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malvino
il blog di Luigi Castaldi


Diario


30 dicembre 2007

(1) e (2)

Fatevi una risata, vi offro due opzioni.

(1)
Me l’ha raccontata Ginevra, mia figlia: “Quell’anno, al Polo Nord, le cose andavano malissimo. Babbo Natale era bloccato a letto per una sciatalgia. Le renne avevano tutte la cacarella. Per uno sciopero delle Poste Artiche le letterine dei bambini erano bloccate in Groenlandia. E la slitta, infine, non si trovava: non c’era verso di capire dove fosse stata messa l’ultima volta. Quand’ecco che arrivò un angelo e disse: «Ho portato l’abete. Dove devo metterlo?». Fu così che nacque l’usanza di piazzare un angelo in cima all’albero di Natale”.

Moscia, vero? Rimane la seconda, non disperate.

(2) La racconta Sandro Magister: L’incontro è previsto in primavera. E avverrà tra Benedetto XVI e una delegazione dei 138 musulmani autori della lettera aperta «Una parola comune tra noi e voi» indirizzata al papa e ad altri capi cristiani lo scorso ottobre. […] Ma le difficoltà da superare restano comunque grandi. Lo scambio di lettere tra il cardinale Bertone e il principe di Giordania evidenzia che le due parti non sono affatto concordi…”.
Cosa non convince la parte cattolica? Presto detto: “La lettera dei 138 non è chiara e, anzi, alcuni dei suoi firmatari si dicono per niente interessati a discutere di libertà di coscienza, di uguaglianza tra uomo e donna e tra credente e non credente, di distinzione tra potere religioso e politico, insomma di quelle conquiste dell’Illuminismo che la Chiesa cattolica ha fatto proprie ma che l’islam è ancora lontano dall’accogliere”.

 




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30 dicembre 2007

Cinque splendidi post

(in ordine alfabetico)

Anskij
Bioetica
Cantor
Formamentis
Galatea




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30 dicembre 2007

Chi l'ha visto?

Quando in Vaticano fu chiaro che la guerra in Iraq fosse inevitabile e prossima, ci si preparò a salvare il culo di Tarek Aziz, concordando con lui le mosse da fare: al riparo da ogni occhio indiscreto, ovviamente, perché riuscire a salvare il culo a chi è stato per più di vent’anni il braccio destro di un sanguinario criminale, e salvarglielo solo perché è cattolico, può dare scandalo, per esempio a chi non sa quanto potente sia la fede, e lo scandalo è sempre da evitarsi, ché corrompe l’ingenuità dei semplici e guasta il sangue agli ipocriti. Poi, sì, certo, come no, bisogna essere un giudice – anzi, un giudice iracheno – per potersi esprimere con piena cognizione di causa: probabilmente si può essere per decenni la persona cui Saddam Hussein concede la massima fiducia, mantenendo l’animo lindo e la coscienza intatta, mentre curdi e sciiti prendono un colorito verdognolo aspirando gas nervino. E questa potrebb’essere la specie della provvidenza toccata a Tarek Aziz, cattolico (per quanto caldeo). Come fa un giudice iracheno a non tener conto di questa eccezione, se informato da un americano informato dal Vaticano? D’altronde, se sei un americano e dallo spioncino vedi uno che nella sua cella si fa il segno della croce e prega nella stessa posa del tuo presidente, qualcosa dentro ti si squaglia, inevitabilmente.

Qualche mese fa, padre Jean-Marie Benjamin raccontava: “Il 14 febbraio 2003 accompagnavo Tareq Aziz e la delegazione irachena per l’incontro con Papa Giovanni Paolo II. Arrivato con la delegazione irachena presso la biblioteca del Papa, mi fu impedito di entrare(beppegrillo.it, 25.9.2007).
Ma, si sa, l’occhio indiscreto sta sempre dove meno te lo aspetti. Sicché, meno di due anni dopo quell’incontro, la cosa era almeno subodorata: “La secolare abilità diplomatica vaticana sembra essersi […] dispiegata, negli ultimi tempi, in favore di un […] personaggio di alto calibro: l’ex vice presidente iracheno Tarek Aziz, cattolico caldeo, […] oggi in carcere in attesa di processo. Parte da questa considerazione l’aspra quanto insolita critica registrata nei giorni scorsi sulla stampa di un paese che non ha certo interesse a mettere la Santa sede fra i propri nemici giurati: l’Iran. Il Teheran Times ha ospitato il 17 gennaio una durissima reprimenda contro l’atteggiamento del Vaticano a causa dei presunti sforzi diplomatici verso le autorità americane e irachene per il rilascio di Tarek Aziz. Il giornale della capitale iraniana ricorda le nefandezze del regime saddamita e le responsabilità di Aziz, uno dei leader del partito Baath per 35 anni. Ma proprio il Baath, garantendo una laicità dello stato iracheno, aveva per anni protetto la comunità cristiana a dalle violenze dell’integralismo sciita, consentendole una vita florida negli anni bui della dittatura: questo lascerebbe pesare a una plausibilità dell’atteggiamento vaticano nei confronti del numero 2 dell’ex regime” (lettera22.it, 19.1.2005).
Che fine ha fatto Tarek Aziz? Chi l’ha visto?

Qualcuno, tempo fa, azzardava: “Tarek Aziz ha ottenuto la libertà in cambio della sua testimonianza contro Saddam Hussein? È quello che sembra di capire. Non ci sarebbe di che sorprendersi: su di lui si è mantenuto il massimo riserbo, fin da subito, dopo la sua cattura” (monument.nu, 16.10.2005).
Macché, troppo presto. Si sarebbe visto dinnanzi alla corte, poco dopo, in pigiama, ma poi precipitare ancora nel riserbo piuttosto che nella botola che il boia ha aperto sotto i piedi di Saddam Hussein. Chi l’ha visto?




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29 dicembre 2007

[...]

“Mi sto impicciando della coscienza altrui? Sono diventato un mestierante dell’opinionismo, e di quelli brutali? Dovrei prenderla più bassa, invece di provocare botti emotivi? Dovrei guardare meglio e con più calma dentro di me, dubitare della mia esperienza e competenza e attitudine a dire quel che mi sembra di pensare senza troppi complimenti?” ( * )


Sicuramente. Ché non se ne può più.




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29 dicembre 2007

Bye, puf!

Ne ho già parlato qualche mese fa, ma l’e-mail di un lettore mi ci fa ritornare, seppure in modo più sintetico perché sono a poche ore dalla partenza per qualche giorno di riposo sul Bel Danubio Marrone – e questa valga come comunicazione di servizio, perché non veniate inutilmente qui nei prossimi 4 o 5 giorni.

In breve: c’è un trucco logico, spesso usato dai chierici e dai loro servi laici, che mira a pretendere dal principio di tolleranza l’accettazione di un confronto con quanto nella sostanza insidi la tolleranza fino a negarla; se il confronto è negato, ecco che il principio di tolleranza sarebbe in contraddizione, svelando un intrinseco difetto, ergo...
Sei democratico? Non puoi negare a un partito antidemocratico di presentarsi alle elezioni. Credi nella libertà di pensiero e di parola ? Non puoi negare la parola a chi pensa che quella libertà sia da abolire o limitare: gli negheresti libertà di pensiero e di parola, quindi agiresti contro lo stesso principio nel quale credi per difenderlo. Sei – come si dice – relativista? Non puoi negare dignità di posizione legittima a chi promuove la sua verità come assoluta: che, cioè, di verità ce ne sia una sola, la sua appunto, guarda caso.
Conclusione? I sistemi democratici e tolleranti sarebbero deboli o contraddittori per loro stessa natura, quelli antidemocratici e illiberali sarebbero coerenti e forti.

Io penso che questo argomentare sia specioso. Tolleranza e democrazia devono sapersi difendere da quanto li minacci: essere intolleranti con gli intolleranti è solo un apparente paradosso, costruito ad arte da chi ha qualche interesse a legittimare la sua intolleranza verso chiunque non la pensi come lui, cioè tutti gli altri; “essere intolleranti con gli intolleranti” non significa essere intolleranti, perché lascia a tutti un diritto che dev’essere difeso da chi non lo accetta per tutti, ma solo per sé stesso.
Anche se non sono d’accordo con te, sarei disposto a dare la mia vita perché tu possa esprimere le tue opinioni e farle eventualmente prevalere rispetto alle mie, per forza degli argomenti o del numero; ma, se esse non contemplano un analogo sacrificio da parte tua, ti incenerisco.
E pensa pure che so’ cattivo, strepita pure che sono giacobino, che sto portando al fanatismo repressivo la mia idea di libertà fa niente, bye, puf! 




