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malvino
il blog di Luigi Castaldi


Diario


31 dicembre 2004

26 dicembre 2017 - in memoriam

Sphaccymma, la tigre bianca di Totore Smarrazzo, detto 'o Carugnone, non aveva mai smaniato tanto nella sua gabbia. Totore, uomo d'istinto, capì che il cataclisma era in arrivo. Prese dalla nicchia che aveva ricavato sotto la Jacuzzi due o tre etti di cocaina, la mitraglietta e un rotolo di 50.000 euro. Via, via, via da quella villa in riva al mare che aveva reso così dolce la sua latitanza. Salì sul pick-up e, mormorando a labbra strette «'o-'zzunamme-'o-'zzunamme-'o-'zzunamme», prese a correre all'impazzata per la strada sterrata. Via. Sù, per la montagna, via. Manco s'accorse. Prese una curva a cento all'ora e s'infilò nel muro di lava incandescente che stava venendo giù dal Vesuvio. Una ginestra ne ricorda la tempra, il piglio e il gesto. Pace a Totore Smarrazzo, 'o Carugnone.




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30 dicembre 2004


Malvino va in vacanza e torna il 2 gennaio. Buon anno a tutti.             

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                          




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30 dicembre 2004


Viene la pelle d'oca a vedere i contorcimenti dei nostri "atei devoti" che girano e rigirano intorno al concetto, qualcuno quasi osa, qualcun altro appena sfiora, vorrebbero scriverlo, caspiterina che voglia, è tutto un fremere, però non si azzardano, se prima non arriva la rituale autorizzazione dall'alto. Via, presto, possibile che non si trovi un solo cardinale disinibito che dica chiaro e tondo che "lo tsunami è una punizione divina"?





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30 dicembre 2004

Intermezzo con anticipo di dietrologia

Quindici milioni di americani mandano giù una pillola al giorno per ridurre il loro tasso ematico di colesterolo. Fanno quasi cinque miliardi e mezzo di pillole ogni anno. La cifra deve essere moltiplicata per il numero di anni che son passati da quando, su parere di un istituto scientifico nazionale, la soglia massima di colesterolo è stata abbassata, portando milioni di americani al di sopra di essa. Questa mostruosa cifra di pillole dev'essere divisa per il numero di pillole contenuta in una confezione di farmaco contro l'ipercolesterolemia e il numero così ottenuto dev'essere moltiplicato per il prezzo in dollari di ciascuna confezione. E' una somma di denaro fantastica. Già che ci troviamo a far di conto, calcoliamo quanto possa costare corrompere il direttore dell'istituto nazionale che stabilisce quale sia il massimo valore ematico di colesterolo compatibile con la salute e raccomanda questo o quel farmaco ai medici americani. Troppo complicato? Lasciate i vostri sgorbi aritmetici, posate carta e penna, troverete la soluzione sul Los Angeles Times del 22 dicembre. Lì si racconta del dottor H. Bryan Brewer Jr., direttore del National Institute of Health (NIH) e dei 114.000 dollari che avrebbe intascato nel solo biennio 2001-2003 dalle industrie farmaceutiche produttrici di farmaci antipercolesterolemici, di cui 31.000 dollari dalla casa produttrice del Crestor, ottima molecola se non fosse stato per quello spiacevole effetto collaterale di essere potenzialmente mortale. La sola mela marcia nel cestino della frutta? Non proprio. Altri 530 ricercatori del NIH hanno intascato qualcosa, chi più, chi meno. Ad esempio, il dottor P. Trey Sunderland III (mi raccomando il III, ché l'I e il II saranno stati onesti e in queste cose la calunnia è cosa odiosa) pare abbia preso dalla Pfizer 508.050 dollari per pompare le virtù d'un farmaco contro l'Alzheimer. E viene la curiosità di quegli 8.050 dollari che disturbano la cifra tonda: particolare entusiasmo sulla pompa? La cosa davvero divertente è che questo NIH è mantenuto dai contribuenti, falsi ipercolesterolemici e malati di Alzheimer veri, per una sommetta accessoria di 28.000.000.000 di dollari. Più che istituto, insomma, un'istituzione. Sicché, se i medici americani si adeguavano ai consigli del NIH, erano premiati con la qualifica di medici qualificati, sennò mezze scartine. Detta così, può sembrare mafia, ma l'andazzo era soft e nessun medico è stato mai trovato impiccato al suo stetoscopio. Uno scandalo, diremmo noi, dividendoci tra quelli che dalla storia avranno tratto le conclusioni più orripilate sulla natura del genere umano e gli altri che da cinici scafati ne avranno tratto la conferma che "così và il mondo". Come un asino di Buridano, qui in mezzo, io mi pongo un piccolissimo, limitatissimo problema. Il nostro ministero della salute ha da poco criminalizzato il tabagismo. Una massa di viziosi sarà costretta a fare i conti con le episodiche crisi di astinenza e l'industria farmacologica italiana escogiterà sicuramente qualche portento che dìa soccorso al drogato. Non staremo certo lì a discutere sul prezzo del portento, ma se vedremo pomparne troppo le virtù ci forniranno senza ticket un farmaco contro i sospetti paranoici?

[ha collaborato Ombralunare]


 


 




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29 dicembre 2004


In quel lunghissimo secondo di suspence che Clemente Mastella ha messo tra "mi sento come Venezia" e "serenissimo" mi sono chiesto "triste, fetido e con l'acqua alla gola?"




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29 dicembre 2004

"RADICI? RADICI, UN CAZZO!" (VIIa-VIIb[incip.])

VIIa. Lungo i duemila anni che ci separano dalla nascita di Gesù Cristo, gli apologeti dell'Evento hanno sempre usato un argomento molto immanente per sostenerne la certezza della natura trascendente. Nella rapidità di estensione geografica del cristianesimo e nella sua capacità di consolidarsi sulle macerie dell'antichità, penetrando con radicale efficacia i più disparati contesti culturali e politici esitati dalla polverizzazione del mondo greco-latino e oltre, essi hanno sempre scorto e indicato la prova provata di una volontà di Dio di realizzarsi nel mondo. L'ipostasi sarebbe stata doppia, di Dio in Cristo e di Cristo nel mondo. Superfluo sottolineare quanto di questo argomento si sia fatto forte il cattolicesimo che, sull'assunto di una Chiesa come Cristo vivente, ha eretto un impianto dottrinario che salda indissolubilmente ciò che è teologico a ciò che è antropologico, ciò che esercizio del magistero a ciò che forma e sostanza del societario-comunitario. Le fortune mondane del cristianesimo e la gloria terrena della Chiesa di Roma, insomma, avrebbero scaturigine dalla Verità, sarebbero Verità che penetra il mondo. Superfluo sottolineare quanto di questo argomento possano essersi fatti forti i catecumeni di vario ordine e grado, lungo i duemila anni in cui la struttura rigidamente gerarchica dello strumento catechistico ha esercitato l'autorità in campo morale, culturale, scientifico, politico, ecc. Nella costruzione di un edificio mondano che tragga dall'ultramondano la sua ragion necessaria, è giocoforza che gli elementi pure incongrui, apparentemente refrattari, perfino inservibili, trovati sul terreno edificabile debbano essere incorporati. Li ritroveremo, talvolta assai difficilmente riconoscibili, in quell'edificio, per quanto depotenziati, neutralizzati nella loro incongruenza, refrattarietà, inservibilità. Ci serviremo di un esempio per sostenere quanto fin qui detto: la paura dell'uomo dinnanzi al fulmine. Partiremo dal fulmine in mano a Zeus, per finire al parafulmine sul campanile di una chiesa. Ma sarà la storia della rimozione di un trauma (o meglio: della sua sublimazione) e lo leggeremo attraverso un'affermazione, pur fuori contesto, di chi inventò il parafulmine: "Chi rinuncia alla libertà per ottenere la sicurezza non merità né la libertà né la sicurezza" (Benjamin Franklin). La chiave, adattabile a ogni sublimazione che l'elemento religioso opera sul trauma, vorrà che per "libertà" s'intenda "ragione" e per "sicurezza" s'intenda "fede". Sicchè, alla fine della nostra storia, sarà chiaro (è l'augurio), che le fortune di un modello antropologico (ciò che per inerzia convenzionale qui potremmo dire "radici cristiane d'occidente") derivino quasi del tutto dalla capacità di un promotore culturale (una classe sacerdotale, nel nostro caso) di catabolizzare il pre-esistente. "Quasi del tutto", perché è fatto salvo il principio che l'ubiquitarietà del fenomeno religioso è dovuta alla costanza del sustrato organico che organizza le sue strategie di eliminazione degli effetti del trauma. Senza fulmine, nessuna paura del fulmine. Senza paura del fulmine, nessun bisogno di ridurlo a simbolo. Senza simbolo, niente sacro. Senza sacro, nessuna religione. Senza religione - be', senza religione, è il caso di inventare qualcosa che ci protegga dalle scariche di elettricità dette fulmini.
VIIb. Non è difficile immaginare che la prima volta in cui un essere umano ne vide un altro colpito da un fulmine...




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28 dicembre 2004

Maremma maiala

Si sa, la fede è un dono, alcuni lo ricevono, altri no. Imperscrutabili i motivi, ma pare che l'essere dei poveri di spirito comporti un occhio di riguardo oltre al noto bonus finale. Per la sua grande povertà di spirito, che non ha subìto guasto alcuno dagli studi, Antonio Socci ha meritato in dono una fede grossa come un cinghiale, e spesso la lascia scorrazzare sul Giornale. Alla vigilia di Natale, il nostro ha scatenato la bestia selvatica, e in appendice alle prove ontologiche di Sant'Anselmo d'Aosta ha allegato la bellezza dei versi di Dante e la conversione di un vecchietto di 81 anni, tale Anthony Flew, prima ateo e poi non più. Dico: chi non ha fede ed è costretto a fare i conti con la logica si sognerebbe mai di portare a prova della non esistenza di Dio lo tsunami o il caso di un tizio prima credente e poi non più? No, sarebbe un gran rozzo argomentare. Ma è che mica tutti hanno avuto in dono il cinghiale, maremma maiala.




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27 dicembre 2004

Merce avariata / 34

[11.1.2004 - articolo pubblicato su Il Riformista] L'8 gennaio un simposio internazionale sul tema "Dignità e diritti della persona con handicap mentale", a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato onorato da un messaggio personale del Papa. Vi si legge, tra l'altro: "Il presupposto per l'educazione affettivo-sessuale della persona handicappata sta nella persuasione che essa abbia un bisogno di affetto per lo meno pari a quello di chiunque altro. Anch'essa ha bisogno di amare e di essere amata, ha bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità". Sul fatto che la parola del Pontefice riguardi qualsiasi forma di handicap, incluso quello mentale, non v'è alcun margine di dubbio: per Karol Wojtyla, amare ed essere amati sono condizioni che addirittura "riescono spesso a riequilibrare il soggetto con handicap mentale". E come non essere d'accordo? Come è immaginabile che il bisogno di amare e di essere amato possa essere negato a chicchessia?
Tuttavia, le parole scritte dal Papa in questa occasione sollevano più d'una perplessità in ordine ad una materia, quella sessuale, solitamente spinosa, quando affrontata a partire dagli insegnamenti della Chiesa di Roma. Quello che, in linea di massima, saremmo disposti a sottoscrivere ci interroga su più punti, se essi debbono proprio essere illuminati dalla Dottrina della Fede. A meno che, oggi, Sua Santità non voglia dare una particolare dispensa al pesante fardello di ingiunzioni e di divieti in campo sessuale che il Cattolicesimo solitamente carica sulla groppa del suo gregge, e, per di più, farlo per i portatori di handicap mentale, il messaggio sollecita molte domande dall'ardua risposta.
Per "educazione affettivo-sessuale della persona con handicap mentale" è da intendersi ciò che comunemente porta il soggetto all'unione sessuale, al coito? La Chiesa ha riconosciuto che essere omosessuali può essere naturale ed inevitabile; maternamente li perdona e li accoglie nel proprio seno, a patto che essi si astengano per sempre dal sesso. Il Papa ci invita a considerare naturale che il "bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità" escluda il rapporto sessuale completo o che esso possa risolversi in sublimazione, anche per i portatori d'handicap mentale? Se pare difficile che tale teoria possa soddisfare un omosessuale, ancorché cattolico, ancor meno è credibile che possa essere facilmente accettata da chi include tra i suoi deficit mentali una difficoltà a gestire inibizioni di tipo complesso (morale, religione, ecc.). E' più facile credere il contrario, piuttosto. E dunque appare davvero singolare che Karol Wojtyla voglia concedere al portatore d'handicap mentale un diritto che porta spesso il soggetto ne è indenne a ciò che poi il Cattolicesimo considera "peccato". Quando, in un altro punto del messaggio, il Papa afferma che "il mondo dei diritti non può essere appannaggio solo dei sani", non si può che essere d'accordo, anche senza godere del dono della fede: è quello che le tecniche di fecondazione assistita, ad esempio, cercherebbero di assicurare agli sterili, se poi Santa Romana Chiesa non vi si opponesse. Anche qui, in materia di diritto "affettivo-sessuale" (per dirla alla Wojtyla), pur immaginando che anche per i portatori d'handicap mentale debba vigere il divieto di rapporti sessuali extra matrimoniali, il Papa intende dire che un affetto da autismo o da idiozia amaurotica o da psicosi abbia il diritto a rapporti sessuali? Si introdurrebbe, per così dire induttivamente, un diritto al matrimonio (il diritto al coito lo renderebbe dovere) che è negato agli omosessuali. Insomma, i malati di mente avrebbero diritto al sesso, al matrimonio, alla riproduzione e all'allevamento della prole, che sterili e omosessuali non vedono riconosciuti? Oppure: s'intende formulare una deroga al divieto di quella contraccezione (pillola, spirale, profilattico), cui la Chiesa si ostina ad essere contraria, se non per le suore missionarie in terra d'Africa? Si può ragionevolmente credere, altrimenti, che tutti i tipi di portatori di handicap mentale (regolarmente coniugati, ovviamente) abbiano sì il diritto a rapporti sessuali, ma che, per evitare gravidanze, siano invitati a usare il metodo Billing, approvato dalla Santa Sede? Nel caso di malattie psicomotorie può risultare assai arduo usare correttamente un termometro per la temperatura basale. Se non è così, saprà una coppia di catatonici allevare figli? Ci penseranno adeguati orfanotrofi gestiti da istituti religiosi predisposti allo scopo? Sarà necessario, come sempre, un finanziamento dello Stato? Sono domande superflue e inopportune, queste, di fronte alle urgenze etiche della parità dei diritti? Se sì, per quale motivo queste urgenze sono sospese per omosessuali e sterili? Tutte queste domande, sia chiaro, sorgono con cautela e rispetto, quasi con il timore di poter apparire odiosamente provocatorie. La stessa parola di Kalor Wojtyla sembrerebbe ammonirci a non sollevare dubbi in proposito: "Senza dubbio le persone disabili (...) sono una espressione del dramma del dolore e, in questo nostro mondo, assetato di edonismo e ammaliato dalla bellezza effimera e fallace, le loro difficoltà sono spesso percepite come uno scandalo e una provocazione e i loro problemi come un fardello da rimuovere o da risolvere sbrigativamente". Ma, in questo caso, l'unica cosa che appare sbrigativa è il modo con cui Sua Santità affronta il tema della sessualità dei portatori d'handicap mentali. La stessa sbrigatività con cui tante altre volte il Papato si è avvicinato ai temi della scienza, senza chiarire, senza sostenere, senza risolvere.




