo congiure e congiurette, corridoi e corridoietti, ghigni e ghignetti. Tu immagina l'agente e le guardie del corpo di cui sopra: "Ah, lei è Pecoraro Scanio. Un attimo, prima di entrare. Avvisiamo il Castaldi, così può uscirsene dall'altra uscita. Sa, non la sopporta". Poi dice che i soldi non fanno la felicità.




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30 maggio 2004

Merce avariata / 6

[23.10.2003] a P.W.


Per quel poco che di questo blog dovrebb'essere diario privato, vorrei sbracarmi un poco su quello che è mi accaduto in web, non molto tempo fa. Conoscevo già da un due annetti un delizioso nick e ... Ecco, lo sapevo, non ho neppure cominciato e state già equivocando! Non sto parlando di chat, ma di quei meravigliosi mondi sottomarini che sono le communities politiche. Il nick non era 'chantal_82' o 'utero_bollente', ma proprio un nome e un cognome. Be', che dire, io, quando amo, faccio pena: m'inginocchio e adoro. I suoi interventi erano tutti strepitosi, mi lasciavano talmente incantato da non riuscire ad essere neppure invidioso. Pensatela come vi pare, ma (1) ho conosciuto l'invidia certe volte, ed è così dolce lasciarsi andare ad essa che, se a uno gli scappa, e meglio non se la tenga al chiuso, sennò marcisce e puzza; e poi (2) è difficilissimo che m'inginocchi, ho un menisco orgogliosissimo. Uno sterminato sapere, un'impressionante sensibilità, una stoffa d'anima inestimabile, ugualissimo e diversissimo, ma ad un livello ch'io tuttora credo superiore, superiorisssimo, sicché io dovrei crescere ancora per dirmi pari: insomma, tagliamo corto, mi sono innamorato di questo forumista. Ecco, lo sapevo, avete equivocato ancora! Perciò non si dovrebbero mai andare a dire i fatti propri in giro, perché ci sono orecchie come le vostre. Lo so, starete lì a pensare ch'io mi faccia tresche platoniche, che sotto sotto sia checca, o domineddio sa che altro, perchè ho detto "mi sono innamorato di questo forumista", io, io che vengo dal Msi, e prim'ancora dal Pci, che c'ho florida prole, fama di sventrapapere e un'altra vita molto seria oltre questa che strappo al sonno che comunque non vuol venire? Continuiamo, và, sennò metto su una delle permalosate mie che chi  mi conosce sa. Dunque. Mi pare lui corrisponda, sì sì, corrisponde: Dio, che onore, corrisponde! Insomma, sono stati due anni di paradiso. Battibecchi quasi quotidiani nel forum, gentilezze, falsi litigi divertentissimi, complimenti-che-quando-sono-veri-te-ne-accorgi-subito, pieno godimento reciproco. Non so perché, ma qui non ho paura d'essere immodesto, rischiando il ridicolo: reciproco davvero. Sapete, le insicurezze maschili sono burroni e termitai, e l'horror vacui è tutto un brulicar di prole e papere. Ma qui non ho dubbi, e non m'illudo. E dunque, insomma, non mi viene anche con lui la mia solita idea di voler conoscere di persona quelli di cui ho amato tele, dischi, pagine, idee? Mi viene. Ho qualche eccesso di carnalità, con dolenza convengo. Noi due avevamo un pur rado epistolario privato, perché le nostre faccende le avevamo sempre sbrigate in pubblico, sotto gli occhi di tutti, due sfacciate sbarbine nel bukkake. Gli scrivo, e scrivo più o meno: "vengo a Roma, hai tempo per prendere un caffè da Rosati?". Scopro che non si può muovere, non può nemmeno parlarmi al telefono. Sono medico, ma non ho il coraggio di chiedere "di che si tratta?" Esiti di un incidente è l'idea cui penso, non so perché. Ma potrebbe essere qualsiasi cosa. Di fronte a questa rivelazione ho un botto, addirittura chiudo il telefono in faccia a chi mi dice dall'altra parte del filo che il mio bello "non può parlare, ha una tracheotomia, deve dire a me e io poi le dirò cos'ha risposto". Mi vergogno un poco a dirlo, ma l'ho fatto. Fatevene l'idea che vi pare, anime-pie-del-cazzo. Quell'uomo, in rete, era l'esatto contrario. Sono rimasto ventiquattr'ore come istupidito. Gli riscrivo, spiego, lo abbraccio per e-mail. Ecco, sto quasi per finire, chiudo subito il diario. Noi due, ora, si continua a godere insieme in rete e per e-mail, sappiamo di volerci bene e ce lo diciamo senza doverci nascondere dietro quel modo un-po'-così di stare in rete che certe volte è posa e poc'altro. Ora, quando nelle sue poesie di quel forum lui si descrive come una belva che gira nella notte sui tetti in cerca di vergini tremanti, io so a cosa esattamente miri e come spessissimo ci riesca: è una penna eccezionale, un miracolo vivente, un incanto! Da parte sua, egli sa che quando faccio il sadico sentimentale, come in questo pezzo, in realtà io l'ho dettato e un altro l'ha scrito. [Postilla: Tu che dei blog ami la parte che dovrebb'essere diario privato e sei arrivato alla fine di questo lungo pezzo (però saltando, ammetti: non fare il disonesto, ché ti ho visto!) , non era meglio che ti leggevi altro?]