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28 dicembre 2007

Urgerebbe apposita avvertenza

“Takashi Saiko, aveva già trovato il nome da professionista, Takitaizan: un cambio rituale che segna il passaggio al gruppo di combattenti, ma è crollato sul dohyo, il tappeto circolare delle gare, prima di fare sul serio. […] Anche senza incidenti, la vita media del lottatore è tra i 60 e i 65 anni, dieci in meno rispetto alla media nazionale. Hanno spesso problemi di diabete e di pressione e gli infarti non sono rari” (andbeat.net, 2.9.2007).


Il sumo uccide.




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28 dicembre 2007

[...]

Sì che accettiamo la sfida. Presenteremo un programma alternativo che dovrebbe essere accettato nella sua interezza. Se così non fosse il nostro voto sarebbe contrario”

Accettereste consigli sull’economia, per esempio, da uno che non è riuscito a consigliare alla moglie come evitare una bancarotta fraudolenta?




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28 dicembre 2007

Si sente molto embrione, ha una gran pietà di sé stesso...

                         

Devoto-Oli (ed. 2008), pag. 1736:

moratoria (mo-ra-tò-ria) s.f. 1. Sospensione della scadenza delle obbligazioni, disposta con provvedimento legislativo, in casi eccezionali e con riferimento ad eventi straordinari tali da turbare il normale svolgimento dei rapporti economici e sociali. 2. estens. Dilazione, sospensione: m. nucleare

Sospendere, mediante provvedimento legislativo, la possibilità dell’interruzione di una gravidanza secondo i modi, ed entro i limiti, contemplati dalla vigente legge 194/1978: una moratoria contro l’aborto è questo – non altro. La chiede chi, per mesi e mesi nel corso della campagna referendaria sulla legge 40/2004, giurava che mai e poi mai avrebbe messo in discussione la 194. Li ricordate i fiammeggianti editoriali in cui Giuliano Ferrara respingeva, indignato e pure un poco offeso, l’insinuazione – era un’insinuazione? – che, dopo aver vietato (o almeno aver reso praticamente impossibile) l’avere un figlio ad una donna che lo volesse, si sarebbe passato all’imporre di avere un figlio ad una donna che non lo volesse (o non potesse permettersi di averlo contro la propria salute fisica o psichica)? Giurava e rigiurava che mai il suo giornale...
Eccolo lì, adesso. Giochicchia con le e-mail di adesione alla sua sontuosa cazzata, l’ennesimo scapricciamento per tappare il buco della sua dolorosa noia esistenziale, compiacendosi e sguazzandoci dentro come un bambino nella vasca nella quale galleggiano barchette e paperelle, un Mantovano, un Risè, un Sermonti…
Si sente molto embrione, ha una gran pietà di sé stesso, si manca e cade in alto, cazzeggia e parapontifica, fa una dieta da sdentato e affila i denti… Sta preparando una conversione che sia un evento da riempire due o tre numeri di fila dei settimanali, qua un colonnino, lì un’intervistuccia, vedrete che non si negherà nemmeno a TV Sorrisi & Canzoni e a Mani di Fata, dirà che è stata una folgorazione sulla via che dal Lungotevere va al Testaccio… Dirà che ha visto Cristo, ma ovviamente nel massimo fulgore della sua potenza, sennò potrebbe scambiarlo per un mendicante che gli vuole sfilare un euro.
D’intanto, sta davanti al nuovo guardaroba, ha messo da parte una collezione di obesi cattolici – San Tommaso, Chesterton, chissà quale altro mistico iperglicemico o di fibrillante visionario – e sta decidendo che corpaccione indossare per il nuovo cambio di muta. Gli starà meglio un saio da domenicano taglia XXXL o un panciotto con l’orologio a cipolla nel taschino?




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28 dicembre 2007

Siate buoni, sono solo un blogger

Intorno alle 14.30 dovrebbe andare in onda, su Radio Radicale, lintervista che ho chiuso un’ora fa con Dino Marafioti.




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27 dicembre 2007

A integrazione di un biglietto d'auguri ("Il buio dei tempi...")

                                            

                                                                                                                                                                                                     a M.B.

“Avevo deciso di non rispondere, ben sapendo come il tempo assai più della ragione sia necessario a farvi rientrare in voi stesso…”
, ma poi, sollecitato da comuni amici, si decide a farlo, anche se con due mesi e passa di ritardo, tra il dicembre del 1675 e il gennaio del 1676. Lo fa sforzandosi di pensare “più a quel che eravate prima che a quel che siete ora”, e senza nascondergli lo sforzo; senza nascondergli neppure il proprio scetticismo sulla possibilità che egli possa, avvalendosi della “retta ragione”, disinvischiarsi dalla “esiziale superstizione” che lo “ha stregato a tal punto da farvi credere di divorare e di contenere nei vostri intestini l’infinito e l’eterno”.
Baruch Spinoza sa che della “retta ragione”, al pari d’ogni cattolico, il giovane Albert Burgh non sa più cosa farsene: nella sua lunga lettera del 3 settembre, com’è di regola per un neoconvertito, Burgh non s’è trattenuto – mischiando lusinga e rampogna – dal compiangere e deplorare il filosofo, “perché, da uomo d’ingegno qual siete, dotato da Dio di preclare doti intellettuali e amante, anzi avido della verità, tuttavia siete circuíto da quello sciagurato e superbo principe degli spiriti maligni e vi lasciate da esso ingannare”. Spinoza è uomo mite, ma a tutto c’è un limite: “Voi, poveretto, avete pietà di me?”.
A chi gli ha somministrato il solito pippone apologetico sulle “proprietà che sono essenziali e veramente inseparabili dalla Chiesa cattolica”, ponendo un vibratile accento su “infallibilità” e “irriformabilità”, Spinoza chiede: “Credete di dimostrare matematicamente l’autorità della Chiesa di Roma?”.
Dove quello insiste sull’“autorità, sicurezza e verità” che sarebbero nelle prerogative della Chiesa di Roma riguardo a quanto è nel magistero della fede, Spinoza replica: “Cessate dal dare il nome di misteri ad assurdi errori e dal confondere ignominiosamente ciò che ci è ignoto e non ancora scoperto con ciò che si dimostra essere assurdo, quali sono gli orribili arcani di questa Chiesa, che quanto più ripugnano alla retta ragione, tanto più voi credete trascendere l’intelletto”.
Dove il giovane Burgh gli indica “l’ordine ammirevole che dirige e governa il corpo immenso della Chiesa” come a prova che “essa sia in modo tutto particolare dipendente dalla Divina Provvidenza”, Spinoza gli consiglia di “esaminare la storia della Chiesa (nella quale vi trovo ignorantissimo) per rendervi conto di quanto siano false molte tradizioni”.
E, dove quello pensa di poter dimostrare che “la sua amministrazione sia mirabilmente disposta, protetta e diretta dallo Spirito Santo” per il solo fatto che “la gerarchia ecclesiastica raggiunse quella vastità di potenza che oggi è possibile ammirare”, Spinoza verga tre righe da scolpire: “Ammetto che l’ordinamento della Chiesa romana, da voi tanto lodato, è politico e lucroso; e non crederei che ve ne sia uno più adatto ad ingannare il popolo e a domare l’animo della gente, se non esistesse anche la Chiesa maomettana”.
Questo, a quei tempi, il modo migliore per mandare a cagare un cretino.




[già postato qui]




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27 dicembre 2007

Un occhio di riguardo per i pivelli

Finora non ho commentato neanche un post del sub-blog che ha come titolo Diario di una dieta speciale, ospitato da qualche giorno su Camillo, e per una ragione molto semplice: penso che non sia giusto dare giudizi su un blogger di primo pelo, soprattutto se la qualità dei suoi post è scadente. Gli esordienti meritano che si chiuda un occhio se necessario. Ci siamo capitati tutti, peraltro: agli inizi non si padroneggia mai bene il mezzo, più che scrivere si scacazza, anche quando si possa avere una qualche precedente esperienza di scrittura d’altro genere, chessò, depliant, volantini, paralogismi e il ghost-writing per committenti tipo Cetto Laqualunque.
Una volta tanto, ha ragione Mario Adinolfi: Nei media c’è una guerra in corso. C’è chi crede che questi giornali e questa tv in mano a pochi, pochissimi, con un pubblico ancora numericamente prevalente, ma che va sempre più riducendosi, continueranno a dominare lo scenario e ad esprimere autorevolezza e potere; c’è invece chi ha scoperto, nel pubblico, di potersi riappropriare del proprio ruolo di essere pensante facendosi media egli stesso, senza intermediari. È un conflitto mediatico e, ovviamente, un conflitto politico…”; poi, come sempre, si perde e dice cazzate, ma qui ha ragione.

