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malvino
il blog di Luigi Castaldi


Diario


28 dicembre 2006


     

Pare che George W. Bush si sia vivamente rallegrato per la (e prontamente felicitato della) conferma della condanna a morte per Saddam Hussein. Sulla morale dei cristiani potremmo discutere da qui a domani, certi di non poter arrivare all’unanimità di giudizio. Almeno sulla morale dei cristiani della variante reborn, però, penso si potrà ragionevolmente convenire: è davvero una morale di merda.




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28 dicembre 2006

It's all fun and games until...

Mi sacrifico. Se Dio vuole, ordinerà di pormi accanto ai martiri…”, e fin qui la frase sarebbe stata bene in bocca ad ogni santo della cristianità. Ma qui Saddam Hussein aggiunge: “… ai veri uomini”. Questo fa la differenza tra un martire cristiano e un martire islamico, pensandoci: entrambi sono disposti a farsi uccidere pur di ribadire che la propria verità sia l’unica, ma il martire cristiano è meno virile. Come dire, è un po’ meno spaccone. Muore senza avere in faccia quel maschio sorriso di sfida. Ha tutta un'altra inclinazione di sopracciglia. Prima di offrirsi a Dio come martire, fa meno storie e più Storia.


 




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28 dicembre 2006

Pace, pace, pace

E’ avvenuto al termine dell’udienza generale del mercoledì, svoltasi nell’Aula Paolo VI, l’incontro tra Benedetto XVI e il ministro degli esteri iraniano Manouchehr Mottaki, che ha consegnato al Papa una lettera del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Dell’intenzione del presidente iraniano di inviare una lettera al Papa si era parlato già fin dal maggio scorso. Uno dei portavoce della presidenza di Teheran, Ehsan Jahandideh, ha comunque riferito che essa non ha contenuti politici ma tratta in particolare degli «insegnamenti comuni dei profeti» e dell’importanza «di stabilire delle nuove relazioni politiche e umane sulla base di questi insegnamenti».

Ansa, 27.12.2006 – 13:00

 

Non c’è motivo di esser scettici sulla riuscita della cosa: sulla base degli «insegnamenti comuni dei profeti» i due sapranno senza dubbio «stabilire delle nuove relazioni politiche e umane», chiudendo un occhio, di qua, sull’odierno scempio dei diritti umani in Iran e, di là, sulle passate intemperanze dei Crociati. Devono solo venirsi incontro sulla questione di quale trattamento riservare a chi non ne può più, già da un pezzo, degli insegnamenti comuni dei loro profeti e li invita, di qua e di là, a ficcarseli su per il culo. Venirsi incontro, ecco, questo è quello che ci vuole.
Ahmadinejad dev’esser meno rozzo, addolcirsi, fare la vocina da zietta, semmai, e, soprattutto, mettersi una buona volta in testa che, al fine di soffocare la libertà degli individui, suscita minor dissenso arare le coscienze col ricatto e col paternalismo, seminandovi dentro sensi di colpa e paura del domani, piuttosto che usare quei suoi modi da energumeno. Da parte sua, Benedetto XVI dovrebbe essere meno timido e un po’ più cazzuto, ché in fondo all’italiano medio piace molto l’uomo forte, meglio se mandato dalla Provvidenza. Cazzarola, se non è mandato dalla Provvidenza un Papa, chi?
Se deve farsi, quest’Asse tra Roma e Teheran non deve essere troppo sbilanciato sul piano dei valori che, gira e gira, sono cosa meramente estetica. Ergo, Ahmadinejad dev’essere un po’ meno teocratico e più “laico”. Di “laicità” che sia “sana”, s’intende. Sì alla sharia – ognuno c’ha le tradizioni sue, d’altronde – ma che sia una sharia dolce: si prenda esempio dal Codice di Diritto Canonico, chessò. Benedetto XVI, da parte sua, la smetta di esser troppo mite e permissivo con le sue pecorelle. I froci, per esempio. Occhéi, impiccarli no, ma almeno dirlo senza troppi giri di parole: “Fratelli, in culo no, è peccato e fa scandalo”; costringerli a curarsi col Santo Rosario.

Sì, a metà strada è possibile l’incontro, gli «insegnamenti comuni dei profeti» stanno lì a dimostrare che la distanza è soltanto apparente. Basta venirsi incontro sul metodo e sullo stile, così dichiariamo chiuso questo scontro di civiltà, che chissà chi l’ha tirato in ballo: facciamo un bel patto interconfessionale, da qualche parte si troverà bene una radice islamo-cristiana; poi tutti a festeggiare insieme, ché è finita la guerra.
Che strano, il casus belli pareva essere l’attentato alle Twin Towers, l’attacco del terrorismo di matrice islamica al più sfarzoso simbolo del materialismo occidentale, la testimonianza fino al martirio del no alla globalizzazione di un modello culturale senza alcun senso del sacro – questo dicevano. Errore di prospettiva: si trattava della nota spiritualità della società islamica che faceva argine alle dottrine della liberaldemocrazia atea. Lo scontro non era tra Occidente e Islam, era tra i senzadio e chi un Dio ce l’ha. Non importa stare lì a sottilizzare: Dio è uno solo, quello di Abramo. Tanto per intenderci, quello che un giorno appare ad Abramo e gli fa: “Fammi capire quanto mi vuoi bene: sgozza Isacco”. Insomma, quel Dio là.




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27 dicembre 2006




“Come possiamo amare Dio con tutta la nostra mente,
se stentiamo a trovarlo con la nostra capacità mentale?”

Benedetto XVI, Omelia, 24.12.2006




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27 dicembre 2006

La buona morte

“Con speciale vicinanza spirituale, penso anche a quei cattolici che mantengono la propria fedeltà alla Sede di Pietro senza cedere a compromessi, a volte anche a prezzo di gravi sofferenze. Tutta la Chiesa ne ammira l’esempio e prega perché essi abbiano la forza di perseverare, sapendo che le loro tribolazioni sono fonte di vittoria, anche se al momento possono sembrare un fallimento”

Benedetto XVI, Angelus, 26.12.2006

 

Keywords: fedeltà alla Sede di Pietro; senza cedere a compromessi; anche a prezzo di gravi sofferenze; abbiano la forza di perseverare; vittoria.




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27 dicembre 2006

Grazie, Licio!

Il suo intervento per impedire la pubblicazione delle foto di Giovanni Paolo II scattate nella piscina di Castel Gandolfo…
Credo che il mio fu un intervento giusto, condiviso dallo stesso direttore generale della Rizzoli, Bruno Tassan Din. Era stato lui ad avvertirmi che una rivista del gruppo stava per pubblicare quegli scatti. Si vedeva il Papa a bordo piscina, seminudo, mentre si cambiava il costume da bagno. Dopo un pranzo all’Excelsior, presenti anche Rizzoli e Ortolani, Tassan Din tirò fuori le foto – una trentina di stampe, formato cartolina – dalla borsa che aveva con sé. Dissi che non era il caso di pubblicarle ma che, anzi, era meglio farle avere al Papa o alla Segreteria di Stato del Vaticano. […] Pochi giorni dopo Tassan Din mi consegnò le foto che provvidi a consegnare all’onorevole Andreotti.
E lui le fece avere a Wojtyla?
Sì, perché poco tempo dopo ci arrivarono i ringraziamenti, verbali, del Santo Padre.

                         
Sandro Neri, Licio Gelli. Parola di Venerabile, Aliberti Editore

 




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27 dicembre 2006


                                         

“Che pensare di chi sceglie la morte credendo di inneggiare alla vita? Come non sentire che proprio dal fondo di questa umanità gaudente e disperata si leva un’invocazione straziante di aiuto?”