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29 maggio 2004

Merce avariata / 5

[ da "Il Riformista" del 26 gennaio 2004]
Caro Silvio,
so bene che forse avrei dovuto iniziare questa mia con un ben più acconcio "Signor Presidente del Consiglio" o "Gentile Dottor Berlusconi". Ma ho appena finito di ascoltare il tuo discorso del 24 gennaio al Palazzo dei Congressi dell'Eur, quello per il decennale della tua "discesa in campo", ed ora nello scriverti non riesco che a darti del tu. Non mi fraintendere, ti prego. Mi sto macchiando di quello che, convengo, è un abuso di confidenza, peraltro per ragioni affatto diverse da quelle di chi, credendo nello Spirito Santo e nella sua imperscrutabile potenza, te ne voglia ritenere incarnazione. Ti do del tu fuor d'ogni esaltazione mistica or ora suggeritami dalla tua citazione di don Gianni Baget Bozzo, fuor d'ogni devoto incanto dei tanti che, pur in un rispettosissimo lei, fanno sentire l'eco di un tu filiale, cui sono autorizzati dalle delizie (chiamiamole così) del tuo paternalismo. Nemmeno, sappi, è il tu che dalla curva degli ultras piove sull'idolo lì in campo, pronto a mutarsi in caprio espiatorio, se la partita mette male. 
Io sono, molto e troppo semplicemente, un tuo elettore da dieci anni, che non sa e non vuole considerarti né padre né Spirito Santo. Ho sempre votato te e il tuo partito (così poco "partito", così intrinsecamente "tuo") per ragioni lontane dalle più o meno alte declinazioni del fanatismo per le quali, in un senso e in quello opposto, la tua persona sembrerebbe esser fatta. Sono soltanto un fazioso, la mia fazione è quella liberale: se il tuo partito è un'azienda, io sono sempre stato un socio di piccolissima minoranza, come ben dovresti sapere anche se non mi aspetto che tu voglia ammetterlo. Il mio tu è quello di chi ti ha scelto dieci anni fa come un "meno peggio" che la controparte rendeva "quasi ottimo". E' il tu, consentimi, di un socio, piccolo fino all'insignificanza, certo: sennò dimmi che senso avrebbe prometterti il mio voto alle europee, per come "l'Italia che volevi" ora manda in galera un adolescente che si spinella, rende difficili le cose a chi ha problemi di salpingi e non sa ancora far di un magistrato un servo dello Stato e basta. E' il tu che, dopo dieci anni, scappa detto dall'assicurato all'assicuratore, in virtù d'una polizza firmata per necessità.
Il tuo discorso all'Eur mi fa sentire autorizzato a questa confidenza, solo perchè m'invita a ricordare con commozione la stipula di dieci anni or sono. Accetto l'invito, ma avrei due paroline riguardo la commozione. Lo so, la tua assicurazione mirava a coprire i rischi di tanti di fronte alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto e Borrelli, la maggioranza degli italiani come poi dissero le urne: cattolici non rassegnati al catto-comunismo dei dossettiani e degli azionisti, socialisti da sempre esuli dalla sinistra italiana egemonizzata dal Pci, moderati senz'altra qualità che la moderazione, fascisti stanchi di fogna, perfino qualche giustizialista padano finalmente deciso alla mitica Fase 2. Tra questi, c'ero anch'io, coi pochi, in verità pochissimi, che si dicevano liberali non senza una ragione, perchè liberali da sempre. Non mi stupii che tutto quanto tu dicessi avesse l'etichetta di liberale: cosa meglio del liberalismo poteva far fronte a un blocco che sosteneva le tristemente note ragioni dello Stato Etico? Ma nemmeno mi illusi: sapevo che "liberale" sarebbe stato un aggettivo buono per molte evocative suggestioni, ma che sarebbe andato spesso eluso nella pratica dei compromessi, che sono così spesso dolorosi e necessari in questo paese sospeso tra il culto di Padre Pio e la fantasiosa creatività di molti pezzaculisti. C'era altra scelta, in quell'ormai lontanissimo 1994? No, neppure ora credo: ho fatto bene a firmare quell'assicurazione e a rinnovare ogni volta la polizza, anche se poi nella scheda della quota proporzionale non potevo che tradirti per Pannella.
Dunque, ecco il "dunque": riguardo quella commozione che ti aspetteresti, sappimi freddo. E sappi che, delle assicurazioni contro i sinistri, ce n'è bisogno fintantoché c'è il rischio di sinistri. Mi sei utile, non so capire se in misura minore o maggiore di quanto ti sia utile io. Mi sei simpatico, certamente più di quanto potrei esserti simpatico io, se appena appena tu sapessi. Ma la commozione, scordatela. Almeno fino a quando l'aggettivo "liberale" vorrai srotolarlo solo nei giorni di festa. Ciao,
Luigi Castaldi 
Postilluzza: Certi comment dànno riverberi inimmaginabili a un post. Sicché talvolta meritano di essere fagocitati da quello. E' il caso di un comment lasciato a questo post alle 18.29, neppure mezz'ora dopo che esso avesse visto la luce. Come sanno i quattro gatti che vengono a leggere questo blog, "Merce avariata" è una rubrica di cose vecchie, scontrini, letteruzze, pisciatine, baci storti e capate: lo scritto qui postato è del 26 gennaio 2004, vecchio 4 mesi 4. Ciò nonostante, un nostro amico (che qui non citeremo per non fargli fare brutta figura) alle 18.29 commentava:
"Dopo i pittbull dell'estate scorsa e le decapitazioni di questo ultimo scorcio di primavera mi sa che adesso faremo in tempo a stufarci degli smarcamenti dal Berlusca".
Mi pareva giusto rispondere:
"Leggi la data, angioletto! E' roba vecchia. A quei tempi l'avresti detta una 'primizia'?"
Visto che è come penso io? I comment o non servono a niente o servono a far quadrare il cerchio della vanità del blogger.