Ma torniamo a noi:
finora non ho commentato neanche un post di questo attempato adolescente che da qualche inciso lascia chiaramente intendere che non abbia avuto abbastanza calci in culo da suo padre, buonanima. Costui finge una sorta di sereno distacco verso il fatto che la ragione sociale del suo blogging non abbia ancora avuto risonanza universale: “Non sapevano niente. Non ho detto loro niente. Trovo bellissimo questo. […] Si può anche non saperne niente, e stare tranquilli, pur essendo vicini alla persona e al suo giro di affetti e di interlocutori. Niente ricatti psicologici, solo una tignosa allegria…”.
Questo sub-blog, insomma, non è subito un must, non è di già un cult, ma diciamo che non importa, al sub-blogger non dispiace più di tanto, dice; anzi, trova addirittura stuzzicante che “due cari amici [dicasi: “amici”] pranzavano all’aperto sulla spiaggia, un ristorantino molto carino e senza pretese. Sono lettori attenti [dicasi: “attenti”] del Foglio e del Corriere, e spettatori del Tg1, ma continuavano a chiedermi perché bevessi il tè e non mangiassi con loro”. Non gli avevano fatto accesso. Porc… “Trovo bellissimo questo”.

Vedrete, il pivello si farà. A meno che non gli prenda l’impazienza di diventare subito una blog-star – come Luca Sofri, per esempio – e, scoraggiato, smetta. Il fatto è che c’è una grande differenza tra vendere copie di un depliant o di un volantino – per giunta pagato col denaro pubblico, come organo di chissà quale aborto malformato di inesistente partito politico (avete notizia di questa cazzarola di Convenzione per la Giustizia?), poco letto come dimostra l’aneddoto in riva al mare – e fare il blogger: che è invece lavoro duro, serio, con tanti rischi e senza nessun industriale del latte che ti porti mai una valigetta…
Dice bene Mario Adinolfi, una volta tanto: élites spocchiose assise su un trono in disfacimento…”
; ma poi si perde.




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27 dicembre 2007

Paris Hilton diseredata?



Nel caso, manco si potrà dire che si ritroverà in mutande.




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27 dicembre 2007

Alla merovingia

                                

È davvero sorprendente – ma forse no, non lo è affatto, tenuto conto dei tempi – che un ometto pavido, mediocre e conformista come Nicolas Sarkozy possa apparire un “uomo nuovo”, coraggioso e forte, artefice di una “rottura” alla quale ispirarsi, solo in virtù di quelle due o tre accattivanti spregiudicatezze di cui è stato finora capace. Lo conoscevo poco, prima del suo discorso nella Basilica di San Giovanni in Laterano; ma credo di aver colmato la lacuna con la complicità di questa settimana di ferie natalizie, nella quale ho potuto raccogliere un po’ di materiale sul suo conto, dagli intrallazzi di avvocato alla sua compiuta formazione di uomo politico di destra (se può dirsi compiuta con l’aver raggiunto l’apice della carriera che sta nell’empireo fantasmatico di ogni buon tronfio borghese francese di destra vecchio stile, ma con un figo new look), dalla sua tattica politica (la strategia, in questi casi, è fuor di discussione: è sempre l’ordine pubblico) alla sua burrascosa vita sentimentale (da narcisista che cerca nelle donne la promessa di un ritorno di rimbalzo del suo investimento libidico, e ogni volta gli si spezza l’elastico).
Ma non sarà la biografia l’oggetto di questo post, se non incidentalmente; miravo a capire cosa ci fosse dietro le atroci stronzate dette da quest’uomo a Roma – per quello ero partito, interessandomi di lui – e a quello volevo ritornare: al suo substrato antropologico o, se mi si concede il colore, a che merda d’uomo potesse corrispondere quel consegnare i laici di Francia alla cura dei chierici di Roma. Cura intera, ovviamente, perché cura della morale: e senza morale un uomo di destra difficilmente riesce a mantenere l’ordine pubblico, se non con l’esercito, le camere di tortura e la garrota.

Sto cercando di dire che la destra è posizione intrinsecamente antiliberale? E allora – chiederete voi – com’è che tanto liberalismo è stato, è e forse sarà sempre accanto a quella che, stando a sentire te, sarebbe comunque una mezza specie di fascismo? Risposta: perché c’è rimasto, ci rimane e forse ci rimarrà sempre invischiato per un’alleanza obbligata, per non perire, sotto questa o quella mezza specie di comunismo. Opportunismo cinico? Sarà questa la spregiudicatezza morale e ideale che così spesso si rimprovera al liberalismo? Io sono dell’opinione che “primum vivere, deinde philosophari” sia un’impellenza sempre degna: somiglia all’istinto di conservazione, vi pare?
Ma ritorniamo a quella grande merda d’uomo di Sarkò.

[Signor censore, sia buono: sembrano – mi rendo conto – toni sprezzanti e offensivi, ma invece c’è tanta simpatica ironia dentro, le giuro su Dio, come dimostra il fatto che usavo il suo nomignolo per marcare una affettuosità di fondo, diciamo.]

Nel suo discorso nella Basilica di San Giovanni in Laterano – l’avrò riletto almeno una mezza dozzina di volte in questi giorni – Sarkò dice, essenzialmente, che:
(1) “esiste incontestabilmente una morale umana indipendente dalla morale religiosa”; ma che
(2) “la Repubblica ha interesse a che esista anche [si badi bene: “anche”] una riflessione morale ispirata alle convinzioni religiose”. E perché? Perché
(3) “la morale laica rischia sempre di esaurirsi o di trasformarsi in fanatismo quando non è appoggiata a una speranza che colma l’aspirazione all’infinito”; che poi sarebbe quel genere di speranza che è intrinsecamente legata alla fede, mentre la morale laica è
(4) “sprovvista di legami con il trascendente”. E quindi? Quindi c’è da augurarsi
(5) “l’avvento di una laicità positiva, cioè di una laicità che, pur vegliando alla libertà di pensare, a quella di credere o di non credere, non consideri le religioni un pericolo, ma piuttosto un punto in favore”.
Il punto in favore sarebbe – è stato già detto in (3) – quello di evitare che la morale laica si esaurisca o diventi fanatismo; eppure sappiamo bene che la morale provvista di legami con il trascendente ha fin troppo spesso dimostrato di non essere da meno, anzi. Sennò, perché la morale laica dovrebbe vegliare sulla minaccia alla libertà di pensare, di credere (eventualmente anche in una fede diversa da quella cristiana) o di non credere?

Cominciano a delinearsi alcune contraddizioni interne a questo argomentare – diciamo alla merovingia:
(a) per evitare che la morale laica possa degenerare in fanatismo c’è bisogno che a guidare la Repubblica ci sia “anche” una morale religiosa, che però, guarda caso, non è al riparo da quella stessa degenerazione; inoltre
(b) c’è da risolvere, in questa auspicata convivenza di morale religiosa e di morale laica, il problema del non raro conflitto tra le due: chi deve avere la meglio nel caso che esse siano irriducibili sulle loro posizioni?
Per esempio, come potremmo trovare una via d’intesa (ammesso che la morale religiosa sia disposta a negoziare su quanto definisce “non negoziabile”) sull’aborto, sulla fecondazione assistita, sui diritti delle coppie di fatto (eterosessuali ed omosessuali), ma anche solo sull’informazione riguardo ai mezzi contraccettivi tra gli strati di una popolazione più a rischio per gravidanze non desiderate?

Non c’è bisogno che Sarkò ci dica come si faccia in Francia: lo sappiamo e per parecchie cose, infatti, invidiamo la Francia (tra le eccezioni il suo attuale presidente della Repubblica). Ma, quando la morale religiosa ha gli strumenti per spuntarla sulla morale laica (leciti quando è forte di una maggioranza che si ritiene comunque autorizzata a negare certi diritti alle minoranze, addirittura negandoli come diritti; e illeciti, o almeno scorretti, le volte che è sostenuta da una minoranza che definisce la democrazia “dittatura della maggioranza”), come difendiamo il principio (tipicamente laico) che non si debba imporre a tutti un bene, presunto tale da una morale che si sente in diritto e in dovere di farsi universalmente magisteriale?
Delle due, una – ed entrambe contro ogni “anche”: o soffre il magistero o soffre il principio di autodeterminazione dell’individuo. Il quale, in questo secondo caso, può solo prenderselo nel culo e beccarsi tutto quanto gli impone la morale religiosa; la quale, se riesce a ispirare il legislatore (sappiamo i modi: dagli intrallazzi della Curia alle discese dello Spirito Santo sui banchi parlamentari), tradurrà il suo contributo, che le viene (oh-là-là!) dal trascendente, in imposizioni e vessazioni molto, molto, molto immanenti.

E allora, signor canonico onorario, che blatera? Si prenda dai signori cardinali gli ovvi applausi e l’assoluzione per i tuoi personali peccati veniali e mortali, e se ne torni in Francia. Non sappiamo esattamente come si dica dalle sue parti, qui da noi si dice: si levi dal cazzo.




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27 dicembre 2007

[...]

Mi onoro dell’amicizia di Edoardo Camurri, filosofo e pubblicista, persona buona e intelligente, sensibile e onesta, dall’arguzia assai morbida e dalla rara disinvoltura nelle profondità di tutti i tipi e i generi. Da amico ho l’obbligo di prenderne le difese dall’attacco volgare e gratuito che Aldo Cazzullo – nomen omen – gli sferra dalle pagine di Magazine (52/2007, pag. 18). Giudicate voi.