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27 dicembre 2004

Si va, si viene

[da Il Riformista di martedì 28 dicembre - pag. 2]

Caro direttore, complimenti per il Premio lobbysmo comico e sussiego anglo-partenopeo recentemente conferito al suo giornale. Leggo nelle motivazioni: «Il 3 novembre, mentre festeggiavamo la vittoria di Bush, [il Riformista] informava a tutta pagina i suoi lettori che Downing Street aveva già preso contatto con Kerry presidente per una grande svolta politica. Buffi». Io adoro questo genere di riconoscimenti ufficiali e credo che buona grazia esiga vengano ricambiati. Suggerirei un Premio lobbysmo spocchioso e sussiego amatriciano-vaccinaro. Motivazione: «Il 12 marzo, mentre la Spagna piangeva la strage fatta da Al Qaida, il Foglio inchiavardava la prima pagina su sei colonne sei, tutte belle tronfie della pista Eta. Tutte». E' bello quando i galantuomini si scambiano cortesie.




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27 dicembre 2004


Gentile signor Russo, la presente in riferimento all'intervista da lei rilasciata al dottor Stefano Lorenzetto e pubblicata sul Giornale in data 27.12.2004 ("Buon Natalino a tutti, ecc."), segnatamente al seguente passo: "Luigi Castaldi, un medico napoletano ironico e colto che era fisso sulle pagine del Foglio [...] m'ha fregato il posto sulle pagine dell'Indipendente. Quel francobollo quotidiano il direttore Giordano Bruno Guerri l'aveva promesso a me, dicendo che sono eccezionale. Più sentito". Urgemi, innanzi tutto, ringraziarla per ciò che devo qui  intendere come complimenti limpidi e sentiti; ma, nello stesso tempo, e con serena fermezza, urgemi censurarle quel "m'ha fregato, ecc.", che lascerebbe intendere un dolo da me consumato a suo danno. Ogni sinonimo di "fregare", quand'anche d'appretto lessicale lieve, implicita un intento di frode con raggiro, come se in una competizione nella quale concorressimo ad una uguale meta io avessi usato mezzi disonesti. Sulla qual cosa una gran penna come la sua non può e - consenta - non deve trasandare, se non intende subornare il tono piatto ad intenzione maliziosa, che cioè noi si corresse fianco a fianco, e io le abbia fatto un qualche sgambetto. Posso assicurarle che tutto ciò che pesa in quell'allusione - semplicemente - non fu, rammentandole ciò che Giordano Bruno Guerri ebbe a rispondere ad una sua consimile lamentela, invero piccatissima, sulla questione qui in oggetto, che nell'intervista risulta bellamente obliata: "Grazie per la sportività con la quale hai accettato la sconfitta in una gara che non c'è mai stata" (L'Indipendente, 3.9.2004). Intende, gentile signor Russo? Se non c'è stata neanche gara, così dice chi doveva essere arbitro, dove potrei averla mai "fregata"? Per la gran stima che ho di lei e della sua intelligenza, la prego, eviti in futuro il termine che reca almeno un alone come di risentimento per una questioncella ormai chiusa e priva di valore. E in forma di omaggio alla sua inarrivabile prosa, così ricca di giochini di parole, mi permetta un consiglio, alla sua maniera: se ne "freghi". Da un suo grande ammiratore,




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27 dicembre 2004

Realizzare

Ma nella voce di Emilio Fede, durante il collegamento telefonico in diretta da Madoogali, mandato in onda nel corso del Tg4 del 26 dicembre, all'ora di pranzo, voi avevate avvertito la tragedia? Voglio dire: avevate intuito che Emilio Fede fosse stato testimone diretto della tragedia che racconta nell'intervista al Giornale del 27 dicembre? Io no. Anzi, in quel collegamento m'è sembrato di avvertire un tono flemmatico, rassicurante e sdrammatizzante, appena un poco infastidito dal disagio di quello che ancora non si sapeva essere il quarto cataclisma della storia del pianeta in ordine di potenza, e che a Madoogali aveva provocato solo spavento e qualche non grave danno. Esagero? Mi spiace non potervi far sentire il tono di Emilio Fede sul mio vhs, ma il 26 dicembre egli dice: «Tutto è stato preceduto ieri dal mare che si è ingrossato ed è diventato scurissimo. Poi c'è stata una violenta tempesta di acqua e vento. Stamani il mare è salito rapidamente ed ha invaso l'atollo». Il 27, nell'intervista: «Il cielo è diventato scuro, scuro, scuro, e sul mare è comparsa un'onda enorme che veniva verso di noi. Una sensazione terribile. (...) Il mare ha continuato a salire e scendere. Una situazione stranissima, inquietante, da passaggio del mar Rosso, (...) come nell'episodio biblico della fuga degli Ebrei. (...) Sul mare scurissimo avanzava un'onda gigantesca. Mi sono guardato intorno ma l'atollo è piccolo, piatto, senza protezioni. Ho preso mia moglie per mano e cominciato a correre (...) E mi risulta che in altre isole sia anche peggio...». Indubbiamente. Trattasi delle così dette "isole del giorno dopo".




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26 dicembre 2004

Le sventure della ragione a Ramengo (provincia di Dogma)

Ho una zia suora. Non più alta d'un metro e cinquanta, non meno d'un quintale, soffice lanugo d'ambo i lati per basette, un cincinin di diabete, una straordinaria somiglianza con Valerio Zanone, suor Geltrude (zia Lucia) insegnava teologia quand'era giovane. Ho saccheggiato la sua libreria in gioventù, il mitico "Teologia Dogmatica" di Bernardo Bartmann che reca il numero 3313-3318/B nei miei scaffali era suo: rubatole un volume alla volta, non vi dico quante volte. Ogni tanto, le faccio una telefonata e le pongo questioni in forma di domanda. Mi piace come argomenta. Sicché, visto che un blog pare non possa fare a meno del momento detto "intervista", posto la sbobinatura dell'ultima telefonata, tagliandone l'inizio (auguri di buon Natale, che dicono le analisi di sangue e urine?, come stanno le bambine?, hai novizie carine per le mani?, ecc.).
Io: Senti, volevo chiederti una cosa che non riesco a farmi entrare nella zucca. Leggo scritto qui, in Matteo (I, 18-20): "Sua madre, Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe, suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore che gli disse, ecc.". Senti, io non voglio riprendere quella vecchia discussione sulla doppia natura, però mi devi spiegare una cosa: se Cristo è uomo, non può che essere stato ovocellula fecondata; fecondata, come dice la Scrittura, dallo Spirito Santo; ergo, lo Spirito Santo, in una qualche misura, è spermatozoo, o almeno lì lo è stato. Non ha potuto agire altrimenti, perché se avesse indotto partenogenesi, Cristo sarebbe stato femmina, se mi passi la blasfemia dell'ipotesi. O almeno, se non spermatozoo, lo Spirito Santo dev'essere stato (bada bene, non dico: "deve aver fornito") quei 23 cromosomi (uno, giocoforza, Y) che con i 23 dell'ovocellula di Maria hanno generato Cristo. Domanda: come ha fatto lo Spirito Santo a partecipare di questa natura umana che è per la prima volta, esclusivamente, di Cristo? Se nel dogma trinitario, Padre, Figlio e Spirito Santo sono della stessa sostanza, donde il principio umano antecedente all'incarnazione? E questa non è contraddizione in termini con l'incarnazione stessa - voglio dire: con la sua unicità e irripetibilità?
Lei: Lui', il dogma è dogma.
Io: Ah, vabbe'.
Fine dell'intervista.




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26 dicembre 2004

"RADICI? RADICI, UN CAZZO!" (IV - VI)

IV. Qui si sostiene che la questione delle "radici cristiane" dell'occidente è strumentale e propagandistica - dicevo. La modernità ha posto una sfida che molti rigettano. Lo sviluppo della tecnica, il rimescolamento delle genti, la velocità della comunicazione hanno liquefatto le identità ereditate e perpetuate dalla segregazione in aree culturali - addirittura geografiche - del pianeta. L'Altro è stato allucinato come invasore: colonialista, da nord a sud del mondo, e barbaro, nel senso inverso. Nella società tradizionale l'individuo non esisteva, ciascuno "individuava" sé stesso nel ruolo che gli forniva la società di cui era membro. Il tessuto politico, culturale, economico, nel quale era porzione dell'ordito, definiva la struttura dell'essere sociale attraverso una mediazione simbolica. E la religione raccoglieva questi simboli in gerarchie esistenziali. Raccogliere ed integrare il flusso delle mediazioni simboliche in un dato senso dell'esistenza (e per "senso" si intenda "vettore", per costruzione finalistica) era "religere": fu il modo in cui la religione - dappertutto - permeò il sociale. Il termine "obbedienza" è costante - dappertutto - fin qui, come è costante l'identità a partire da un mito fondatore, sostanza di un Libro. La modernità ha germe nell'ermeneutica, nel tentativo di riordinare i simboli: se cambi l'ordine simbolico - se reinterpreti il Libro - puoi riposizionare l'individuo nell'ordine che il "religere" ha dato al sociale. In questi snodi ermeneutici, si insinua la modernità. Sicché la laicizzazione e la secolarizzazione cui essi aprono le porte si postulano come minaccia di allentamento del legame sociale assicurato dallo statu quo. O la Storia come divenire o l'estinzione della Storia nella Eu-Topia. La religione - ogni religione - è l'inerzia di stato.
 
V. Qui si sostiene che la questione delle "radici cristiane" dell'occidente è strumentale e propagandistica - dicevo. La modernità ha fatto al cristianesimo quello che il cristianesimo ha fatto all'antichità. Non a caso l'accusa che oggi il braccio secolare del cristianesimo muove alla modernità (nichilismo, relativismo, ecc.) è la stessa che al cristianesimo fu mossa dal mondo che ne vide la nascita.  Cristo annunciò la venuta del Regno di Dio e - cosa che molto spesso si dimentica - annunciò che era vicino, imminente; quando conobbe l'ineludibilità del suo sacrificio, rimise a Dio la decisione del modo e del tempo, e diede modo di far credere con la sua solità ambiguità (perché Cristo è in somma misura ambiguo, come è ovvio per l'essere umano e divino) che il Regno si identificasse con la Resurrezione. Lo snodo ermeneutico è tra profezia e incarnazione, sicché la zuffa sanguinosissima tra ariani, nestoriani, monofisiti, docetisti, ecc. segna la polemica geopolitica che è alla radice dell'occidente. Sull'onda lunga post-conciliare dell'esaurire il significato dell'Ipostasi (nuova alleanza, annuncio dell'imminenza del Regno, ecc.) nella sostanza dell'Incarnazione (Dio che si fa uomo e vince la morte), il braccio secolare del cristianesimo (militare - diremmo - se è vero che il Vaticano è monarchia assoluta) approfitta di una congiuntura planetaria per riproporre una riscrittura societaria-comunitaria. Teocratica, ma non si deve dire. Dio s'incarna in Cristo, la Chiesa è il Cristo vivente, il Magistero morale e la Dottrina sociale hanno da essere la trama. Il dogma, il primato della fede sulla ragione, è il disegno dell'ordito.
 
VI. Chiedevamo: perché considerare parallela la partita tra l'antimodernismo vaticano e quello dell'integralismo islamico? Perché entrambi reagiscono (sono "reazione") alla messa in discussione dei parametri antropologici ricavabili dal Libro. Semplificando, ma col richio di volgarizzare la questione: la globalizzazione lancia la sfida; chiede un uomo nuovo, strappando quello vecchio alle sue certezze, alla fondazione identitaria, che attraversa ciò che viene detto - in senso lato - "cultura" e che è stratificazione delle ripetute e ripetute e ripetute faglie geopolitiche; trova una doppia resistenza sull'asse che forse impropriamente - ma qui si sta semplificando - diremmo "nord-sud"; una doppia resistenza che deve giocoforza servirsi degli strumenti propagandistici, gli arnesi della suggestione che allegano assonometrie societarie-comunitarie a ciò che sono detti -invece - "valori". Sotto la dicitura "scontro di civiltà" si gioca - certamente inavvertita nei più - una salda alleanza nella resistenza alla modernità. E rigettare la modernità - la globalizzazione entro cui le identità tradizionali sono chiamate a reinvestirsi in un inedito modello antropologico - significa anche ridefinire le frontiere delle rispettive sfere di influenza. Dove situare la frontiera tra una società che considera Cristo un profeta (l'islam) e una società che lo considera figlio di Dio (il mondo che ebbe come placenta il cristianesimo). Accorrete, monofisiti! Accorrete, ariani! Ecco come si spiega la stranezza che i più agguerriti salafiti-wahabiti sono arabi a lungo vissuti in occidente, e che i più agguerriti teocon sono atei.

