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malvino
il blog di Luigi Castaldi


Diario


29 aprile 2005

Voce da cupola fuggita

La Chiesa italiana è un punto di riferimento e una fonte di ispirazione, e di ciò deve avere sempre coscienza (1): anche perché abbiamo le risorse per non subire passivamente il processo di scristianizzazione (2). […] Una Chiesa radicata nel popolo (3), a partire dalle parrocchie (4). Poi, una Chiesa unita e serena (5), senza divisioni di rilievo (6). E una popolazione nella quale la preghiera e la pratica religiosa sono ancora diffusamente presenti (7): siamo ai primi posti in Europa, pur soffrendo problemi comuni ad altri Paesi come la crisi di vocazioni, che comunque in Italia è un po’ meno pesante (8). La quarta risorsa è la voce pubblica della Chiesa italiana, una voce importante (9) […] A volte sono sorpreso io stesso dall’eco che le nostre prese di posizioni provocano sui giornali (10) [*].

Sembrano toni miti, ma appena oltre le gengive c’è la lingua del mafioso.

“Minchia, i picciotti s’annu a mittiri ‘n capu c‘a famigghia è forte (1’), sapissi tutta Palemmo ca tinimmu picci e vucche de focu (2’), ammu pigghiatu controllu d’u territoriu ‘nteru  (3’), a comminciari cu i mandamenti di Ciaculli, Borgetto e Partinicu (4’). Finnita ‘a guerra (5’) cu’ i fetusi di Bontade – ‘nfame figghiu ‘e bottana, puah! – aora c’i a paci (6’). Fimmini e ommini, e pure i picciriddi, annu rispetto (7’), e l’organizzazione è ‘nsaldata, anche se fora Palemmo aimu quaccu ‘mpiccio a reclutare picciotti, ca pari annu lu sticchiu tra li cosce invece d’a minchia, a-ri-puah! (8’) Ma a cosa ‘cchiu ‘mpurtantu è l’omertà di ‘ggiudici e d’ommini politici (9’) ca puro iu ca sto int’a commissione, minchia, m’arricrèo co’ ‘na ‘ntecchia de sorpresa de come lisciano l’appalto e lu subappalto, mannannu qualchi volta pure li cannoli e la cassata, ‘sti quacquaracquà (10’) [**].

[*] Intervista al cardinale Camillo Ruini, Corriere della Sera del 29.4.2005, pag. 9

[**] Non sono riuscito a trovare Gianni Pardo al telefono per la consulenza sul dialetto siciliano, la cosa sarà venuta così così - una mezza schifezza, lo so: quindi “nun scassate ‘a minchia, ah? Sinnò vi mannu Socci int’a nuttati”.

Sembrano toni da mafioso, ma appena oltre le gengive c’è la lingua mite.




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29 aprile 2005

Adsurdum? Dum credo.

                          

Qualche tempo fa, un tale ha messo un’inserzione in rete: cercava qualcuno che lo ammazzasse, avrebbe scelto la proposta più mostruosa, era esigente e motivato. Lo trovò. Il tizio prescelto lo evirò, gli cucinò il pene, glielo fece mangiare, poi lo strangolò. Come non inorridire? Non è ai limiti dell’umano, e forse oltre, tutto questo? Se l’orrore non ci ha annichilito, verrà da chiederci “perché?”. Grave lesione della personalità su base neurologica? Tragico esito di un violento trauma psicologico dell’infanzia? Folle risveglio di ancestrali vestigia paniche? Interrogandoci sulla causa o sull’insieme di cause che almeno abbiano posto in essere la probabilità che ciò accadesse, non avremo mai probabilmente la spiegazione di cosa sia accaduto, se c’è. Ma, visto che deve esserci una spiegazione (senza una spiegazione rimarremmo annichiliti per troppo tempo e questo non possiamo tollerarlo), il modo per giungere ad una comprensione, forse, non sarà chiederci “perché?”, ma “cos’è?”. Non avendo, cioè, uno strumento per avere ragione certa sulle cause, piegarle cioè ad un sistema di relazioni logicamente congrue, dovremo concentrarci sulla natura dell’accaduto nel suo essere-nel-mondo (come disse or non ricordo chi), considerare l’accaduto come puro Erlebnis, evento, inarcare il sopracciglio e, certo, senza essere indulgenti, né peraltro dimenticando che l’evento è umanamente mostruoso, analizzarlo fenomenologicamente. Qualcuno direbbe: analizzarlo in sé, interrogarci sulla sua
essenza.
E’ ciò che possiamo fare, volendo, ogni qual volta ci troviamo di fronte a qualcosa non comprensibile con l’uso della logica che procede col sistema dei “perché?”, anche se a muoverci non sia stata la necessità di neutralizzare l’orrore in noi destato da essa, ma anche l’emergere con essa di un problema dalla cui soluzione ci verrebbe un vile utile, e pur solo una curiosità. Facciamo un esempio, quello del presidente Schreber. Daniel Paul Schreber, presidente di Corte d’Appello a Desdra, è l’autore del celeberrimo Memorie di un malato di nervi (Adelphi, 1974) che è stato oggetto di innumerevoli studi, tra i più prestigiosi dei quali quelli a firma di Freud, Jung, Lacan e Canetti. Per quanto un accordo unanime non sia stato fin qui raggiunto, e probabilmente non sarà mai raggiungibile, si propende a credere che Schreber fosse affetto da psicosi delirante paranoica. Spiega qualcosa una definizione come questa? Sì, ma – appunto – solo qualcosa: non altro che un modello nosografico, logicamente congruo entro un sistema, che si regge per la congruità delle risposte date ad un certo numero di “perché?”. Abbiamo, con ciò, spiegato cosa sia la psicosi delirante paranoica in sé? Certo che no. In sé, poi, cos’è un delirio? Nei suoi scritti il presidente Schreber descrive il suo rapporto con Dio, un rapporto mediato da particolari “raggi di Dio”, un condensato di raggi solari, nervi e spermatozoi. Incomprensibile? Concesso, neppure gli autorevoli autori citati prima sono riusciti a dire cos’è un delirio in sé: sono riusciti appena a dire perché Schreber avesse deliri di quella specie, e a concordare (più o meno) sul fatto che essi costituissero un sistema congruo ad un modello nosografico. E’ poco? Pochissimo. Del delirio in sé continuiamo a non sapere alcunché. E in qualsiasi punto venisse meno la costruzione che regge il modello o addirittura il sistema, saremmo nello stesso guaio in cui ci precipitò il chiederci “perché?”, e non “cos’è?”, farsi evirare, mangiare il proprio pene, lasciarsi strangolare.
Ripetiamolo, non sarà inutile: il fenomenologo venuto in nostro aiuto non si porrà il problema del perché Schreber deliri, ma di cosa sia il delirio. Fa così anche quando prende in oggetto fenomeni complessi (complessi, non complicati) come l’Erlebnis teologico: il fenomenologo non si chiede “perché” Dio abbia creato l’uomo o l’uomo abbia creato Dio, indaga su “cos’è” Dio – meglio ancora, l’Essere (in Dio). State fremendo dall’indignazione perché qui si è accostata la costruzione delirante di un paranoico alle certezze della teologia? Vorrei dolcemente dissuadervi dal fremere: perché un Dio che ingravida un presidente di Corte d’Appello con raggi dati dalla condensazione di luce, fibre nervose e spermatozoi dovrebbe essere più assurdo di puerpere che sono vergini, acqua trasformata in vino, morti che resuscitano, corpi vivi assunti in cielo, lingue di fiamma che fanno diventare poliglotti, estasi che sollevano a mezz’aria, ferite perforanti che si aprono nelle palme delle mani, profilati in gesso che stillano sangue e infallibilità ex cathedra? Reggono entrambi i costrutti, in sé, o non regge nessuno dei due, quia absurda, e cioé secondo l'ordine del "perché?". Ma nulla per un fenomenologo è assurdo, neppure un uomo che mangia il suo stesso pene. Certe volte, per penetrare l’Erlebnis, anche la fenomenologia lo fa. Adsurdum? Dum credo.




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28 aprile 2005


Alla notizia dell’ennesimo suicidio, il sesto negli ultimi due anni, avutosi in un carcere italiano, il Sig. Min. Ing. Rob. Castelli pare abbia sbottato: “Intollerabile”. Oh, ricomposta armonia tra ciò che deve aver pensato ciascuno dei suicidi prima dell'estremo passo e chi pensava invece che quel carcere fosse l’ennesimo albergo a cinque stelle. Urge coerenza, sennò qualche impertinente si traccerà le vesti gridando all'ipocrisia: per tutto ciò che il Sig. Min. Ing. Rob. Castelli ha fatto perché in Italia si evitasse che, alla pena comminata da un tribunale, si sommasse quella aggiunta da un regime carcerario che è la vergogna di tutto l’Occidente giudaico-padano, e per tutto ciò che ha fatto perché almeno la smisurata massa di plus-espiazione fosse alleviata da un’acconcio dispositivo di clemenza – deh, si suicidasse. Nella bara di mogano intarsiato con le historie di Alberto da Giussano e coperta da una fulgida bandiera color verde-ramarro, che figurone!




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28 aprile 2005

BECCARIA E LA MISURA DI RATZINGER

L’articolo di Marco Beccaria (“Ratzinger e la misura della fede”) apparso sul n.63 di Leftwing (26.4.2005), e segnalato dal n.21 di Notizie Radicali (27.4.2005), ha più di un pregio. E’ chiaro, è breve e offre un’assai suggestiva ipotesi di lettura dell’omelia Pro eligendo Romano Pontifice, a partire da una premessa non priva di un garbato humor:  “e se il ‘relativismo’, denunciato più e più volte quale iattura dei nostri tempi dal cardinale ora papa, fosse un sinonimo proprio della superficialità facilona con cui talvolta si è propensi a giudicare senza un minimo di studio, criterio e attenzione?”. L’offerta merita: vediamo quanto “studio, criterio e attenzione” ha posto, invece, il Beccaria in questa sua originale analisi dell’omelia, che dovrebb’essere salva da quel “riflesso pabloviano” di quanti – i più – vi hanno voluto leggere null’altro che un manifesto “oscurantista, reazionario e antimoderno”. Cominciamo, però, col rilevare che nel testo ufficiale dell’omelia, su www.vatican.va, relativismo non ha virgolette e non è in corsivo: regge, con ciò, l’ipotesi bizzarra (però non senza fascino) che, per relativismo, Joseph Ratzinger abbia voluto intendere “superficialità facilona”? Nel testo dell’omelia, proprio a volerlo leggere con attenzione, relativismo è contrapposto a “fede chiara” e a “vero umanesimo” (della qual misura sarebbe Cristo): non è più probabile che, per relativismo, Ratzinger abbia voluto proprio intendere relativismo? Tanto per intenderci: il relativismo contro il quale, nella sezione epistolare del volume a quattro mani Senza radici, l’allora Prefetto dell’ex Sant’Uffizio stringe un patto con l’attuale presidente del Senato (Pera: “Caro Ratzinger, dobbiamo allearci. […] Abbiamo un nemico comune, il relativismo…”. Ratzinger: Ci sto. Alleiamoci contro il relativismo. Lavoriamo insieme per questa base cristiana della società”). Possibile che la stipula dei due sia stata, come scrive il Beccaria, contro la “superficialità facilona” e che nell’omelia il riferimento riguardi – ecco la sua seconda bizzarria analitica – una dinamica interna alla stessa comunità ecclesiale”?. Propenderemmo a leggervi quel che vi leggiamo. E, contrariamente al Beccaria che ne deduce “su nessuno dei termini citati nella frase in oggetto e nelle seguenti Ratzinger esprime giudizi di valore”, noi vi leggiamo chiara e tonda la dicotomia che, tra la fede in Cristo ed il relativismo, il Ratzinger pone come “tra vero e falso, tra inganno e verità”. Siamo in errore a ricavarne il solito “o con me o contro di me”? Se il Beccaria dispone di un testo dell’omelia con note a cura dello stesso Ratzinger che confermino la sua affascinante ipotesi, ce lo faccia pervenire, siamo disposti a mutare opinione. Intanto, e fino alla sorpresa che questo Benedetto XVI si riveli un Giovanni XXIII bis, rimaniamo fermi in una convinzione. Che in buona parte ci è fatta salda da un dubbio di cui lo stesso onestissimo Beccaria non si priva, rimuginando “ad esempio, della felicità o meno della scelta del termine ‘relativismo’ per designare ciò che Ratzinger sembra voler designare”. Un’ultima questione posta dal Beccaria – altrettanto originale, altrettanto suggestiva, altrettanto bizzarra – quando scrive nel suo articolo: “Si può discutere anche di quanto il Magistero, da almeno un cinquantennio, complessivamente ed esplicitamente apprezzi il liberalismo come forma di organizzazione politica e sociale”, per dimostrarci che anche col liberalismo il Ratzinger sarebbe stato mite, avendolo messo a metà strada (in medio stat virtus, forse voleva dire?), tra marxismo e libertinismo. Su questo trattamento mite che il Magistero riserverebbe al liberalismo, volando bassi perché non siamo Beccaria, vorremmo limitarci ad una citazione: “In un mondo come l'Occidente, dove denaro e ricchezza sono la misura di tutto, dove il modello del mercato liberista impone le sue leggi implacabili ad ogni aspetto della vita, l'etica cattolica autentica appare ormai a molti come un corpo estraneo, remoto, una sorta di meteorite che contrasta non solo con le concrete abitudini di vita, ma anche con lo schema base del pensiero. Il liberalismo economico si traduce sul piano morale nel suo esatto corrispondente: il permissivismo” (J. Ratzinger, Rapporto sulla Fede, Ed. Paoline 1985). Ma forse è meglio che il Beccaria si procuri tutto il libro: gli passeranno tutte le voglie di suggestione.