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27 maggio 2004

Merce avariata / 4

[10.9.2003] Da medico, posso assicurare che per molti già l'idea di avere dei polmoni, per quanto indenni dai danni da fumo e, dunque, se indenni anche dai danni da smog cittadino, d'un delicato rosa e di un tumido e fastoso aspetto, - ma fatti poi in quel modo lì, di quella particolare forma, di quel particolare rosa, di quella particolare consistenza che la foto di un polmone lascia supporre a chi non l'ha mai visto dal vero - già tutto questo, per molti, è pura pornografia, con i suoi diversi effetti di passeggero disagio o passeggera eccitazione -  non è, o non risulta informazione. Dei propri e altrui organi interni, in un clima di rimozione culturale per tutto ciò che il corpo, e di là dal mito e i suoi traslati, ciascuno si fa la sua idea, cogliendo indifferentemente da un film horror, dal Codice Atlantico di Leonardo, dalle diapositive colorate che Mirabella manda in onda ad Elisir ed ora anche - forse - da un pacchetto di Marlboro. C'è poca dimestichezza, in generale, per ciò che è sotto pelle e, in generale, dentro. Quasi ogni giorno faccio i conti con queste imago fantasmate d'organi interni che sono diverse da paziente a paziente. Sicché per taluni il colon è un tubo, per talaltri è una sacca, per altri ancora è un punto che fa male e basta. Spiegare loro il colon con l'ausilio di una foto, quand'anche mi sembrasse strettamente necessario per un'esatta informazione, non mi ha mai dato significative prove che la foto di un colon sano trovi migliore accoglienza rispetto a quella di uno malato. E dunque ho smesso. Ora, è evidente che l'idea di mettere sui pacchetti di sigarette immagini reali di trachee e placente e corpi cavernosi non è diverso dal sottoporre il fumatore ad un continuo fare i conti con questa verità autoptica, giacchè non mi risulta che il dispositivo della commissione Ue preveda immagini comparate sano/malato. Insomma, dietro la scusa della sensibilizzazione ad un problema che è reale almeno quanto il benzene delle marmitte catalitiche, si nasconde un inutile, sadico e intrusivo "memento mori". Almeno fino a quando la preposta commissione Ue non disporrà che sulla confezione di quel grande bluff farmacologico che sono gli epatoprotettori ci sia la foto di un fegato fresco, bello e tosto o che si cominci dalle scuole elementari con qualche semplice rudimento di anatomia normale e patologica. Ma, poi, mostrereste al pupo le tonsille che gli avete appena tolto? Suppongo, mi auguro che no. Avrei finito. Qualcuno ha da accendere?