 




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25 dicembre 2004


[Prevedo una ventina di paragrafi. Ecco i primi tre.]

"RADICI? RADICI, UN CAZZO!"

                                                                                                           a M.A.

I. La radice è dei vegetali. Forse non è giusto paragonare una civiltà a un vegetale, tanto meno la nostra, quella occidentale. Mi pare che gran parte delle estenuanti polemiche sulle così dette "radici cristiane" estenuino per la infelice scelta di questa metafora. Il vegetale dipende dalla sua radice, lungo tutto l'arco della sua esistenza; la radice ne fissa per sempre la sede. E' corretta la metafora di "radici cristiane" per rappresentare nel cristianesimo l'origine, il principio, la causa fondativa della civiltà occidentale? Vogliamo usare la metafora di edificio e parlare di fondamenta? O, se proprio dev'esserci indispensabile una metafora, non potremmo più correttamente figurarci una civiltà come un organismo vivente animale, che viene da un utero, s'è nutrito grazie a una placenta, ma che una volta partorito non dipende più dal flusso ombelicale? Sì, potremmo. E così potremmo anche spiegarci il desiderio di ritornare nell'utero, di trarre ancora nutrimento dalla placenta, che è pulsione inconscia costante quando l'organismo adulto è in situazioni di pericolo. Nell'utero il feto è protetto, al sicuro da ciò che di potenzialmente minaccioso v'è all'esterno. La nostalgia di una placenta che avvolga e nutra ci spinge qualche volta a desiderare lo stato di dipendenza da una radice, che è propria del vegetale. Ma, dopo aver assolto al suo compito, una placenta è spesso inservibile a questo scopo. Ciò nonostante, essa è geneticamente uguale a noi, le sue cellule hanno il nostro stesso patrimonio genetico, deriva anch'essa dalla stessa ovocellula fecondata. Rinnegare la placenta? Impossibile. Pretendere che essa ci riaccolga e ci dìa ancora nutrimento, quando la vita ci offre il gelo e la fame? Pulsione inconscia, momento regressivo.

II. Si è cominciato a parlare con insistenza di "radici cristiane" - si è cominciato a credere che la placenta del cristianesimo potesse riavvolgere e nutrire ancora l'Europa - quando le sicurezze di cui godeva l'animale sono state messe in pericolo da una minaccia nuova, tanto più minacciosa perché nuova. Non è questa la sede per una pur rapida cronistoria degli eventi che dall'11 settembre 2001 hanno destato questa pulsione inconscia. Nemmeno è la sede, questa, per uno studio delle linee regressive che hanno portato taluni a credere che nella ripresa di una persa identità cristiana dell'occidente vi fosse la più congrua difesa da quella minaccia. In una sintesi che tutto ciò comprenda, potremmo dire che è già dal finire degli anni '20 dello scorso secolo che in occidente, parallelamente, si giocava una partita sotterranea tra due letture fondamentaliste del monoteismo cristiano (ad opera dell'antimodernismo vaticano) e del monoteismo islamico (ad opera dell'antimodernismo salafita-wahabita). Il nazismo, prima, e il comunismo, dopo, da ciò hanno distolto l'attenzione con la lettura paranoica dell'hegelismo che afferrò tutto il XX  secolo. "Già dal finire degli anni '20 dello scorso secolo"? Il movimento islamico dei Fratelli Musulmani è fondato nel 1928 in Egitto e nasce per combattere l'occidentalizzazione del mondo arabo. Fin dall'inizio promuove una lettura integralista dell'antropologia coranica, con marcata aspirazione teocratica in ambito sociale-comunitario. Nello stesso anno, il 1928, è fondato l'Opus Dei. Lo scopo è quello della "santificazione della vita rimanendo nel mondo, sul proprio posto di lavoro e di professione: vivere il Vangelo nel mondo, pur vivendo immersi nel mondo, ma per trasformarlo e redimerlo col proprio amore a Cristo! Grande ideale, veramente il vostro, che fin dagli inizi ha anticipato quella teologia del laicato che caratterizzò poi la Chiesa del Concilio e del post-Concilio" (Karol Wojtyla, 1979).

III. Perché queste premesse? Perché segnalare l'insulsaggine di una metafora inservibile? Perché intravvedervi un momento regressivo? Perché considerare parallela la partita tra l'antimodernismo vaticano e quello dell'integralismo islamico? Questo breve saggio intende rispondere a queste domande. Qui si sostiene che la questione delle "radici cristiane" dell'occidente è strumentale e propagandistica. Qui si sostiene che l'atipica guerra dichiarata dal terrorismo wahabita all'occidente non sia "scontro di civiltà". Qui s'intende dimostrare che, quand'anche di ciò si trattasse, il cristianesimo sarebbe affatto inservibile allo scopo di rendere salde, attorno ad una radice identitaria forte, le sorti dell'occidente. Ma, prima, sarà il caso di spendere due parole su ciò che è la propaganda. La propaganda è un mezzo di suggestione attraverso il quale la politica e la religione cercano di imporre la loro volontà, nel presupposto di una suggestionabilità del soggetto cui imporre quella volontà che è in diretta proporzione al rapporto che si stabilisce tra emittente e ricevitore. Non a caso qui si sono usati questi due termini - emittente e ricevitore -, perché la natura della propaganda è mediale ed è costante la regola che l'emittente sia (in-)vestita di un'autorità conferitale dal ricevitore lungo l'inverso del vettore mediale. Tutti, in potenza, siamo ricevitori, perché abbiamo sperimentato da bambini la dipendenza da figure (in-)vestite di quella autorità che, nelle forme di blocco dello sviluppo psicologico, è dirottata su figure tranferalmente parentali, umane o divine. Ciò nonostante, gli studi classici di psicologia hanno incontrovertibilmente dimostrato che l'autorità non è mai indenne da una fantasmata valenza (quando non addirittura da una realtà) di tipo sadico. Quanto maggiormente v'è blocco dello sviluppo psicologico (e ciò è spesso programmato in taluni moduli pedagogici che si ispirano alla politica e alla religione che della propaganda faranno uso, in un perpetuarsi circolare ed autopotenziante dell'autorità), tanto più il bambino - divenuto adulto - avrà bisogno di cercare surrogati di autorità bonaria per estinguere il tenore sadico di quella (reale o fantasmata) autorità parentale. Perfino una tirannia reale gli sembrerà preferibile a questa persecuzione interna. Quel bambino - divenuto adulto - "si sentirà più felice sotto la protezione dell'autorità e più sicuro in qualità di membro di un gruppo potente e disciplinato. Identificandosi con questo gruppo e con il suo leader, potrà raggiungere quel senso di potenza che come individuo gli è negato, ma la sua serenità di mente sarà ottenuta a spese della sua capacità di giudizio indipendente [...] sarà facile preda della propaganda di tale gruppo" (Roger Money-Kyrle, "La psicologia della propaganda", Loescher 1985). Ma sarà, a sua volta, se reclutato, un ottimo propagandista. Guardate l'Italia di questo inizio secolo. E' qui che la polemica sulle "radici cristiane" ha il massimo del suo dispiegarsi. La descrizione di Money-Kyrle vi fa venire in mente nessuno?
(segue)




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24 dicembre 2004


Se Dio esistesse, farebbe qualcosa per Antonio Socci.

 




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24 dicembre 2004

Supplente assai zoccola, la televisione

Stasera, antivigilia di Natale del 2004, indeciso come l'asino di Buridano tra la rilettura d'una pagina mai del tutto ben capita di Alexander Kojève e il Chi vuol esser milionario? del Nintendo Game Boy Advance della mia secondogenita, l'attenzione m'è caduta su Raitre. Lasciato Kojève al punto in cui parla di allineamento delle province e lasciato il Game Boy alla domanda da 16.000 euro, mi sono dato per intero all'intervista che Gigi Marzullo faceva a Paolo Mieli: l'asino di Buridano ne ha tratto genuino relax. Grandissimo momento televisivo, mi sono sentito molto più arricchito che del virtuale milione d'euro, e molto più hegeliano di Kojève. Merito di Marzullo, ovviamente, che è un mostro di maieutica, ma anche di Mieli, che ha offerto di sé stesso bagliori di umanità purissima. Insomma, grandissima intervista, anche se si trattava solo di una replica, del 1996: s'è subito capito dalla pettinatura di Marzullo e dal fatto che Mieli non ha fatto cenno alla Fallaci. 




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24 dicembre 2004


Caro Polito, quella mail in prima pagina su "Il Riformista" del 24.12.2004 non poteva semplicemente inoltrarmela? Gentile Cato, più d'una volta "Il Riformista" ha pubblicato il mio indirizzo di posta elettronica (luigi_castaldi@libero.it): non poteva scrivere direttamente a me? Caro Polito, gentile Cato, le cose stanno così: a "Il Foglio" non scrivo più, è inutile. Le posizioni di quel giornale sono ormai distanti dalle mie, su troppe cose; suppongo che questa distanza, e soprattutto il modo (ripeto: il modo) in cui io ho voluto (ripeto: voluto) significarla a Giuliano Ferrara, abbiano reso impubblicabile ogni mio intervento. Dopo un congruo numero di mie mail cestinate ho deciso di non scrivere più, anche perché intanto mi era stata offerta un'occasione privilegiata di esprimere le mie opinioni da "reazionario light" (carina davvero, la definizione - grazie, gentile Cato), su un altro giornale, "L'Indipendente". Occasione privilegiata: la libertà di scrivere quello che volevo, e nel modo che volevo, in una letterina quotidiana, a mo' di rubrichetta; perversione delle perversioni, la cosa mi è stata addirittura compensata. Io mai avrei immaginato (né cercavo, giuro) che le mie "amene pensosità" - come le chiama chi mi propose di scriverle in cambio di un compenso - avessero un valore diverso da quello che vi allegavo io. Insomma, confesso: essere pagato (continuo a credere: troppo per quello che mi costano tre o quattro righe al giorno) mi ha fatto sentire in dovere di fare più attenzione a quello che scrivevo. Ho cominciato a scrivere di meno? Tutt'altro. Giordano Bruno Guerri ha cominciato a commissionarmi articoli: lì ho riversato, diluendolo, ciò che prima concentravo nelle mie letterine. In quattro mesi ho scritto una quarantina di articoli, una trentina me li ha pubblicati, l'assegno mensile ha raggiunto una cifra davvero vergognosa. Che fare? Ripetere le cose scritte lì anche nelle solite letterine? Avrei imbarazzato me e altri. Ho smesso di scrivere a "Il Riformista"? No, anzi. Ma, dopo quattro o cinque articoli rifiutati e quattro o cinque mail cestinate, mi sono chiesto: "Vuoi vedere che sei venuto a noia a Polito?" Evidentemente dovevo insistere, evidentemente dovevo essere meno permaloso su quelle sette o otto cose cestinate, e poi - a pensarci bene - il cestino lo meritavano davvero. E così, pur continuando ad essere un lettore accanitissimo del giornale (uno dei migliori in Italia, davvero, davvero, davvero), ho avuto un po' di vergogna a propormi con l'insistenza e la costanza di prima, anche se "L'Indipendente" non mi ha mai chiesto l'esclusiva di niente. Io, caro Polito, gentile Cato, "Il Riformista" - pronti a sentire questa follia? - lo sento un po' mio - gli voglio bene, all'Arancione, io. Ho anche pensato: siamo in campagna elettorale, le opinioni di un pur atipico liberale di centrodestra con forti simpatie per i radicali disturberanno. E così mi son detto: "E' meglio non sovraespormi. Scriverò più in là", ultra transeamus. Sicché, quando ho visto in prima pagina la sua mail, gentile Cato, mi son chiesto - davvero me lo son chiesto, caro Polito: "Ma vuoi vedere che chi mi ha dato tanto (di questo parleremo a parte, un'altra volta) dovesse credere che adesso io faccio lo stronzetto presuntuoso?" Vi lascio immaginare, gentile Cato, caro Polito, come mi sento adesso, soprattutto dopo che già avevo lasciato correre un'altra lettera di giorni fa (però a pag. 2), che pure mi tirava in ballo, che pure avrebbe meritato due righe di cortesia. Io - giuro - non sono un "prezioso", non tengo mai il nasino in su, do confidenza (pure troppa, forse) anche a dei perfetti idioti (ciao, George!). E dunque non fatemi sentire bagascia diventata principessa. Scandalizzatevi quanto vi pare, ma per me i giornali continueranno sempre ad essere vita-per-modo-di-dire, surrogato di esistenza, cazzate insomma - le letterine, poi, le ho sempre considerate una presa per il culo reciproca, epperò piacevole, come le buone maniere. Come dice il mitico Nardi, tratterebbesi di messaggio subliminare, questa mail in prima pagina. Il fatto è che "Il Riformista" per me è sempre stato un indirizzo e basta. Da un lato, io non ho mai capito esattamente cosa piaccia al direttore de "Il Riformista" di quello che solitamente scrivo: probabilmente l'imagismo impressionista, l'iperbole se ben dosata, il paradosso se non troppo rococò, la trasognata e stralunata aria da gagà un po' paraculo, il tono da dissimulazione onesta, boh. Anche se per una semplice letterina, non ho mai capito cosa la rendesse pubblicabile su "Il Riformista" e cosa no. Né me n'ero mai curato. Su "Il Foglio" era facile - essere pubblicati da Ferrara è una cosa facile, capìto il modulo - butti le noccioline nel modo che l'elefante vuole, e te lo porti dove vuoi. Il fatto è che non puoi sempre mettere le noccioline in quel modo lì, almeno a me è venuta noia, Ferrara è un enorme bluff, lo si capirà tra una decina d'anni, purtroppo. Più caso umano che postazione intellettuale - ma non vorrei divagare. Dall'altro, ammetto, devo aver fatto un po' di confusione, preso com'ero dall'eccitazione di avere - ora - un così sicuro "si pubblichi" su "L'Indipendente": ho pensato che la mia corda fosse un po' troppo monocorde, che insomma mi stessi un po' fissando su pochi temi (bioetica, "radici cristiane", deriva teocon, ecc.), che infine il sior Polito si fosse "fatto la palla" di questo atipico lettore. L'ho immaginato davanti a quelle mie tre o quattro mail poi cestinate, davanti ai due o tre pezzi lunghi (forse troppo lunghi) mandatigli e non pubblicati, dire: "Madonna mia, non se ne può più. Questo è fissato, non scrive d'altro". Pensatela come vi pare, gentile Cato, caro Polito - ho pensato che avessi stufato. Il che, nonostante la sua mail, gentile Cato, pubblicata in prima pagina da lei, caro Polito, è - ciò nonostante, io credo - possibile. Diciamo solo: adesso è un po' meno possibile - ma non più di quel meno. Diciamo solo: adesso ricomincerò a riscrivere a "Il Riformista" con qualche costanza, diciamo una volta a settimana, così non scasso la minchia. Lei, caro Polito, mi scusi se in qualche modo le ho dato il destro di fraintendermi. Lei, gentile Cato, se non mi trova su "Il Riformista" e - come scrive - s'era "affezionata" (dunque è una lettrice?), adesso sa dove può leggermi cinque giorni a settimana. Poi, probabilmente, un giorno, mi sveglierò senza più niente da scrivere. Comincio a credere - s'insinua come un verme roditore nei miei dubbi - che sarà un bene per tutti. Con la mia faccia sotto i vostri piedi, diciamo così ché fa la necessaria marchetta, 