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27 aprile 2005

Dopopranzo

    

Seppure uno volesse interessarsi d’altro – chessò, della vita delle api, delle Olimpiche di Pindaro da Cinoscefalos, della pornografia tedesca degli anni Ottanta, che sono degli argomenti davvero interessanti – uno non può, non te lo fanno fare. Càpita, infatti, che nel sistemare cautelativamente sul fondo del bidone della spazzatura l’Avvenire, che è sì l’organo della Conferenza Episcopale Italiana, ma che ha anche carta ottima in caso di rottura dell’apposito sacchetto per trattenere l’acquapazza dell’orata, sennò uno perché lo compra? – càpita, dicevo – che l’occhio cada, oltre le lische e la scorza dell’avogado (con l’orata all’acquapazza è la morte sua) su uno stronzissimo articolo a pagina 22 del suddetto organo – stronzo già dal titolo: “Madre a 34 anni? No, meglio 24”. Se uno ha una specializzazione in ostetricia e ginecologia, v’assicuro che non se lo scorda nella digestione: qualsiasi cosa riguardi concepimento, gestazione e maternità, quell’uno se lo legge. Anche di questo v’assicuro: leva dal fondo del bidone l’Avvenire, ci mette due o tre vecchie copie del Foglio, ché tanto siamo lì, più o meno è uguale l’indice di assorbimento del rifiuto umido – e prende a leggere l’articolo. Poi dice che uno mangia i preti, con rischio di rovinarsi orata e avocado! Articolo stronzissimo, già detto. Il che sarebbe niente, perché di articoli stronzissimi se ne legge a sud-est e a nord-ovest. Il fatto è che questo è roba da preti, cioè disonestissimo, e poi di quella disonestà più viscida della scorza di avocado, e un po’ maleodorante, almeno tanto quanto il contenuto del bidone, se quella sciocchina della donna delle pulizie lo lascia nell’ingresso e non lo porta via con sé, andando via, per metterlo nel cassonetto. Ho perso troppo tempo nell’introduzione? L’ho fatto per chiarirvi il contesto, o miei dolcissimi lettori, humani generis delicia mea (*). Sennò poi dite che uno va a cercarsele, che uno è anticlericale per principio preso, che quasi nella vita non fa altro. Anche di quest’altro ancora v’assicuro: avevo altre intenzioni per la digestione, un bel filmino sulla vita delle api insieme alla mia pupa, sul mio onore.
La fascetta sopra il titolo: “Il mistero della vita”, tutto in maiuscole – per renderlo come sarebbe nel mio Georgia corpo 11, diciamo “Il Mistero della Vita”, va. “Mistero”? Si tratta il lettore con i guanti gialli: cavolo o cicogna? E a fianco: “Il ginecologo critica recenti studi britannici: ‘Dopo i 30 anni il fisico è molto meno pronto’ ”. Deve trattarsi d’una ripresa dalla Repubblica del giorno prima, sulla quale era pubblicato un resoconto degli studi di John Mirowski, apparsi sul prestigioso Health and Social Behaviour Journal – fidatevi, ne leggo almeno 2 o 3 numeri all’anno, è una rivista seria, prima di pubblicarvi uno studio vi contano i peli del culo uno a uno. Quello di Mirowski è uno studio su 3000 donne, mica la riflessione di un vescovo di Pordenone sulla Genesi e sul Libro di Esther. Le conclusioni non sono scandalose, mi ci ritrovo con la mia umile esperienza professionale: parametrando alcuni indici e comparandoli per gruppi di età, lì si conclude che 34 anni è l’età ideale per avere un figlio e – questo il crimine del ricercatore perfido e britannico – non a 20-25 anni come piacerebbe al giornale dei Vescovi Italiani. Hanno esperienza personale in fatto di gravidanza, lorsignori, i Vescovi? Seguono clinicamente gestanti e puerpere? No, però, come da fascetta, hanno “il” ginecologo compiacente: tale Michele Barbato, direttore del Camen (Centro ambrosiano metodi naturali), che anche a non sfoderare pregiudizi suona come la cura della gangrena col cataplasma e la contraccezione con la misurazione della temperatura basale (“caro, la colonnina di mercurio dice che son fertile: se vuoi il quinto figlio, dàcci sotto, sennò distraiamoci con un bel rosario; che bello ‘sto metodo naturale consigliatoci dal professor Barbato sotto l’alto patrocinio della Cei, mica come il preservativo, che poi una diventa o zoccola o nichilista”). Il Barbato, intervistato, smentisce il Mirowski. Con uno studio contrapposto? No, con il buonsenso. Non è per essere relativista, ma sarà buono per chi l’ha messo a quel posto e chi ora lo intervista. Ma la cosa più atroce – ma proprio atroce atroce atroce – è quando il coso, il Barbato, mi viene a dire che “avere un figlio tardi significa imboccare il tunnel delle diagnosi prenatali". Il "tunnel"? Che è, la droga? Il coma? Il vortice del vizio? Le diagnosi prenatali sono un tunnel? Vi risparmio il concione sul come e il perché il direttore del Camen abbia mandato la ragione a battere sul sagrato, due Ave e un Pater ogni marchetta. Semplicemente qui, chiamando alla memoria che Sant’Anna mise al mondo la Madonna sopra i sessant’anni, come qualsiasi rumena dal delirio desiderante (sicut Scriptura), a questo gran #BIP# gli ho mandato una Madonna in obiezione e ho rimesso, con lui, il giornale dov’era. Poi dice che uno svirgola.
Morale: uno vorrebbe distrarsi dall’argomento, ma per farlo sarebbe costretto a fare sempre l’orata al forno.

(*) Accogliendo un suggerimento di Massimo Adinolfi.




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27 aprile 2005


Dobbiamo riflettere su un soggetto unico.
Io mi. Eventualmente: noi ci.




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27 aprile 2005


L’ETICA: TRAFERIRLA DALLA FILOSOFIA ALLA SCIENZA O LASCIARLA LI’ DOV'E'?

CONFERENZA AL CIRCOLO DEI TASSIDERMISTI LIGURI

VENTIMIGLIA, 39 Maggio 2007

Malvino (*)


Gentilissime signore, gentilissimi signori.

Due, ridotto il gran baccano ai minimi termini, sono le massime correnti filosofiche, principiante questo nostro XXI secolo: d’un lato, la corrente che diremmo dei “tronchi che il fiume porta alla foce” (cioè di quei filosofi che pongono problemi metafisici e provano a risolverli); dall’altro, quella dei cosiddetti “salmoni che risalgono la corrente” (cioè di quei pensatori che cercano di dimostrare che tutti i problemi metafisici sono senza senso). Non vi farò mistero – è questione d’onore – che io preferisca i salmoni, pur essendo uno che siede sulla sponda. Non voglio dire che sia tutto legno marcio quella filosofia speculativa che scende a valle, però non riesco a fare a meno di credere che vi sia la logica in chi risale, controcorrente, a monte. I problemi metafisici posti dalla filosofia speculativa, a volte, hanno addirittura qualche vertigine lessicale; ciò nonostante, chi li formula non deve essere un fesso, starà pur sempre a dire qualcosa, sicuramente qualcosa cui annette in buona fede qualcosa di estremamente importante. Vogliamo semplificare? Diciamo che quei problemi non siano non-problemi, ma problemi posti male, almeno lessicalmente. Sicché, da simpatizzante dei salmoni, direi che forse questo stramaledetto conflitto tra scienza e filosofia sia  tutto qui: la scienza formula i problemi in modo più comprensibile di quanto faccia la filosofia. E’ un problema solo mio? Se miro le une e le altre fortune, non direi. E’ stata discriminata, la filosofia? Vogliamo scherzare? Lo è sempre stata la scienza, piuttosto. Sì, qualche filosofo è stato squartato, ma – pensateci – soltanto quando era fin troppo lessicalmente comprensibile come un qualsiasi uomo di scienza; se era incomprensibile, era tollerato; se incomprensibilissimo, addirittura venerato. Dunque, direi, se permettete: la scienza pone problemi e li risolve con ipotesi, la filosofia li formula in modo almeno vago, e forse vagamente li sente. Sicché, volendo guardare le cose come pare stiano, il compito della filosofia sembrerebbe quello di porre dei problemi alla scienza. Intendetelo come doppio senso: formulare un problema che, dopo lungo travaglio, diventa una domanda da porre alla scienza, quando la formula s’è fatta comprensibile; rendere difficile l’autonomo lavoro della scienza, storcendo il muso su quasi tutti i suoi metodi e risultati.

Molti problemi posti dalla filosofia speculativa sono stati passati alla scienza, che per ciascuno ha trovato almeno una risposta, a volte due o tre. Checché ne dica la filosofia, la scienza è umile, ammette i suoi errori, anzi non fa altro, è il suo puntiglio, l’unico modo che conosce per andare avanti. L’unico problema che fa fatica ad essere passato alla scienza, dalla filosofia, è “cos’è buono?”, nelle sue varie declinazioni “com’è un uomo buono?”, “com’è una buona società”, ecc.; anche quando è posto in modo comprensibile, la filosofia non lo molla, ci tiene un sacco. Perché? Io credo che sia perché è pur sempre preferibile lasciare la soluzione della domanda all’arbitrio di una costruzione personale che affidarla al vaglio di ipotesi, saggi, verifiche, che è quasi sempre a cura altrui. Se la domanda rimane di pertinenza di un sistema a immagine e somiglianza del filosofo che l’ha costruito, la risposta che egli vi dà, per quanto vituperata da un altro filosofo, non deve fare i conti al vaglio col quale la scienza solitamente pettina le domande e le risposte. Insomma, se la domanda “cos’è buono?” rimane nell’orbita della filosofia speculativa, può continuare ad essere il dogma personale proiettato verso l’infinito, un assoluto; se venisse passato alla scienza, come fu per altre domande del tipo “come nascono i bambini?” e “l’atomo è davvero a-tomo, cioè indivisibile?”, smetterebbe d’essere assoluto e diverrebbe, come il resto, relativo. Quasi tutti i “tronchi che il fiume porta alla foce” amano credere che essi siano fermi, che sia il paesaggio attorno a muoversi – sono tronchi. In definitiva, se mi passate la volgarità, i filosofi speculativi sono arroccati su una preferenza: “preferisco che una società buona sia nella forma di monarchia, ergo la monarchia è il bene in questo campo”, “preferisco che i bambini siano allevati da un papà e una mamma, ergo quello che è stato fin qui dalla notte dei tempi è buono, eticamente intoccabile”. Chiaramente, nel primo caso, il senso è “vorrei dunque voglio” e, nel secondo, “penso dunque è così”. Verifica, controprova? Niente, la democrazia è cacca, i bambini non possono essere allevati dai finocchi. Cosa temono i filosofi che non vogliono passare alla scienza quest’ultima pertinenza? Che non esistano prove per giustificare una preferenza, in altri termini: che è illogico, e per giunta controproducente, proiettare l’Io nell’assoluto; l’Io s’arricchisce, cresce, solo nel relativo; crescendo, ogni sistema gli sta stretto, perché nessun sistema (e neppure alcuna formula scientifica) può dirsi perfettamente definitivo.