                                          
Benedetto XVI, Messaggio “Urbi ed Orbi”, 25.12.2006




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26 dicembre 2006

Dizionario dei modi dire / "Cominciamo male"



“… il Verbo era presso Dio,
e il Verbo era Dio…”

Gv 1, 1




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26 dicembre 2006


[ANSA, 26.12.2006 – 14:50] BAGHDAD – L’ex presidente iracheno Saddam Hussein verrà giustiziato per impiccagione entro trenta giorni, «in qualsiasi momento a partire da mercoledì» (domani). Lo ha detto il giudice della Corte d’Appello, Arif Shaheen, dopo che la magistratura ha oggi confermato la condanna a morte dell’ex dittatore. […]

Nessuno tocchi Caino, neanche stavolta: la Storia insegna che non serve a niente, e che certe volte è addirittura controproducente. Non escludo due giorni di digiuno, vedremo se, come e quando.
Intanto, aspetto la reazione del Vaticano. Quando la notizia della condanna a morte in primo grado arrivò – sia dato a Pietro quel che è di Pietro – il Santo Politburo Vaticano calò un Poupard. Dico: il Presidente del Pontificio della Cultura. Cosa c’entrava il Presidente di un dicastero del genere con l’appello alla clemenza sul “principio dell’inviolabilità della vita umana”? Boh, sarà stata un’iniziativa di promozione culturale della raggiunta civiltà cattolica dai non lontanissimi tempi delle 516 esecuzioni capitali by Mastro Titta – comunque è il pensiero che conta, e personalmente apprezzai.
Oddio, sempre un’ingerenza era, ma apprezzai lo stesso, giusto per farmi cogliere in contraddizione da chi mi accusa che sarei un anticlericale rozzo e prevenuto. Coltivo chi mi accusa di qualunque cosa, saprete.

Comunque, non voglio divagare: arriva la notizia della condanna a morte di Saddam Hussein, quella in primo grado, e Sua Eminenza, il cardinal Paul Poupard me la spara di slancio: “Il Catechismo della Chiesa Cattolica, la Chiesa e il Papa ribadiscono che ogni persona è creatura di Dio e che nessuno può ritenersi padrone della vita e della morte altrui se non il Creatore”. Roba che, se ero io il destinatario, l’avrei rispedita al mittente con molti timbri d’annullo postale, tutti commemorativi: le carneficine fatte dai gesuiti in Sud America, gli squartati e i bruciati su sentenza del Sant’Uffizio, i decapitati di Castel Sant’Angelo.
Mi sarei preso l’accusa di anticlericale rozzo e prevenuto, lo so: prendersela con Chirac per i sangue scorso nella Rivoluzione Francese? “Contestualizzi, storicizzi, gentile Malvino!”, immagino il ritornello. Avrei risposto che Chirac non accende ceri a quel pazzo sanguinario di Robespierre – mentre le cattedrali son piene di statue di santi o pazzi o sanguinari o tutte e due le cose insieme, e i cattolici ci stanno inginocchiati innanzi.

Pardon, divagavo ancora, che dicevo? Ah, sì, ecco: voglio vedere quanto rapido e quanto intenso sarà l’appello della Santa Sede a risparmiare Saddam Hussein, stavolta. Soprattutto, voglio vedere se sarà fesso come quello del cardinal Poupard, a giugno.
“Il Catechismo della Chiesa Cattolica…”, ancora non mi capacito. Il Catechismo della Chiesa Cattolica recita che “l’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani” (2267).
“Non esclude”, cazzarola! E, in veste di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’attuale Pontefice scriveva (appena nell’ottobre del 2003): “In effetti sulla questione della pena di morte, tra la prima edizione del Catechismo 1992 e la sua editio typica in latino, uscita nel 1997, c’è stata una evoluzione notevole. La sostanza è rimasta identica, ma la strutturazione degli argomenti si è sviluppata in senso restrittivo. Non escludo che su questi temi ci possano essere delle variazioni nel tipo di argomentazioni e che nelle proporzioni dei diversi aspetti dei problemi ci possano essere delle variazioni. Escluderei cambiamenti radicali”.
Esclude che si possa escludere: la pena di morte rimane non escludibile, per la Chiesa.

Vedremo.
Speriamo che, però, l’appello sia un po’ meno fesso, stavolta. Quando vogliono, sono assai più brillanti nelle ingerenze. O sarà che per Saddam Hussein non vogliono essere brillanti?




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26 dicembre 2006

Adoro impigrirmi davanti ai miei scaffali, nei giorni di festa

                                              

Adoro impigrirmi davanti ai miei scaffali, nei giorni di festa. Riapro un libro che ho sempre amato molto – François Jacob, Evoluzione e bricolage, Einaudi 1978 – e l’occhio mi cade subito, a pag. 14, su una breve e assai nota frase: “Per la scienza Dio è l’idrogeno”. E’ una frase che Jabob mette tra parentesi, e alla fine di un paragrafo della prima delle tre conferenze di cui è composto il libro, quella che gli dà il titolo. “Per la scienza Dio è l’idrogeno” è una boutade, un commento ironico a quanto egli stesso ha scritto, poc’anzi, chiudendo il paragrafo. Dopo aver scritto che tutta la materia – e in essa la prevalente massa di atomi con nucleo pesante – deriva dall’idrogeno, scrive: “Quanto alla fonte dell’idrogeno, rimandiamo alle teorie e alle congetture sull’origine dell’universo”; e, voilà, apre una parentesi, ci mette dentro “Per la scienza Dio è l’idrogeno”, e la chiude.

Ogni volta che leggendo Evoluzione e bricolage sono giunto a questo punto – l’avrò letto almeno sette o otto volte – non ho potuto che cedere all’ammirazione incantata: Jacob, l’ateo, si concede un cedimento agnostico, come il “falso indugio” di un grande torero, quando prende per il culo il toro, ma senza mai mancargli di rispetto, anzi.
Sarà bizzarro, forse perfino ridicolo, ma ogni volta che sono arrivato a questo punto di pag. 14 – per quanto io possa ricordare – mi son dovuto fermare, alzare gli occhi dal libro e soffermarmi in un sorriso di appagamento intimo. Pensate quel che vi pare, di appagamento estetico.
Stavolta, per non fare ai miei occhi la figura dell’appagato coatto, ho provato a sporcare il mio intimo (mi piace molto sporcare il mio intimo, è colpa del peccato originale) con una considerazione pretestuosa. Pesantemente pretestuosa. Ho pensato che, se “per la scienza Dio è l’idrogeno”, si capisce perché Benedetto XVI ci tenga tanto a quella sua posa di pallone gonfiato (presumibilmente a idrogeno): per far colpo sugli scienziati.
Mi pento subito d’essermi sporcato nell’intimo con questa considerazione (mi piace molto anche pentirmi, praticamente pecco per pentirmi: non posso non dirmi cristiano, è un trauma difficilmente rimovibile), ritorno serio. E mi chiedo: avrà letto Jacob, il Ratzi? Mi pento ancora: d’essermi posto questa domanda. Che domanda, ma è ovvio che il Ratzi ha letto Jacob, come può non averlo letto? Mi chiedo perché io ne sia così sicuro.