L.C.




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24 dicembre 2004


Immaginiamo una corda lunga da qui a lì. Qual'è la lunghezza da qui a lì? Mah, diciamo una discreta lunghezza. Vogliamo misurarla in metri? Bene, diciamo cha la corda è lunga dieci metri. Ci siamo capiti? Avendo chiaro il concetto di "metro", e condividendolo, è possibile che sì, ci siamo capiti. Sì, se da lì venite qui misurando la corda col vostro metro, farete un'operazione analoga a quella che dovrei fare io, se venissi lì, da qui, col metro mio - ma scordatevelo, sono pigro. Di là da questo, è chiaro che il mio e il vostro metro è una copia di quello in platino e iridio conservato nel museo di scienze naturali di Sèvres (laboratorio di pesi e misure). Voi capirete benissimo, nonostante siate dei blogger, che il luogo esatto in cui è conservata quella barra di platino e iridio altro non è che un unicum spazio-temporale in forma di zeugma: la parola "metro" => "tragitto percorso dalla luce nel vuoto in un tempo di 1/299792458 di secondo". Spostiamoci a una tacca sopra, o sotto - diciamo "yard" o "cubito" - o "centesima parte della lunghezza del filo arrotolato attorno a un Odradek" - e capirete, nonostante siate blogger, che "metro" è pura convenzione, roba di platino e iridio: se appena il museo di scienze naturali di Sèvres ha un cenno d'incendio, la barra si dilata e la convenzione perde purezza, siamo fritti. Ora, nonostante siate blogger, se vi sforzate, capirete che, invertendo lo zeugma di cui sopra (1/299792458 di secondo => "metro"), un anno steso come una corda tra un Natale e quello successivo, tra un compleanno e quello successivo, ha la stessa purezza concessa ad ogni convenzione: se appena ha fatto un po' più bel tempo rispetto all'anno prima, la distanza tra qui e lì cambia, un "anno" non significa più niente, fritti, con contorno di zeugma. Ora, blogger o meno, capirete che "Buon Natale" si può dirlo ora o dopodomani, e la cosa può lasciare freddi uguale uguale, o riscaldarci i cuori, che - ovvio- sono di platino e iridio. Fatta eccezione per quei blogger che, se si sforzassero troppo a cercare di capirlo, si cagherebbero addosso - Buon Natale a tutti gli altri, anche se non significa un bel niente. Il lessico qui s'è voluto mantenere basso, così nessuno inciampava nella corda, se passava soltanto per caso.




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24 dicembre 2004

Indugio di Epimenide, il cretese

Non adesso, ma domani dopo le 12.00, se nella finestrella di Google metterete tra virgolette "perché quand’anche in Google ci finisse per davvero tutta la conoscenza del mondo", il motore di ricerca vi partorirà la seguente pagina (questa e solo questa, perché adesso - prima delle 12.00 di domani - questa pagina ancora non c'è), tratta da Il Riformista del 24.12.2004:

"Ma la conoscenza è solo accumulazione ed elaborazione di dati? Se tale fosse, chi o cosa insegnerà il modo di trattare ed elaborare quei dati? Lo si farà forse in altri libri o in altri dati reperibili via Internet? E le regole per il trattamento di questi ultimi? Stiano tranquilli, allora, coloro che temono la fine della cultura per mano della tecnica: il paradosso della regola ci viene in salvo. Perché quand’anche in Google ci finisse per davvero tutta la conoscenza del mondo, la conoscenza di come trattare questa conoscenza non vi potrebbe mai finir dentro: una regola per l’applicazione delle regole non v’è, pena il regresso all’infinito. Per questo genere di conoscenza non c’è surroga tecnica che tenga: la sua acquisizione non può farsi a mezzo di regole implementate in questa o quella memoria elettronica".

Ci troverete anche il nome di chi l'ha scritta, che adesso è impossibile sapere, perché mancano ancora 10 ore. Parole sagge, sottoscrivibili. In effetti, si tratta di una pagina che si offre come surroga tecnica al trattamento della conoscenza (la materia informe - chiamiamola così) reperibile by Google - pagina, toh, reperibile by Google - ma non adesso, domani dopo le 12.00. Se tanto mi dà tanto, si può dire - forse - che "trattare ed elaborare taluni dati" è pagina ulteriore e successiva: dati che "vengono dopo", ulteriori e successivi. Insomma, a Platone gli si drizzano i peli nel culo lo stesso. Massimamente. E già da adesso.




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23 dicembre 2004

Merce avariata / 33

[30.3.2004]  Ué, belli, vi scrivo da una città in cui almeno quattro o cinque volte all'anno accade che le forze dell'ordine vengano tragicomicamente ostacolate da comuni cittadini, chiamiamoli così, nel corso delle operazioni di cattura di pesci grandi, medii e piccolissimi della delinquenza indigena. Passi per l'incintissima moglie del boss, che disperata s'avvinghia ad una gamba del maresciallo, mentre l'amante del marito s'avvinghia all'altra, ed il boss istesso, intanto, sgaiattola per il tunnel sotto la vasca ad idromassaggio. In questo caso, con uno sforzo di comprensione che travalichi il penale, potremmo dire che ogni luogo sia paese, che questo accada anche a Brescia, a Oslo e a Phoenix. Ma, se fate un salto in emeroteca, vedrete che nella città da cui vi scrivo è spesso, spessissimo, accaduto altro, di più. Leggerete di volanti della polizia accerchiate, prima, e capovolte, dopo, da fan, sodali, simpatizzanti e clienti di un pusher che intanto se la squagliava in moto, facendo slalom nei vicoli tra passeggini e banchetti di sigarette di contrabbando. Leggerete di carabinieri coperti di calci, insulti e sputi da comuni cittadini, s'è detto che li chiamavamo in questo modo, in difesa d'uno scippatore colto in flagrante; e poi, di finanzieri ridotti a mal partito da pietose matrone, virgulti con gli occhiali a specchio, attempati edentuli ed altri estemporanei samaritani per aver tentato l'arresto di un guardamacchine abusivo, di un ambulante venditore di cd clonati, di un peripatetico commerciante di bombe di Maradona; e poi, di vigili urbani pestati a sangue da automobilisti che avevano parcheggiato in terza fila, con la collaborazione di quelli parcheggiati in seconda; e poi, di altro, che a raccontarlo quasi non sembra vero. Nella questura della città da cui vi scrivo c'è qualche poliziotto che ancora si carezza il bozzo che gli causò la pioggia di masserizie piovute dai balconi per impedire la cattura dell'eroe di turno, braccato nel suo basso superaccessoriato o nel suo appartamento blindato e videocontrollato, fin lì riverito, coccolato, invidiato e omertosamente protetto da tutto il cordiale vicinato. Gente col cuore in mano, la gente della città da cui vi scrivo, ma spesso nella mano sbagliata. Orbene, belli, stamane, qui, si son tenuti i funerali di una ragazzina di 14 anni, passata da due giorni di coma alla morte, per una pallottola uscita non si sa bene ancora da quale pistola. Un killer cercava di far fuori un boss che passeggiava in una strada affollata; pare che il boss abbia afferrato la ragazza per i capelli, facendosene scudo. Questa è stata la prima versione. Ora, invece, andrebbe prevalendo un'altra idea tra gli investigatori: sarebbe stato il boss a sparare per difendersi dal killer, e avrebbe sbagliato mira. Errare humanum est, sbaglia il chirurgo, sbaglia il centravanti, sbaglia pure il boss. Non so quale delle due versioni offra più attenuanti generiche all'assassino, ma si farà fatica a stabilirlo. Questo perché non s'è trovato uno dei tanti presenti all'accaduto capace di chiarire la dinamica. E sì che nella città da cui vi scrivo si è capaci di cogliere un fuorigioco anche dall'ultimo anello delle tribune dello stadio, di poterci giurare sulla buon'anima di mammina, sicché, se l'arbitro non l'ha visto, si bruciano auto e cassonetti per ristabilire una frenzola di giustizia. Gente dalla meninge sveglia, capace di ricordare a memoria, fino all'ultimo lamento, tutti i testi dell'ultimo cd di Gigi D'Alessio, di calcolare tutti i ritardi del 15 e del 74 sulla ruota di Genova e di Palermo. In questo caso, niente, c'era distrazione. Commozione, invece, quanta ne vuole, avrebbe dovuto vedere i funerali, strazianti com'è ovvio. Parenti stravolti, ma composti. Prete che si augurava che da tanto dolore potesse nascere una speranza e bla bla bla, amen. Autorità attonite, come sgomente del fatto che tanta violenza sia possibile in una città in cui è si messa qualche fioriera qua, qualche lampione là, qualche reddito di cittadinanza di qua e di là. Qua e là dolore sceneggiato di chi nemmeno conosceva la ragazza, a questi funerali, ma "c'aggia fa', so' commosso, mi devo sfogare". S'è detto: "C'era tutta Forcella", questo il nome del quartiere in cui è accaduto il fatto. Tutta? Nemmeno un complice, più o meno volontario, della diffusa delinquenzialità cittadina che ha maturato quest'ultimo assassinio? Nemmeno un amico del boss o del killer? Vuol dire che in emeroteca ci sono scritte tutte balle. Scusatemi se ve le ho riportate, pensando fossero prova di un crimine peggiore dell'omertà: l'ipocrisia. Ué, belli, diciamo che vi ho intrattenuto con un po' di folkloristico disfattismo. Baci.




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23 dicembre 2004


E' una monarchia nient'affatto illuminata e di ciò si fa addirittura vanto. Opera sui mercati finanziari internazionali da concorrente sleale, eludendone le leggi e sottraendosi ai controlli, quando può. Dell'essere uno stato se ne ricorda quando deve reclamarne i diritti, salvo a dimenticarsi dei doveri quando le fa comodo. Nell'uno e nell'altro caso, si costituisce in eccezione. Se uno chiude gli occhi e pensa - ma questo non è uno "stato-canaglia"?




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19 dicembre 2004


Malvino s'assenta qualche giorno. Sarà ozio comatoso, ogni tanto ci vuole.