Antefatto. Il Cazzullo ha scritto un libro – capita da chi meno penseresti – e il Camurri lo ha recensito. Non ho letto il libro del Cazzullo (non ho mai troppo tempo da sprecare sulle pagine di un giornalista qualsiasi, sennò – giuro – leggerei tutto di tutti); né ho letto la recensione del Camurri (mi scuso con Edoardo, dev’essermi sfuggita), nemmeno per documentarmi prima di accingermi a scrivere questo post (non era necessario, come mi auguro di poter dimostrare).
Fatto sta che al Cazzullo la recensione del Camurri non dev’essere piaciuta. E cosa scrive?
Scrive: “Avrei voluto ricambiare, ma il suo libro sull’Italia non l’ho neppure aperto…”: ecco il punto, il Cazzullo sta per dir la sua sul Camurri e sul suo libro (bellissimo, ve lo consiglio) senza averlo neppure aperto; e così prosegue: “… Mi ha inibito la nota autobiografica in cui Camurri si definisce: filosofo. Non studente di filosofia, o laureato in filosofia. Proprio: filosofo. Come Kant e Hegel. «Me’ cojoni!» non ha potuto trattenersi il cronistaccio. E ha posato il tomo”.

Be’, basta pochissimo – credo – per difendere il mio amico filosofo: basta dire che pure Kant e Hegel avranno inibito qualche cronistaccio a loro contemporaneo; e la filosofia non ne ha subito danno.




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27 dicembre 2007

Pregiudizio contro pregiudizio

Avevo immaginato – a torto – che fosse stato proprio l’uomo ora indicato come il quasi certo assassino di Iole Tassitani a mettere sulla falsa pista dei rapitori di origine nord-africana le forze dell’ordine impegnate nella ricerca della donna, poi risultata tragicamente vana. Nei giorni subito dopo la scomparsa della vittima (s’è accertato che è stata uccisa quasi subito dopo il rapimento), le cronache raccontavano di trattative tra i rapitori e la famiglia della rapita a mezzo di sms in partenza e in arrivo sul telefono cellulare di questa: quando tv e giornali hanno indicato in un italiano il responsabile della sequenza criminosa, avevo immaginato – a torto, dicevo, e qui lo ripeto – che l’uomo avesse sviato carabinieri e polizia con la falsa pista più invitante (se mi è concesso l’aggettivo), di questi tempi, in terra padana.
Una banda di marocchini: nessuna arte di scuola sarda o calabrese, riscatto chiesto relativamente esiguo, da rapitori morti di fame, feroci e fessi come ogni buon xenofobo della Padania immagina i barbari invasori.

In buona o in cattiva fede, uno si costruisce, chessò, sui trevigiani – per colpa di un sindaco e dei suoi deliri, per esempio – lo stesso genere di pregiudizio che nutre qualche trevigiano – orgoglioso dei deliri del suo sindaco. Pregiudizio contro pregiudizio: i marocchini sono tutti criminali e i trevigiani sono tutti razzisti.
Mea culpa, ma fino a un certo punto: la pista della banda di rapitori marocchini – apprendo – s’era aperta per la testimonianza di un tervigiano che aveva visto Iole Tassitani salire su (o essere spinta dentro) un’auto guidata da un extracomunitario; testimonianza viziata da un artefatto che, mi pare evidente, dev’essere stato causato da qualcosa che, se non è razzismo, ne è una sottospecie. Perché la faccia del rapitore – e mi auguro che questo mio non sia ancora un pregiudizio – ha senza dubbio quasi niente di nord-africano.




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26 dicembre 2007

Un professionista

                              

Forse non tutti sanno che Lucio Dalla è un cattolico coi controcazzi. Io, per esempio, che ho carenze culturali di ogni genere, non lo sapevo. Ma per fortuna ho avuto modo di tappare il buco, stasera, grazie all’intervista che l’illustre artista ha recentemente rilasciato a Papanews.it.
Qui apprendo che Lucio Dalla: (1) è affiliato all’Opus Dei; (2) pensa che “la vita va difesa sempre e comunque, dal suo momento iniziale sino alla fine naturale”; (3) cerca – dice “cerco”, e questo è molto bello perché implica una gran modestia – cerca, dicevo, di “contrastare ogni forma di ateismo e di secolarismo, fenomeni che, lamentabilmente, mortificano purtroppo i nostri tempi”; (4) trova “ineccepibile” l’enciclica Spe salvi di Benedetto XVI; (5) va matto per i canti gregoriani e per la “Messa tridentina”. Perfetto, ho sanato un’altra lacuna, ché non si smette mai di imparare.

Una cosa, però, non mi convince in questa edificante intervista, precisamente al punto dove Lucio Dalla afferma: (6) “Non sono mai stato né marxista, né comunista. Se mi sono esibito alle manifestazioni di sinistra è perché sono un professionista: gli organizzatori mi hanno pagato ed io ho cantato. Punto”.
Sarà, non voglio mica mettere in dubbio, però, in quel troiaio che è Wikipedia leggo:
“«Bologna 2 settembre 1974 (dal vivo)» è un album del 1975 di Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Maria Monti e Lucio Dalla. […] Il disco racchiude una parte del concerto effettuato dai quattro artisti al Festival Nazionale dell’Unità il 2 settembre 1974 a Bologna. […] Molto interessanti sono le presentazioni alle canzoni effettuate dai cantautori, ad esempio quella di Lucio Dalla che spiega «Itaca» come una metafora della ribellione del proletariato (i marinai di Ulisse) agli industriali (appunto Ulisse)”. Non vorrei essere in errore, ma mi pare che la cosa non collimi esattamente con quel “…mi hanno pagato ed io ho cantato. Punto”, ché mettere il mito allincasso della lotta di classe mi pare proprio da comunista, anzi, da comunista un poco merdoso.
Però, tra Wikipedia e Lucio Dalla, io non ho un attimo di esitazione: credo a Lucio Dalla, perché è un professionista.




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26 dicembre 2007

Das Wesen des Christentums


“Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo, se vi dicessi Buon Natale senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!”

Mons. Tonino Bello (korazym.org)




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26 dicembre 2007

Mettere al bando la parola feto

L’opinione del professor Carlo Valerio Bellieni, neonatologo e membro della Pontificia Accademia Pro Vita, è che “la parola feto dovrebbe essere bandita dall’uso comune”. Non del tutto, sia chiaro, ma dall’uso comune sì. Probabilmente, gli ostetrici e i medici in generale avranno una speciale deroga: potranno continuare a usare la parola feto, ma solo tra di loro; in ogni altra occasione che possa rubricarsi come uso comune, la proposta del professor Bellieni consiste in questo: sostituire feto con bambino. La vita fetale diverrebbe così vita bambinale (o bambinesca), che sicuramente potrà suonarvi male, ma è questione d’abitudine: vedrete che, appena passa la proposta del nostro, due o tre settimane al massimo e ci farete l’orecchio.
D’altra parte, le motivazioni che sostengono questa brillante idea di messa al bando della parola feto sono nobili, a meno a detta di chi l’ha avuta: “Per il bambino siamo indotti a pensare che il suo stare dentro l’utero invece che in una culla e la presenza di un cordone ombelicale ne cambino la sostanza […] Lo chiamiamo feto un minuto prima e bambino un minuto dopo. Che cosa cambia? Sul piano fisico assolutamente nulla”.
Prima che possa venirvi qualche dubbio sulle cognizioni di pertinenza medica del professor Bellieni, vengo in suo soccorso rivelandovi che qualche differenza tra il dentro e il fuori egli la concede: “Si è chiuso (e non sempre) un canale tra aorta e arteria polmonare e poco più. È arrivata la luce agli occhi (ma già arrivava attraverso la parete sottile del pancione) ed è entrata l’aria nei polmoni. Non ci sembrano cambiamenti sostanziali: anche prima di nascere il feto, si succhiava il pollice, poteva sentire il dolore, aveva memoria, sentiva le voci, gli/le batteva il cuore. Certo: ora l’ossigeno arriva dall’aria e non dal cordone ombelicale, ma non sono le differenze strutturali che determinano le differenze ontologiche”. In realtà, le differenze sarebbero molte, ma molte di più, è strano che un sì illustre luminare le ignori. Però è un fatto: se a quel “che cosa cambia?” stavate per fare una battuta, dovete rimangiarvela: il professore ha indubbiamente buoni rudimenti di anatomia e di fisiologia.
Peccato che non abbia occhi per guardare oltre il cordone ombelicale: scoprirebbe che il pancione è di una donna gravida. Ma è evidente che, quando è gravida, una donna sia soggetta a differenze strutturali che determinano – quelle sì – certe differenze ontologiche: non è più libera di disporre del proprio corpo.