E’ così che mi torna alla mente un articolo del Ratzi, sul Frankfurter Allgemeine Zeitung nel marzo del 2000 (la traduzione su MicroMega, 2/2000). Vado a ripescarlo e, a caso, leggo: “Si tratta di sapere se il reale è nato sulla base del caso e della necessità […], e quindi da ciò che è senza ragione, se in altri termini, la ragione è un casuale prodotto marginale dell’irrazionale, insignificante, alla fine, nell’oceano dell’irrazionale, o se resta vera quella che è la convinzione fondamentale della fede cristiana e della sua filosofia: in principium erat Verbum”
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“In principium”? Non era “in principio”?  Vabbe’, sarà stato uno svarione del proto. O si può dire in tutti e due i modi. In ogni caso, come lo dice il Ratzi è il modo giusto. Non voglio polemizzare col Ratzi. Non dopo avergli dato del pallone gonfiato, ed essermene pentito. Però, giacché pentirmi a me piace, direi: che pallone gonfiato. Mi spiego.

I
l Logos ha generato il mondo, mica il Caos – dice. E dov’è che l’abbiamo conosciuto, il Logos, noi? L’abbiamo conosciuto in Cristo, no? E Cristo ha detto che il Logos, senza l’Amore, è niente. Cazzarola, è il Logos in persona – nella persona di Cristo – che ha detto: “Senza l’Amore, io sarei niente. Giacché questo è impossibile, io sono Logos e Amore insieme. Affido la gestione del pianeta Terra a Pietro”.
Il Ratzi si pompava, insomma, e forse manco lo sapeva. Altri tempi, inutile pensarci.

Passerei piuttosto a quest’altro libro, un classico: Trattato di psicoanalisi, di Otto Fenichel, edizioni Astrolabio. Per caso, capito a pag. 338, dove leggo...




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26 dicembre 2006

Il ruggito di Antonio Tombolini

                

Sia chiaro: se Antonio Tombolini si ribella al fatto che io abbia scritto che “i cattolici sono fatti così, non sanno essere altrimenti, […] so’ pecore”, non è perché sia risentito del fatto che gli ho dato della pecora. Tutt’altro: “l’esser pecora è categoria che rappresenta per me, lo confesso, più di un motivo d’attrazione”, mi scrive nei commenti.
D’altronde, come poteva essere diversamente? Quale cattolico può mai risentirsi, se uno gli dà della pecora? La metafora del gregge è una di quelle preferite da Cristo, figurarsi se un cattolico può sentirla imbarazzante. No, Antonio Tombolini si ribella al fatto che io abbia rifilato ai miei lettori una “generalizzazione impropria”: ho scritto “i cattolici” come se i cattolici fossero tutti uguali. Questo – scrive Antonio Tombolini – “non ti fa onore sul piano che più ti sta a cuore (e giustamente, essendo l’unico che conta): sul piano intellettuale”.
In verità,
pensavo di essere stato chiaro, ma posso riparare, anche perché, sarà cattolico, ma io ci tengo molto alla stima di Antonio Tombolini.

Per esser chiaro come meglio non riesco proprio a fare, direi: certo, i cattolici non sono mica tutti uguali, anzi, io direi che non ce ne sia uno solo uguale a un altro, solo che l’unica cosa che hanno in comune, e che li fa uguali, è che so’ pecore.
(Postilla: pecore mansuete, pecore irrequiete, pecore ribelli addirittura; ma, quando il pastore le richiama all’ordine, so’ pecore e basta, sennò non sono più considerate appartenenti al gregge, al massimo so’ considerate pecore smarrite.)
Avrò fatto un altro svarione, “sul piano intellettuale”? Lo temo, perché mi pare di capire – dal modo in cui chiude il suo commento – che Antonio Tombolini, pur non disdegnando l’attraente status ovino, non riconosca neanche in esso il minimo comune multiplo che lo incorpora nel gregge: “Nossignore, non si può. Non almeno finché io mi ostinerò a dirmi cattolico, e continuerò a dirmi tale in assenza di scomunica”.

Confesso: son confuso. Per fortuna, Antonio Tombolini mi fa la grazia di due link ad altrettanti post sul suo blog, che certamente mi illumineranno. Ma, prima di precipitarmi a leggerli, provo a riordinar le idee.
“L’esser pecora è categoria che rappresenta” – per Antonio Tombolini – “più di un motivo d’attrazione”; comprensibile, perché è cattolico e perché la metafora del gregge è una di quelle preferite da Cristo; ergo, almeno in questo è lecito generalizzare; e, cazzarola, io solo su questo ho generalizzato nel mio post: che“i cattolici sono fatti così, non sanno essere altrimenti, […] so’ pecore”; che piripicchio di distinguo vorrà farmi coi suoi post, Antonio Tombolini?

Basta, non resisto più: fin qui ho cercato di cavarmela da solo, senza l’illuminazione, ma adesso devo subito correre su
Simplicissimus.it, ché come
dice il nome istesso è garanzia di soluzione certa a questo e ad altri (solo apparenti) paradossi.
Il primo post – dal titolo 
Puttana sciolta – altro non è che un copia-incolla del famigerato comunicato ufficiale del Vicariato di Roma che nega le esequie ecclesiastiche a Piergiorgio Welby, però sormontato da una terzina del Purgatorio dantesco. Sì, è una di quelle terzine dantesche che un professore di liceo definirebbe “un pochetto anticlericale”. Ma basterà ad Antonio Tombolini per rischiare la scomunica, pur di dimostrarmi che lui non è uguale a tutti gli altri cattolici nell’esser pecora, che peraltro dichiara “motivo di attrazione”? Speriamo nel secondo post.
Che ha come titolo
La preghiera di Simeone. In questo post, Antonio Tombolini scova in Lc 2, 34 gli estremi di una assai pia volontà di porre fine alla propria vita sulle labbra di un devotissimo ebreo “al quale era stato profetizzato che non sarebbe morto finché non avesse visto il Messia. Quando finalmente può abbracciare Gesù bambino, Simeone prorompe in una preghiera, che altro non è che la preghiera di chi supplica il suo Signore di poter morire in pace”.
Cazzarola! Rivelando ‘sta bomba, Antonio Tombolini sì che rischia la scomunica: direi ai sensi del canone 212, comma 1, del Codice di Diritto Canonico (“I fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa”). E dove s’è udito mai un sacro Pastore illustrare la preghiera di Simeone come prototipo di testamento biologico?

Sì, Antonio Tombolini rischia di brutto. Ma con ciò – l’ammetto e mi dichiaro confutato nella mia pur minima ma “impropria generalizzazione” – egli mi scioglie il paradosso: i cattolici, sì, so’ pecore, ma almeno una ce n’è che bela come un leone. Se divento cattolico, faccio lega con Antonio Tombolini: di Simeone in Simeone, smontiamo tutto lo steccato dell’ovile.
Pecore sì, ma pecore ruggenti. Antonio Tombolini mi ha dimostrato irrefutabilmente che si può. Wow!