Ma il fatto è – l’avrete constatato anche voi, gentili tassidermisti liguri – che ogni convinzione è influenzata da una preferenza, e il bene è appunto la categoria che più facilmente pretende di passare all’assoluto, dal relativo. Prendiamo Platone, voi che impagliate ogni sorta di animali dovreste sapere. Platone si pose i problemi che poi in fondo ci poniamo tutti: “cosa mi piacerebbe  essere?”, “in che società mi piacerebbe vivere?”. Domande imbarazzanti, traduciamole nel suo greco: “com’è l’uomo buono?”, “com’è la società perfetta?”. Ma, visto che Platone era Platone, pose le domande a questo modo: “qual è la saggia morale?”, “cos’è politicamente saggio?”. Ovviamente si credeva molto saggio e credeva di conoscere tutto, ergo non poteva che scegliere per il meglio, che è l’assoluto del bene per sé stesso. Spieghiamoci: aveste chiesto a Platone “cos’è più saggio bere: il vino del Peloponneso, conservato in recipienti di piombo che sono responsabili di una intossicazione detta ‘saturnismo’ che si scoprirà solo tra una ventina di secoli, o l’acqua oligominerale?” – Platone avrebbe scelto il vino, perché un saggio sa tutto, lui era un saggio, quindi per lui non sarebbe mai stato possibile che quello che ignorasse (l’acqua oligominerale) fosse meglio di ciò che non ignorava (il vino), per quanto fosse arrivato con una ventina di secoli in anticipo sulla scoperta del 'saturnismo' – e che questo facesse del problema postogli un problema relativo. Così con l’uomo e con la società. In una, Platone sosteneva: “è solo il saggio che moralmente può reggere la perfetta società”, tautologia di tautologia di tautologia. Ne ebbe come un sentore, se la cavò con i prototipi. Ma questo ci porterebbe lontano dallo scopo di questa conferenza. Passiamo piuttosto a chiederci: morale e politica avranno di che modificare le nostre preferenze (dunque le nostre convinzioni), con l’aumentare delle nostre conoscenze? Potranno mantenere intatti nel tempo i loro segni e le loro valenze, al nostro modificarci in relazione all'acquisizione di nuove conoscenze? Come vedete, il problema è rispedito all’Io, anzi al Noi, perché morale e politica sono pane per i denti di tutti. E c'è chi il vino lo produce e chi lo mette in recipienti di piombo, chi ne analizza un campione e chi lo beve. Consentite un sorso d'acqua oligominerale, poi proseguiamo.

(fine I parte – segue, forse)

(*) Mah!  




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26 aprile 2005

Un post da Dio

Splendido post di Antonio Tombolini. Dal suo blog (www.simplicissimus.it):

S'i fossi papa...

[Un nuovo Papa, varcando la soglia e affacciandosi dalla finestra del suo studio, il microfono in pugno]
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Figli miei carissimi, che mi avete fatto? Eleggendomi papa mi avete messo in mano un potere enorme, il potere di sciogliere e di legare, il potere di decidere e definire, il potere di affermare ciò che è vero e ciò che vero non è. Un potere, per di più, infallibile! Ci ho pensato tutta la notte, in preda allo sgomento. Finché mi sono fatto coraggio. E ho deciso, visto che mi ci avete voluto, di fare il mio mestiere, di cominciare a farlo, Dio provvederà. Sapete cosa ho scoperto? Ho scoperto, figli, fratelli miei, che stavo sbagliando tutto! Sì, carissimi, stavo, sto, stiamo sbagliando tutto, e da troppo tempo, ed è ormai ora di porvi rimedio. E se lo dico io, che sono infallibile, che stiamo sbagliando, vuol dire che stiamo sbagliando sul serio! Perciò ascoltatemi bene, che si comincia subito.
Primo errore. Un errore stupido, banale, grossolano, che continuiamo a divulgare, compiaciuti che tanti potenti della terra ci diano ragione, ci vengano dietro a chiacchiere: abbiamo raccontato che la libertà è “libertà di scelta tra il bene e il male”, e che chi sceglie il male è perduto. Ma che razza di libertà sarebbe mai questa? Libertà di rovinarci, di perderci, di farci del male? E quale mai dio crudele ci avrebbe fatto un simile dono avvelenato? E come abbiamo potuto gingillarci con questa stupidaggine così a lungo? Svegliamoci: la libertà non è la possibilità di scegliere tra il bene e il male; semmai: la possibilità di scegliere (tout-court), cioè la libertà, è il bene, è il nostro bene più grande. La rinuncia alla libertà, alla libera scelta, l'oppressione che ne impedisce l'esercizio: ecco, questo è il male. Lottare per il bene significa lottare per la libertà; lottare contro il male significa lottare contro la rinuncia alla libertà, contro l'oppressione della libertà, che sola rende l'uomo persona e gli restituisce la sua dignità di essere fatto a immagine e somiglianza di Dio. E tanto per essere chiari, questo è il primo e fondamentale errore, un errore talmente grande da configurarsi come vera e propria eresia: indugiare ancora sul falso concetto di libertà (e non venite a dirmi che è tomista, o aristotelico, o non so cos'altro: non m'importa, è sbagliato e basta!) significa idolatrare un dio crudele che gioca col destino dell'uomo, significa adorare un idolo, e perciò: anathema sit!
Secondo errore. Qui si tratta di me, di me papa; e di noi vescovi, e di noi sacerdoti. Si tratta di quella che ancora oggi – come se fosse stato sempre così (il che non è) e come se dovesse essere per sempre così (il che pure non è) – ci ostiniamo a chiamare la gerarchia ecclesiastica. Ci siamo dati una struttura monarchica e militare. Certo, Gesù Cristo è Re, oltreche sacerdote e profeta. Certo, Gesù Cristo è la pietra angolare su cui la Chiesa è costruita e si regge. Certo, Gesù Cristo è il Capo. Ma è un capo che si china a lavare i piedi dei suoi “sudditi”. Un capo che dice di essere venuto per servire, e non per essere servito. E' un capo che – se proprio a una gerarchia deve far ricorso – la vuole rovesciata, una gerarchia dove è il basso a comandare e l'alto a chinarsi su di esso, dove è l'ultimo a comandare, e il primo a voltarsi indietro per attenderlo e cedergli il passo. Che fare allora? Facile: diamo retta a Gesù. Ricordate la parabola del giovane ricco? Bene, facciamola. Da domani cediamo tutti gli averi terreni della Chiesa, delle singole Chiese, tutti. Li mettiamo in vendita. Oh, mica li regaliamo, ci mancherebbe altro! “Vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”: ecco quello che faremo. Non è difficile. Abbiamo un sacco di amici che ci daranno una mano, e un sacco di cose belle che i compratori non mancheranno. E ne ricaveremo anche un bel po', così che i poveri che ne beneficeranno ne saranno felici. Quanto a noi, beh, toccherà a coloro verso cui ci porremo come servi darci il sostentamento. A noi tocca, come agli Apostoli, andare per il mondo senza zaino né bisaccia, certi che tutto quel che ci occorre ci verrà dato dal Padre.
Terzo errore. Smettiamola di fare i censori dei cattivi costumi dell'odiatissima epoca moderna. Anzi, già che ci siamo: prima di tutto smettiamola di odiarla, quest'epoca moderna. Proviamo ad amarla, a curarcene, a comprenderla, a correggerla quando occorre, vivendoci dentro. E rinunciamo a impartire ordini di servizio su ogni cosa: questo si fa così, quest'altro si fa cosà. Lasciamo che ciascuno la eserciti, la sua libertà, ché quando la esercita è già per ciò stesso nel bene. “Ma come, sento già qualcuno obiettare, non può forse un uomo fare liberamente una scelta sbagliata?”. Certo che sì, risponderò, certo che sì! Ma una scelta sbagliata è un errore, non un peccato. E l'errore, l'errare, è proprio dell'errante, del viandante che con fatica ma con passione si inoltra per il cammino della vita. Non abbiate paura!, non abbiamo paura, non abbiamo paura di sbagliare! Andiamo, viviamo la nostra libertà, anche sbagliando, anche commettendo errori, errando, e senza giudicarci e condannarci mai. La strada del male è la strada di chi si fa ingannare, di chi svende la sua coscienza, di chi impedisce l'esercizio della libertà. Ma la dove c'è la libertà dei Figli di Dio, là si è già lungo la via del bene, dove si può sbagliare, e fraternamente correggersi e aiutarsi, e così avvicinarsi, errando, alla salvezza, al senso, alla dignità piena dell'uomo.
Quarto errore. Rileggiamo la Bibbia, l'Antico e il Nuovo Testamento. Rileggiamola. Studiamola. Meditiamola. Torniamo alle fonti dell'essere cristiano. Lasciamo che la Parola di Dio si rivolga di nuovo a noi. E riprendiamo a fare il nostro mestiere, il mestiere di evangelizzatori: di uomini cioè il cui compito non è dire ciò che è bene e ciò che è male; non è affermare i valori, non è giudicare e condannare gli uomini. Il mestiere di evangelizzatori è piuttosto il mestiere di chi racconta la buona notizia di Cristo, morto e (permettetemi fratelli, perché questo spesso lo nascondiamo) soprattutto Risorto! Poniamo Cristo al centro dei nostri riti, dei nostri incontri, della nostra azione e della nostra presenza nel mondo. Abbiamo fede in lui, lasciamo che sia lui che – incontrando gli uomini del nostro tempo – li ispiri come meglio crede perché essi scelgano la via della libertà. Perché incontrando lui, anche grazie a noi, sempre più uomini incontrino la Verità, cioè la Vita, cioè la Via: cioè ciò che (guarda un po', torniamo sempre lì come vedete...) “ci farà liberi”.
Quinto errore. Il sesso. Per favore, facciamola finita. Sarei tentato di sparare un bel anathema sit! anche qui, ma mi trattengo. Ci ha riempito e ci riempie la testa. Ne siamo ossessionati. Questo non va bene. Il sesso, la dimensione sessuale, la sessualità in ogni suo aspetto è una dimensione importante e fondamentale dell'esistenza umana. I comportamenti sessuali, come in tutte le altre sfere del comportamento umano, devono essere oggetto di esercizio della libertà (e quindi della responsabilità) da parte di ciascuno. Stop. Non c'è altro da dire, davvero! Ah, sì: c'è un corollario, relativamente al sesso: c'è che non capisco perché (in generale, e quindi anche nella Chiesa) alcune cose gli uomini possono farle, e le donne no. O meglio, lo capisco solo ove si tratti di compiti di natura fisica, di sollevamento pesi, o cose simili. Ma siccome di questo, nella Chiesa, non si tratta, bene: finiamola anche con questa storia (e non stiamo a scomodare per queste banalità i teologi, mi raccomando: che si dedichino a cose più serie).
[Si volta con fare risoluto e scompare dietro i tendaggi...]

Peccato sia la corrente minoritaria, si potrebbe ragionare.