Ma la proposta del professor Bellieni è radicale: “Anche il termine embrione dovrebbe veder riparata la stessa ingiustizia, dato che più che una parola è una specie di aggettivo che vuol dire che fiorisce dentro (en- bryein), il cui soggetto, evidentemente è il bambino”. A me pare tutto molto coerente con l’esser membro della Pontificia Accademia Pro Vita: nell’istante in cui uno spermatozoo penetra in un’ovocellula una donna non è più nella disponibilità del proprio corpo, se non con grosse complicanze ontologiche.
Ma non è della dottrina della chiesa cattolica sul retto uso dell’utero che qui si voleva mettere in discussione: parlavamo di parole, di embrione, di feto e di bambino. Procediamo, dunque.
“Il termine feto – sostiene il professor Bellieni – deriva da una radice indoeuropea che significa succhiare…”.
[Dev’essere la stessa radice dalla quale deriva fellatio. Personalmente, non mi risulta ed è un vero peccato che il nostro non citi la fonte. Ma, stabilito che non basti succhiare per essere un bambino, andiamo avanti…]
“… e la parola fetus in epoca romana significava esattamente frutto…”
[Il che introdurrebbe una discreta differenza ontologica con l’albero…]
“… insomma, i romani non avevano un termine per indicare il bambino nascituro... perché sapevano bene che era un puer
[Qui mi sarei aspettato che il professor Bellieni producesse almeno una citazione in latino dalla quale potesse evincersi questa equipollenza tra feto e puer, ché avrei avuto piacere ad imbastire un pur breve raffronto comparativo storico-culturale tra l’Antica Roma e l’Evo Contemporaneo. Peccato, avevo pronta la Garzantina…]

“Eppure, ad un certo punto della storia – continua il professor Bellieni, e qui è il caso di riportare il passo per intero – si è verificata questa cesura, che ha un peso che va ben oltre lo scopo descrittivo: qualcuno ha voluto usare un termine che fino ad allora era un sinonimo di figlio (feto, appunto) per indicare qualcosa che, nella loro idea, figlio non è ancora. I termini bambino, adolescente, anziano, adulto descrivono gli stadi di sviluppo di qualcuno che tutti riconosciamo come persona; invece il termine feto serve a denotare un minor livello di diritti. Sottolinea questa spersonalizzazione del termine il fatto che in italiano e in spagnolo il termine feto non abbia un corrispettivo femminile, così come foetus in inglese e francese: è una forma neutra, che come tale non ha la caratterizzazione sessuale che è la principale caratteristica della persona. E questo porta anche al paradosso che, mentre ogni età della vita ha una branca della medicina che se ne occupa specificamente e un medico ad essa specificamente dedicato, il bambino prenatale viene curato dallo stesso medico specialista nella cura della donna adulta. Sicuramente il ginecologo curerà entrambi bene, ma è un paradosso che nell’era dell’ultra-specializzazione, il medico che sa tutto di donne di 30 anni debba essere anche esperto di bambini di 30 centimetri. Insomma: esiste il gerontologo, il pediatra, il neonatologo, ma non esiste il fetologo”.
Sarà mica un tentativo di affiancare all’ostetrico un fetologo? E poi, non abbiamo detto che la parola feto doveva essere bandita? Mi permetto di suggerire al professore prenatologo, ma penso vada chiarito un punto zoppo di quest’ultima sua tirata. Abbondano – in italiano, ma anche in inglese, in francese e in molte altre lingue – parole che riguardano oggetti e persone che non hanno un corrispettivo femminile: adolescente, per esempio, o child, baby, ecc. Inoltre, c’è chi sostiene – e forse con qualche titolo in più rispetto a un neonatologo come il professor Bellieni – che feto deriverebbe “dal lat. fetus -us, dalla stessa radice di femina (femmina)” (Devoto-Oli), quella che il nostro, lungo la brillante argomentazione della sua proposta di messa al bando della parola feto, ha incidentalmente sfiorato sì e no due volte: una volta come soggetto con pancione e l’altra come soggetto necessitante cura.
L’ontologia della donna sta tutta lì, l’abbiamo già detto, almeno per quest’altro accademico pontificio. 
Ne fa prova la sua chiusa: “Il nascituro deve trovare delle braccia che lo accolgano anche quando non si vede. I suoi diritti e quelli della donna vanno di pari passo”.

Ora, ammesso e non concesso che tutto questo idilliaco quadretto debba essere assunto come principio morale traducibile in legge: quando tra questi due diritti sorge un’insanabile contraddizione – per esempio, quando la donna non vuole portare avanti la gravidanza (a maggior ragione se dal portarla avanti ne deriverebbe un danno alla sua salute fisica o psichica) – quale dovrà essere considerato il diritto prioritario? Ecco, la proposta del professor Bellieni mira a questo, mira a togliere alla donna la priorità del suo diritto che, si badi bene, non le è dato da una legge degli uomini, ma da una semplice evidenza di fatto: non si può costringere nessuna persona a prestare il proprio corpo e la propria mente ad un progetto che non condivide. Fintanto che dipende dalla vita stessa di una donna, il feto è un progetto, niente di più.
Feto, professor Bellieni: feto, feto, feto, feto...




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26 dicembre 2007

Se incrociate Christian Rocca...


“Come sono caduto in alto”
Stefano Benni, il manifesto, 26.3.1994


Nemmeno due settimane fa, in un articolo che senza possibilità di appello inchiodava Daniele Luttazzi al crimine (reiterato e continuato) di plagio, Christian Rocca scriveva: “Copiare è un’arte, imitare un po’ meno, ma in ogni caso ciascuno è libero di fare ciò che vuole a patto che le cose si dicano chiaramente e si citino le fonti”. Parole che ho scolpito nel granito, tanto mi son parse belle.

Nemmeno due settimane dopo, il blogger che Christian Rocca momentaneamente ospita su Camillo copia (o imita, chissà) una battuta di Stefano Benni, peraltro vecchiotta, ma senza citare la fonte.

Se incrociate Christian Rocca, fatemi la gentilezza di avvisarlo: Malvino vorrebbe mostrargli un cippo.




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25 dicembre 2007

Grandi dittatori

          

È il trentesimo anniversario della morte di Charles Chaplin e sul piccolo schermo passa con insistenza un brano tratto dal monologo finale de Il grande dittatore (Usa, 1940): “La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l’abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità, più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è violenza, e tutto è perduto”.
Ottima ripresina per chi si fosse perso il papa all’Angelus, nel caso stesse un attimo al cesso.

Chissà perché non sarà stato scelto un altro brano, chessò: “L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori. E il potere che hanno tolto al popolo, ritornerà al popolo. E qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa!”.
O chessò: “Non cedete a quegli uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare! Che vi irregimentano, vi condizionano e vi trattano come bestie!”.
O chessò: “Combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere”.
Chissà perché. Boh.




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25 dicembre 2007

Monsieur

                                    

Nel corso del suo recente soggiorno a Roma, monsieur, lei ha detto un gran mucchio di stronzate. In gran parte sono state atroci, ma alcune – bisogna ammettere – erano assai spassose. E proprio dal commentare queste ultime che vorrei iniziare questa mia letterina, monsieur, anzi, con la più spassosa di tutte: per la quale, se fosse in mio potere, la premierei con l’Ordine della Pece e delle Piume, prima di darle fuoco e mandarla a divertire la racaille.

Lei ha detto: “Assumo pienamente su di me il passato della Francia”; e, per certificare quel “legame così particolare che ha unito così a lungo la nostra nazione alla Chiesa”, ha citato Clodoveo, Carlo Magno ed Enrico IV come le stessero sulla mensola del caminetto come statuine votive. Ci sto ancora ridendo sopra, sa?
Prima di darle alcuni brevi ragguagli sulla particolarità di quel legame – sulla quale lei ha pensato di poter sorvolare con un “les faits sont là” che avrà impressionato solo i polli, facendole raccogliere la simpatia di chi passa loro il mangime – mi permetta di riderle in faccia: lei, caro il mio ballon gonflé, ha parlato da re, ma a nome di un paese che ha decapitato l’ultimo dei suoi più di due secoli fa, e che le ha affidato – pro tempore, badi bene – una carica rappresentativa. Ripeto: rap-pre-sen-ta-ti-va.
Questa non le consente in alcun modo di dichiararsi merovingio onorario, neanche per andare a raccattare a Roma il titolo di canonico onorario della Basilica di San Giovanni in Laterano: non da presidente di una repubblica laica, voglio dire, e non per andarsene in giro per il mondo, indossando quel gessatino di due misure più grosso delle sue spalle da avvocatuccio opportunista, a fare il gioco delle tre carte con storia, cultura e religione.
Donc, lei non assume uno stracazzo di niente, tanto meno per il tramite di questo nuovo cuius regio, eius religio” sul quale i papisti d’Europa battono e ribattono perché la regio rinneghi la democrazia – pardon, la dittatura della maggioranza – e si faccia docile al solito instrumentum regni – quello che sta sempre in pugno alla dittatura della solita minoranza.