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26 dicembre 2006


“L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell’Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: «Passa in Macedonia e aiutaci!» (cfr At 16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una ‘condensazione’ della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l’interrogarsi greco”

Benedetto XVI, Lectio magistralis, Regensburg 12.9.2006

 

Nella storia del cristianesimo – soprattutto in quella delle sue origini – mai nulla è un “semplice caso”: tutto ha un senso, ci mancherebbe. O sta lì a riceverlo, se glielo si dà. Però, appena glielo si dà, ecco che pare come se il senso vi fosse già, da sempre. E che fosse, da sempre, quello che gli si è dato dopo, mica un altro. Sembra una operazione scorretta, e invece è il risaputo effetto retroattivo dello Spirito Santo. Cosa ne fa fede? Una profezia veterotestamentaria, un sogno, un prodigio… Se non si trova niente, c’è l’ermeneutica. Cosa non è capace di trovarti, l’ermeneutica, in due insignificanti versetti di un Salmo. Non che l’ermeneutica possa tutto, è chiaro. Per esempio, io mi sto ancora scervellando – dalla prima infanzia o giù di lì – su come sia possibile che in Gv 18, 12-24 figuri come sommo sacerdote quell’Hanan che non era più sommo sacerdote già dal 15 d.C., in quanto sufficientemente defunto. In Ezechiele, la soluzione? Macché. Da un ermeneuta coi controcoglioni, men che meno. Ma basta divagare: è del sogno di san Paolo che volevo parlare, e del Macedone supplicante che in sogno gli avrebbe detto: «Passa in Macedonia e aiutaci!» (At 16, 9).
Cosa fa fede che sia questo sogno a dare un senso – prima – a ciò che sarà – dopo – “una ‘condensazione’ della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l’interrogarsi greco”? In altri termini: cosa lega, nella lettura che Benedetto XVI fa degli Atti degli Apostoli, un sogno di san Paolo riferito da terzi e senza possibilità di verifica ad una “necessità intrinseca” che, se per san Paolo metteva male pure in Macedonia, ‘sti cazzi la “condensazione”? Per trovare una risposta – almeno per tentare – non c’è che da rileggere con molta attenzione i 15 paragrafi degli Atti degli Apostoli precedenti al sogno di san Paolo, mettendo in evidenza la strabiliante sfilza di omissioni davvero inspiegabili, di reticenze davvero imbarazzate, di eufemismi davvero tragicomici, di ambiguità davvero miserabili. Se uno si distrae solo un istante – quel tanto da uscir fuori dalla grazia dello Spirito Santo – ne emerge che la “necessità intrinseca” (di cui parla Benedetto XVI nel suo più disastroso intervento pubblico: la Lectio magistralis di Regensburg) altro non è che un “semplice caso” visto però con gli occhi di san Paolo.
Quello che per un pelo non fu fatto fuori già ad Antiochia, prima di pigliar batoste in Bitinia, di rompere con Barnaba e con Sila, e cogliere la nota figura di merda davanti all’Areopago. A posteriori, si può dire – non si può che dire – che tutta la storia del cristianesimo – soprattutto quella delle sue origini – “può essere interpretata” come ci pare. Ma il modo in cui pare a Benedetto XVI è mosso dalla “necessità intrinseca”.




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25 dicembre 2006

Gran Premio "Stronzo d'Oro"


Ho voluto evitarvi la scocciatura dei sedicesimi, degli ottavi, dei quarti e delle semifinali. Fidatevi, ho portato in finale chi meritava più d’ogni altro, e adesso tocca a voi decidere quale sia il post più disgustoso sul “caso Welby”. E’ in palio lo Stronzo d’Oro. Finalisti:

 

(A) Harry –  “Nausea” (22.12.2006)

(B) Beppe Grillo – “Stelle morenti” (22.12.2006)

 

Io voto (B), Beppe Grillo (1): d’altronde, avevo già dichiarato un certo qual vivo interesse al suo post, qui. A lui - secondo me, con merito indiscutibile - lo Stronzo d’Oro (2).


Note

(1) Non se ne abbia a male, Harry: è che non sono mai riuscito a stimarlo più che semplice stronzetto.
(2) E’ un vero peccato che Mario Adinolfi non abbia voluto cimentarsi sul tema: sono sicuro che in finale, contro Beppe Grillo, sarebbe certamente arrivato lui. Finale avvincente, ma un ex aequo (secondo me altamente probabile) avrebbe tolto prestigio al premio.
(3) Un post di Azioneparallela vale due voti per Harry. Lo so che non è procedura corretta in un concorso che mette in palio un premio – e che premio! – ma il post è irresistibile.




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25 dicembre 2006


Sì, il fatto che le gerarchie ecclesiastiche abbiano negato i funerali in chiesa a Welby rende molti cattolici perplessi, sconcertati, confusi, smarriti, imbarazzati, sgomenti, amareggiati, infastiditi, contrariati, indignati, irritati - ne prendo atto - e perfino un pochetto incazzati. Ma, vedrete, torneranno subito tutti mansueti ed obbedienti, pronti a serrarsi in massa ottusa e acritica al prossimo diktat della Cei, perché i cattolici sono fatti così, non sanno essere altrimenti: che ne sarebbe di loro senza una autorità cui obbedire, fosse pure - di tanto in tanto - con un po' di quella riluttanza che ogni volta - e con ricomposta pace dell'animaccia loro - ritengono di dover sacrificare alle ragioni misteriose di una Provvidenza che coincide con le fin troppo poco misteriose ragioni delle gerarchie ecclesiastiche?
Sono costretto a ripetermi: se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo. Vedrete, il fremito che scuote il vello di tante pecorelle durerà meno di un istante. Non è che so' cattive, so' pecore. Dentro.




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25 dicembre 2006




VERITAS
, CARITAS E ‘STI CAZZI

 

“Per quello che riguarda il funerale religioso, Piero mi ha detto: «Tu sai che sono un laico, ma dopo la mia morte potete fare quello che vi pare. Però, voglio essere cremato e le mie ceneri vanno lì dove ho pescato». Quindi, anche per la famiglia… anche per rispettare la mamma, mamma Luciana, che sicuramente gli dà un valore, alla forma religiosa, lo vogliamo… vogliamo fare un funerale religioso”

Mina Welby, Conferenza stampa del 22.12.2006

 

“In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto Dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica…”

Vicariato di Roma, Comunicato ufficiale del 23.12.2006


1.
Gabriele Cagliari – pace all’anima sua – morì suicida. Per fuggire da una prigione che sentiva infame, decise di darsi la morte per soffocamento, in un sacchetto di cellophane. Chissà in base a quale criterio, le gerarchie ecclesiastiche si sentirono nel diritto di presumere in lui una qualche mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso” – condizioni che, all’inappellabile giudizio del Vicariato di Roma, non mancavano al “defunto Dott. Piergiorgio Welby”. Al defunto Dott. Gabriele Cagliari, infatti, non gli furono negate le esequie ecclesiastiche”
, che vennero officiate con solennità nella Basilica di San Babila, a Milano, il 23 luglio del 1993.
Eppure, nella lettera d’addio ai familiari, Gabriele Cagliari aveva scritto – e i mezzi d’informazione ne avevano ampliamente reso pubblici i contenuti – che
“questo è un addio al quale ho pensato e ripensato con lucidità, chiarezza e determinazione […] ho riflettuto a lungo […] ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più”. A rigor di logica, questo avrebbe dovuto far quel tanto di contrasto con la dottrina cattolica, che nel comunicato ufficiale del Vicariato di Roma col quale si negano le “esequie ecclesiastiche per il defunto Dott. Piergiorgio Welby” è richiamata ai numeri 2276-2283 e 2324-2325 del Catechismo.
Il defunto Dott. Gabriele Cagliari scriveva: “Non posso sopportare più”. Né più né meno di quanto scriveva il defunto Dott. Piergiorgio Welby. Chi meglio di chi ci sta dentro può giudicare quanto la propria “prigione infame” consenta o no – a dirla come la dice il Catechismo – “un’esistenza per quanto possibile normale” (2276)? La prigione del Dott. Welby era più “normale” di quella del Dott. Cagliari? Chissà. Fatto sta che il Catechismo dice che “l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima […] Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità” (2278); nulla di simile è concesso all’uomo in carcere che si senta ingiustamente detenuto. Epperò, le “esequie ecclesiastiche” furono concesse al defunto Dott. Cagliari e non sono state concesse al defunto Dott.  Welby. Questo paradosso spinge ad un’attenta analisi del Catechismo, cui rimanda il comunicato ufficiale del Vicariato di Roma.
Qui si legge che “un’azione oppure un’omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un’uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L’errore di giudizio, nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest’atto omicida, sempre da condannare e da escludere” (2277): non c’è ombra di dubbio, il defunto Dott. Cagliari ha commesso un atto che gravemente “contrasta con la dottrina cattolica”.
Leggo, inoltre, che
“il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell’essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un’offesa all’amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi” (2281): anche qui il defunto Dott. Cagliari non se la cava bene.
E’ vero, c’è scritto pure che “gravi disturbi psichici, l’angoscia o il timore grave della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilità del suicida” (2283): ma, se questo ha potuto valere per il defunto Dott. Cagliari, perché non ha potuto valere per il defunto Dott. Welby?