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26 aprile 2005

La Parola di Dio è Verità

                                    

 
                             “Il volto è lo specchio dell’anima”


[Così, in diversi passi delle Sacre Scritture, con davvero minime variazioni di forma.
Precisamente in: Gn 4, 5; Gn 40, 7; I Sam 1, 18; Sal 42, 6; Sal 43, 5]




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26 aprile 2005

La prima sorpresa non è una sorpresa, vediamo le altre

Andarono tutti a fallimento i tentativi di ricavare un decente tutt’uno da questa o quella teoria politica e il Magistero della Chiesa di Roma. Si dovesse dar conto per scrupolo documentario di quanto sperpero fu consumato da mille e mille pensatori laici in intelligenza, e buona volontà, e disponibilità a mediare, dovrebbero riempirsi mille e mille pagine di bibliografia. Splendide voci bibliografiche, sia chiaro, vibranti, calde, entusiaste, e tutte scritte almeno in ginocchio se non bocconi. Tempo sprecato. Rimane la testimonianza, la generosa bellezza del tentare, e qualche dagherrotipo pomposo di molti tizi, tutti coi pantaloni lisi alle ginocchia: la Chiesa è sempre tale e quale, qualche riverniciata ma giusto per coprire il nerofumo degli auto da fe’. Tentarono i socialisti, i liberali, perfino i comunisti – e in fondo non vi riuscirono neppure i democristiani, lasciati andare alla deriva, quando inservibili. Incontentabile, il Magistero. Non scoraggia, questo no, i passi di avvicinamento – ma a muoversi, niente. D’altronde, perché dovrebbe flettere ciò che per definizione è inflessibile? Sicché coloro che tentarono fecero tutti la stessa fine: o il diaconato laico o la figuraccia storica. Si può pensare “erano fessi”? Via,  dei cervelloni. E poi persone assai perbene, miti, dolci – qualche invasato sì, però simpatico, come tutti i dandy. Inutile dire che quasi tutti gli esperimenti ebbero luogo in Italia, dove se non nel paese dove il Magistero era ed è di casa? Il socialismo cattolico, il liberalismo cattolico, il cattocomunismo – ne avete sentito parlare, nevvero? Vi saranno sembrate ricette estremamente sofisticate, roba d’alta cucina. Digeriti senza un minimo di degustazione, o vomitati. O si fa la fine di Dossetti, o si viene scomunicati. Ciò nonostante, si tenta e si ritenta. Prendete gli ultimi, i liberali – chiamiamoli così, va’. Non dico come il povero Gioberti, ch’era più pesce che carne, ma insomma, mica volevi buttarli? Anticomunisti come la Madonna di Fatima, antifascisti (della prima o dell’ultima ora), e poi di buone letture, perfino qualche classico – ore ed ore passate sulla Fides et ratio per trovare i link con Leo Strauss. Niente, maledizione, niente. Alla prima occasione, diventato Papa il mediatore, buttati nel cestino del relativismo, pure loro. Uno si sarebbe aspettato almeno un po’ d’attenzione come si fa col grano in mezzo al loglio, chessò, buttare via gli atei devoti e tenersi almeno i liberali credenti e di mezza pratica… Niente, insieme al marxismo e al collettivismo, nel cestino i liberali insieme ai libertini. Sarà questo che chiamano “sorpresa”? Alla faccia del kerygma!




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26 aprile 2005


Eccolo lì, il fascista. Io stavo continuando a fumare dove e come mi pareva, al lavoro, sui treni, perfino al cinema, fatto riguardo per gli altrui polmoni, ma vero, non formale. Adesso arriva lui, Storace, e promette spazi più ampli per i fumatori.  Che poi sarebbe "prenditi il formale, rendimi il vero". Insomma mi toglie spazi di libertà allargandomi quelli di permesso. Fa-sci-sta, fa-sci-sta, fa-sci-sta…




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26 aprile 2005


Salvo smentite, che poi produrrebbero inevitabili sfregi in faccia a cocci di bottiglia, mi pare di poter gioire: tra il rozzo impasto di realismo e riduzionismo che sarei io e il purissimo distillato di cogito che sarebbe lui c'è almeno un punto d'incontro: il relativismo fa bene al buon senso. Scrive infatti su Leftwing: “Si dirà che questo è solo buon senso. Infatti: non c’è molta filosofia, è buon senso. Ma è filosofia, e di quella buona, credere al buon senso nelle cose di buon senso” (qui tutto il pezzo, Ratzinger e la misura della stoffa, lo consiglio). E un’eco mi ritorna, di quello che avevo scritto qui. Rimane un problema, sempre lo stesso: io penso che è la luna, lui che è il dito. Ma, via, in fondo non è lo stesso? Diventerà un politico di rango, lo presento - ed io sarò quello che fa le pulizie nella sua think tank.

 




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26 aprile 2005


                                   

Mettendo un po’ di ordine tra vecchi file, trovo un incompiuto del 1996 al quale – vedo – diedi il titolo provvisorio di Rifare la Dc. Non ho intenzione di concluderlo (non riesco mai a portare a termine gli incompiuti, al massimo li tagliuzzo), e poi a rileggerlo mi sembra fastidioso come tutte le previsioni azzeccate. Ho letto in esergo al testo la frase di Plutarco "desinunt isti, non pereunt". Ecco, a tagliuzzarla, l’ho tagliuzzata, adesso la frase davvero non significa più un cazzo. La metto qui. Tant’è, sistemato l’incompiuto.




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26 aprile 2005


La donna è un problema senza soluzione, per la mentalità monoteista (per mentalità intendo, in una, psicologia, cultura e storia; per storia intendo, in una, origine e sviluppo). E’ impura, ovviamente: fanno fede i giorni in cui sporca. In più, crea: e in ciò rompe un po’ il cazzo a chi pretende di avere il monopolio della creazione, si tratti del monopolista o della sua proiezione (non ha importanza se nel senso che Dio abbia creato l’uomo o che l’uomo abbia creato Dio). Dunque, può esserne consentita l’esistenza (è giocoforza, no?) solo se piegata a strumento. Vergine o madre, per ebrei, cristiani e musulmani – tertium non datur, se non per quei pazzerelloni dei cristiani, che hanno visto (nel tertium) la Madonna. L’accanimento contro la donna, che è la costante d’ogni mentalità monoteista come disperante e irrisolto tentativo di spezzare in due il giocoforza (economia politica del corporeo), è fondamento di tutta la Storia. Per ciò che l’omosessualità (maschile e femminile) introduce come ulteriore complicazione del problema, la mentalità monoteista cade in panico. Pillola, divorzio, aborto, fecondazione assistita, matrimonio gay – se Dio è morto, tutto è permesso? No, se tutto è permesso, Dio muore – o almeno muore il monoteista. Dio, come disse un Papa, potrebbe essere figurato anche come “soprattutto mamma” – quella sì che fu una sorpresa, irripetibile. Non durò che un mese.




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26 aprile 2005


Come in una delle soluzioni grafiche dette "illusioni ottiche", la cima della più alta umiltà è un angolo di presupponenza con vertice volto verso l'alto, il fondo della più bassa presupponenza è un angolo di umiltà con vertice volto verso il basso, e uno confonde il concavo con il convesso: "Nella genesi dell'ateismo possono contribuire non poco i credenti [...] per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione ingannevole della dottrina, od anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale" (Gaudium et Spes, 19).

Concavo o convesso, ibidem: “Con il termine di ‘ateismo’ vengono designati fenomeni assai diversi tra loro. Alcuni negano esplicitamente Dio; altri ritengono che l'uomo non possa dire niente di Lui; altri poi prendono in esame i problemi relativi a Dio con un metodo tale che questi sembrano non aver senso. Molti, oltrepassando indebitamente i confini delle scienze positive o pretendono di spiegare tutto solo da questo punto di vista scientifico, oppure al contrario non ammettono ormai più alcuna verità assoluta. Alcuni tanto esaltano l'uomo, che la fede in Dio ne risulta quasi snervata, inclini come sono, così pare, ad affermare l'uomo più che a negare Dio. Altri si creano una tale rappresentazione di Dio, che ciò che essi rifiutano non è affatto il Dio del Vangelo. Altri nemmeno si pongono il problema di Dio, in quanto non sembrano sentire alcuna inquietudine religiosa né riescono a capire perché dovrebbero interessarsi di religione. L'ateismo inoltre ha origine non di rado o dalla protesta violenta contro il male nel mondo, o dall'aver attribuito indebitamente i caratteri propri dell'Assoluto a qualche valore umano, così che questo prende il posto di Dio. Perfino la civiltà moderna, non per se stessa ma in quanto troppo irretita nella realtà terrena, può rendere spesso più difficile l'accesso a Dio.”






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25 aprile 2005

Caro diario

Caro diario, non so se è cosa bella a dire, ma se non la dico a te? Certe volte essere padre è un’esperienza esaltante. Oggi, per esempio. Era festa e così ho rivoluzionato un poco il mio calendarietto da divorziato con prole: chiamo le amate figlie e faccio “si mangia sushi insieme, a pranzo?”. Variazione al calendarietto ben accetta, nessuna traduzione di Tito Livio o lezione di judo per lo mezzo. Passeggiatina a tre sotto un unico ombrelluccio e poi in libreria: io, due o tre cosette di poesia; Gaia, un romanzo di formazione assai informe; Ginevra, un kit da archeologo in erba. Deinde, il sushi. Qui, sarà stato l’arredamento nippo che ingentilisce anche se non vuoi, la discussione su cosa i maschi guardino per prima cosa nelle femmine, che in taxi aveva assunto toni al calor bianco tra le due opposte teorie di Gaia e di Ginevra, ha assunto un che da dialogo platonico, pur rimanendo ciascuna teoria tetragona sul rispettivo assunto. Insomma, non hanno sciabolato con le bacchette. Se l’esperienza della più grandicella portava alla doppia declinazione “tette-culo”, la piccola Ginevra insisteva: “Ma no, non pensano soltanto a quelle cose, guardano pure quello che una donna ha nelle interiora”. Che, come equivalente di intimità, ci sta, ci sta, ci sta. Richiesto di parere, come però superfluo in quanto maschio che da padre non fa testo, ho borbottato qualcosa di indistinto e vago, complice il cucchiaino pieno di mousse al the verde. Si facciano l’idea che vogliono e Dio non voglia che càpiti loro un segaiolo di papaboy. Il conto, prego.




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25 aprile 2005

MILLE

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25 aprile 2005

Nota editoriale (Hic sacerdos sgranocchiatur)

Anche in questioni gastronomiche qui si è liberali e tolleranti. Ciascuno si gusti i preti come meglio gli pare: chi mangiandoseli in fretta a morsi (e questo sarebbe il mio caso, al parere di qualche commentatore troppo timido per lasciare nome e cognome), chi leccandoseli con flemma a cominciare dal culo (e questo sarebbe il caso del commentatore di cui sopra, al parere mio). Buon desinare a tutti, in fondo le paghiamo profumatamente, queste leccornie. Il ristorante ci costa 4000 miliardi delle vecchie lire all’anno.
P.S. : Facciasi attenzione ai bottoncini delle tonache: sputarli uno a uno come noccioli di ciliegia, perché altamente indigesti.




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25 aprile 2005

NON INVITATE UN FALSO LIBERALE A UN MATRIMONIO GAY

Il diritto di due omosessuali a unirsi in matrimonio (con rito civile, per carità di Dio!) è un argomento che, prendendo spunto dalla più recente e ormai nota attualità socio-politica della vicina Spagna, si presta come eccellente tema per discutere su cosa oggi sia davvero liberale in Italia, ben oltre l’etichetta che così recita, chissà per quanto ancora, sul gonfio faldone del  curriculum vitae di molti ex democristiani, ex missini, ex socialisti e perfino di qualche ex comunista, che s’erano affrettati ad appiccicarvela in mancanza di meglio, a suo tempo. Dai giudizi di costoro su ciò che è accaduto ultimamente in Spagna (ohi, straziante antologia di sussulti indignati e di perplessi fremiti sul tema “il mondo va sottosopra e non ci sono più le mezze stagioni”!) emerge chiaro che dirsi liberale è una cosa, esserlo è un’altra.