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24 maggio 2004

Merce avariata / 3

[24.5.2003] Al direttore - Rimanga tra noi, ogni volta che tento una bella conversione alla Papini, accade qualcosa che me ne svia. Stavolta è stata la puntata di Ottoemezzo. Ascoltavo i suoi ospiti toccati dalla fede (nonchè dal relativo bagaglio di sapere) e mi chiedevo se poi, a conversione avvenuta, non avessi parlato anch'io a quel modo, con tutte le acca mistiche e gli occhi spalancati. Mi son posto un problema di stile e, liberatoriamente, tremendamente, ho bestemmiato. In un certo qual modo, grazie.
[25.5.2003] Caro Giulio, la tua ultima telefonata mi ha toccato profondamente. Forse hai ragione tu, il nostro blog non raccoglie gli accessi che meriterebbe. Allora, un po' per dimostrarti che questi benedetti accessi sono una stronzata, un po' per darti una rizzatina allo Shiny Stat, t'ho inventato'sto gioco. Consiste nel postare, così com'è riportata qui sotto, una lunga lista di blog, preceduti e seguiti dalla dicitura "un blog geniale". Quando i titolari andranno su Google a guardare chi se li caga in rete, come potranno resistere alla tentazione di cliccare il sito che afferma che il loro blog è geniale? Avremo un centinaio di accessi in più e sarà dimostrato quel che ti dico da tre mesi: l'autoreferenzialità è "vento nel vento, vuoto nell'anima, stesso desiderio di morire e poi rivivere" (Mogol-Battisti).Che poi non significa niente, ma fa il suo bell'effetto. Tuo Luigi
P.S.: "Il catalogo è questo!" (Da Ponte-Mozart) un blog geniale 4 banalitaten un blog geniale 5 del mattino un   blog geniale achille un blog geniale ander costruksciòn un blog geniale artedelnastrone un blog geniale blob of the blogs un blog geniale bloggando un blog geniale blogico un blog geniale blog.it un blog geniale blogmatic cafè un blog geniale blog notes un blog geniale blogOltre un blog geniale blogorrea un blog geniale blogorroico un blog geniale briciola nel latte un blog geniale brodoprimordiale un blog geniale brontolo un blog geniale camillo un blog geniale carmilla un blog geniale clutcher un blog geniale colazione da puskas un blog geniale comzine un blog geniale dispenseronline un blog geniale dot-coma un blog geniale emmebi un blog geniale e sticazzi un blog geniale falsoidillio un blog geniale ffwd un blog geniale fuoridalcoro un blog geniale futablog un blog geniale gaspar torriero un blog geniale gat's blog un blog geniale giallodivino un blog geniale gigimeroni un blog geniale giornalismi un blog geniale giovani tromboni un blog geniale gnueconomy un blog geniale gokachu un blog geniale gonio un blog geniale il posto di antonio un blog geniale inkiostro un blog geniale insonia un blog geniale interblog un blog geniale ipse un blog geniale klamm un blog geniale kingdom un blog geniale labranca un blog geniale laPizia un blog geniale