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19 dicembre 2004

Lettera aperta a S.E.C.P.C.D.F.J. (*) Ratzinger

Graziosissima Eminenza, Le scrivo per sottoporLe un problema personale di natura assai complessa. Chi meglio di Lei potrà trovare il bandolo di questo mio garbuglio etico e ginecologico, genetico e teologico? A Lei dunque mi affido, a Lei che regge saldo in mano il Magistero, pronto con esso a centrare ogni problema, come con una mazza da baseball. Io, graziosissima Eminenza, ho la sindrome di Morris. Sarà superfluo forse spiegarLe cos'è, perché sono sicuro che la sua grande scienza non l'ignora, coprendo intero l'umano scibile in ogni campo, compresi gli aggiornamenti: Tommaso in etica, Tolomeo in astrofisica, Origene in sessuologia, ecc. Ma questa lettera è concepita in forma aperta, dunque consenta ch'io brevemente spieghi alla plebe ignorante. Chi è affetto da sindrome di Morris (due casi ogni diecimila nati) è apparentemente femmina, spesso di non comune bellezza (vien detta anche "sindrome delle belle donne"). Ha caratteri sessuali secondari interamente femminili, tette e passerina comprese, mi scusi la profanità; ma non ha utero, e al posto delle ovaie ha due testicoli, ritenuti, funzionanti, perfettamente maschili. In tutto femmina - e consenta la tutta femminile vanitas vanitatum: che femmina! - io sono geneticamente maschio, ogni mia cellula ha un X e un Y, ma l'X - quand'ero embrione - manco s'accorse di quello che diceva l'Y, lavorò a farmi un corpo (e nel corpo, Lei intuirà, c'è anche il cervello) tutto femmina. Niente mestruazioni, ovviamente, ma molte sante - Lei saprà - soffrirono di amenorrea. Dunque - vengo al dunque - avrei da porLe qualche domanda, premettendoLe brevemente qualche altra superflua ovvietà che sono certo non Le sfugge. Sintetizzo, prendendo dalla fonti: 1) secondo il Magistero, non esistono essere umani, ma solo maschi o femmine; il maschio ha da esser maschio, e femmina la femmina; dall'unione (intendo la copula, graziosissima Eminenza) alla procreazione, con quanto d'attorno v'orbita d'antropologico e sociale, lecito non è far confusione, sennò è peccato; 2) sempre secondo il Magistero, il genere è secondo natura, e per natura devesi intendere la cifra irripetibilmente incisa nel patrimonio genetico, sicché di persona (con allegata anima) si parla, allorquando ovulo e spermatozoo (con allegati X e Y) si fondono; 3) l'essere maschio o femmina sono, in tal ambito dottrinario, il perimetro della vera libertà, sicché il genere consisterebbe nella lunghezza della catena e il cane che vi è legato è libero per quanto il raggio conceda alla circonferenza. Ecco, dunque, finalmente, Le pongo le mie domande, e in forma di lettera aperta, perché Lei capirà che due sindromi di Morris ogni diecimila nati apparentemente femmine fanno, solo in Italia, un tot di quasi 5.000 casi, immagini che processione di battezzate. Prima domanda: ho saputo d'essere geneticamente maschio (dunque maschio e basta, secondo la dottrina che Lei amministra) a diciotto anni. Devo fare il maschio? Lei immagina - mi scusi ancora la vanitas vanitatum - la sottoscritta femmina da sballo sposarsi con un'altra donna? O, se mi acchiappa la vocazione, farsi prete e non suora? Immagina una con le tette celebrare messa, eventualmente imporporarsi e - perché mettere limiti alla volontà di Dio - diventare Papa? Non frema, è tutto congruo secondo il Magistero, ho controllato nei Suoi scritti. Oppure - non devo fare il maschio? Controlli Lei, nei Suoi scritti, sarebbe offesa al Creatore. In finis: essendo maschio, ma non avendo il relativo armamentario, cosa mi è lecito in termini di santa vita coniugale - che, cioè, sia sigillo di sacralità dell'amore tra me, marito, e quella lì, la moglie - per quanto attiene al sesso, se m'unisco (come m'è consentito) a una femmina? In fremente attesa di una Sua risposta, meglio se altrettanto pubblica (perché sono timida, pardon timido), Le bacio l'importantissimo anello, Sua 

                                                                         Gilda Li Causti

P.S. : Mi scusi se approfitto ancora del nome che ho fin qui ho usato, fintanto che sapevo d'esser femmina. Ho già preso informazione all'anagrafe, tra poco prenderò nome da maschio, ho scelto un anagramma di quello femminile, sarà Luigi Castaldi. Le piace, Le sembra abbastanza maschile?  

Ce l'ha fatta: domani Gilda Li Causti - quella della sindrome di Morris - è in prima pagina su L'Indipendente (editoriale d'apertura) con la sua lettera aperta al cardinale Ratzinger. Sul pdf che mi mandano la sera l'anagramma-pseudonimo m'ha dato un rimescolìo ai coglioni. Due.



 (*) S.E.C.P.C.D.F.J. (Sua Eminenza Cardinal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph)




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17 dicembre 2004

Dall'algebra alla geometria

Mettete una mano in tasca e vuotatene il contenuto sul tavolo. Una moneta, e un altra. Quante monete sono? Due. Bravi, avete fatto un'addizione. Per ciò che attiene a quella cosa che per convenzione chiamiamo "moneta", indipendentemente dal suo valore, avete operato secondo la formula 1 + 1 = 2; se le monete che sono sul tavolo hanno lo stesso valore, poniamo 1 euro ciascuna, l'addizione che avete fatto è sovrapponibile a quella che è necessaria per rispondere alla domanda: quanti euro sono? Ma, se le due monete hanno valore diverso, poniamo che una sia di 1 euro e l'altra di 2 euro, avremo bisogno di due diverse addizioni: una per ciò che intendiamo per "moneta" (1 + 1 = 2), l'altra per ciò che intendiamo per "euro" (1 + 2 = 3). Le monete sono due, in quel caso, ma gli euro sono tre. Così, se siete possessori di un harem con 20 donne e di un recinto che contiene 256 cammelli, potrete operare un'addizione tra 20 e 256, solo se in un qualsiasi modo donne e cammelli hanno attinenza: se, per esempio, ad ogni nuova moglie ricevete in dote un certo numero di cammelli o, viceversa, se per acquisire una nuova concubina, dovete pagare in cammelli. Nella relazione che lega "donna" ad un valore di "32 cammelli/donna", dal vostro recinto ad ogni nuova concubina dovrete sottrarne 32, e aggiungerne altrettanti ad ogni nuova moglie. Poniamo che una calamità vi polverizzi l'harem e vi risparmi il recinto dei cammelli. Con quei 256 animali avete un potenziale harem di 8 nuove concubine [256 : 32 = 8]; se invece avete intenzione di ricostruire l'harem con 8 nuove mogli, vi troverete nel recinto 512 cammelli [256 + (32 x 8)]. Ora immaginate che mentre state lì a tumulare i corpi carbonizzati, a tenere buoni i cammelli imbizzarriti dall'incendio, a calcolare quanto convenga una moglie rispetto a una concubina (e ovviamente viceversa), a mettere le mani in tasca e a cavarne il contenuto sul tavolo per computare quanto di cammello vi sia tra donna ed euro, arrivi un filosofo e vi mostri , dicendo che "ogni equazione algebrica - a coefficienti complessi di ordine n qualsiasi - ammette n soluzioni complesse (non necessariamente tutte distinte)". Voi gli obietterete che  "ogni equazione algebrica - a coefficienti reali di ordine n dispari - ammette almeno una radice reale". Lui insisterà, probabilmente. Vi darà del realista e del riduzionista. Allora, indicategli la strada, secondo  .

Post scriptum  Il presente post conteneva un errore: al posto di 8, come ora si è corretto, v'era scritto 4. Insomma, potenzialmente, tra harem e recinto di cammelli, avevo 4 donne in più e nessuno me lo faceva notare. Il solutore dell'innocente buggero da me ordito è stato Friedrich, che l'ha fatto notare nei comment. A lui vanno in premio 2 donne o, a piacere, 64 cammelli. Bravo Friedrich.




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16 dicembre 2004

Merce avariata / 32

STORIE DEL SIGNOR MIXO

Preliminari
I - Il buon senso del signor Mixo
II - Ingegneria genetica
III - "Concetti, velenosi confetti!"
IV - Al bar
V - "Eccomi, Signore!"
VI - Le letture del signor Mixo
VII - Disordini silvestri
VIII - Il passato del signor Mixo
IX - Colecistectomia
X - I pensieri del signor Mixo
XI - Ventiquattr'ore
Exit

"Ci scambiammo due o tre complimenti, e poi misurammo il coccodrillo, lungo esattamente dodici metri".
                                                                  R.E.Raspe

Preliminari C'è modo e modo di levitare. Raccontano d'un feroce criminale che uno sbirro aveva infine catturato, ammanettandolo, un polso a quello suo. Si dice che il tipaccio stendesse con un sol pugno lo sbirro e con un coccio di bottiglia segasse il polso per scappar via. Il polso era quello suo, perché non voleva portarsi dietro le manette. Ma raccontano anche di Santa Teresa delle Nostre Sante Contrizioni che in sonno si sollevava di buoni trenta centrimetri dal letto. Sveglia e in preghiera, raggiungeva i novanta centimetri abbondanti e intorno al metro cadeva in trance riscendendo ai trenta dell'assetto da sonno corrente.Tra questi due modi di levitare c'è un'interzona detta uomo. Ma tra gli uomini, si sa, ci sono astronauti e domatori di cimici. Il signor Mixo, condannato al Giusto Mezzo, sfreccia tra le costellazioni e dà grattacapi al lettore.

I - Il buon senso del signor Mixo Diversi episodi nell'infanzia del signor Mixo possono a buona ragione essere considerati come indispensabili pietre angolari del suo tetragono buon senso. Come Pollicino, Mixo ha lasciato lungo il cammino della sua vita tante micelle di quotidie, quasi a volersi far raggiungere da un destino comunque più lento di lui. Colombelle ed avvoltoi hanno beccato quel che potevano, perché non tutte le micelle erano commestibili; quasi nulla rimane oggi, ma bisogna ammettere che le briciole più belle il signor Mixo le lasciò cadere all'inizio, quand'era un bimbetto roseo e timidetto. Il destino, quello, l'ha raggiunto comunque e nemmeno poi col temuto ritardo, condannandolo al buon senso di cui stiamo parlando, con l'aggiunta di un sorriso che è tipico di chi ha già visto tutto, senza capirci niente. Mixo aveva sei anni e passava intere giornate a guardare le cose del mondo attraverso le colorate e trasparenti bucce delle caramelle. Se succhiava quelle al gusto di limone, ecco che i tramonti diventavano di botto gialli, bufere d'ocra e paglierino. Se ribes, ecco zuffe violente di formiche d'indaco malsano, subitamente cangianti in rossi cupi o chiari, se il gusto era ciliegia o lampone. Fu così che Mixo cominciò a costruirsi le categorie. Da bambino era buono d'una bontà bambinesca. Un giorno, durante un litigio che i suoi genitori fecero sbocciare in salotto, un orologio di ceramica si ruppe. Era un'orribile imitazione Luigi XV, ma a Mixo piaceva da impazzire. Mentre i due continuavano a strepitare, Mixo s'armò di mastice. Nei pomeriggi estivi la mamma di Mixo preparava tenerissime merendine di pane affrescato con gianduie, cotognate e altro. L'undicenne Mixo le nascondeva dappertutto e tornava a giocare con l'infanzia plebea del vicinato. Erano sassaiole nel West, pistolettate tra toreri, sciabolate di Zorro all'arcivescovo di Costantinopoli. Ma Mixo cresceva, e con lui certe velenose considerazioni sulla natura delle cose. Senza più filtri colorati le cose sbiadivano irreparabilmente. Provò a renderle nitide con delicata solitudine e macchinose teorie di lenti biconcave. I coetanei ne rimasero offesi e, ad uno ad uno, glielo fecero presente: "Da oggi chiamaci coevi!" Mixo li spiava da lontano nelle notti di San Giovanni mentre fondevano piombo in barattoli di latta per versarne le incandescenze in bacinelle d'acqua piovana per trarne aruspici. La distanza non gli faceva cogliere il senso della divinazione, per lo più borbottata nello sfrigolìo a centro del capannello. Ancora oggi, per lui, la folla ha quel lontano odor di piombo fuso.

II - Ingegneria genetica  Era pomeriggio, quasi sera, e il signor Mixo guardava la pioggia col naso schiacciato contro il vetro. Un alone lo appannava, segno evidente che Mixo era vivo. Ora non dobbiamo stare qui a fare troppo gli schizzinosi su che tipo di vita fosse. Mixo era nel suo laboratorio, genomi batterici. In quel periodo si interessava del Dna del Lactobacillus australiensis. Tornò d'un tratto al tavolo e riprese a lavorare. Il naso freddo gli dava ora una gran lucidità intellettuale e cominciò a riempire fogli su fogli, alzandosi dalla sedia di tanto in tanto tra lo schermo del computer e gli scaffali. Il problema era quello di stabilire cosa codificassero quelle poche centinaia di basi nucleiche che ancora erano un mistero nella vita del Lactobacillus australiensis. E anche qui non sarebbe giusto fare gli schizzinosi su che tipo di vita fosse. Un interruttore di trascrizione? Una not sense sequence? Il derepressore dell'operon ZN-33 che veniva subito dopo? Si stava abbrutendo da settimane. Il Dna del piccolo batterio era organizzato in un unico cromosoma circolare: questo già si sapeva da vent'anni. Era una catenella di circa sei metri. Anno dopo anno intere scuole di genetisti erano riusciti a mapparne i geni. Un centinaio di enzimi, lo stretto necessario per la sopravvivenza, la replicazione e qualche superflua faccenduola catalitica. Restava solo quel centinaio di basi, poche per un altro enzima, troppe per stare lì senza un senso. Che poi le cose dovessero a tutti i casi avere un senso, e quel senso sia chiuso per essere finalmente aperto a tipi come Mixo, be', sorvoliamo. Frullando, gascromatografando, spettrometricando e bestiammando, Mixo era arrivato a quelle sillabe insensate; le aveva su un foglietto davanti. AGCATACCCCCGGCTATTTAACGA.... Mixo quasi le conosceva a memoria e le ripeteva come la poesia di un neuroleso, senza arrivarne a capo. Sentì uno spazientirsi salirgli furioso, la stizza che sale la scala a chiocciola. Buttò tutto all'aria e andò a cadersene sul divano, dove il sonno lo raggiunse, tramortendolo. Si svegliò alle prime luci dell'alba, con un trasalire. Alcune di quelle basi si ripetevano ad intervalli fissi, come per certe lettere di un qualsiasi alfabeto. Tentò con un programma di decriptaggio che poteva fare al caso suo. "Dio, mio Dio!" diceva, e scriveva. AAT una S, GGC una O, TTC una N... Lettera dopo lettera, la sequenza gli si rivelava. Lesse: "...IO SONO IL SIGNORE, IDDIO TUO...".  Quasi sveniva, ma riuscì ad andare oltre: "...FESSO CHI LEGGE, PERCHE'...". Quella sera stessa il signor Mixo buttò via tutte le piastre con le colonie biancastre di Lactobacillus australiensis. In cuor suo aveva già deciso che si sarebbe interessato del verdognolo Corynebacterium minutissimum.