Si tratta, d’un canto, di coloro che furono, finché resse la commedia, i più prestigiosi testimonial dell’annunciata rivoluzione liberale della Cdl, che abortì tra una Cirami e una verifica di governo; d’altro canto, di coloro i quali nel centro-sinistra s’erano fitti in capo di temperare in senso, appunto, liberale le tentazioni estreme, qui catto-, lì -comuniste, dossettianamente e berlinguerianamente solidali non solo sul pregiudizio pauperista, ma anche su quello di una paternalistica omofobia. Eccoli, oggi, questi improvvisatori assai estemporanei del liberismo e del liberalismo, che in qualche soffice intervista ai tempi in cui non era ancora scoppiata la guerra culturale concessero perfino una puntina, sì, di libertarismo, “ma solo una zolletta, grazie - troppo libertarismo, mi sale la glicemia”. Eccoli, oggi, davanti all’apocalittico sigillo di due checche o due lesbiche davanti a un pubblico ufficiale, rispolverare argomentazioni già usate da Gedda contro il divorzio e da De Carolis contro la legge 194: Dio (sive natura, ché così mettiamo Leo Strauss e Baruch Spinoza sullo stesso scaffale dove c’è l’Opera Omnia di Karol Wojtyla); la Famiglia (che nelle declinazioni classiche, dal presepe vivente alla ragione sociale del “c’ho famiglia” di Longanesi, conserva intatto tutto il suo fascino); e le radici cristiane dell’Occidente, al posto della Patria (ché ci batte in petto un cuore filoatlantista assai, europeista alla meno peggio). Troppo colore? E con qual altra tavolozza si può dipingere l’esser liberale di ciascuno, e tutti, tra costoro?

Ogni obiezione a un riconoscimento legale delle coppie omosessuali nella forma riconosciuta per le coppie eterosessuali può avere fondamento solo dall’accoglimento da parte del diritto di assunti antropologici che può considerare immutabili solo una sensibilità in vario modo tradizionalista: la verità intoccabile della Genesi; il giusnaturalismo che ha fatto accordi con il Magistero; la psicologia da burocrate di quadro intermedio; la sentinella che fa il suo dovere montando la guardia al bidone (vero bidone!) consegnatole dalla precedente generazione; ma pure lo spiccio modo di esorcizzare quanto di nuovo l’evoluzione introduce nel così detto innato, che poi è il solito esorcismo d’ogni conservatore – attrito, più che resistenza – reazione, nella misura del valore assoluto. Viviamo d’altronde in pieno Medioevo, qualsiasi tronco marcio può fare da zattera, figuriamoci la famiglia tradizionale, quella di babbo (che fa il guardiano alle radici), di mamma (che fa il veicolo di vita) e dell’embrione (che poi diventa figlio, ma intanto è già persona).

Ora, con gran rammarico per ciò che può andar perso con tanto giudizioso pregiudizio, ogni liberale sa che non c’è nulla di più culturale del concetto stesso di natura, che pure qualche scampolo di hegelismo vorrebbe antitetico a cultura. Se la cultura è chiusa, centripeta cioè sui suoi assoluti, il concetto di natura sarà teleologico, e il fine ultimo sarà la conservazione delle prerogative che il pensiero liberale cerca da sempre di scardinare. Se la teleologia cederà alla dimensione metafisica, la legge di natura coinciderà con Dio: si arrabbierà il teologo, ma infine si troverà un accordo, a lui la cura dei poveri di spirito di cui sarà il regno dei cieli, al filosofo re la costruzione di una società a immagine della sua sistematica. Un liberale è relativista per eccellenza, questo non può che sentirlo come intollerabile. Sbuffa, ha l’orticaria – un liberale – quando sente parlare di “dittatura del relativismo”, perché già la formula è intrinsecamente idiota: le dittature le fanno gli assolutismi, sono loro che pretendono di decidere per la vita altrui, entrando nelle case, fin dentro le camere da letto, frugando fin dentro gli uteri e le teste. Diciamola com’è: gli assolutisti sono degli sporcaccioni.

Stiano insieme checche e lesbiche come meglio loro aggrada, sia concesso loro quel che è concesso alle coppie eterosessuali, matrimonio incluso ovviamente. E non si capisce perché due mamme o due papà possano essere un problema di cui lo Stato debba interessarsi se non vogliamo che si costringano i vedovi e le vedove con prole a risposarsi per non lasciarla orfana.  Tutt’altro paio di maniche stabilire se si respiri miglior aria in una famiglia tradizionale, per il solo fatto che essa sia tradizionale: non si capisce donde possano venire questi strani esseri che pretendono di unirsi, e non già solo di copulare, maschio con maschio, e femmina con femmina.

Postfazione L'autore del presente post non è omosessuale e non ha nulla contro il matrimonio.




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25 aprile 2005


Dev’esserci stato un frainteso. Sì, è vero, ho postato giorni  fa una lettera che il mio amico Gianni Pardo aveva inviato al Foglio, perché ero certo che non gli sarebbe stata pubblicata. Ma questo non vuol dire che dobbiate spedire a me tutte le vostre lettere che spedite al Foglio e che disperate possano essere pubblicate. Per questa volta farò un’eccezione e pubblico questa, giuntami stamane. Poi, per piacere, basta.


Al direttore - Nel dolente editoriale di lunedì 25 aprile sul come il mondo stia andando a rotoli, retto com'è da troie e finocchi, piuttosto che da una eletta schiera di filosofi re, lei ha dimenticato di scrivere che non ci sono più le mezze stagioni e che la trippa, come la cucinava sua mamma, non se ne trova più. Saluti,


                                      
Saverio Cianguttini, Pollena Trocchia

Allegato Uno sfolgorante pezzo del mitico Gianni Pardo.


 
BASTA!

Si possono amare tutti gli animali e in particolare i cani. Ma se uno è assillato da randagi, è stato morsicato senza ragione da un botolo, s’è vista rubare la carne appena comprata ed è tenuto sveglio, la notte, dall’abbaiare dei cani, può anche darsi che, vedendone uno a trenta metri, anche se teoricamente continuerà ad amare quelle brave bestie, abbia la tentazione di tirargli una pietra. Con buona mira.

Lo stesso può avvenire a chi, da sempre, ha avuto per la Chiesa e il Cristianesimo il rispetto dovuto alle grandi istituzioni e ai grandi fattori della storia. Per chi ha rispettato nei sacerdoti, e soprattutto nei Papi, i rappresentanti d'una gloriosa religione. Ma il troppo è troppo e, francamente, non se ne può più. Non è perché il sogno voltairriano del superamento della religione si è rivelato irrealizzabile che bisogna scadere nell’ipotesi opposta e tornare alla teocrazia. Deve pure essere lecito dire “Del papa non me ne frega niente!”. Deve essere lecito lamentarsi d'una televisione di Stato (laico) che non solo è invasa da immagini religiose, ma gabella per grandi avvenimenti cose insignificanti: “La prima messa da pontefice di Papa Benedetto Decimo Sesto!”. Un avvenimento che un significato può avere solo per i credenti più sentimentali. E per giunta i giornalisti in tutti questi giorni hanno usato il linguaggio non di chi racconta i fatti, ma di chi li racconta con gli occhi dei fedeli. Il vecchio Papa, morendo, non ha cominciato a far vermi, ma miracoli. È volato – è sicuro, l'ha detto la televisione - fra le braccia del Padre Celeste. Insomma s’è usata tutta la terminologia dei preti di campagna. Che è forse normale per chi crede ingenuamente ma assurda per chi non crede.

Ma dei non credenti non s’è tenuto nessun conto. Ci hanno raccontato su tutti i toni e con tutti i particolari il raccontabile e buona parte di ciò che non valeva la pena di raccontare. Chi, senza essere un mangiapreti, s’è risparmiato tutti i talk show, tutte le interviste, tutti gli “special”, non per questo, evitandoli, non si è reso conto dell’assedio. Tanto che le stesse parole “Del papa non me ne frega niente!” sono diventate una sorta di autoirrisione. Un po’ come qualcuno che, dinanzi ad un’inondazione devastante del Mississippi, dicesse: “D'un po’ d’acqua non mi preoccupo”.

Il laico è stato emarginato. Chi non s’è mostrato commosso, chi non è stato entusiasta è stato guardato come uno spettatore che, immerso nella turba degli ultras, non muovesse muscolo dopo il gol decisivo della squadra del cuore. E tutto questo sarebbe ancora sopportabile se l’Italia fosse un paese veramente religioso. Se fosse un paese sinceramente e severamente cattolico. In questo caso uno potrebbe dirsi: nessuno mi ha obbligato a risiedere in questo paese e dunque, come dicono gli inglesi, when in Rom do as the Romans do, in Italia comportati come gli italiani. Ma il peggio è che l’Italia è pagana. Lo è da decenni e lo sarà ancora. Quegli stessi che, trascurando lo stadio, sono andati in Piazza S.Pietro o hanno passato ore dinanzi al televisore, una volta finito l’avvenimento, saranno gli stessi di prima e violeranno gli stessi precetti di prima. La buona fede di questi falsi cristiani che sembrano credere in Gesù per il tempo che dura la sagra è grottesca.

Ecco la conseguenza finale di queste settimane: hanno preso un galantuomo qualunque, che ha sempre fatto professione di moderazione in ogni senso, e se ne è fatto uno che, almeno per il momento, ha una crisi di rigetto.


Gianni Pardo, 25 aprile 2005

Ma, dite, non è un genio?




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25 aprile 2005

"Cose che non posson produrre nulla di importante"

A quei tempi dibattuta almeno quanto oggi lo sono quelle bioetiche, la questione dell’evoluzionismo diede spunto a Giuseppe Prezzolini per affrontare il problema del conflitto tra scienza e fede ne Il Cattolicismo Rosso (Longanesi 1963 – pagg. 203-208). E’ un libro che dovrebbe essere ristampato. Ciò che Prezzolini scrisse quarant’anni fa, mutatis mutandis, penso sia ancora valido oggi. O che almeno dovrebbe essere valido per quella odierna destra che, partita per essere la “Nuova Destra”, si appiattisce sempre più su posizioni neoguelfe. Sarà colpa del fatto che in Italia la destra s’è sporcata d’una cosa di sinistra come intrinsecamente fu il fascismo. (Che il fascismo non sia stato né di destra né di sinistra, ma eventualmente entrambe le cose, e in questo caso soprattutto di sinistra, ne parliamo un’altra volta. Ma suppongo non ignoriate i molti autorevoli studi che così depongono al riguardo.) O forse – questo risolversi in clericofascismo – sarà colpa del fatto che, per troppo tempo emarginata dal dibattito politico e culturale nel paese, essa si sia arroccata nello specifico storico che le era stato offerto e tolto, il fascismo, appunto, e in quanto di papalino fu collaterale al fascismo. In particolar modo, nel rileggere stanotte qualche brano dello splendido libro di Prezzolini, ho trovato di estrema attualità ciò che egli scrive riguardo a quegli uomini di scienza che tentano di coniugare la loro metafisica della scienza alla metafisica degli uomini di religione. Ho qui usato il corsivo per le espressioni che egli stesso ammette essere “un poco sibilline”, per subito chiarirle scrivendo che “la scienza non è che uno strumento d’azione, un’economia del pensiero pratico. Le sue teorie ed ipotesi sono semplici strumenti […] capaci di spiegare un certo assieme di fatti […] non già affermazioni metafisiche. […] Sono, in breve, delle finte metafisiche”; e che la metafisica degli uomini di religione abusa dello statuto di “filosofia parvente”. Non è per riaccendere le polemiche su TocqueVille, ma in fondo si trattava di questo: la nuova destra è tutta impotente a elaborare un suo autonomo e originale pensiero su questo conflitto tra ragione e fede, tra scienza e religione, che per l’azione di rilancio storico portata avanti nell’ultimo ventennio dal Vaticano è il nodo di ogni dibattito culturale e politico. Parendole non forte l’unica posizione che sarebbe forte – e cioè l’agnosticismo – vuol farsi, da laica (leggi: non appartenente al clero), gregaria a quella metafisica degli uomini di religione, tentando di secolarizzarla in una gregaria metafisica della scienza. E qui torniamo al passo di Prezzolini che intendevo proporre, perché questi uomini della così detta “Nuova Destra” somigliano fin troppo a quella generazione che approcciò l’evoluzionismo con spirito di sincretismo, alla Fogazzaro (cercando Darwin in Sant’Agostino) o alla Gemelli (con la chimera della polifilogenesi): nell’uno e nell’altro caso, gli sforzi furono premiati solo da qualche fortuna pubblicistica che ancora oggi miete qualche tiepido riferimento, e niente più, perché l’evoluzionismo rimane metafisica inadatta ad opporsi alla “filosofia parvente” racchiusa nel dogma preso dalla Scrittura. Prezzolini scrive: “Cose che non posson produrre nulla di importante, se non trattenere nel grembo della Chiesa qualche mediconzolo che poco sapendo della scienza e dei suoi metodi, e poco sapendo della religione e della sua essenza, vuol mantenerle insieme senza sfigurare dinanzi al babbo tradizionale e ai colleghi suoi evoluti ed evoluzionisti”. Insomma, per dire, la scienza così come piace al Foglio di Giuliano Ferrara.