la vita istruzioni per l'uso un blog geniale leibniz un blog geniale leonardo un blog geniale lieveansia un blog geniale ludik un blog geniale luigi il libraio un blog geniale manteBlog un blog geniale mappamondo un blog geniale marsilio black un blog geniale massaia un blog geniale massimo bernardi un blog geniale merzLog un blog geniale mim*ina un blog geniale momoblog un blog geniale mu un blog geniale nazione indiana un blog geniale nemo un blog geniale network games un blog geniale nilus un blog geniale ocurréncia un blog geniale onino un blog geniale paferrobyday un blog geniale pagine di iaia un blog geniale palomar un blog geniale paolo valdemarin un blog geniale personalitàconfusa un blog geniale pfaall un blog geniale phibbi blog un blog geniale pioggia acida un blog geniale platinette un blog geniale polaroid un blog geniale princess proserpina un blog geniale quinto stato un blog geniale reponser un blog geniale sabelli fioretti un blog geniale selvaggia lucarelli un blog geniale skip intro un blog geniale società delle menti un blog geniale spiritum blog un blog geniale squonk blog un blog geniale storie un blog geniale strelnik blog un blog geniale supergiornale un blog geniale tao un blog geniale tentativi di fuga un blog geniale the petunias' un blog geniale tom un blog geniale uiallàllà un blog geniale un sentire enorme un blog geniale uomonero un blog geniale verbamanent (zu) un blog geniale verbamanent un blog geniale weblogz un blog geniale wittgenstein un blog geniale zitti al cinema un blog geniale




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18 maggio 2004

Merce avariata / 2

[18.5.2003]  I. Quando eravamo missini nei gloriosi anni '70-80 (formidabili quegli anni!), ogni volta che la sinistra mendicava alibi sociologici alla delinquenza comune, avevamo chiara l'evidenza che quella fosse la "seconda primogenitura partigiana" in cerca di manovalanza fresca. Oggi che missini non lo siamo più, possiamo finalmente dire ciò che già allora pensavamo davvero: pigliassero in culo!
II. Quando eravamo democristiani nei gloriosi anni '70-80 (formidabili quegli anni!), ogni volta che la sinistra mendicava alibi sociologici alla delinquenza comune, provavamo a definirla "regressa o fissata". Oggi che democristiani non lo siamo più, possiamo finalmente dire ciò che allora pensavamo davvero: si curassero!
III. Quando eravamo radicali nei gloriosi anni '70-80 (formidabili quegli anni!), ogni volta che la sinistra mendicava alibi sociologici alla delinquenza comune, provavamo a considerarla "protesi impazzita del corpo corrotto del Regime". Oggi che radicali non so, beh, boh, insomma, diciamo Pannelliani, beh, insomma forse liberali, boh, beh, forse invece no, democratici "tout court", e aggiungiamoci "filoamericani", possiamo finalmente dire ciò che pensiamo davvero: 'a paranoici stro-ònzi!