III - "Concetti, velenosi confetti!"  Mixo ora - lo so, sarà strano - è un piccolo pechinese che dorme su un divano. Siamo in un salotto letterario, di quelli che ai nostri giorni si son fatti rari. Sullo stesso divano c'è una grassa signora che mangia bonbons da una scatola e che, rapita, ascolta quello che le sta dicendo Alfred Tylenol, il famoso poeta. "Vede, dunque, mia cara, quanto la condizione umana sia precaria rispetto a questa attesa, a questo struggersi? Le citerò dei versi che scrissi circa dieci anni or sono e che impliciteranno quel che le sto dicendo... dunque... Aspetti, faccio scendere in me la divinità e libero il poeta...  Ecco... 'Coi suoi taglienti / Spigoli la notte / Le vesti ci restituisce cenci / Per intestine furibonde lotte / Giocarono i suoi militi e adesso zero // Pastrani che celarono la lue / Mantelli catramati cruccio intero / Futili contumeliose tiritere / Per le mai troppo paventate sue / Giostre d'agoni mille e cerniere // Carte in malati rotolini avulsi / Come penultime sembianze vere / Il cavaliere lo squartato il druso / Lo stilita il putrescente il camuso // Dei tanti ancora che permisero a ciascuno / Di constatarsi intangibile e contuso'...".  E su quell'"intangibile e contuso" Alfred Tylenol emette uno straziante acuto che sveglia Mixo. E' un fremito, addirittura tinnisce il campanellino d'oro che è legato al nastro cremisi che porta al collo. Stava sognando di quand'era cucciolo, we suppose. Mixo guarda il poeta, puntandolo col suo dolce e umido muso. Poi gli risponde con un bau. Che ovviamente non fa rima con "-uso". Capisce che ha fatto una gaffe canina, si guarda imbarazzato d'intorno, implora con uno sguardo obliquo pietà alla sua padrona e in un attimo si riaddormenta.

IV - Al bar Il signor Mixo è seduto in un bar. Nell'aria si sente il suono di una fisarmonica, dolce, struggente, sognante. Mixo legge un volume di Pitigrilli, avvolto in una sovracopertina di Leopardi. Stessa collana, ma sapeste com'è disordinato! Beve del thè. Al tavolo vicino ci sono delle signore che pettegolano in modo divino sul presunto aborto procurato d'una parrucchiera o d'una baby-sitter, non si capisce bene. Mixo, tutto chiuso in un cappottone nero, ha un terribile raffreddore. Il naso è tutto pieno di croste. Una cameriera va e viene. Il barman prepara caffè dopo caffè. Ogni tanto un cane viene a mangiare le briciole di bignè cascate giù dai tavolini. D'un tratto Mixo si guarda circospetto intorno e s'accerta che nessuno l'osservi. Si infila due dita in una narice e con una perizia assassina da orafo, chirurgo, miniaturista, orologiaio, stacca via una crosticina di muco rappreso. E' una crosticina scura, tra il color torba e il terra di Siena bruciata, con sottili striature di sangue, infiorettata da tre o quattro vibrisse setolose, rimaste imprigionate dallo sproposito coagulativo, come in un merdoso ikebana. Il dolore dell'operazioncina è terribile, ne viene via perfino un rivoletto di sangue, il viso è tutto una smorfia. Con un elegantissimo gesto, intanto, la crosticina è catapultata via sotto i tavolini. Un cane rognoso fraintende ed accorre. Nessuno ha visto niente. Ora Mixo si asciuga la gocciuola di sangue con un bellissimo fazzoletto grigio. Il sangue sul quel grigio diventa subito nero, disegnando bellissime forme, come di carte nautiche, erbarii, calligrafie nipponiche. Il viso, e lo dicevamo, è tutto una smorfia. C'è una lacrima, perfino, che scende giù sulla gota. Voi sapete certamente come fa male talvolta il naso. Ed ecco ora che le signore si accorgono di Mixo. Lo vedono seduto sul bordo della sua sedia, inclinata mestamente, nel suo cappottone tragico, con un gomito sul tavolino, un polso contro lo zigomo, un fazzoletto sporco di sangue in mano, una lacrima che corre giù fino al mento, una faccia di insopportabile patimento, un libro di Leopardi aperto davanti, un thè che fuma e rende la scena ancor più straziante. La fisarmonica continua a suonare. Il cane annusa sospetto qualcosa che potrebbe essere la briciola d'un bignè. E' una scena che fa venire i brividi. "Chi è mai costui che soffre?" "Oh, Dio, perchè sei così crudele con gli uomini buoni?" "Sarà certamente un amante che soffre!" "No, io credo sia un poeta che si commuove!" "Ma no, è un filosofo che medita sulle miserie umane!" "E avete visto, piange!" "Sì, piange, mio Dio!" "Sarà forse un esiliato politico? Polacco? Ha qualcosa di russo, mi pare..." "O la moglie avrà un cancro?" "Forse è lui che è malato! Vedete? Perde sangue!" "Oh, ma quella è una leucemia! Mio marito, che è dottore, mi ha detto che succede così quasi sempre! Altre volte invece c'è pure un priapismo dolente e atroce!" "E cos'è il priapismo, Eleonora?" Come, non hai mai letto Gadda, Veronica?" "Priapismo è quella cosa che ti rende con dolore immanentissimamente in urgenza dell'atto bestiale" "Terribile, terribile come gli umani possano soffrire!" "Che odiosa cosa è mai la vita!" "Poverino, così carino, così perbene, così sfortunato!"... Mixo decide di tornare a casa. Farà una doccia calda. Prenderà qualche aspirina e si metterà a letto. Ha da parte una cassetta porno che, pensa, gli concilierà il sonno. Chiude il libro, paga il conto e fa per alzarsi. Intontito dal dolore al naso, coordina male i gesti e sbatte l'inguine contro uno spigolo del tavolino. Ne vien via un doloroso sospiro che attira di nuovo l'attenzione delle signore. Mentre Mixo esce dal bar, con una mano tra le cosce, le pietose dame guardano le sue spalle curve, l'andatura caracollante, il libro che sporge di sotto il braccio, il cane rognoso che lo segue, aspettando una briciola vera. "Vedete, vedete! Ha anche quel priapismo doloroso che dice mio marito!" "Forse però potrebbe essere un cancro della prostata!" "Che cosa è mai la vita, ahinoi!"... Il signor Mixo apre la porta a vetri del bar ed esce. Il cane con lui, opportunista. "Oh, Dio, perchè sei così crudele con i migliori, coi puri?"

V - "Eccomi, Signore!" Ieri il signor Mixo ha preso sonno tardi, con un libro aperto in mano, la luce accesa sul comodino, la bocca spalancata. Stamattina è divinamente rasato, il nodo della cravatta è sublime, la piega dei pantaloni è euclidea. Entra nel suo ufficio con la borsa gonfia di scartoffie, si avvia all'ascensore. Entra e preme quello che tra gli Umani Suoi Coevi è detto 4, da certe costumanze d'ortografia. E comincia a salire. E' distratto dai suoi pensieri un po' obesi, quando d'un tratto sente chiara una voce, con tanto d'eco, che gli dice: "Ascolta!" Mixo impallidisce. Si inginocchia subito e risponde: "Eccomi, Signore!" Non è che Mixo sia proprio credente. Però è un'anima semplice, semplice semplice, ma così semplice che senza deduzioni se ne morrebbe disidratata. E' buono per assenza di cattiveria. Ed è logico per assenza di santità. Non c'è luogo che, come un ascensore, offra migliori possibilità d'essere veramente soli, senza la dattilografa ninfomane del quinto piano o l'archivista zoppo del sottoscala. Se una voce ti coglie in ascensore e sei solo, non c'è poi tanto da stare lì a ragionare. Non può essere che lui, Quello-Che-Chiama. Ontia o ousia, siamo lì. Con un rapidissimo calcolo delle probabilità, è Dio al 79%. Sant'Anselmo non conobbe ascensori, ma ogni epoca ha le sue ascesi e le sue dimostrazioni. Todo modo es bueno para hallar la voluntad divina, no? "Eccomi, Signore!", ma la voce che ha detto "Ascolta!" continua in ben altro modo, altro che "Va' e fa'!" "Ascolta, sono l'operaio degli ascensori! Sto riparando questa schifezza di tettuccio che vi strafelleggia sempre. Mi dovresti fare un piacere. Appena scendi al quarto, prima di uscire, premi il 6, per favore!" Mixo quasi sviene, quasi davvero gli avessero detto "Va' e fa'!". Non sviene, però, e risponde un qualsiasi "certo, certo!". Si rialza, spolvera le ginocchia e pensa, pensa, pensa... Arriva, grazie a Dio e all'ascensore, a 4, ed esce; saluta l'operaio e preme il 6. Mentre le porte dell'ascensore si chiudono dietro di lui, sente un "Grazie!" perdersi lontano. Tira un sospiro e va per la sua strada. E' quasi arrivato davanti alla sua stanza che, ecco, sente un'altra voce. "Senta, Mixo!" Senza neppure voltarsi risponde: "Mi dica...".

VI - Le letture del signor Mixo Il signor Mixo è un grande lettore di racconti polizieschi e ne possiede una biblioteca tanto ricca da far drizzare i capelli ad un analfabeta. Egli ama quei meccanismi delicati che avviluppano la storia in mille modi, facendola apparire all'inizio un culatello, e dopo una più attenta analisi un Odradek. In certe sue serate di scapolo obeso e un po' bleso il signor Mixo si circonda di pipa, Negroni, stufetta elettrica e ciotola di pistacchi, mette a sedere sulla poltrona di fronte la sua bambola gonfiabile Dolly-la-Porca che lo guarda per tutto il tempo con la bocca aperta e i suoi occhioni fissi e adoranti, e sprofonda nella lettura. Questa sera è una di quelle sere. E' appena arrivato a pagina 8 che , ecco, il telefono squilla. "Uffa!" e va a rispondere. "Pronto". "Pronto, Mixo?" "Si, chi è?" "Buona sera, signor Mixo, siamo noi della trasmissione 'Un-miliardo-bello-caldo-per-te'... Ragazzi, un applauso al nostro estratto! (Grosso applauso che quasi uno scosterebbe la cornetta dall'orecchio.) Comunque, signor Mixo, non so se lei segue la nostra trasmissione..." "Beh, veramente...". "Ahi, ahi, ahi... In ogni caso lei è stato sorteggiato dal nostro computer Casimiro per rispondere alla domanda che le farà vincere un miliardo-bello-caldo, se risponde esattamente..." "Ma io non saprei esattamente cosa... Poi..." "Non si preoccupi, le spiego tutto io! Lei deve scegliere una materia, chessò, musica leggera, sport, Hegel, insetti, vita dei santi... Casimiro sceglierà una domanda per quell'argomento e se lei risponde vince!" "Io, veramente..." "Via, non faccia il timido! Ragazzi, un applauso di incoraggiamento! (Applauso.) Allora, signor Mixo?" "Beh, diciamo... racconti polizieschi..." "Ottimo... Un attimino e Casimiro le porrà la domanda... Ecco, attento..." Voce metallica: "Chi è l'assassino nel racconto 'Pioggia maledetta' di Walter O'Grant?" (...) Ed ecco di nuovo il nostro signor Mixo in poltrona. Di nuovo è ripiombato nella lettura e adesso è a pag. 109. Dolly-la-Porca continua a fissarlo muta, piena di devozione. Squilla di nuovo il telefono. "Uffa-a-a-a!" "Pronto!" "Ciao, Mixo! Sono Mappamondus. Ti ho chiamato per sapere se vieni con noi al 'Dyno', andiamo a bere qualcosa. Siamo io, Frank, Clavicembolino, Pio, Mariolino e Flacco. Ti unisci a noi?" "No, Map, grazie, ma sto leggendo..." "Ah, tu e i tuoi maledetti polizieschi! Che stai leggendo stasera?" "Niente di speciale, in verità. E' un libro di un certo O'Grant, s'intitola 'Pioggia maledetta'... Niente di speciale, davvero. Ma è che sono quasi alla fine e voglio vedere chi è l'assassino...".

VII - Disordini silvestri Il signor Mixo è sempre stato affascinato dal sacramento delle foreste. Quell'infinito disordine di foglie e radici, di muschi e cinguettii, lo intontisce ogni volta di beatitudine. Mixo non è fatto per estasiarsi di tramonti sui ghiacciai o di albe sull'oceano. Mixo è nato in una casetta al bordo d'una foresta, in un'altra foresta è cresciuto, vive ancora oggi qui. E' strano come il pasticciere abbia talvolta nausea della meringa e il marinaio vomiti talvolta nel maestrale. Mixo rinnova ogni volta la sua felicità tra quei tronchi, senza mai l'ombra d'un cedimento. Il signor Mixo è sempre stato affascinato dalle chiome, non importa se di donna, d'uomo, di leone o di ciuco. Quel caos, Dio! Mixo è completamente glabro per una malattia congenita dal nome strano. Sarà per questo, forse? Il fatto è che per lui i peli sono una vera mania, che l'accompagna ovunque come una parrucca. In realtà, gira per la foresta con un cappello in pelle di scoiattolo. E cos'è mai una foresta, se non una chioma spettinata? Cos'è una testa ricciuta, se non una foresta senza radure? Spesso il signor Mixo si dà appuntamento in poco note alopecie boschive con la sua altrettanto segreta amante, Carmen, figlia del comandante delle guardie forestali, di cui è il vice-vice-luogotenente. Carmen, manco a dirlo, ha un numero impressionante di capelli, terribilmente rossi e ricci. Quando è stesa a terra, tra quei capelli si infilano foglie secche che poi è impossibile toglier via, per tacere di certi insetti, quelli che rosicchiano le radici dei castagni. Mixo ama sinceramente Carmen, se ci è lecito questo stupido avverbio. Talvolta con un pettinino d'osso le pettina il pube, rosso come un'aurora. Carmen ogni volta ride per il pizzicorino, ma lo lascia fare. La foresta ogni tanto ha degli incendi che Mixo corre subito a spegnere con schiume e sabbia a sifoni. E ogni tanto un po' di passione accende pure Carmen. Quando succede, Mixo si commuove, anche se ci dà sotto di sifone per non darlo a vedere. Un giorno, qualche anno fa, prima di sposarsi (perché poi così andò a finire tra i due), passeggiavano insieme nella piazza del paese vicino alla foresta. Un ciarlatano insistette per leggere la mano a Carmen. Le disse che sarebbe morta sotto una cinquantina di forbiciate. Certe volte nelle foreste si sentono strani rumori, crepitii, rami rotti, qualche urlo soffocato nel sangue che sfiata da uno squarcio nel collo. Ma il peggio (e qui, signori, vi chiedo un po' di rispetto) è quel silenzio che segue, sangue che coagula tra i peli.