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25 aprile 2005


(AGI) – Città del Vaticano, 23 apr. - Italiano, inglese, francese, tedesco e poi ancora, anzi "finalmente, visto che siamo a Roma", di nuovo in italiano. Ma non in spagnolo. Il Papa Benedetto XVI ha saltato proprio la lingua latinoamericana nel breve messaggio rivolto questa mattina agli operatori dell'informazione e della comunicazione radiotelevisiva radunati nell'Aula Paolo VI. E questo e' stato subito notato dalle decine e decine di giornalisti e operatori di lingua spagnola che erano raccolti nell'Aula, i quali hanno sottolineato che "la quasi totalita' dei cattolici nel mondo parla spagnolo. Non capiamo perche' non abbia rivolto un saluto anche in quella lingua. Sarebbero bastati due-tre minuti, non di piu'...". In effetti, se e' normale che il Papa parli in italiano e nella lingua madre, e poi anche in inglese - che costituisce la lingua ormai ufficiale nel mondo - e quindi in francese, la lingua parlata nel mondo della diplomazia, e' parso strano che in una circostanza come questa, cioe' di grande effetto proprio mediatico e tramite i mezzi di comunicazione, abbia trascurato lo spagnolo. Proprio in considerazione della diffusione dello spagnolo nel mondo cattolico. (AGI) Vic/Siz 231149 APR 05

Autorevoli voci dal Vaticano precisano che non si è trattato di un dispettuccio isterico buttato in faccia al governo Zapatero per la questione del varo della legge che consente i matrimoni gay, ci mancherebbe altro: una dimenticanza, è stata una dimenticanza il fatto che, all’incontro con gli operatori dei media, Sua Santità abbia omesso il saluto in lingua spagnola, la lingua in cui parlano settecento milioni di cattolici. E, visto che la dimenticanza non può esser detta lapsus – sennò per via psicanalitica sarebbe egualmente un dispettuccio isterico, anche se inconscio – dev'essersi trattato di una dimenticanza, una dimenticanza e basta, un vuoto temporaneo di memoria, càpita. Non azzarderemo alcuna spiegazione, sennò dovremmo prenderci l’accusa di malizia da qualche fan di Benedetto XVI che ha così spesso mostrato meno grazia di un hooligan, che palle. Ci basta quella che ci suggerisce Georg Ratzinger, fratello maggiore di Sua Santità, in un’intervista al quotidiano tedesco Bild: “Ha una certa età, la sua salute non è robusta e il suo cuore è precario. Nel 1991 è stato ricoverato per un ictus, ma aveva già avuto altri problemi. Non avrei mai pensato che eleggessero Joseph Papa”. Se c’è interdetta la via psicanalitica anche su questa dichiarazione di un fratello maggiore sull’elezione a Papa del fratello minore, rimane solo una spiegazione all’omissione del saluto in lingua spagnola. Ci pare di poterla riassumere nella formula di molti autorevoli commentatori: “questo Papa sarà una sorpresa”. Il cuore ci si spacca in due: alla prossima, un bell'anatema contro le troie che portano la spirale o la pipì dal balcone?




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24 aprile 2005

STREPITOSISSIMA ESCLUSIVA DI MALVINO!!! (Non accalcatevi nel fare accesso, prego)

                                 

Malvino è orgoglioso di offrirvi un’esclusiva che, ne è certo, non potrà che sortire un botto micidiale in tutta la blogosfera: parte degli appunti privati di Karol Wojtyla che erano destinati per volontà testamentarie ad essere bruciati dal suo segretario personale, monsignor
Stanislao Dziwisz. Non chiedete come Malvino sia venuto in possesso di queste carte: peripezie inenarrabili, e poi ha il dovere di tutelare la fonte che, suppongo immaginiate, è in Vaticano. Ecco a voi, affezionati lettori di questo umile blog, il pensiero del grande polacco. Si tratta di una miscellanea da fogli che recano le date di settembre 1984, febbraio 1987 , febbraio 1996 e giugno 2001. [Si ringrazia per la traduzione dalla lingua originale la professoressa Olga Rodova Komorowicz, che ha fatto qua e là pulizia di ripetizioni e anacoluti.]

Dove andiamo? Il progresso scientifico e la modernità…

“…sono stati un disastro per la razza umana. Hanno aumentato la durata della vita media di chi risiede nelle nazioni cosiddette progredite, ma hanno destabilizzato la società, impoverito la vita e assoggettato l’uomo alla mancanza di dignità, contribuito a diffondere sofferenze psicologiche (e nel terzo mondo anche fisiche) e inflitto danni smisurati alla natura. Il continuo sviluppo della tecnologia peggiorerà ulteriormente la situazione. Condurrà senza dubbio a nuove e più grandi sofferenze per la razza umana, infliggerà ferite sempre più gravi alla natura. Condurrà alla distruzione del tessuto sociale e a nuove malattie psicologiche, nonché a nuove sofferenze fisiche, persino nelle nazioni cosiddette progredite. […] Aspettate di vedere l’alba del giorno in cui i governi regoleranno la costituzione genetica dei vostri figli. […] I tecnofili ci stanno conducendo in un pericolosissimo viaggio nell’ignoto. Molte persone hanno in parte capito dove ci sta conducendo il progresso tecnologico, ma hanno un atteggiamento passivo nei suoi confronti perché credono che sia inevitabile. Noi […] ci opponiamo a questa situazione. Crediamo che possa essere fermata. Ecco alcune indicazioni per arrestare lo sviluppo. […] Noi proponiamo come ideale positivo quello della Natura. […] E nella natura […] noi includiamo anche la natura umana, ovvero quegli aspetti del funzionamento dell’individuo umano che non sono soggetti alle regole delle società organizzate, ma che sono prodotti […] della libera volontà o di Dio. La Natura è il perfetto e ideale antagonista della tecnologia. La natura (che è al di fuori del potere del sistema) è l’opposto della tecnologia (che cerca di espandere ovunque la forza del sistema). Tutti sarebbero pronti ad ammettere lo splendore della natura; di sicuro la gente ne è enormemente attratta. […] Nel nome della natura non è necessario inventare chimeriche utopie o qualsiasi altro tipo di ordine sociale. La natura si regola da sé. È una creazione spontanea che precede di molto qualsiasi società umana, e per innumerevoli secoli diverse società umane hanno saputo cooperare con la natura senza creare danni eccessivi [settembre 1984]. […] La società moderna è per certi aspetti estremamente permissiva […] Possiamo fare quello che ci pare, possiamo credere in qualsiasi religione ci piaccia, possiamo andare a letto con chi ci piace […] Molti, oggi, sono disturbati dalla prospettiva della morte, come dimostrano gli sforzi per mantenere la condizione fisica, un bell'aspetto e la salute. L'ossessione dell'uomo moderno per la longevità, per mantenere il vigore fisico e l'attrattiva sessuale a un'età avanzata, è un sintomo di incompiutezza […] Lo stesso dicasi per la mancanza di interesse verso la procreazione che è piuttosto comune nella società moderna. […] Alcuni scienziati dichiarano che sono motivati dalla curiosità, asserzione semplicemente assurda. La maggior parte degli scienziati lavora su materie almente specialistiche che non sono oggetto di normale curiosità. Per esempio un astronomo, un matematico o un entomologo sono curiosi delle proprietà dell'isopropiltrimetilmetano? Di sicuro no. Solo un chimico può esserlo e lo è solo in quanto la chimica è la sua attività. […] La motivazione del beneficio per l'umanità non è da meno. Un certo tipo di lavoro scientifico non ha niente a che vedere con il benessere della razza umana. Altre aree della scienza, invece, possono presentare sbocchi pericolosi. Tuttavia gli scienziati di queste aree sono entusiasti del loro lavoro allo stesso modo di quelli che scoprono vaccini o studiano l'inquinamento dell'aria […]  La scienza e la tecnologia costituiscono un potente movimento di massa, molti scienziati gratificano il loro bisogno di potere attraverso l'identificazione con esso. Così la scienza prosegue la sua marcia alla cieca, senza riguardo per il reale benessere della razza umana o per ogni altro criterio, obbediente sono ai bisogni psicologici degli scienziati e dei funzionari governativi e dei dirigenti industriali che forniscono i fondi per la ricerca [febbraio 1996]. […] Sin dall'inizio della civiltà le società organizzate hanno imposto dei condizionamenti agli essere umani a vantaggio del funzionamento dell'organismo sociale. […] Nel passato la natura umana è stata molto stabile o, in ogni caso, poco mutevole. Di conseguenza, le società sono state capaci di condizionare la gente solo entro certi limiti. Quando il limite della sopportazione umana viene oltrepassato ecco comparire gli aspetti negativi: ribellione, crimine, corruzione, assenteismo, depressio-ne e altri disturbi mentali, un elevato indice di mortalità, un indice di natalità basso o altro ancora, cosÍ che la socità o crolla o il suo funzionamento perde di efficienza ed essa è sostituita (velocemente o gradualmente, attraverso la conquista, il logoramento o l'evoluzione) da una forma di società più valida. Così la natura umana, in passato, ha posto alcuni confini allo sviluppo delle società. La gente poteva essere spinta verso schermi comportamentali prefissati solo entro certi limiti. Ma oggi potrebbe avvenire un cambiamento perché la tecnologia moderna sta sviluppando delle misure per modificare gli esseri umani. […].L'aumentato indice della depressione è certamente il risultato di alcune condizioni presenti nella società di oggi. Invece di rimuovere le condizioni che rendono la gente depressa la società moderna fornisce droghe antidepressive. In effetti gli antidepressivi sono un mezzo per modificare l'interiorità dell'individuo in modo da permettergli di tollerare condizioni sociali altrimenti insopportabili. […] L'industria dell'intrattenimento serve come importante strumento psicologico del sistema persino quando scodella grandi quantità di esso e violenza. L'intrattenimento fornisce all'uomo moderno mezzi indispensabili di fuga. Assorbito dalla televisione, video, ecc., egli può dimenticare lo stress, l'ansia, la frustrazione, l'insoddisfazione. Molte persone ‘non civilizzate’ quando non devono lavorare sono contente di sedere per ore non facendo nulla perché sono in pace con sé stesse e con il mondo. Ma la maggior parte delle persone moderne devono essere costantemente occupate o intrattenute sennò si annoiano, diventano inquiete, agitate, irritabili. […] L'ingegneria genetica degli esseri umani è già all'opera nella forma di terapia dei geni e non vi è alcuna ragione per ritenere che tali metodi non saranno alla fine usati per modificare quegli aspetti del corpo che condizionano il funzionamento mentale. […] Alienazione, bassa autostima, depressione, ostilità, ribellione, uso di droghe illegali, abuso di bambini, altri crimini, libertinaggio sessuale, gravidanze di bambine, crescita della popolazione, corruzione politica, odio tra razze, rivalità etnica, conflitti ideologici aspri, l'estremismo politico, il terrorismo, il sabotaggio, i gruppi antigoverno, i gruppi di odio. Tutto questo minaccia la reale sopravvivenza del sistema [febbraio 1987]. […] Il controllo sul comportamento umano sarà introdotto non da una decisione calcolata delle autorità ma attraverso un processo di evoluzione sociale, comunque una rapida evoluzione. Sarà impossibile resistere a questo processo perché ogni avanzamento considerato in sé apparirà vantaggioso o, al limite, il male che ne deriva sembrerà minore del danno provocato dalla sua non attuazione. La propaganda, per esempio, è usata per molti buoni motivi, come scoraggiare l'abuso sui bambini o l'odio di razza. L'educazione sessuale è ovviamente utile, tuttavia l'effetto dell'educazione sessuale è di togliere alla famiglia il modellamento degli atteggiamenti sessuali ponendolo nelle mani dello Stato tramite il sistema pubblico della scuola. […] Quasi tutti saranno d'accordo sul fatto che noi viviamo in una società profondamente turbata. Una delle più diffuse manifestazioni della pazzia è la sinistra. Perciò, una discussione sulla psicologia della sinistra può servire come introduzione alla disamina dei problemi della società moderna in generale. Ma cos'è la sinistra? Durante la prima meta del XX secolo la sinistra poteva essere identificata effettivamente con il socialismo. Oggi il movimento e frammentato e non e chiaro chi possa esse- re chiamato precisamente una persona di sinistra. Quando parliamo di gente di sinistra noi abbiamo in mente principalmente i socialisti, i collettivisti, i caratteri politically correct, gli attivisti per i diritti delle femministe, dei gay, ecc.. Ma non tutti quelli che sono associati con uno di questi movimenti sono persone di sinistra. Quello che noi vorremmo discutere non tanto di un movimento o di una ideologia, quanto un modello psicologico o piuttosto di una collezione di caratteri correlati. Così quello che noi consideriamo sinistra emergerà più chiaramente nel corso della nostra discussione sulla psicologia della sinistra. […] Molti uomini di sinistra si identificano profondamente con i problemi dei gruppi che hanno un'immagine debole (donne), o di vinti (gli indiani americani), repellenti (omosessuali) e inferiori. Gli stessi uomini di sinistra percepiscono che questi gruppi sono inferiori. Non ammetterebbero questi sentimenti neanche con sé stessi, ma il vero motivo e che essi vedono questi gruppi come inferiori e li identificano con i loro problemi. (Non vogliamo dire che le donne, gli indiani, ecc. sono inferiori; noi stiamo solo puntualizzando la psicologia della sinistra.) Le femministe sono disperatamente ansiose di provare che le donne sono forti e capaci quanto gli uomini. Chiaramente esse sono dominate dalla paura che le donne non possono essere forti e capaci come gli uomini. Le persone di sinistra tendono a odiare qualsiasi cosa abbia un immagine forte, positiva e di successo. Le ragioni per le quali dichiarano di odiare la civiltà occidentale, sono, senza ombra di dubbio, false. Essi dicono di odiare l'Occidente perché è guerrafondaio, imperialista, sessista, etnocentrico e così via, ma […] è ovvio che queste colpe non sono il vero motivo per cui odiano l'Occidente e l'America. La persona di sinistra odia l'America e l'Occidente perché sono forti e hanno successo. […] L'uomo di sinistra è contro il concetto di competizione perché, dentro di sé, si sente un perdente. Le forme di arte che attraggono gli intellettuali moderni di sinistra tendono a concentrarsi sullo squallore, la sconfitta e la disperazione, oppure assumono un tono orgiastico, abbandonando il controllo razionale, come se non ci fosse alcuna speranza di risolvere ogni cosa attraverso la razionalità e tutto quello che rimane è l'immersione nelle sensazioni del momento. I filosofi della sinistra moderna tendono a licenziare la ragione, la conoscenza, la realtà obiettiva e a insistere che qualsiasi cosa è culturalmente relativa [giugno 2001]”.