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16 maggio 2004

Merce avariata / 1

[16.5.2003] Ho mostrato alla mia prole l'aggressiva risposta di Giuliano Ferrara a Claudio Martelli (Il Foglio, 10.5.2003), nel corso della mia abituale lectio magistralis del sabato. Quest'ultima era intitolata "La pietà verso il morente nella cultura occidentale". Dalla morte di Patroclo a quella del condottiero Francesco Ferrucci (Firenze 1489 - Gavinana 1530), quello di "vile, tu uccidi un uomo morto!", passando per eutanasia e per storia calcistica dell'Inter, siamo arrivati a Ferrara e a Martelli. A quel punto la prole ha chiesto: "Papà, ma Martelli chi? Quello che 'voleva restituire l'onore politico ad un partito deturpato da Craxi' o quello del conto Ubs 633369?" Comincio a odiarla, quest'abitudine della lectio magistralis!
[19.5.2003] L'Espresso in edicola (n.21), nella persona di Denise Pardo (pag. 23), sfotte un pochetto il sottoscritto (che sarebbe niente) e il mio amico Gianni Pardo, amatissimo co-blogger (che, chi lo tocca, gli venisse un tumore in culo, piccolo, con prognosi fausta, ma dolorosissimo!). Così ho pensato bene di mandare apposita letterina all'Espresso. E, visto che questa non la leggerete mai su quel giornale, la ritrascrivo qui: "Gentile Pardo, nelle due gloriose primavere del 1963 e del 1964, di domenica, dalle undici fino all'ora di pranzo, mio padre mi portava con lui a distribuire l'Unità. La si chiamava, ricordo, "diffusione". La cosa durò fino all'espulsione di mio padre dal Pci, nel 1965. Nel trafiletto di tre righe me lo chiamarono, ricordo pure questo, "deviazionista". Mio padre fece spallucce, sorrise e disse "Maniaci!". Dunque, gentile Denise Pardo, sappia: tre righe di disprezzo comunista su un giornale ai Castaldi fanno un baffo. Con molto rispetto,  L.C.




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Gli editoriali per Notizie Radicali