VIII - Il passato del signor Mixo Le prime notizie che abbiamo del signor Mixo risalgono ai tempi del re Gige, quand'era cuoco a corte. Non sappiamo molto della sua vita, ma possiamo immaginarla: salsette, guarnizioni, arrosti... Sappiamo invece che fu ucciso su ordine del re per il sospetto (quasi certamente infondato) di tentato avvelenamento. Dopo la morte passò un po' di tempo nell'Ufficio Assegnazioni e quindi fu reincarnato in Arimarcus, il soldato che issò sul palo la testa, la mano e la lingua di Cicerone. Era accanito giocatore di alea e grosso bevitore di vino mielato con aggiunta di spezie. Aveva partecipato a due o tre campagne e possedeva qualche ettaro di terra vicino l'odierna Viterbo. Morì per soffocamento, un nocciolo di albicocca, e si reincarnò dopo un poco in Siliphus, il domestico di Odoacre. Non sappiamo come morì, ma intorno al 750 d.C. fu reincarnato in un anencefalo che visse solo due ore: fu la sua reincarnazione più breve. Ritornò in carni d'uomo dopo quattro o cinque secoli, perché per ogni reincarnazione malformata si paga pegno: fu Giovanni della Balestra, pisano, ottimo favolatore ed amico del padre dell'Angiolieri. Morì dissanguato in un incidente di caccia per una ferita di dardo all'inguine. In realtà, Giovanni della Balestra era il nome che gli fu dato postumo, perché in vita era noto come Gianni di Borgomarcio di Sotto. Ebbe quindi altre due reincarnazioni in breve tempo, prima in Canio de' Ubertoni, esattore fiorentino, e poi in Lodovico Malesci, conte di Ascoli Piceno e viziosissimo pederasta. Qui perdiamo le sue tracce per ritrovarlo ad Andorra, intorno al 1580, come strozzino morisco. Fu stroncato da una polmonite stafilococcica e fu reincarnato nel 1713 (una delle poche date certe) nella persona di Herman Heinz, l'inventore del distillatore a serpentina multipla. Qui perdiamo ancora le sue tracce, perché alcuni lo vorrebbero reincarnato in Mariolino Crespi, il podestà del lido, a Venezia, intorno al 1820; altri propendono per Guido Cremantini, ginecologo romano, morto nel 1846. Ai primi del '900 fu reincarnato in Alberto Covicelli, un deputato giolittiano di buona fama. Con la morte del Covicelli (rottura di aneurisma willisiano) le cose andarono complicandosi, e non poco. Il Ministero dei Traffici Reincarnatorii stabilì che l'anima potesse trasferirsi in più corpi, previa sporulazione (Decr. Leg. Min. 1552/B del 19.9.1907, art. 2). Di qui è praticamente impossibile seguire il signor Mixo. Tenuto conto della crescita esponenziale, il signor Mixo dovrebbe essere reincarnato attualmente in 516 esseri umani. Con margini comunque approssimativi sappiamo che Mixo è un detenuto per uxoricidio nel carcere di Barcellona, un genetista dell'università di Camerino, un colecistopatico in attesa di intervento nella Clinica "Santa Guglielmina" a Fiesole... Null'altro delle rimanenti vite.

IX - Colecistectomia Una mattina svegliarono il signor Mixo per farlo riaddormentare di nuovo con un'iniezione di Fargan e Atropina. Sarebbe stato operato di lì a poco per certi calcoli alla colecisti che gli erano stati diagnosticati un anno prima. Fin qui i fatti. (Nota. Sarà il caso di dire come il signor Mixo fosse arrivato alla decisione di operarsi. Aveva cominciato ad avere qualche disturbo due anni prima: nausea, sonnolenza dopo pranzo, qualche prurito ai gomiti. Non diede troppo peso alla cosa, poi cominciarono i dolori. Il radiologo disse "dodici calcoli". La notizia mise una strana allegria al signor Mixo che era un archeologo di fama mondiale. Quella storia dei dodici sassolini nel suo povero e vizzo viscere gli ricordò il rituale divinatorio degli Aguachapacos, una popolazione coeva agli Incas, che visse sulle rive del Rio Batanà e i cui sacerdoti traevano aruspici con dodici sassolini, appunto, che portavano in sacchetto appeso al collo. Una specie di I King. Gli venne una curiosa smania. Decise che avrebbe fatto decidere a quei sassolini, a quei suoi sassolini, se e quando fosse necessaria la colecistectomia. Passò un intero anno tra studi radiologici e botteghe d'artigiani, esigendo dai primi la massima precisione nel caratterizzare dimensioni, forma e peso di quei calcoli, e dai secondi la loro fedele riproduzione in adeguato materiale. Dopo mesi di lavoro, gli consegnarono in un sacchetto i dodici pezzi che erano la copia esatta di ciò che s'era potuto desumere da una cinquantina tra dirette, colangiografie ed ecografie. Mixo recitò nell'antica lingua Aguachapaca le formule del caso e fece rotolare i sassolini sotto una grigia luna piena. Non v'era dubbio alcuno: l'operazione era necessaria. Ripetè l'operazione altre quattro o cinque volte ed ebbe così la risposta anche alle altre domande su data, clinica e chirurgo. Aspettò tranquillo il farsi delle cose, fino all'iniezione di Fargan e Atropina.) I fatti lo portarono con una lettiga in sala operatoria. Lo bardarono di teli verdi e sterili. Ma fu subito chiaro, aperto l'addome, che nella colecisti del signor Mixo, oltre a tredici calcoli, c'era un cancro al terzo stadio.

X - I pensieri del signor Mixo Rovistando tra le carte del defunto signor Mixo, gli eredi hanno trovato un quadernetto di cui non pensiamo sia vano riportare qalche brano. "Note leonine" è il titolo delle pagine; i brano è quello che reca la data della sua morte il 15 maggio 1903. "Entro in un ampio salone, colmo fino all'alto soffitto da una catasta di guanti. Se nel mucchio trovo un guanto sinistro che calza bene, è il destro che devo reputare irreperibile. E viceversa. Sento come in questo luogo si celebrino i sacramenti della mia esclusione: ragazzi che fondono piombo nelle notti di San Giovanni, chirurghi che raccontano barzellette sul mio aperto addome, poeti che sbadatamente mi pestano la coda canina... Qui recitano preghiere all'incontrario, agitano spente torce, tutti intabarrati di tenebra, in peli che fan gelide le giunture, in aracnoidi posture di sentinella.
Mi son finiti tutti i giorni e da questo letto li scruto, guardandomi un po' indietro, un po' perché è così che si scrutano le cose che ci son dietro, un po' perché il tanfo di questa gangrena al piede è insopportabile (perfino il sorriso delle infermiere è lugubramente falso). Sempre più rari gli amici, perché il ricordo si spezia d'aroma. Sempre più frequenti gli studenti che fanno stuolo al professore, perché (pare) la mia gangrena ha un che di eccezionale che la fa didatticamente esemplare. Se mi chiamano Mixo, qui, ora, non rispondo più, perché mi sembra quasi che abuserei del mio stesso nome...".
 
Certe volte rovistare tra le carte altrui non conclude nulla intorno a una dubitevolissima esistenza.

XI - Ventiquattr'ore Si tenga presente che: (1) stamane il signor Mixo s'è levato alle sei in punto. Ha fatto una doccia, s'è sbarbato e, come ogni mattina, ha messo barba e baffi finti. E' uscito di casa, ha fatto colazione del bar sotto casa ed è passato dal fiorario e dal giornalaio. Poi è andato in palestra. Intorno alle otto è andato dal dentista e poi è corso all'università per seguire una lezione di teologia dogmatica. Intorno alle dieci e trenta è arrivato nel suo studio di architetto e vi ha lavorato fino alle dodici e trenta. Ha avuto le brevi visite del suo sarto, di un creditore, di suo padre e di un nuovo committente. E' andato a pranzare intorno alle tredici con la sua fidanzata e l'ha poi riaccompagnata a casa. E' tornato in ufficio, ha preso dalla cassaforte la sua pistola e ha girato per mezza città fino ad un caseggiato della periferia. A un semaforo ha comprato un panno in finta renna per la pulizia dell'auto e ha fatto l'elemosina ad un mendicante croato. Arrivato, ha parcheggiato l'auto, ha preso un ascensore, ha messo il silenziatore alla pistola e ha bussato ad una porta. Gli ha aperto un signore di mezza età cui ha esploso contro quattro colpi. E' sceso, ha ripreso l'auto ed è andato a comprare dei biglietti per il Rigoletto. Poi è andato a leggere i giornali nel parco che è nei pressi del suo studio, mangiando un gelato. Poi è andato a fare compere a piedi, è tornato all'auto ed è andato a casa. Mentre ascoltava i messaggi sulla segreteria telefonica, ha tolto la barba e i baffi finti, ha smontato la pistola, nascondendone i pezzi in vari punti della casa ed è riuscito andando a denunciare il furto di una pistola alla vicina stazione dei carabinieri. Intorno alle venti è andato a prendere un aperitivo al club amatori scherma. Poi è andato a cena con suo fratello ed un amico. Adesso è quasi mezzanotte ed è nel suo letto. Legge dallo schermo del suo portatile e prende appunti. (2) Mixo è la reicarnazione d'un omologo morto il 15 maggio 1903. Domanda: ebbene? 

Exit Non so chi abbia generato Mixo. Chi ha messo naso tra le tonnellate di carta che ho fin qui riempito dice che forse è la cosa peggiore ch'io abbia mai scritto. Così, mi sono affezionato a questo figlio malformato e qui lo metto nell'incubatrice. Tra un misurare un coccodrillo e l'altro. Grazie dell'attenzione, monsieur Raspe.

Fine




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16 dicembre 2004

Thoros

Ah, se si potesse spostare tutto il dolore dalle spalle di chi non sa proprio sopportarlo, ché se n'abbrutisce o se ne muore, alle spalle di chi lo considera utile, se non necessario. Se insomma - dico - fosse possibile davvero il raccoglierlo su sé stessi - ma intendo dire: scaricarlo su chi vuole - ah, se si potesse trasmetterne la sostanza nonostante la discontinuità del sostrato. Cos'è il dolore? Limitiamoci a considerare quello fisico che è il prototipo di tutti gli altri - a meno che qualcuno non voglia suggerirci una fenomenologia quantistica del soffrire. E dunque - cos'è il dolore? Un recettore nervoso periferico, immaginiamolo immerso nella polpa molle che è nell'astuccio di dentina e smalto di un dente, viene raggiunto da uno stimolo sufficiente a superare una data soglia di eccitabilità. Se ne produce un evento elettrico e biochimico che, condotto lungo il tragitto nervoso competente, arriva in una determinata area della corteccia cerebrale, ove, tradotto in una rappresentazione complessa (non necessariamente complicata) cui diamo il nome - appunto - di dolore, si fa latore dell'insulto primigenio. La sequenza di eventi non differisce da quello che accade per ciò cui diamo il nome di "vista": un evento elettrico e biochimico a carico dei recettori detti coni e dei bastoncelli, immersi nell'astuccio detto occhio, e raggiunti da uno stimolo luminoso sufficiente ad eccitarli, arriva nell'area calcarina della corteccia occipitale e vi genera una rappresentazione complessa. Vi diamo il nome - ad esempio - di "stella", se la luce di quella ha attraversato lo spazio che me ne separa per arrivare ai miei coni e ai mie bastocelli. Nell'area calcarina del mio occipite se ne organizza la rappresentazione: dirò "quel punto luminoso in mezzo al cielo, quello lì". L'insulto primigenio alla mia retina qui è stella. E il relato s'integra con ciò che trova nel precedentemente relato, già integrato. Inutile dire che l'uomo - nel suo essere corteccia, punto del thoros in cui il dentro e il fuori (co-)incidono - altro non è che questa funzione. E dunque - dal punto in cui avevamo iniziato - cos'è il "prendere su sé stessi tutto il dolore del mondo" se non stimolare il nervo lungo la via, e non a partire dal recettore? Interferenza, collateralità, patologia dell'afferenza - addirittura la pietà (questo schifoso prodotto della collateralità!) è interferenza. E infatti, in ogni circuito nervoso, è "collaterale" ciò che è potenziamento per reclutamento. Siamo alle solite: una funzione superiore altro non è che un disordine della funzione (in-)scritta nella struttura. Quel granello di polline, in fondo, che pericolo può rappresentare per la mia vita? Eppure la reazione dell'apparato chiamato a riconoscerlo come estraneo, potenzialmente pericoloso, inetto all'integrale, è destabilizzante in sé - può uccidermi con uno spasmo della laringe. Ecco, quando un sant'uomo viene a propormi di prendere su di sé il mio dolore, dovrei preoccuparmi. Perché, alla fin fine, in tutto egli può farsi me, tranne che nell'avere in comune il punto in cui esterno ed interno (co-)incidono sul thoros.