Via, lo sapete, a Malvino piace la burla maieutica, e anche stavolta non ha saputo farne a meno. Sì, queste cose le ha scritte davvero un oriundo polacco, ma non si chiamava Karol Wojtyla, comunemente noto come Giovanni Paolo II. Si chiamava Theodor Kaczinsky, comunemente noto come Unabomber. Gli stralci qui riportati sono stati liberamente estratti e tradotti dal suo Manifesto. [Olga Rodova Komorowicz, la signora delle pulizie in uno dei miei studi medici, ha gentilmente dato consenso all’utilizzo del suo nome in questo contesto.]

 




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24 aprile 2005


E’ ovvio che previo pentimento sia concessa deroga. Ma ogni brava cattolica deve decidere: vergine o madre. Tutt’e due: solo la Madonna. Nessuna delle due: una Maddalena – lavare i piedi a qualche cardinale con le lacrime e asciugarglieli con i capelli. Primato del monoteismo che vinse il referendum per abrogare la lapidazione, prevalevunt.





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24 aprile 2005

Doom writing: paratevi il culo.

Non v’è traccia, dall’alto al basso Medioevo, d’una coscienza che si percepisca in mezzo a qualcosa. Prima dell’anno 1000, piuttosto, un sentimento diffuso di imminente fine di tutto, e dopo di inerzia. E’ chiaro che la comodità di un nome da affibbiare a un arco storico può essere sentita solo posteriormente, nel mentre è un vezzo o, al meglio, un esercizio di storiografia comparata: in entrambi i casi, segna un disagio, ma nelle forme del suo esorcismo, della neutralizzazione delle forze ancora in atto e avvertite ostili, e come tale è cifra della Modernità, una categoria morale più che un espediente tassonomico. Essere dentro può dare prospettiva di quel dentro solo proiettando la critica in avanti e questo forse, ma solo in parte, spiega perché un uomo medievale non sapesse d’essere medievale, né uno rinascimentale avesse idea di stare a fare il Rinascimento. I moderni, invece, non sanno (né possono) fare a meno di portare il fuori nel dentro: la proiezione, le diverse proiezioni, finiscono per essere parte del processo in atto, e interagiscono con i modelli del passato (retroproiezioni) in una forma che potremmo banalizzare in dialettica. I moderni hanno scoperto che esiste l’avvenire (Richard Lewinsohn, Die Enthullung der Zukunft), si sono attrezzati alla predizione. Quando la proiezione agisce in un contesto non dialettico (quando il suo tornare dentro non trova antitesi), prende forma di profezia: e il suo carattere predittivo diventa operante. La predizione dei moderni ha un’analogia, ma estingue il carattere operante (almeno lo attenua) perché è esso stesso – ineluttabilmente – dialettico. “E vidi l’angelo che discendeva dal cielo e aveva la chiave dell’abisso e una grande catena nella sua mano. E imprigionò il drago […] e lo legò per mille anni. E lo mise nell’abisso e lo rinchiuse e fece su di lui il segno, affinché non seducesse più le genti fin quando mille anni non fossero consumati” (Apocalisse, XX, 1-2): su questo passo di Giovanni si attese l’anno 1000 come scadenza del mondo. L’odierna doom writing (la scrittura catastrofologica) annuncia il bisogno di un tornare indietro (radici, tradizione, valori, ecc.) per andare avanti, per dilazionare la scadenza del mondo. Che è un particolare mondo – il mondo particulare, dal quale parte parte la proiezione predittiva: almeno velleitariamente, essa è operante. E dunque non può che avere voce, modo e intento reazionari. E’ il manifesto dei “perdenti alla lunga”. Seppure, talvolta, con qualche indubbio fascino – che si esaurisce fino all’estenuarsi nel letterario – è l’esatto contrario del manifesto della scienza: certezze contro dubbi, assoluto contro relativo, falsificato contro falsificabile. Ogni teoria del ciclo parte dritta, curva impercettibilmente nel tragitto, finisce col raggiungerci da dietro, e mettercelo nel culo.




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23 aprile 2005


                    
E’ un pigro dopocena, come li manda Iddio. Io e la pupa affondiamo nel divano, lei sfogliucchia il micidiale Gazzoni, io il micidiale Vanity Fair. D’un tratto, lei alza gli occhi dalla pagina e mi fa: “Vorranno regolarizzare, chissà quanti matrimoni gay ci saranno nei prossimi mesi in Spagna…”. Pausa pensosa, poi mi fa: “… chissà le chiese, che intasamenti!”. Distratto, faccio: “E già”. Mi guarda. La guardo. Un lampo di magnesio, il paradosso: subentra lo scompiscio. Rido fino alle lacrime, verso il bicchiere, povero tappeto. Adoro questa carognetta, dicendum dicitur.




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23 aprile 2005

Uffa, far glosse!

Chiariamo questa faccenda del piccolo Joseph soldatino della Hitlerjugend, ché, tra quelli già cancellati e quelli no, ho avuto già una ventina di commenti, tutti più o meno dello stesso tono. So quanto piaccia al commentatore sapere che venga letto con profitto dall’autore: bene, ne ho profittato. Perché nel post è scritto chiaramente: “Seppure qualcuno glielo rinfacciasse […] l’indignazione sarebbe rispedita al mittente: “è passato un sacco di tempo” – si direbbe – “si strumentalizza estrapolando dal contesto”, e giustamente si concluderebbe che “è una schifosa vigliaccata”.. Tenete da conto quell’inciso che nel riportare qui il brano ho eliso con […], c’era scritto: “una volta divenuto papa”. La frase era riferita al figlio di Carlo di Inghilterra e, per l'inciso, anche a Ratzinger. Perché non v'è stato automatico leggere quel giustamente? Vi sta sul cazzo il figlio di Carlo d'Inghilterra? Bisogna aspettare che diventi papa, o almeno re, per essere bonari con lui e severi con chi gli rinfacci la cosa? Ergo, non toglie e non aggiunge nulla al futuro del primo e al presente del secondo quale divisa abbiano indossato, e per quale motivo, a 14 o a 16 anni. Voglio addirittura mettere sullo stesso piano il fatto che, nel primo caso, si trattasse di atroce cattivo gusto e, nel secondo, di santo istinto di sopravvivenza. Appendendo le due divise naziste allo stesso gancio, mi pare sia chiaro che il post non volesse rappresentare censura al papa, ma a chi non è indulgente col figlio di Carlo. E infatti mi curavo d’essere ironico, non sarcastico. Spiacente non sia stato colto, ma quello che indicavo - be', sì, a leggerlo, insomma - era nella postilluzza, la chiave di tutto il post. Mi rendo conto solo a questo punto che è il caso di tradurla: in tutto il mondo si rinfaccia 25.100 volte a Ratzinger d’essere stato nella Hitlerjugend, in Italia solo 26. Bastava andare su Google a controllare, come consigliavo: dopo il mio post i rinfacciamenti non erano diventati 27, né 25.101. Rimane un fatto: di fronte al pericolo di internamento in un lager, il giovane Ratzinger non fece il martire. Buon per lui. Non si permettesse di chiedere il coraggio del martirio ai cattolici che vivono in paesi a loro ostili, già l’ha fatto due o tre volte.




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23 aprile 2005


E’ strano – o forse no, non è strano. Gli atei devoti parlano come i fascisti più invasati. Leggendo Evola, pare di leggere un editoriale del Foglio.


“Nella civiltà attuale così stanno le cose, che ogni evocazione di quella spiritualità delle origini che potrebbe far saltare il fattore di arresto, far superare la scissione, trasportare e liberare ad un livello di luce le potenze d’azione chiuse nel mondo buio e barbarico della grandezza moderna, avrebbe fatalmente, e forse ancor più di quanto avvenne al tempo della Rinascenza, un esito problematico. Troppo forte, ormai, è nel moderno la tendenza a concepire in termini soltanto materiali e puramente umani, la virilità, la personalità, l’azione e l’autonomia, perché ogni dottrina rifacentesi al senso e al diritto originario che tutto ciò poteva aver presso a riferimenti trascendenti, tradizionali, non venga immediatamente ricondotto a quegli stessi termini sì da trasmutare, invece che il profano nel sacro, il sacro nel profano. Infatti, oggi parlando del diritto dello Stato sovrano di fronte alla Chiesa, chi riuscirebbe a concepire altra cosa fuor che le rivendicazioni plebee e laiche del potere temporale contro l’autorità spirituale? […] Con lo scalzare sempre di più l’influenza effettiva di cristianesimo e cattolicesimo, l’Occidente sta abbandonando gli ultimi riferimenti ad una spiritualità non propria; ma nelle sue forme proprie, d’altra parte, esso non è spirito, e sembra insuscettibile a crearsi uno spirito”

                 Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno, pag. 440

Bisognerebbe scrivere qualcosa su ciò lega Julius Evola a Leo Strauss. Chissà, in questo fine settimana...