Quel Clodoveo, monsieur, era uno zotico dai denti marci che si convertì al cristianesimo per onorare l’affare stretto tête à tête con un Cristo che aveva il suo stesso alito: vincere la battaglia di Tolbiac. La vinse, e si convertì. Diciamocelo: una patetica parodia di Costantino. Lo stesso genere di affare – però un po’ più raffinato – di quell’Enrico IV, passato alla storia per poco più del suo Paris vaut bien une messe. Nel mezzo, solare come un paradigma, quel Carlo Magno, che dopo aver ucciso il fratello e i nipoti rivali al trono imperiale, pattuì con Leone III a questo modo: “È mio vivo desiderio creare con Vostra Santità in questanno di grazia 796 un patto inviolabile di fede e di carità, in virtù del quale l’Apostolica Benedizione possa seguirmi ovunque e la Santa Sede Romana possa essere costantemente difesa dalla mia devozione. Spetta a me difendere con le armi in ogni luogo e con l’aiuto della Divina Provvidenza la Santa Chiesa di Cristo, combattendo contro le incursioni dei pagani e le devastazioni degli infedeli e proteggendo la diffusione della fede cattolica. A voi, Santissimo Padre, spetta invece il compito di aiutare con le Vostre preghiere il successo delle nostre armi”.
Monsieur, les faits sont là. In questa linea di discendenza – che è la traccia del sangue di Cristo, rivomitato dalla bocca di un papa nella bocca di un delinquente incoronato – lei è fuori: manco è francese, oserei dire, mezzo ungherese e mezzo sefardita com’è. Francese sì, e al 100%, ma solo in virtù di quei principi che alcuni illustri francesi – di questi non ha fatto neanche un nome, champion de bêtise – che fecero Lume sulla reale natura dell’appartenenza a una comunità; francesi illustri, signor canonico onorario, al confronto dei quali lei è poco meno di una scoreggina.

“Les racines de la France sont essentiellement chrétiennes”. Ancor prima, monsieur, elles sont essentiellement barbares: da quale punto in qua, s’il vous plaît, i grugni dei merovingi diventano quelli dei suoi avi acquisiti?
Je sais que l’interprétation de la loi de 1905 comme un texte de liberté, de tolérance, de neutralité est en partie […] une reconstruction rétrospective du passé”. Bien, e la sua ricostruzione della cristianità in Francia, cos’è, storia in presa diretta? Monsieur, se lo faccia dire: lei è stato più lucido quella volta che si presentò alla stampa un po’ alticcio.

[…]

Contavo di richiamare la sua attenzione sulle molte altre perle da lei sparse a Roma, ma ne n’è venuta nausea, mi limito a quest’ultima.
Nel testo del suo discorso c’è un punto in cui dice: “La morale laïque risque toujours de s’épuiser quand elle n’est pas adossée à une espérance qui comble l’aspiration à l’infini”. L’Avvenire e Il Foglio hanno riportato così: “La morale laica rischia sempre di esaurirsi o di trasformarsi in fanatismo quando non è appoggiata a una speranza che colma l’aspirazione all’infinito”. “O di trasformarsi in fanatismo” – avrà constatato – l’hanno aggiunto loro, lei non l’ha detto. La domanda che mi permetto di porgerle è questa: da presidente della Repubblica francese che si assume, col passato della Francia (tutto intero, voglio credere, almeno da Clodoveo in qua), anche gli sgozzamenti tra cristiani e cristiani, prima che la laicità sancisse il principio che non è lecito sgozzare il prossimo in nome del proprio Dio, lei se la sentirebbe di sottoscrivere l’aggiunta? Via, dica di sì, la prego: dica che la laicità corre il rischio di trasformarsi in fanatismo e il cristianesimo no, così io posso farle un’altra risata in faccia, e l’Avvenire e Il Foglio non ci fanno la solita figura dei taroccatori.


Postilla a mo’ di correzione (26.12.2007)

Mi fanno notare che nel testo originale del discorso di monsieur Sarkozy nella Basilica di San Giovanni in Laterano del 20.12.2007 il passaggio "ou de se changer en fanatisme" ci sarebbe. Mi scuso col lettore: mi basavo su questa versione. Avevo scartato la pagina con la quale mi segnalano l'errore senza leggerla per una ragione semplicissima: era solo un estratto e io cercavo il discorso integrale. Per questo poc'anzi ho detto "ci sarebbe", usando il condizionale: un estratto fa fede fino a un certo punto. Ma restano le mie scuse.




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25 dicembre 2007

...

“Quando un laico si erige a maestro di morale sbaglia spesso: i laici possono essere soltanto discepoli”

                                                               
Josemaría Escrivá de Balaguer, Camino (61)




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25 dicembre 2007

[...]



Ma una bella moratoria contro gli stupri dei preti ai danni dei ragazzini,
no?

 




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21 dicembre 2007

[...]



Uno frequenta cattive compagnie, anche per poco?
Voilà, si ritrova in certi indirizzari che non vi dico.
Vabbe’, fa niente, via.
Buon Anno anche te, Cuor-di-pidocchio.




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21 dicembre 2007

Piccola storia ignobile

Nell’allegato in coda al post qui sotto ci sono due o tre esempi di come Il Foglio sia abituato a “lavorare” i testi altrui per piegarli ai propri fini: raramente nobili, se non nell’ambito della retorica di riferimento.
Con l’esempio qui riportato, invece, la procedura appare mistificatoria solo negli esiti: la mistificazione nasce come bisogno di riparazione per placare un io severo fino al sadismo – poi, già che ci si trova, la riparazione è portata all’ammasso della mistificazione corrente, quella che dà lustro alla bottega.
Trattandosi di una vicenda personale, mi permetto di affrontarla solo perché volutamente resa pubblica dal diretto interessato. Sono stato tentato – poi m’è sembrato eccessivo – di aggiungere una foto della povera Raffaella e mettere in esergo quel “non vale due colonne di giornale” che Francesco Guccini cantava in Piccola storia ignobile (1976).
Perché è in due colonne de Il Foglio di venerdì 21 dicembre che si può leggere, siglato con un elefantino rosso: “Per tre volte, da ragazzo e da giovane uomo, sono stato complice di quel delitto [l’aborto]. La prima volta era sui vent’anni, era il caso di un grandissimo e duraturo amore, e il fatto si inserì in una catena che strinse anelli devastanti e finali: nel corso del tempo, il fatto dell’aborto e altri fatti della vita produssero una catastrofe personale senza rimedio, la morte precoce sofferente e significante della giovane donna che tanti anni prima aveva abortito clandestinamente, a Londra, con il mio consenso e il mio incoraggiamento di ragazzo”.
Solo un ultimo pudore trattiene probabilmente dall’allertare: occhio, ragazze, l’aborto induce alla tossicodipendenza! Solo ultimo pudore ci risparmia: rispettate l’embrione, sennò prendete a bucarvi, vi beccate l’Aids, morite e al vostro ragazzo non resta che farsi crescere un bel pancione riparatorio.
Dio, se esisti, non conosci pietà. Nemmeno per i tuoi mercenari di giornata. Guarda a cosa me li riduci.




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21 dicembre 2007

Solidi

Dal 24 dicembre al 1° gennaio, come iniziativa nonviolenta a sostegno della moratoria universale dell’aborto, Giuliano Ferrara ingerirà solo liquidi.
Via libera a Berlusconi e a Dell’Utri, Previti si astenga.





Allegato (Invito al ritiro dell’iniziativa e alla ripresa dell’assunzione di solidi)