2. L’incrinatura che solca la superficie di uno specchio, anche se minima, sdoppia l’immagine che riflette. Se Cristo è – insieme – veritas e caritas, la chiesa che vorrebbe rifletterne l’immagine è irreparabilmente incrinata, da sempre, fin dalle sue origini, nel mentre – da essa, per essa e in essa – il mito di Cristo era in fieri: nella storia della chiesa solo uno strabico – o un apologeta – può vedere veritas e caritas collimare in un sol punto. Il cantiere del mito è sempre aperto, ma ormai da secoli i lavori si limitano al consolidamento e al restauro. Un tentativo di ristrutturazione – il Concilio Vaticano II – provocò un peggioramento dell’incrinatura, sicché oggi lo strabismo dev’essere assai marcato per vedere veritas e caritas coincidenti nelle parole e negli atti di chi vanta l’unico legittimo apostolato di Cristo, quello che addirittura fa del mandato un momento di incarnazione.
Il “caso Welby” ne è la prova evidente. Col trionfo della veritas. Mandando a fare in culo la caritas. Giusto il contrario di quanto accadde nel “caso Cagliari”, dove trionfò la caritas, mandando a fare in culo la veritas.
Cos’è che fa riflettere talvolta caritas e talvolta veritas a questa superficie da sempre (e sempre più) incrinata? E’ la natura del “caso”, il suo potenziale di scandalosità. Il defunto Dott. Cagliari non faceva scandalo, per quanto non citasse Dio neppure mezza volta nella sua lettera d’addio. Il defunto Dott. Welby sì.
Ma quel suo “dopo la mia morte potete fare quello che vi pare” manda a fare in culo ogni strabico, insieme alla sua strana caritas e alla sua assurda veritas. Spiace dirlo, ma con quelle debbono fare i conti i cattolici, compresa mamma Luciana.



 

 




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25 dicembre 2006




Mi sembra ingiusto fare il processo al cardinal Camillo Ruini
per quella sua firma sotto il comunicato ufficiale del Vicariato di Roma
che negava i funerali in chiesa a Piero Welby:
lui, in fondo, ha solo eseguito degli ordini.

A norma dei nn. 2276-2283 e 2324-2325 del C.C.C.,
mica niente di personale.




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24 dicembre 2006

Senza titolo, sennò a che titolo?


                                                                                                                            ad A.

“Perché non scrivi qualcosa su Welby? Dai, Beppe, dicci la tua. Un post su Welby, Beppe!”. Tanto devono aver insistito, i fans, che Beppe Grillo si concede sull’argomento. Finalmente. Se ne sentiva davvero la mancanza.
“Ho deciso di
parlare anch’io di Welby”, dice. Dice che “la televisione ha un nuovo reality, prodotto e diretto da Bonino & Pannella […] Ci si iscrive in punto di morte. Si diventa star nel momento del trapasso”. Dice che “la morte assistita di Welby è un suicidio assistito, un omicidio del consenziente, un reato grave”. Ma, soprattutto, dice che “la dignità è finita per sempre, da quando la morte ha perso la sua privacy”.
Io commenterei come Roberto Rocchi commentava le cose che Beppe Grillo gli aveva appena detto nel corso dell’intervista esclusiva del 15 aprile 2006 per Il Centauro. Che chiudeva così: “Forse pochi lettori si aspettavano di trovare un Beppe Grillo così preparato e informato” (titolo dell’intervista: “Chi ci dovrà governare non potrà dimenticare le migliaia di vittime della strada”).
Aggiungerei: preparatissimo, informatissimo. Sulla morte, sulla privacy, sulla dignità, sui reati gravi e sull’esser star – anche lì, Beppe Grillo era impeccabile.
Sulla morte, sulla privacy e sui reati gravi, per esempio, si asteneva dal ripetere quello che aveva già detto sul suo blog, il 16 settembre 2005:
“Ho avuto un incidente di macchina nel 1980, guidavo io, mi sono salvato per miracolo, ma sono morte tre persone che erano con me e sono stato condannato per omicidio colposo a un anno e tre mesi”. Ammirevole modestia nell’omettere i credits della sua preparazione sull’argomento. Meno male che i fatti non sono coperti da Creative Commons, sennò di certo avrebbero preteso i loro diritti, e avrebbero fatto un culo grosso così alla modestia di Beppe Grillo.
Sull’esser star, per esempio: “Oggi vi dirò delle cose su di me, sulla mia vita privata, su alcune illazioni. Lo faccio oggi e poi basta”. Serietà da sciacquetta che si è autopromossa a diva conturbante e intensa, tipo Carla Bruni quando prende la chitarra in mano: “Decido io quando parlare di Briatore, oui?”.
Sulla dignità, a questo punto, vien tutto da sé. Solo però tornando al post su Welby, dove la sua morte è descritta in questo modo: “
Migliaia di Piergiorgio Welby, esclusi dai provini, vedono che uno di loro, assediato dai media, è alla fine staccato dal respiratore”.
Come sono più discreti, più dignitosi, meno invadenti e meglio assorbiti nella sostanza di star preparatissima e informatissima che è Beppe Grillo– come sono a prova di privacy, i morti di Beppe Grillo.




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24 dicembre 2006


“Perché dal Requiem di Mozart hai preso proprio il Dies irae per commentare la morte di Welby?”

“Era per commentare le reazioni delle gerarchie ecclesiastiche, in verità: premurose col boss della Magliana, sepolto nella cripta della basilica, in mezzo a cardinali e tre quarti di santi – e cuncta stricte discussurae sul suicida che s’era rotto er cazzo de sta’ ‘n croce. Ci avevo azzeccato, mi pare?”