172. Urbi et orbi, la Marcia di Pasqua è inesistente
(11.4.2007)

171.
Addio, radicali. Arrivederci, liberali
(4.4.2007)

170.
La materia oscura
(30.3.2007)

169.
L’eroica lotta del prode Bandinelli
(20.2.2007)

168.
E a questo stiamo
(19.2.2007)

167.
Tra il sacro e la secolarizzazione
(16.2.2007)

166.
La smetta, Binetti, si curi!
(31.1.2007)

165.
Ignobile scoop
(29.1.2007)

164.
In memoria di Alfredo Ormando, ex seminarista, gay, arso vivo
(12.1.2007)

163.
Per ogni Popieluszko c’è sempre almeno un Wielgus
(10.1.2007)

162.
La pieta e la chiarezza di Francesco D’Agostino
(9.1.2007)

161.
Bernard-Henry Levy e i blog
(8.1.2007)

160.
Le esequie ecclesiastiche a Gabriele Cagliari
(2.1.2007)

159.
Assuntina Morresi davanti a Piergiorgio Welby
(20.12.2006)

158.
Ratzinger e i «terminali»
(18.12.2006)

157.
Il concubinaggio
(14.12.2006)

156. La «sana laicità»
(11.12.2006)

155.
Cantalamessa
(6.12.2006)

154.
Lo Sdi e la massa critica
(4.12.2006)

153.
Caro Punzi
(28.11.2006)

152.
Il diabete dell’ateo devoto
(27.11.2006)

151.
Alasciarli dire, a lasciarli fare
(24.11.2006)

150.
Il metodo di Antonio Socci
(23.11.2006)

149.
Salvo forellini
(22.11.2006

148.
L’olio e le erbe medicamentose di San Francesco
(20.11.2006)

147.
Chissà se il mercato globalizzato accetterà l’authority della Chiesa
(15.11.2006)

146.
La Curia di Bologna
(10.11.2006)

145.
Simpatica carognetta
(8.11.2006)

144.
Una sana competizione inter-religiosa
(23.10.2006)

143.
Lo spazio dove stanno i radicali
(17.10.2006)

142.
Si accettano scommesse
(12.10.2006)

141.
Capolavoro di ipocrisia!
(10.10.2006)

140.
La radice dell’antisemitismo è più cristiana o più musulmana?
(9.10.2006)

139.
Nessuna paura d’aver paura
(5.10.2006)

138.
Nessuna costrizione nelle cose di fede?
(2.10.2006)

137.
“Lucidamente Piergiorgio Welby chiede…” 
(29.9.2006)

136. 
Ipotesi su Milingo
(27.9.2006)

135.
Ohilà, nequiziosi!
(26.9.2006)

134.
Come il tassidermista riempie di paglia la carogna
(25.9.2006)

133.
Ignoranza o mistificazione?
(21.9.2006)

132.
O secolarizzazione o violenza
(19.9.2006)

131.
Un tranquillo weekend di paura
(18.9.2006)

130.
La teologia nell'universitas scientiarum
(14.9.2006)

129.
“In fondo la Cisa vende serrature”
(13.9.2006)

128.
Limature
(12.9.2006)

127.
Auflegen, befehlen o gebieten?
(11.9.2006)

126.
Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia
(6.9.2006)

125.
James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre
(5.9.2006)

124.
Il caso Robert Lanza, ennesima svista del Foglio
(1.9.2006)

123.
Caro Pullia
(31.8.2006)

122.
Pannella si è fermato a Bose
(29.8.2006)

121.
Dobbiamo avere una grande pazienza
(28.8.2006)

120.
Trittico libanese
(24.7.2006)

119.
Schola Scholae
(19.7.2006)

118.
“Drogarsi non è un diritto”
(14.7.2006)

117. 
Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
[con Federico Punzi]
(6.7.2006)

116.
Comunitari o liberal?
(29.6.2006)

115.
Di cani e di figli
(27.6.2006)

114. Una fiction, neh
(23.6.2006)

113. Signore, signori, malgiogli assortiti...
(21.6.2006)

112.
Lobby? Andiamo piano con le parole
(16.6.2006)

111.
“Talora la stampa si presta…”
(13.6.2006)

110.
Negli assolutismi accade
(8.6.2006)

109.
La “libertà di vietare”
(7.6.2006)

108. Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile
(30.5.2006)

107.
Rispiegare la modernità?
(26.5.2006)

106.
Zuavi in Parlamento
(22.5.2006)

105.
A chi spetta?
(19.5.2006)

104. Ancora su Marcello Pera
(18.5.2006)

103.
Dopo la famiglia, lo Stato
(16.5.2006)


102. Occhio, fratres!
(8.5.2006)

101. Diciotto volte Emma Bonino, fino alla fine
(5.5.2006)

100. 
Il cardinal Martini e la "resa alla modernità"
(2.5.2006)

99.
Un'altra trappola: il Manifesto di Euston
(27.4.2006)

98.
Faranno al cardinal Martini un trattamento alla Milingo?
(24.4.2006)

97.
Dopo Rocca, Ferrara manda Bellasio
(21.4.2006)

96.
"C'è un'Italia reale e un'Italia virtuale"?
(19.4.2006)