“Questo il testo delle frasi omesse: «Berlusconi potrebbe essere dichiarato colpevole nei processi che lo riguardano»; «Berlusconi è un politico macchiato dal suo coinvolgimento nell’economia politicizzata dell’Italia precedente il 1993»; «Sarebbe chiaramente opportuno che nel suo caso la giustizia facesse il proprio corso»” (Il Foglio, 16.5.2003). Erano le frasi che il giornale di Giuliano Ferrara aveva tagliato da un articolo di Martin Rhodes (Financial Time, 12.5.2003): quattro giorni dopo, era costretto a porgere le sue “sentite scuse al Financial Times e al signor Martin Rhodes per il danno causato alla loro reputazione dalla pubblicazione non autorizzata e dalla traduzione incompleta”. Incompleta di quel tanto da poter tornare utile ai propri fini, infatti sul giornale di Giuliano Ferrara quell’articolo era stato pubblicato con questo titolo: “Il Foglio? No, il Financial Time”.
È un caso fra i tanti, Il Foglio è sempre stato irresistibilmente attratto da questo genere di scorrettezze. Ho scelto questo caso perché è eclatante nella sua esemplarità, ivi compreso il modo di porgere le scuse quando beccati in flagranza: “Alcune frasi vitali nella versione originale sono state omesse nella traduzione, rendendo impossibile cogliere il giudizio equilibrato offerto dal signor Rhodes al giornale di Londra” (dove l’ironia di “vitali” ed “equilibrato” vorrebbe sminuire il dolo). Scuse al lettore? Macché, “i lettori del Foglio sanno che si tratta di un errore dovuto a imperizia redazionale, perché questo giornale di porcate ne fa, ma belle, grandi, anzi smisurate, e di queste piccolezze si vergognerebbe”.
Nessuna vergogna, dunque, per la porcata fatta, l’anno scorso, con quell’articolo sul New England Journal of Medicine di Eduard Verhagen e Pieter Sauer dal quale si traeva la sensazionale notizia che, in Olanda, 600 bambini all’anno venissero eliminati per ragioni eugenetiche. Qualche giorno dopo, su il Riformista, Cristiano Vezzoni scriveva: “Se solo si fossero premurati di arrivare a leggere fino alla seconda pagina dell’articolo (di sole quattro pagine) sarebbero venuti a conoscenza del fatto che, secondo la più attendibile ricerca (che non ha paragoni in termini di accuratezza e vastità nel mondo), il numero di casi di eutanasia infantile in Olanda è stimato tra i 15 e 20 l’anno”. Imperizia redazionale o porcata? Chissà.
Fatto sta che, avendone preso notizia da Il Foglio, Carlo Giovanardi poteva dire: “La legislazione nazista e le idee di Hitler in Europa stanno riemergendo, per esempio in Olanda, attraverso l’eutanasia e il dibattito su come si possono uccidere i bambini affetti da patologie. Da noi un bambino malato viene curato, in Olanda invece viene ucciso” (Radio anch’io, 16.3.2006). Sulla qual cosa scoppiò un casino, non so se la memoria vi ragguaglia. Ricordo una tempestosa puntata di Ottoemezzo nella quale erano ospiti Carlo Giovanardi e Daniele Capezzone, a quei tempi radicale. Fece capolino la verità: Il Foglio aveva fatto una porcata o c’era stata un’imperizia redazionale. Scuse? Niente scuse, Giuliano Ferrara montò su tutte le furie e il giorno dopo scrisse: “Bisogna imparare a disprezzare un poco i progressisti bolsi, i cultori del presente e i banditori asini e inconsapevoli del nichilismo da salotto. Questi bastardi”. Il Financial Time , bisogna dire, era stato più fortunato.
Dello stesso genere – tra grandi e piccine, schifose o divertenti – sul mio taccuino ne conto 63 in 4 anni. La più carina? Per un doppio paginone a firma di Carlo Caffarra, a quei tempi vescovo. Era l’agosto del 2005, 53.732 battute spazi inclusi dalle quali Il Foglio ne levò solo 101, mettendo al loro posto tre puntini tra parentesi quadre: “La persona nel suo nocciolo sostanziale è costituita nell’uomo dall’anima semplicemente spirituale”. Imperizia redazionale o porcata? Boh, ma la violenza al testo resta. Privarlo di una così felice intuizione, via...




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21 dicembre 2007

Una domanda che non cerca risposta

Le otto domande di Christian Rocca in Otto domande e una risposta (Camillo, 20.12.2007): “Come è possibile che telefonate private vengano pubblicate sui giornali? Come è possibile che telefonate private addirittura senza nessuna rilevanza penale vengano pubblicate sui giornali? Come è possibile che le telefonate di persone inintercettabili per legge vengano ugualmente pubblicate sui giornali? Come è possibile che non si sappia chi ha passato il testo e addirittura l’audio delle telefonate ai medesimi giornali? Come è possibile che non venga mai indagato e condannato nessuno, in procura, per aver illegalmente passato verbali, testi e file audio ai giornali? Come è possibile che il ministro della Giustizia e dell’Interno, chiunque essi siano, non chiudano quegli uffici colabrodo? Come è possibile che la sinistra denunci la violazione della privacy e si indigni soltanto quando sono i suoi rappresentanti a essere sputtanati e poi come se niente fosse ricomincia quando c’è di mezzo Berlusconi, Moggi, il re o una valletta? Come è possibile che abbiamo dei giornali così di quella-cosa-che-piace-a-luttazzi?”.
La risposta: “Perché siamo un paese ridicolo”.


La domanda di Luigi Castaldi in Una domanda che non cerca risposta (Malvino, 21.12.2007): “Non è ridicolo che a Christian Rocca non venga neanche una domanda circa il contenuto delle intercettazioni?”.




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20 dicembre 2007

Segnalazione




Siamo un paese retorico e mafioso”
Galatea




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20 dicembre 2007

Deriva zapateriana

Grazie all’intensivo fracicamento di coglioni cui il Papato ci ha sottoposto negli ultimi due o tre decenni, dovrebbe esserci ormai chiaro: leggi di un certo tipo – quelle che, per esempio, non recepiscono la dottrina morale della Chiesa – minano la società nel suo fine più delicato, quello di vettore della tradizione lungo le sue generazioni. Non può essere altra tradizione che quella cattolica, roba solida e rotondamente tautologica: l’uomo è uomo, la donna è donna, la mamma è sempre la mamma, chi fa scandalo dovrebbe appendersi una macina di mulino al collo e buttarsi a fiume, ecc. In caso contrario? Deriva zapateriana.

Sicché uno se la immaginerebbe minata al massimo, ‘sta società spagnola, dove ogni capriccio diventa un diritto, e si fa benedire dallo Stato. Dittatura della maggioranza, insomma, con pesante inclinazione al relativismo etico.
Uno se la immaginerebbe ridotta male, ‘sta società che tratta gli omosessuali come cittadini invece che come malati da curare o deviati da rieducare, e che elegge come premier uno che manda a cagare i vescovi quando necessario.
In un paese dove l’aborto è legale e la contraccezione è una larga consuetudine, uno immaginerebbe la natalità a zero. Dove gli embrioni si possono congelare e la ricerca scientifica non ha per protocollo il Catechismo, uno immaginerebbe il sinistro bagliore totalitario illuminare l’olocausto nazi-eugenetico. O una fantascientifica apocalisse, con gran fottio di chimere a calpestare le aiuole pubbliche. O, ancora, una violenta persecuzione anticristiana, con il chierico – sacrilegio! – costretto pagare le stesse tasse del laico.

E invece niente, la Spagna va, fila come un galeone. L’umore è buono, pare, e la tasca è più piena di quella italiana. Pare che a togliere dai mulini le macine, per metterle al collo di chi fa scandalo, le pale girino a vuoto e scarseggi la farina.
Lamentarci? Siete pazzi. Tutti in ginocchio, piuttosto, ringraziamo il Signore, ché dovreste sapere bene che pericolo siano, per l’anima, l’umore buono e la tasca piena: non cè più bisogno di speranza, e si finisce per stare insperatamente meglio.
Ringraziamo il Signore perché, tra due penisole ad un tiro di schioppo l’una dall’altra, Egli ha voluto favorire la nostra e – che culo! – ci ha piazzato il Papa. Sicché casa nostra è anche casa sua. E a casa sua, per fortuna nostra, non possiamo permetterci la stessa deriva.




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20 dicembre 2007

Album

Ai tempi del referendum sull’aborto, nel 1981, avevo 24 anni, ero medico da qualche mese ed ero iscritto al primo anno del corso di specializzazione in ostetricia e ginecologia. Lucio Romano, oggi vicepresidente del Movimento per la Vita, era di qualche anno più anziano e lavorava come assistente nello stesso istituto dove praticavo il mio tirocinio di specializzando. Ricordo che si dava un gran da fare per spiegare a destra e a manca che un embrione è persona e che l’aborto è un omicidio, organizzando dibattiti pubblici nel corso dei quali non si risparmiava mai di proiettare le sue splendide diapositive di feti all’ottavo mese per provocare nell’uditorio un palpito di tenerezza verso l’embrione di otto settimane.
Un giorno, discutendo in un corridoio della clinica universitaria della Federico II dove ci vedevamo quasi ogni giorno, ricordo che argomentò più o meno in questo modo: “Vogliono l’aborto quelli che sono contro la caccia”.