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24 dicembre 2006


Caro Edoardo,
sai che ti stimo e che ti voglio bene. Questo mi fa obbligo di dirti che il doppio paginone sulla psicoanalisi che hai firmato per il Foglio di sabato 23 dicembre ti disonora. Ohi, dico, tu sei il grande Camurri, sei un filosofo, non una servetta: se non stai in vena, puoi ben permetterti di stare con le mani in mano, di non scrivere.
Permettimi, caro Edoardo: le obiezioni al “grande bluff” freudiano che stendi in un modo insolitamente piatto e senza un solo spunto brillante sono quelle che possono convincere solo i borghesucci che leggono le pagine culturali di Libero: un po’ di Huxley e un po’ di Popper, impastati a qualche aneddotuzzo sulla innata lestofanteria di tutti gli strizzacervelli.
Il presunto crollo della teoria freudiana – se ne parla da mezzo secolo – pure tu? Non mi preoccupa che il Foglio cerchi di rubare lettori a Libero, mi preoccupa che tu ti possa prestare. Anzi, mi sbalordisce, sicché corteggio la mezza certezza di un’errata-corrige, sul prossimo numero del Foglio in edicola, del tipo: quella roba non l’ha scritta Camurri, l’ha scritta Pezzuto. No, Pezzuto no. Pezzuto non avrebbe mai potuto scrivere quella roba. Diciamo: l’ha scritta l’Agnoli. Ecco, sì, l’Agnoli avrebbe potuto. Un’errata-corrige così, la riterrei del tutto degna della stima e dell’affetto che più volte t’ho dichiarato.
Il presunto crollo della teoria freudiana, quella gran cazzata del complesso di Edipo – pure tu? Ti faccio presente che per la psicoanalisi usi l’allegoria del clistere nello stesso capoverso in cui sottolinei che l’introspezione della tecnica è “a pagamento”. Ti pare niente, ‘sta mistificazione pseudoscientifica? Svela, in un frammento di psicopatologia di vita quotidiana, perché non si possa stare con le mani in mano. In un lapsus, il perché non puoi che scrivere contra Freud.
Sai dove, caro Edoardo? Sul finale. Quando citi la celeberrima conferenza di Jacques Lacan a Bruxelles del 26 febbraio 1977 (Propos sur l’hystérie). Ne citi il punto in cui Lacan dice: “La nostra
professione è una truffa, bluffare, stupire la gente, impressionarla con delle parolone, quello che normalmente viene chiamato un bluff…”. In realtà, il testo originale è tradotto un poco a cazzo di cane, caro Edoardo, perché sarebbe: «
Notre pratique est une escroquerie : bluffer faire ciller les gens, les éblouir avec des mots qui sont du chiqué, c’est quand même ce qu’on appelle d’habitude du chiqué – à savoir ce que Joyce désignait par ces mots plus ou moins gonflés – d’où nous vient tout le mal».
E il senso può darsi venga ad essere compreso nell’esatta natura se non scorciato, come scorci, di quanto precede: «Le réel est à l’opposé extrême de notre pratique. C’est une idée une idée limite de ce qui n’a pas de sens. Le sens est ce par quoi nous opérons dans notre pratique : l’interprétation. Le réel est ce point de fuite comme l’objet de la science (et non de la connaissance qui elle est plus que critiquable) le réel c’est l’objet de la science. Notre pratique est une escroquerie, du moins considérée à partir du moment où nous partons de ce point de fuite».
Mi spiego, caro Edoardo?
La nostra professione è una truffa, almeno se considerata a partire dal momento in cui parliamo di ce point de fuite, che è comme l’objet de la science (et non de la connaissance qui elle est plus que critiquable) le réel c’est l’objet de la science
”. Tu fai dire a Lacan che è un truffatore, che la sua professione è un bluff, come faresti dire a Freud che è un untore solo perché paragonò la psicoanalisi alla peste. Permettimi: è pappa per lettori di Libero, ma cucinata come la si cucina al Foglio. Non farmi preoccupare, ripeto: ti stimo e ti voglio bene.




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24 dicembre 2006

Arretrati / giovedì 21 dicembre

“Passerei almeno un quarto d’ora alla manifestazione in solidarietà degli studenti iraniani, sulla Nomentana. Ti annoieresti?”, chiedo. Ginevra, la mia secondogenita, dodicenne, alta un metro e sessantasette, mi fa: “No, anzi, andiamo, però ci stiamo solo mezz’ora, eh?”.
Sotto il palco, meno di duecento persone, sempre le stesse facce: ne chiama di più la presentazione del libro della famosa blogger che usa una letteratura sopraffina per comunicarci i suoi psichedelici pompini che il dramma dei ragazzi di Teheran. E’ quello che dico a Daniele Capezzone – lui c’era – e ci aggiungo: “Non sono venuti manco gli organizzatori?”. Capezzone annuisce, e ci mette pure un indignato sussiego, come a dire: “Hai ragione, è una vergogna”.
Qui, però, la trama si smaglia. Mi viene il moto malaugurato – epperò inevitabile, capirete – di presentare Capezzone a Ginevra, e di aggiungerci un non-so-che-cazzo-di “conosci Capezzone, vero?”. Ginevra, che teorizza l’assoluta impermeabilità della buona educazione all’ipocrisia, fa: “No, chi è?”. L’imbarazzo mi porta a precipitare la situazione, perché faccio: “Ma come, mamma non ti fa vedere Markette su La7?”. Quando sembro cattivo, è che so’ distratto.
Lì, però, la cosa s’avvita nel dramma, perché Ginevra butta là: “Mamma dice che non sono cose per bambini”.




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21 dicembre 2006

Scrivi all'onorevole

VOLONTE_L@camera.it

Ho letto la sua dichiarazione in data odierna. Tanto per intenderci, quella nella quale chiede che vengano arrestati i “colpevoli di questo omicidio” – così lei definisce la finalmente realizzata volontà di Piero Welby, mio amico. Non mi arrischio a dirle cosa io pensi della sua dichiarazione e, a maggior ragione, di lei. Le possa giungere, però, almeno il mio pensiero, in quanto segue: le auguro di dimostrare con viva testimonianza personale che la sua volontà, in eguali condizioni, sia realmente diversa, a lungo, e forte. Affinché io possa farmene edificato.
Lei, onorevole, è individuo dalla carità pelosissima. Oggi, con la sua dichiarazione, anche ingrommata.

                                                                             Luigi Castaldi




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21 dicembre 2006

http://calibano.ilcannocchiale.it/

commento lasciato da malvino    il 20 Dicembre 2006 alle 23:27

Capitano, ti do un bacio.
link




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21 dicembre 2006


Sulla base delle disposizioni contenute nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali (Congregazione per la Dottrina per la Fede, 10.10.1986), la “tendenza omosessuale” di gay e lesbiche è innocente fino a quando non si sostanzia in “atto omosessuale” e dunque i quattro pastorelli che due deputati radicali hanno messo ieri nel presepio di Montecitorio mi pare non possano essere motivo di indignazione alcuna. Si tratta di quattro pupazzetti, raffigurati nella castissima posa di una mano dell’uno/a sulla spalla dell’altro/a (non possiamo definirlo “atto omosessuale”, no?) e con un cartello pro-pacs al collo: esprimono solo una “tendenza omosessuale” e dunque non dovrebbero essere motivo di scandalo. Tanto più che nel documento, firmato Ratzinger, se le persone omosessuali“si dedicano con assiduità a comprendere la natura della chiamata personale di Dio nei loro confronti”… beh, la Natività non chiama tutti?  

 




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21 dicembre 2006

Faccio cose, vedo gente, incontro Cristo

Le facce toste hanno una guancia sola: Assuntina Morresi mi risponde qui.