95.
I piccoli exit poll di Christian Rocca
(13.4.2006)

94.
Il giorno dopo
(11.4.2006)

93.
Viva Romano Prodi!
(10.4.2006)

92.
Lectio magistralis
(5.4.2006)

91.
Not negotiable
(4.4.2006)

90.
L'Appello a Prodi: il bluff della guerra civile
(31.3.2006)

89.
Il gentilissimo Christian Rocca
(28.3.2006)

88.
Bastardo sarà lei!
(27.3.2006)

87.
Ruini non fa ingerenza, rimanda a quella di sempre
(21.3.2006)

86.
Divertente come la catastrofe
(20.3.2006)

85.
Mutua comprensione tra integralismi?
(13.3.2006)

84.
Benedetto figliolo!
(7.3.2006)

83.
Quel che trattiene Magdi Allam
(1.3.2006)

82.
Vieni, Gunther, qui c'è un albero, è un pero
(27.2.2006)

81.
Un editoriale che vorrei lasciare incompiuto e senza titolo
(21.2.2006)

80.
Cavar soldi dal “matto”: in Vaticano ci si fa un pensierino
(17.2.2006)

79.
Escludendo che monsignor Maggiolini si sia presa una cotta per la Bonino
(9.2.2006)

78.
La questione è la libertà di espressione
(7.2.2006)

77.
Si tratta pur sempre di un sant’uomo
(1.2.2006)

76.
“La verità, vi prego, sulla carità”
(31.1.2006)

75. Ci dica l’ottimo Panebianco…
(23.1.2006)

74.
La figlia del console
(19.1.2006)

73.
Ratzinger e il decalogo
(18.1.2006)

72. “Il vero Israele” 
(17.1.2006)

 

71. Una dimenticanza di Angelo Panebianco

(16.1.2006)

70. Bonino o Santanché?
(10.1.2006)

69. Niente antidepressivi, grazie!
(4.1.2006)

68. “Ah, se Dio sopprimesse i peccatori!”
(2.1.2006)

67. Del Concilio Vaticano II non avete capito niente, gonzi!
(27.12.2005)

66. Un’altra mina l’Occidente: la pornografia
(23.12.2005)

65. “Fratello spermatozoo”
(20.12.2005)

64.
La mia superstizione è migliore della tua
(19.12.2005)

63. Riforma della Curia, anno 0
(14.12.2005)

62.
La goccia di veleno
(12.12.2005)

61. Non lo fo’ per piacer mio…
(Lettera aperta a Carlo V)
(6.12.2005)

60. Venerdì, sabato e domenica
(5.12.2005)

59.
Contrordine, figlioli, il limbo è una cazzata!
(2.12.2005)

58.
Tomista quanto non mai, il Ratzinger. Anzi assai tomo.
(28.11.2005)

57. Il seminarista sia munito di certificato medico

(24.11.2005)

56. Scherziamo? Scherziamo
(21.11.2005)

55.
La pazienza degli italiani
(17.11.2005)

54. Il fuoco amico di Croce e Gramsci
(16.11.2005)

53. Marcello Pera, croque-mort
(15.11.2005)

52. Semo romani, damose da fa’
(11.11.2005)

51. Coi soldi di Sir Templeton
(8.11.2005)

50.
La Chiesa è sempre uguale a sé stessa
(27.10.2005)

49. Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?
(20.10.2005)

48.
Sua Santità, Anacoluto I
(17.10.2005)

47.
Un dubbio: mettere in dubbio il dubbio?
(14.10.2005)

46.
Capriccio
(10.10.2005)

45.
Buona conversione!
(7.10.2005)

44. Se il legislatore non è un fesso (e non è un fesso)
(4.10.2005)

43. L’orecchio di Dionigi
(29.9.2005)

42. Fiuggi: i tg di prima sera non possono più glissare
(26.9.2005)

41. La colomba e il leopardo
(21.9.2005)

40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
(19.9.2005)

39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
(15.9.2005)

38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
(12.9.2005)

37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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