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23 aprile 2005

Sveltina metafisica

                                    

Buon giorno, Terra! Sei bellissima, sai? Tutta avvolta di buio e rugiada, poi… Sì, Terra, sei proprio bellissima, cioè, sei piena di difettucci, ma tutti al loro posto, ché nell’insieme fanno perfezione. Tutta avvolta di buio e rugiada, poi… Aspetta, prendo la tazza del caffè e le sigarette, vengo a sedermi sul balcone e ci facciamo una chiacchieratina. Però, fattelo dire ancora, come sei bella!

 

“Vogliamo essere necessari, inevitabili, preordinati sin dall’eternità. Tutte le religioni, quasi tutte le filosofie, perfino una parte della scienza, testimoniano l’eroico e instancabile sforzo del genere umano di negare, in preda alla disperazione, la propria contingenza”

                                                                Jacques Monod




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22 aprile 2005


 

Il figlio di Carlo d’Inghilterra è ancora in tempo per entrare in seminario e diventare papa, non gli rinfaccerebbe più nessuno l’aver indossato una divisa nazista, come è probabile gli rinfaccerebbero da re fino alla morte. Seppure qualcuno glielo rinfacciasse, una volta divenuto papa, l’indignazione sarebbe rispedita al mittente: “è passato un sacco di tempo” – si direbbe – “si strumentalizza estrapolando dal contesto”, e giustamente si concluderebbe che “è una schifosa vigliaccata”. E tutto filerebbe secondo il verso su cui ruota il perno, perché un re è un re, ma un papa è un papa, basta uno sguardo ai tarocchi. Potrebbe non essere d’accordo solo la signora Elizabeth Lohner, oggi 84enne, di Traunstein, che da ragazza viveva ad un tiro di schioppo da casa Ratzinger. La vecchiaccia (le cronache non lo dicono, ma dev’essere una gran troia nichilista, marcia dentro e fuori d'un fetido relativismo cartesiano e illuminista), ricordando il cognato, spedito al campo di Dachau perché da obiettore non aveva voluto indossare la divisa nazista, dice: "Era possibile resistere, e queste persone sono state di esempio per gli altri [...] Ratzinger fece una scelta diversa".
Il giovane Joseph, evidentemente, non aveva nei programmi diventare re d’Inghilterra. E poi, perché non avrebbe dovuto essere un bravo soldatino della Hitlerjugend? Forse che Nostra Madre Chiesa aveva dato direttive alla succursale di Germania? [Vedi foto] E' piuttosto il cognato della signora Lohner, morto a Dachau per non(*) aver voluto indossare una divisa nazista, che – diciamocelo – era il solito coglione. Mi giocherei due ostie che non avesse la benché minima infarinatura di tomismo o di quella bella leggiadria che è tipicamente agostiniana. Una merda d’obiettore di coscienza, va. Un cretinetto con la fissa del libero pensiero. E' regola che dura secoli: non importa chi li abbrustolisce, quelli, ma finiscono abbrustoliti.

 

Postilluzza a contributo della conoscenza del nostro splendido Belpaese:

Provate a cercare su Google “ratzinger + hitlerjugend”, fanno 25.100 voci. Ora cliccate su “pagine in italiano” e ripetete la ricerca: 26 voci. Da noi chi muore in nome di un principio è eletto coglione al primo scrutinio. I furbi incassano alla quarta fumata.

(*) Post scritto in collaborazione con Sagredo




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Gli editoriali per Notizie Radicali


172. Urbi et orbi, la Marcia di Pasqua è inesistente
(11.4.2007)

171.
Addio, radicali. Arrivederci, liberali
(4.4.2007)

170.
La materia oscura
(30.3.2007)

169.
L’eroica lotta del prode Bandinelli
(20.2.2007)

168.
E a questo stiamo
(19.2.2007)

167.
Tra il sacro e la secolarizzazione
(16.2.2007)

166.
La smetta, Binetti, si curi!
(31.1.2007)

165.
Ignobile scoop
(29.1.2007)

164.
In memoria di Alfredo Ormando, ex seminarista, gay, arso vivo
(12.1.2007)

163.
Per ogni Popieluszko c’è sempre almeno un Wielgus
(10.1.2007)

162.
La pieta e la chiarezza di Francesco D’Agostino
(9.1.2007)

161.
Bernard-Henry Levy e i blog
(8.1.2007)

160.
Le esequie ecclesiastiche a Gabriele Cagliari
(2.1.2007)

159.
Assuntina Morresi davanti a Piergiorgio Welby
(20.12.2006)

158.
Ratzinger e i «terminali»
(18.12.2006)

157.
Il concubinaggio
(14.12.2006)

156. La «sana laicità»
(11.12.2006)

155.
Cantalamessa
(6.12.2006)

154.
Lo Sdi e la massa critica
(4.12.2006)

153.
Caro Punzi
(28.11.2006)

152.
Il diabete dell’ateo devoto
(27.11.2006)

151.
Alasciarli dire, a lasciarli fare
(24.11.2006)

150.
Il metodo di Antonio Socci
(23.11.2006)

149.
Salvo forellini
(22.11.2006

148.
L’olio e le erbe medicamentose di San Francesco
(20.11.2006)

147.
Chissà se il mercato globalizzato accetterà l’authority della Chiesa
(15.11.2006)

146.
La Curia di Bologna
(10.11.2006)

145.
Simpatica carognetta
(8.11.2006)

144.
Una sana competizione inter-religiosa
(23.10.2006)

143.
Lo spazio dove stanno i radicali
(17.10.2006)

142.
Si accettano scommesse
(12.10.2006)

141.
Capolavoro di ipocrisia!
(10.10.2006)

140.
La radice dell’antisemitismo è più cristiana o più musulmana?
(9.10.2006)

139.
Nessuna paura d’aver paura
(5.10.2006)

138.
Nessuna costrizione nelle cose di fede?
(2.10.2006)

137.
“Lucidamente Piergiorgio Welby chiede…” 
(29.9.2006)

136. 
Ipotesi su Milingo
(27.9.2006)

135.
Ohilà, nequiziosi!
(26.9.2006)

134.
Come il tassidermista riempie di paglia la carogna
(25.9.2006)

133.
Ignoranza o mistificazione?
(21.9.2006)

132.
O secolarizzazione o violenza
(19.9.2006)

131.
Un tranquillo weekend di paura
(18.9.2006)

130.
La teologia nell'universitas scientiarum
(14.9.2006)

129.
“In fondo la Cisa vende serrature”
(13.9.2006)

128.
Limature
(12.9.2006)

127.
Auflegen, befehlen o gebieten?
(11.9.2006)

126.
Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia
(6.9.2006)

125.
James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre
(5.9.2006)

124.
Il caso Robert Lanza, ennesima svista del Foglio
(1.9.2006)

123.
Caro Pullia
(31.8.2006)

122.
Pannella si è fermato a Bose
(29.8.2006)

121.
Dobbiamo avere una grande pazienza
(28.8.2006)

120.
Trittico libanese
(24.7.2006)

119.
Schola Scholae
(19.7.2006)

118.
“Drogarsi non è un diritto”
(14.7.2006)

117. 
Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
[con Federico Punzi]
(6.7.2006)

116.
Comunitari o liberal?
(29.6.2006)

115.
Di cani e di figli
(27.6.2006)

114. Una fiction, neh
(23.6.2006)

113. Signore, signori, malgiogli assortiti...
(21.6.2006)

112.
Lobby? Andiamo piano con le parole
(16.6.2006)

111.
“Talora la stampa si presta…”
(13.6.2006)

110.
Negli assolutismi accade
(8.6.2006)

109.
La “libertà di vietare”
(7.6.2006)

108. Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile
(30.5.2006)

107.
Rispiegare la modernità?
(26.5.2006)

106.
Zuavi in Parlamento
(22.5.2006)

105.
A chi spetta?
(19.5.2006)

104. Ancora su Marcello Pera
(18.5.2006)

103.
Dopo la famiglia, lo Stato
(16.5.2006)


102. Occhio, fratres!
(8.5.2006)

101. Diciotto volte Emma Bonino, fino alla fine
(5.5.2006)

100. 
Il cardinal Martini e la "resa alla modernità"
(2.5.2006)

99.
Un'altra trappola: il Manifesto di Euston
(27.4.2006)

98.
Faranno al cardinal Martini un trattamento alla Milingo?
(24.4.2006)

97.
Dopo Rocca, Ferrara manda Bellasio
(21.4.2006)

96.
"C'è un'Italia reale e un'Italia virtuale"?
(19.4.2006)

95.
I piccoli exit poll di Christian Rocca
(13.4.2006)

94.
Il giorno dopo
(11.4.2006)

93.
Viva Romano Prodi!
(10.4.2006)

92.
Lectio magistralis
(5.4.2006)

91.
Not negotiable
(4.4.2006)

90.
L'Appello a Prodi: il bluff della guerra civile
(31.3.2006)

89.
Il gentilissimo Christian Rocca
(28.3.2006)

88.
Bastardo sarà lei!
(27.3.2006)

87.
Ruini non fa ingerenza, rimanda a quella di sempre
(21.3.2006)

86.
Divertente come la catastrofe
(20.3.2006)

85.
Mutua comprensione tra integralismi?
(13.3.2006)

84.
Benedetto figliolo!
(7.3.2006)

83.
Quel che trattiene Magdi Allam
(1.3.2006)

82.
Vieni, Gunther, qui c'è un albero, è un pero
(27.2.2006)

81.
Un editoriale che vorrei lasciare incompiuto e senza titolo
(21.2.2006)

80.
Cavar soldi dal “matto”: in Vaticano ci si fa un pensierino
(17.2.2006)

79.
Escludendo che monsignor Maggiolini si sia presa una cotta per la Bonino
(9.2.2006)

78.
La questione è la libertà di espressione
(7.2.2006)

77.
Si tratta pur sempre di un sant’uomo
(1.2.2006)

76.
“La verità, vi prego, sulla carità”
(31.1.2006)

75. Ci dica l’ottimo Panebianco…
(23.1.2006)

74.
La figlia del console
(19.1.2006)

73.
Ratzinger e il decalogo
(18.1.2006)

72. “Il vero Israele” 
(17.1.2006)

 

71. Una dimenticanza di Angelo Panebianco

(16.1.2006)

70. Bonino o Santanché?
(10.1.2006)

69. Niente antidepressivi, grazie!
(4.1.2006)

68. “Ah, se Dio sopprimesse i peccatori!”
(2.1.2006)

67. Del Concilio Vaticano II non avete capito niente, gonzi!
(27.12.2005)

66. Un’altra mina l’Occidente: la pornografia
(23.12.2005)

65. “Fratello spermatozoo”
(20.12.2005)

64.
La mia superstizione è migliore della tua
(19.12.2005)

63. Riforma della Curia, anno 0
(14.12.2005)

62.
La goccia di veleno
(12.12.2005)

61. Non lo fo’ per piacer mio…
(Lettera aperta a Carlo V)
(6.12.2005)

60. Venerdì, sabato e domenica
(5.12.2005)

59.
Contrordine, figlioli, il limbo è una cazzata!
(2.12.2005)

58.
Tomista quanto non mai, il Ratzinger. Anzi assai tomo.
(28.11.2005)

57. Il seminarista sia munito di certificato medico

(24.11.2005)

56. Scherziamo? Scherziamo
(21.11.2005)

55.
La pazienza degli italiani
(17.11.2005)

54. Il fuoco amico di Croce e Gramsci
(16.11.2005)

53. Marcello Pera, croque-mort
(15.11.2005)

52. Semo romani, damose da fa’
(11.11.2005)

51. Coi soldi di Sir Templeton
(8.11.2005)

50.
La Chiesa è sempre uguale a sé stessa
(27.10.2005)

49. Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?
(20.10.2005)

48.
Sua Santità, Anacoluto I
(17.10.2005)

47.
Un dubbio: mettere in dubbio il dubbio?
(14.10.2005)

46.
Capriccio
(10.10.2005)

45.
Buona conversione!
(7.10.2005)

44. Se il legislatore non è un fesso (e non è un fesso)
(4.10.2005)

43. L’orecchio di Dionigi
(29.9.2005)

42. Fiuggi: i tg di prima sera non possono più glissare
(26.9.2005)

41. La colomba e il leopardo
(21.9.2005)

40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
(19.9.2005)

39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
(15.9.2005)

38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
(12.9.2005)

37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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