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21 dicembre 2006


                  

“Accadde con il divorzio nel 1972 e con l’aborto nel 1978. […] Lo stesso accadrà inevitabilmente con il suicidio-omicidio, una volta legalizzato. Lo sterminio di massa, già in corso per gli innocenti nel grembo della madre, sarà esteso agli anziani, ai malati terminali, ai disabili gravi”

                                              
Corrispondenza romana (n.973 – 23 dicembre 2006)




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21 dicembre 2006


Avranno epos e pathos, qui non si vuol negare, ma le battaglie culturali inzuppano di sudore. Di cui si fracicano li coglioni. Che prudono. Diciamolo: non c’è spettacolo più commovente di un generale che si gratta li coglioni sudati, tra i suoi fanti, in trincea.
Il senso. Dare un senso, ecco. Le cose – per sé stesse – so’ insensate, so’ svampite. Necessitano di virile marchiatura a fuoco, cioè, di un pensiero organizzatore, informatore di senso, ecco. Se non è una battaglia questa… Cazzarola, se lo è.
Il senso della morte, per esempio. Sul caso Welby, per esempio, “si sta producendo un corto circuito mediatico, di cui i radicali dovrebbero accorgersi per primi” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 21.12.2006). Il Generale ha combattuto a lungo contro la rimozione della morte che la Modernità ha imposto alle creature umane, ora la morte di Welby (“morte pubblica”, la chiama) gli pare ingombri troppo la scena: “un corto circuito mediatico”, insomma, la “morte pubblica” non ha più senso, o lo sta a perdere. Saprebbe dargliene uno, Generale? “Stanchezza” (ibidem).
Poveretti, i radicali. Nun c’hanno li coglioni da grattásse.




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21 dicembre 2006

Forza blogger

                             

Notizie per l’anno nuovo. Chi ne vuole, le prenda, tanto non beccherà mai quella giusta.
Ne sparo due. La prima è la coda di un’altra notizia, cose di questi ultimi giorni. Giugno 2007, Mariano Apicella annuncia l’uscita di un singolo, musiche sue e testi di Silvio Berlusconi, una bossanova morbida ma assai brillante, l’innamorato dice alla sua bella che il suo amore gli sballa il pacemaker, titolo Tícchete-tac, tícchete-tac. Moscia, eh? Lo so, avreste detto moscia pure la notizia del Foglio sotto le 8.000 copie, se ve l’avessi data nel dicembre del 2005. Il Foglio è sotto le 8.000 copie? Mah. D’altra parte, figúrati se Silvio Berlusconi sa fare lo spiritoso sulla sua salute… Sui sieropositivi, semmai.
La seconda notizia non è nemmeno una notizia, come forse non lo era la prima. Come quella, è l’annuncio di un evento artistico. Meglio: letterario. Dan Brown manda in libreria un romanzo destinato ad essere l’ennesimo suo bestseller, titolo The Key.
Trama: a un freelance americano, in vacanza a Roma, capita sotto mano Let’s Go Italy, di Anthony Barrese, e legge della “mysterious liaison between the actors Elisabetta Gardini and Lorenzo Amato [figlio di Giuliano Amato] during the three day Isben festival on the Amalfi coast, despite the presence of Gardini’s fiancée, the director Ferdinando Balestra”; scopre che non si trattava furore erotico-sentimentale, ma di un summit tra l’inviato della loggia post-craxiana e la suora laica di staffetta tra San Pietro e Palazzo Chigi…
Basta, non voglio rovinarvi la lettura, comunque cose grosse. In un certo qual modo, più scandalose del fatto che Cristo limonasse umidamente con la Maddalena. Insomma, avremo un altro anno bello tosto. Forza blogger.




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20 dicembre 2006

Dottor Pangloss, cardiologo

“Quando gli viene chiesto dal personale medico se è allergico, Berlusconi risponde: «Sì, ai comunisti». Risate generale, ed ecco la risposta, abbastanza scontata negli Usa: «Non si preoccupi, stia tranquillo, qui non ce ne sono»” (Ansa, 19.12.2006).




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20 dicembre 2006


Carta, penna e concentrazione. Inspirazione. Immedesimazione. Ecco.

“L’Arcigay sente che, sulla questione dei pacs tra omosessuali, il partito dei Ds glielo sta mettendo a quel posto. E non lo trova piacevole”.

Con questa, su TocqueVille, avrei avuto un trionfo.




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20 dicembre 2006

La doppia verità, aridaje.

Giuliano Ferrara ha comprensione per il suo “privato desiderio di requie”, ma non vede di buon occhio “la morte pubblica di Welby, il messaggio pro eutanasia”. Ancipandoci nella domanda, domanda: “Due verità?”. “Sì, sono due”, risponde. La prossima volta che mette piede all’Opera Romana Pellegrinaggi (*) per uno di suoi numeri da trapezista clown (sta in equilibrio sulla corda, tra Gilbert K. Chesterton e Leo Strauss, aiutandosi solo con un ombrellino), monsignor Rino Fisichella lo guarderà obliquo con un po’ di sospetto per un’affermazione del genere: sintomo di corruzione relativista (che peraltro è, prima o poi, inevitabile in un ateo, anche se devoto). “Due verità”: un Cristo A e un Cristo B, diciamo, e “io sono la verità” (Gv 14, 6) diventa, da evangelico, schizofrenico. Pasticcione d’un Ferrara, lo sanno tutti: il cristianesimo è paranoia, non è schizofrenia. Ce ne andiamo in giro, col nasino per l’aria, a fare i teo-dandy disinvolti e – plof! – pestiamo una merda teologica. Particolarmente attaccaticcia, peraltro. No, dico, adesso lo troviamo per tempo un sofisma per uscircene, evitando di cadere in disgrazia come il cortigiano cui sia scappata una scorreggina al cospetto del re? Mah. Comunque. Cazzi suoi.

Il lettore affezionato, piuttosto.

Il lettore affezionato è pregato di aggiornare la cosmologia privata di Giuliano Ferrara. Ai tempi della fortunata tournée Fratello embrione, sorella verità uno avrebbe pensato che i Ferrara fossero tre: Giuliano, l’embrione e la verità. Contrordine, papaboys! I Ferrara sono quattro: Giuliano ha due sorelle. Per il momento, eh. Chissà che non ne salti fuori un’altra. Un certo tipo di madre – dice il proverbio – è sempre incinta.


(*) Non lasciatevi impressionare dal nome pomposo, si tratta di un’agenzia di viaggi: quota di iscrizione, quota di partecipazione, tasse e diritti, riduzioni di biglietto, sistemazione in albergo, i nostri itinerari, i nostri convegni, i nostri eventi, modulistica per il pellegrinaggio semplice e modulistica per il pellegrinaggio con soggiorno – non sono sicuro, sul sito potrei aver letto anche di corsi di parapendio dalla statua del Cristo Redentore nella diocesi di Rio de Janeiro, ma potrei aver letto male – cose del genere, insomma.




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Tra il sacro e la secolarizzazione
(16.2.2007)

166.
La smetta, Binetti, si curi!
(31.1.2007)

165.
Ignobile scoop
(29.1.2007)

164.
In memoria di Alfredo Ormando, ex seminarista, gay, arso vivo
(12.1.2007)

163.
Per ogni Popieluszko c’è sempre almeno un Wielgus
(10.1.2007)

162.
La pieta e la chiarezza di Francesco D’Agostino
(9.1.2007)

161.
Bernard-Henry Levy e i blog
(8.1.2007)

160.
Le esequie ecclesiastiche a Gabriele Cagliari
(2.1.2007)

159.
Assuntina Morresi davanti a Piergiorgio Welby
(20.12.2006)

158.
Ratzinger e i «terminali»
(18.12.2006)

157.
Il concubinaggio
(14.12.2006)

156. La «sana laicità»
(11.12.2006)

155.
Cantalamessa
(6.12.2006)

154.
Lo Sdi e la massa critica
(4.12.2006)

153.
Caro Punzi
(28.11.2006)

152.
Il diabete dell’ateo devoto
(27.11.2006)

151.
Alasciarli dire, a lasciarli fare
(24.11.2006)

150.
Il metodo di Antonio Socci
(23.11.2006)

149.
Salvo forellini
(22.11.2006

148.
L’olio e le erbe medicamentose di San Francesco
(20.11.2006)

147.
Chissà se il mercato globalizzato accetterà l’authority della Chiesa
(15.11.2006)

146.
La Curia di Bologna
(10.11.2006)

145.
Simpatica carognetta
(8.11.2006)

144.
Una sana competizione inter-religiosa
(23.10.2006)

143.
Lo spazio dove stanno i radicali
(17.10.2006)

142.
Si accettano scommesse
(12.10.2006)

141.
Capolavoro di ipocrisia!
(10.10.2006)

140.
La radice dell’antisemitismo è più cristiana o più musulmana?
(9.10.2006)

139.
Nessuna paura d’aver paura
(5.10.2006)

138.
Nessuna costrizione nelle cose di fede?
(2.10.2006)

137.
“Lucidamente Piergiorgio Welby chiede…” 
(29.9.2006)