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15 dicembre 2004

Giuseppe Gioacchino Belli, "L'upertura der Concrave", 1831

"Senti, senti Castello come spara! / Senti Montecitorio come sona! / E' ssegno ch'è ffinita 'sta caggnara, / e 'r Papa novo già sbedenizziona. // Be'? che Ppapa averemo? E' cosa chiara: / o ppiù o meno, la solita canzona. / Chi vòi che ssia? Quarc'antra faccia amara, / compare mio, Dio ce la manni bona. // Comincerà cor fa' arida' li peggni, / cor rivota' le carcere de ladri, / cor manovra' li soliti congeggni. // Eppoi, doppo tre o quattro sittimane, / sur fa' de tutti l'antri Santipadri, / diventerà, Dio me perdoni, un cane".




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15 dicembre 2004

Chi l'ha detto? / 16

"Lei vuole essere un politico completo, eh? Questo le fa onore. Allora non dica più 'menata', che è un termine del nord. Onorevole ***, si esprima in italiano nazionale. Sù, forza, sia un po' più sciolto, un po' più friendly, sia meno spocchioso, meno professorino. Provi ad essere un uomo politico che parla in televisione alla gente, ci provi. Lei deve sforzarsi di essere cortese: 'menata' - diciamo così - lo dice a sua sorella. Cerchiamo di essere cortesi, sì, sia più tranquillo".




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14 dicembre 2004

Su L'Indipendente di mercoledì 15 dicembre - prima pagina

E' da una settimana o due che comincia a serpeggiare in Vaticano un qualche imbarazzo, chissà se destinato a farsi disagio, verso i così detti "atei devoti", i "teocon de noantri". Qualche voce, che pure non disdegna le cortesie gregarie di questo atipico laicato, né le scoraggia, comincia ad avanzare qualche cauta perplessità sulla sua sostanza, intellettualmente assai ambigua sul discrimine della fede, e la sua forma, fin qui zelante fino al rischio dell'imbarazzante infortunio. "Noi cerchiamo di convincere gli altri di cose che ci paiono essenziali, ma ciò deve avvenire nel rispetto, senza imposizioni" diceva il cardinale Ratzinger a Repubblica. E pareva il controcanto di quel "dobbiamo dirci cristiani" che sullo stesso giornale, poco prima, Marcello Pera aveva consigliato a tutti gli europei, credenti e non credenti. Tutto può permettersi il Vaticano, in tempi così delicati, tranne che l'infortunio. Tutto può tollerare fuorché l'ambiguità sulla fede, agli sgoccioli di un pontificato che s'è speso in evangelizzazione e rievangelizzazione. Le alte sfere non vogliono assolutamente lo scontro di civiltà che questi "genuflessi senzadio" dànno in atto, né sono disposte a cedere il marchio "in hoc signo vinces" senza conversione. Ci è parso di sentire questo momento torsionale nella presentazione del libro di Pera e Ratzinger ("Senza radici", Mondadori 2004) nell'Aula Magna dell'Università di S. Giovanni in Laterano (Roma, 13.12.2004). Nessuno scricchiolìo, sia chiaro. Molte reciproche delicatezze, in una scaletta scandita alla perfezione dal rettore dell'Università, il vescovo ausiliario di Roma, monsignor Rino Fisichella, coadiuvato dal cerimoniere laico Pierluigi Battista, impeccabile. Arrivano in Aula Magna insieme, Pera e Ratzinger, accolti dall'applauso di un pubblico d'eccezione: Gianni Letta, Sandro Bondi, Fabbrizio Cicchitto, Francesco Cossiga, insieme a tanti prestigiosi accrediti di stampa, un buon nutrito nugolo di studenti, tonache, clergymen, due o tre sai domenicani, qualche agostiniano, molto buon cachemire, del davvero ottimo tasmanian, perfino un tailleur di Dior, anche se di dieci stagioni fa. Notevole, su tutto, la fattura dei gemelli ai polsi di monsignor Fisichella, il bouchet offerto in finis alla signora Pera, il servizio di hostess in acconcio blù oltremare appena sotto il ginocchio. Vaporosa la pettinatura di Ratzinger, assai tonica la nuance in Pera. Numerosi applausi - sentiti, ma senza cedimento all'abbrivio. Ci hanno scosso dal potente richiamo al pisolino, cui pure qui e lì abbiamo ceduto, come tanta solennità talvolta impone. Poi - dicevamo - la torsione, in una pia boutade, ma da Rivelazione: "Ma insomma voi laici non volete proprio farci parlare" da monsignor Fisichella a Pera, d'un decimo di secondo fuori battuta.




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14 dicembre 2004


L'on. Nichi Vendola (Rif. Comunista): "In Puglia mi voterebbero tutti". Orecchiette, onorevole, i pugliesi vanno pazzi per le orecchiette...




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Gli editoriali per Notizie Radicali


172. Urbi et orbi, la Marcia di Pasqua è inesistente
(11.4.2007)

171.
Addio, radicali. Arrivederci, liberali
(4.4.2007)

170.
La materia oscura
(30.3.2007)

169.
L’eroica lotta del prode Bandinelli
(20.2.2007)

168.
E a questo stiamo
(19.2.2007)

167.
Tra il sacro e la secolarizzazione
(16.2.2007)

166.
La smetta, Binetti, si curi!
(31.1.2007)

165.
Ignobile scoop
(29.1.2007)

164.
In memoria di Alfredo Ormando, ex seminarista, gay, arso vivo
(12.1.2007)

163.
Per ogni Popieluszko c’è sempre almeno un Wielgus
(10.1.2007)

162.
La pieta e la chiarezza di Francesco D’Agostino
(9.1.2007)

161.
Bernard-Henry Levy e i blog
(8.1.2007)

160.
Le esequie ecclesiastiche a Gabriele Cagliari
(2.1.2007)

159.
Assuntina Morresi davanti a Piergiorgio Welby
(20.12.2006)

158.
Ratzinger e i «terminali»
(18.12.2006)

157.
Il concubinaggio
(14.12.2006)

156. La «sana laicità»
(11.12.2006)

155.
Cantalamessa
(6.12.2006)

154.
Lo Sdi e la massa critica
(4.12.2006)

153.
Caro Punzi
(28.11.2006)

152.
Il diabete dell’ateo devoto
(27.11.2006)

151.
Alasciarli dire, a lasciarli fare
(24.11.2006)

150.
Il metodo di Antonio Socci
(23.11.2006)

149.
Salvo forellini
(22.11.2006

148.
L’olio e le erbe medicamentose di San Francesco
(20.11.2006)

147.
Chissà se il mercato globalizzato accetterà l’authority della Chiesa
(15.11.2006)

146.
La Curia di Bologna
(10.11.2006)

145.
Simpatica carognetta
(8.11.2006)

144.
Una sana competizione inter-religiosa
(23.10.2006)

143.
Lo spazio dove stanno i radicali
(17.10.2006)

142.
Si accettano scommesse
(12.10.2006)

141.
Capolavoro di ipocrisia!
(10.10.2006)

140.
La radice dell’antisemitismo è più cristiana o più musulmana?
(9.10.2006)

139.
Nessuna paura d’aver paura
(5.10.2006)

138.
Nessuna costrizione nelle cose di fede?
(2.10.2006)

137.
“Lucidamente Piergiorgio Welby chiede…” 
(29.9.2006)

136. 
Ipotesi su Milingo
(27.9.2006)

135.
Ohilà, nequiziosi!
(26.9.2006)

134.
Come il tassidermista riempie di paglia la carogna
(25.9.2006)

133.
Ignoranza o mistificazione?
(21.9.2006)

132.
O secolarizzazione o violenza
(19.9.2006)

131.
Un tranquillo weekend di paura
(18.9.2006)

130.
La teologia nell'universitas scientiarum
(14.9.2006)

129.
“In fondo la Cisa vende serrature”
(13.9.2006)

128.
Limature
(12.9.2006)

127.
Auflegen, befehlen o gebieten?
(11.9.2006)

126.
Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia
(6.9.2006)

125.
James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre
(5.9.2006)

124.
Il caso Robert Lanza, ennesima svista del Foglio
(1.9.2006)

123.
Caro Pullia
(31.8.2006)

122.
Pannella si è fermato a Bose
(29.8.2006)

121.
Dobbiamo avere una grande pazienza
(28.8.2006)

120.
Trittico libanese
(24.7.2006)

119.
Schola Scholae
(19.7.2006)

118.
“Drogarsi non è un diritto”
(14.7.2006)

117. 
Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
[con Federico Punzi]
(6.7.2006)

116.
Comunitari o liberal?
(29.6.2006)

115.
Di cani e di figli
(27.6.2006)

114. Una fiction, neh
(23.6.2006)

113. Signore, signori, malgiogli assortiti...
(21.6.2006)

112.
Lobby? Andiamo piano con le parole
(16.6.2006)

111.
“Talora la stampa si presta…”
(13.6.2006)

110.
Negli assolutismi accade
(8.6.2006)

109.
La “libertà di vietare”
(7.6.2006)

108. Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile
(30.5.2006)

107.
Rispiegare la modernità?
(26.5.2006)

106.
Zuavi in Parlamento
(22.5.2006)

105.
A chi spetta?
(19.5.2006)

104. Ancora su Marcello Pera
(18.5.2006)

103.
Dopo la famiglia, lo Stato
(16.5.2006)


102. Occhio, fratres!
(8.5.2006)

101. Diciotto volte Emma Bonino, fino alla fine
(5.5.2006)

100. 
Il cardinal Martini e la "resa alla modernità"
(2.5.2006)

99.
Un'altra trappola: il Manifesto di Euston
(27.4.2006)

98.
Faranno al cardinal Martini un trattamento alla Milingo?
(24.4.2006)

97.
Dopo Rocca, Ferrara manda Bellasio
(21.4.2006)

96.
"C'è un'Italia reale e un'Italia virtuale"?
(19.4.2006)

95.
I piccoli exit poll di Christian Rocca
(13.4.2006)

94.
Il giorno dopo
(11.4.2006)

93.
Viva Romano Prodi!
(10.4.2006)

92.
Lectio magistralis
(5.4.2006)

91.
Not negotiable
(4.4.2006)

90.
L'Appello a Prodi: il bluff della guerra civile
(31.3.2006)

89.
Il gentilissimo Christian Rocca
(28.3.2006)

88.
Bastardo sarà lei!
(27.3.2006)

87.
Ruini non fa ingerenza, rimanda a quella di sempre
(21.3.2006)

86.
Divertente come la catastrofe
(20.3.2006)

85.
Mutua comprensione tra integralismi?
(13.3.2006)

84.
Benedetto figliolo!
(7.3.2006)

83.
Quel che trattiene Magdi Allam
(1.3.2006)

82.
Vieni, Gunther, qui c'è un albero, è un pero
(27.2.2006)

81.
Un editoriale che vorrei lasciare incompiuto e senza titolo
(21.2.2006)

80.
Cavar soldi dal “matto”: in Vaticano ci si fa un pensierino
(17.2.2006)

79.
Escludendo che monsignor Maggiolini si sia presa una cotta per la Bonino
(9.2.2006)

78.
La questione è la libertà di espressione
(7.2.2006)

77.
Si tratta pur sempre di un sant’uomo
(1.2.2006)

76.
“La verità, vi prego, sulla carità”
(31.1.2006)

75. Ci dica l’ottimo Panebianco…
(23.1.2006)

74.
La figlia del console
(19.1.2006)

73.
Ratzinger e il decalogo
(18.1.2006)

72. “Il vero Israele” 
(17.1.2006)

 

71. Una dimenticanza di Angelo Panebianco

(16.1.2006)

70. Bonino o Santanché?
(10.1.2006)

69. Niente antidepressivi, grazie!
(4.1.2006)

68. “Ah, se Dio sopprimesse i peccatori!”
(2.1.2006)

67. Del Concilio Vaticano II non avete capito niente, gonzi!
(27.12.2005)

66. Un’altra mina l’Occidente: la pornografia
(23.12.2005)

65. “Fratello spermatozoo”
(20.12.2005)

64.
La mia superstizione è migliore della tua
(19.12.2005)

63. Riforma della Curia, anno 0
(14.12.2005)

62.
La goccia di veleno
(12.12.2005)

61. Non lo fo’ per piacer mio…
(Lettera aperta a Carlo V)
(6.12.2005)

60. Venerdì, sabato e domenica
(5.12.2005)

59.
Contrordine, figlioli, il limbo è una cazzata!
(2.12.2005)

58.
Tomista quanto non mai, il Ratzinger. Anzi assai tomo.
(28.11.2005)

57. Il seminarista sia munito di certificato medico

(24.11.2005)

56. Scherziamo? Scherziamo
(21.11.2005)

55.
La pazienza degli italiani
(17.11.2005)

54. Il fuoco amico di Croce e Gramsci
(16.11.2005)

53. Marcello Pera, croque-mort
(15.11.2005)

52. Semo romani, damose da fa’
(11.11.2005)

51. Coi soldi di Sir Templeton
(8.11.2005)

50.
La Chiesa è sempre uguale a sé stessa
(27.10.2005)

49. Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?
(20.10.2005)

48.
Sua Santità, Anacoluto I
(17.10.2005)

47.
Un dubbio: mettere in dubbio il dubbio?
(14.10.2005)

46.
Capriccio
(10.10.2005)

45.
Buona conversione!
(7.10.2005)

44. Se il legislatore non è un fesso (e non è un fesso)
(4.10.2005)

43. L’orecchio di Dionigi
(29.9.2005)

42. Fiuggi: i tg di prima sera non possono più glissare
(26.9.2005)

41. La colomba e il leopardo
(21.9.2005)

40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
(19.9.2005)

39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
(15.9.2005)

38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
(12.9.2005)

37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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