136. 
Ipotesi su Milingo
(27.9.2006)

135.
Ohilà, nequiziosi!
(26.9.2006)

134.
Come il tassidermista riempie di paglia la carogna
(25.9.2006)

133.
Ignoranza o mistificazione?
(21.9.2006)

132.
O secolarizzazione o violenza
(19.9.2006)

131.
Un tranquillo weekend di paura
(18.9.2006)

130.
La teologia nell'universitas scientiarum
(14.9.2006)

129.
“In fondo la Cisa vende serrature”
(13.9.2006)

128.
Limature
(12.9.2006)

127.
Auflegen, befehlen o gebieten?
(11.9.2006)

126.
Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia
(6.9.2006)

125.
James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre
(5.9.2006)

124.
Il caso Robert Lanza, ennesima svista del Foglio
(1.9.2006)

123.
Caro Pullia
(31.8.2006)

122.
Pannella si è fermato a Bose
(29.8.2006)

121.
Dobbiamo avere una grande pazienza
(28.8.2006)

120.
Trittico libanese
(24.7.2006)

119.
Schola Scholae
(19.7.2006)

118.
“Drogarsi non è un diritto”
(14.7.2006)

117. 
Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
[con Federico Punzi]
(6.7.2006)

116.
Comunitari o liberal?
(29.6.2006)

115.
Di cani e di figli
(27.6.2006)

114. Una fiction, neh
(23.6.2006)

113. Signore, signori, malgiogli assortiti...
(21.6.2006)

112.
Lobby? Andiamo piano con le parole
(16.6.2006)

111.
“Talora la stampa si presta…”
(13.6.2006)

110.
Negli assolutismi accade
(8.6.2006)

109.
La “libertà di vietare”
(7.6.2006)

108. Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile
(30.5.2006)

107.
Rispiegare la modernità?
(26.5.2006)

106.
Zuavi in Parlamento
(22.5.2006)

105.
A chi spetta?
(19.5.2006)

104. Ancora su Marcello Pera
(18.5.2006)

103.
Dopo la famiglia, lo Stato
(16.5.2006)


102. Occhio, fratres!
(8.5.2006)

101. Diciotto volte Emma Bonino, fino alla fine
(5.5.2006)

100. 
Il cardinal Martini e la "resa alla modernità"
(2.5.2006)

99.
Un'altra trappola: il Manifesto di Euston
(27.4.2006)

98.
Faranno al cardinal Martini un trattamento alla Milingo?
(24.4.2006)

97.
Dopo Rocca, Ferrara manda Bellasio
(21.4.2006)

96.
"C'è un'Italia reale e un'Italia virtuale"?
(19.4.2006)

95.
I piccoli exit poll di Christian Rocca
(13.4.2006)

94.
Il giorno dopo
(11.4.2006)

93.
Viva Romano Prodi!
(10.4.2006)

92.
Lectio magistralis
(5.4.2006)

91.
Not negotiable
(4.4.2006)

90.
L'Appello a Prodi: il bluff della guerra civile
(31.3.2006)

89.
Il gentilissimo Christian Rocca
(28.3.2006)

88.
Bastardo sarà lei!
(27.3.2006)

87.
Ruini non fa ingerenza, rimanda a quella di sempre
(21.3.2006)

86.
Divertente come la catastrofe
(20.3.2006)

85.
Mutua comprensione tra integralismi?
(13.3.2006)

84.
Benedetto figliolo!
(7.3.2006)

83.
Quel che trattiene Magdi Allam
(1.3.2006)

82.
Vieni, Gunther, qui c'è un albero, è un pero
(27.2.2006)

81.
Un editoriale che vorrei lasciare incompiuto e senza titolo
(21.2.2006)

80.
Cavar soldi dal “matto”: in Vaticano ci si fa un pensierino
(17.2.2006)

79.
Escludendo che monsignor Maggiolini si sia presa una cotta per la Bonino
(9.2.2006)

78.
La questione è la libertà di espressione
(7.2.2006)

77.
Si tratta pur sempre di un sant’uomo
(1.2.2006)

76.
“La verità, vi prego, sulla carità”
(31.1.2006)

75. Ci dica l’ottimo Panebianco…
(23.1.2006)

74.
La figlia del console
(19.1.2006)

73.
Ratzinger e il decalogo
(18.1.2006)

72. “Il vero Israele” 
(17.1.2006)

 

71. Una dimenticanza di Angelo Panebianco

(16.1.2006)

70. Bonino o Santanché?
(10.1.2006)

69. Niente antidepressivi, grazie!
(4.1.2006)

68. “Ah, se Dio sopprimesse i peccatori!”
(2.1.2006)

67. Del Concilio Vaticano II non avete capito niente, gonzi!
(27.12.2005)

66. Un’altra mina l’Occidente: la pornografia
(23.12.2005)

65. “Fratello spermatozoo”
(20.12.2005)

64.
La mia superstizione è migliore della tua
(19.12.2005)

63. Riforma della Curia, anno 0
(14.12.2005)

62.
La goccia di veleno
(12.12.2005)

61. Non lo fo’ per piacer mio…
(Lettera aperta a Carlo V)
(6.12.2005)

60. Venerdì, sabato e domenica
(5.12.2005)

59.
Contrordine, figlioli, il limbo è una cazzata!
(2.12.2005)

58.
Tomista quanto non mai, il Ratzinger. Anzi assai tomo.
(28.11.2005)

57. Il seminarista sia munito di certificato medico

(24.11.2005)

56. Scherziamo? Scherziamo
(21.11.2005)

55.
La pazienza degli italiani
(17.11.2005)

54. Il fuoco amico di Croce e Gramsci
(16.11.2005)

53. Marcello Pera, croque-mort
(15.11.2005)

52. Semo romani, damose da fa’
(11.11.2005)

51. Coi soldi di Sir Templeton
(8.11.2005)

50.
La Chiesa è sempre uguale a sé stessa
(27.10.2005)

49. Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?
(20.10.2005)

48.
Sua Santità, Anacoluto I
(17.10.2005)

47.
Un dubbio: mettere in dubbio il dubbio?
(14.10.2005)

46.
Capriccio
(10.10.2005)

45.
Buona conversione!
(7.10.2005)

44. Se il legislatore non è un fesso (e non è un fesso)
(4.10.2005)

43. L’orecchio di Dionigi
(29.9.2005)

42. Fiuggi: i tg di prima sera non possono più glissare
(26.9.2005)

41. La colomba e il leopardo
(21.9.2005)

40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
(19.9.2005)

39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
(15.9.2005)

38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
(12.9.2005)

37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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