Il grazioso paradosso aveva ovvi intenti maieutici, gli stessi che paiono evidenti nella richiesta di una moratoria internazionale dell’aborto come naturale appendice a quella delle esecuzioni capitali, e sto parlando dellennesima buffonata di Giuliano Ferrara, che è un paradosso da corridoio portato sulla prima pagina di un giornale; ma a quei tempi la caccia era un argomento che appassionava quanto oggi la pena di morte, le arti retoriche cercano di stare ai passi coi tempi.
Come dire, sono cambiati i tempi, ma non passa l’abitudine di certo attivismo cattolico e delle sue più eccentriche coorti gregarie a voler fare premeditata confusione tra ceci e piselli, facendo diventare il corpo della donna uno spazio pubblico nel quale non sarebbe lecito decidere l’eliminazione di un embrione se, in quello stesso spazio pubblico, poi, non fosse lecito sparare alla quaglia o gasare un condannato a morte.
La questione, più di vent’anni dopo, è sempre la stessa: il corpo della donna non è uno spazio pubblico, ma uno spazio privato, dove la donna è chiamata a decidere per sé stessa in primo luogo.
Nell’aborto, il “primo luogo” non è un “luogo pubblico”: e già nel 1981 cercavo di farlo capire a Lucio Romano. Senza riuscirci, ovviamente. Per un cattolico, anche se ginecologo, il corpo di una donna non è mai suo: un ginecologo cattolico si sente curatore di un bene della collettività, dato in concessione, per lotti, a questa e a quella donna.




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Gli editoriali per Notizie Radicali


172. Urbi et orbi, la Marcia di Pasqua è inesistente
(11.4.2007)

171.
Addio, radicali. Arrivederci, liberali
(4.4.2007)

170.
La materia oscura
(30.3.2007)

169.
L’eroica lotta del prode Bandinelli
(20.2.2007)

168.
E a questo stiamo
(19.2.2007)

167.
Tra il sacro e la secolarizzazione
(16.2.2007)

166.
La smetta, Binetti, si curi!
(31.1.2007)

165.
Ignobile scoop
(29.1.2007)

164.
In memoria di Alfredo Ormando, ex seminarista, gay, arso vivo
(12.1.2007)

163.
Per ogni Popieluszko c’è sempre almeno un Wielgus
(10.1.2007)

162.
La pieta e la chiarezza di Francesco D’Agostino
(9.1.2007)

161.
Bernard-Henry Levy e i blog
(8.1.2007)

160.
Le esequie ecclesiastiche a Gabriele Cagliari
(2.1.2007)

159.
Assuntina Morresi davanti a Piergiorgio Welby
(20.12.2006)

158.
Ratzinger e i «terminali»
(18.12.2006)

157.
Il concubinaggio
(14.12.2006)

156. La «sana laicità»
(11.12.2006)

155.
Cantalamessa
(6.12.2006)

154.
Lo Sdi e la massa critica
(4.12.2006)

153.
Caro Punzi
(28.11.2006)

152.
Il diabete dell’ateo devoto
(27.11.2006)

151.
Alasciarli dire, a lasciarli fare
(24.11.2006)

150.
Il metodo di Antonio Socci
(23.11.2006)

149.
Salvo forellini
(22.11.2006

148.
L’olio e le erbe medicamentose di San Francesco
(20.11.2006)

147.
Chissà se il mercato globalizzato accetterà l’authority della Chiesa
(15.11.2006)

146.
La Curia di Bologna
(10.11.2006)

145.
Simpatica carognetta
(8.11.2006)

144.
Una sana competizione inter-religiosa
(23.10.2006)

143.
Lo spazio dove stanno i radicali
(17.10.2006)

142.
Si accettano scommesse
(12.10.2006)

141.
Capolavoro di ipocrisia!
(10.10.2006)

140.
La radice dell’antisemitismo è più cristiana o più musulmana?
(9.10.2006)

139.
Nessuna paura d’aver paura
(5.10.2006)

138.
Nessuna costrizione nelle cose di fede?
(2.10.2006)

137.
“Lucidamente Piergiorgio Welby chiede…” 
(29.9.2006)

136. 
Ipotesi su Milingo
(27.9.2006)

135.
Ohilà, nequiziosi!
(26.9.2006)

134.
Come il tassidermista riempie di paglia la carogna
(25.9.2006)

133.
Ignoranza o mistificazione?
(21.9.2006)

132.
O secolarizzazione o violenza
(19.9.2006)

131.
Un tranquillo weekend di paura
(18.9.2006)

130.
La teologia nell'universitas scientiarum
(14.9.2006)

129.
“In fondo la Cisa vende serrature”
(13.9.2006)

128.
Limature
(12.9.2006)

127.
Auflegen, befehlen o gebieten?
(11.9.2006)

126.
Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia
(6.9.2006)

125.
James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre
(5.9.2006)

124.
Il caso Robert Lanza, ennesima svista del Foglio
(1.9.2006)

123.
Caro Pullia
(31.8.2006)

122.
Pannella si è fermato a Bose
(29.8.2006)

121.
Dobbiamo avere una grande pazienza
(28.8.2006)

120.
Trittico libanese
(24.7.2006)

119.
Schola Scholae
(19.7.2006)

118.
“Drogarsi non è un diritto”
(14.7.2006)

117. 
Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
[con Federico Punzi]
(6.7.2006)

116.
Comunitari o liberal?
(29.6.2006)

115.
Di cani e di figli
(27.6.2006)

114. Una fiction, neh
(23.6.2006)

113. Signore, signori, malgiogli assortiti...
(21.6.2006)

112.
Lobby? Andiamo piano con le parole
(16.6.2006)

111.
“Talora la stampa si presta…”
(13.6.2006)

110.
Negli assolutismi accade
(8.6.2006)

109.
La “libertà di vietare”
(7.6.2006)

108. Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile
(30.5.2006)

107.
Rispiegare la modernità?
(26.5.2006)

106.
Zuavi in Parlamento
(22.5.2006)

105.
A chi spetta?
(19.5.2006)

104. Ancora su Marcello Pera
(18.5.2006)

103.
Dopo la famiglia, lo Stato
(16.5.2006)


102. Occhio, fratres!
(8.5.2006)

101. Diciotto volte Emma Bonino, fino alla fine
(5.5.2006)

100. 
Il cardinal Martini e la "resa alla modernità"
(2.5.2006)

99.
Un'altra trappola: il Manifesto di Euston
(27.4.2006)

98.
Faranno al cardinal Martini un trattamento alla Milingo?
(24.4.2006)

97.
Dopo Rocca, Ferrara manda Bellasio
(21.4.2006)

96.
"C'è un'Italia reale e un'Italia virtuale"?
(19.4.2006)

95.
I piccoli exit poll di Christian Rocca
(13.4.2006)

94.
Il giorno dopo
(11.4.2006)

93.
Viva Romano Prodi!
(10.4.2006)

92.
Lectio magistralis
(5.4.2006)

91.
Not negotiable
(4.4.2006)

90.
L'Appello a Prodi: il bluff della guerra civile
(31.3.2006)

89.
Il gentilissimo Christian Rocca
(28.3.2006)

88.
Bastardo sarà lei!
(27.3.2006)

87.
Ruini non fa ingerenza, rimanda a quella di sempre
(21.3.2006)

86.
Divertente come la catastrofe
(20.3.2006)

85.
Mutua comprensione tra integralismi?
(13.3.2006)

84.
Benedetto figliolo!
(7.3.2006)

83.
Quel che trattiene Magdi Allam
(1.3.2006)

82.
Vieni, Gunther, qui c'è un albero, è un pero
(27.2.2006)

81.
Un editoriale che vorrei lasciare incompiuto e senza titolo
(21.2.2006)

80.
Cavar soldi dal “matto”: in Vaticano ci si fa un pensierino
(17.2.2006)

79.
Escludendo che monsignor Maggiolini si sia presa una cotta per la Bonino
(9.2.2006)

78.
La questione è la libertà di espressione
(7.2.2006)

77.
Si tratta pur sempre di un sant’uomo
(1.2.2006)

76.
“La verità, vi prego, sulla carità”
(31.1.2006)

75. Ci dica l’ottimo Panebianco…
(23.1.2006)

74.
La figlia del console
(19.1.2006)

73.
Ratzinger e il decalogo
(18.1.2006)

72. “Il vero Israele” 
(17.1.2006)

 

71. Una dimenticanza di Angelo Panebianco

(16.1.2006)

70. Bonino o Santanché?
(10.1.2006)

69. Niente antidepressivi, grazie!
(4.1.2006)

68. “Ah, se Dio sopprimesse i peccatori!”
(2.1.2006)

67. Del Concilio Vaticano II non avete capito niente, gonzi!
(27.12.2005)

66. Un’altra mina l’Occidente: la pornografia
(23.12.2005)

65. “Fratello spermatozoo”
(20.12.2005)

64.
La mia superstizione è migliore della tua
(19.12.2005)

63. Riforma della Curia, anno 0
(14.12.2005)

62.
La goccia di veleno
(12.12.2005)

61. Non lo fo’ per piacer mio…
(Lettera aperta a Carlo V)
(6.12.2005)

60. Venerdì, sabato e domenica
(5.12.2005)

59.
Contrordine, figlioli, il limbo è una cazzata!
(2.12.2005)

58.
Tomista quanto non mai, il Ratzinger. Anzi assai tomo.
(28.11.2005)

57. Il seminarista sia munito di certificato medico

(24.11.2005)

56. Scherziamo? Scherziamo
(21.11.2005)

55.
La pazienza degli italiani
(17.11.2005)

54. Il fuoco amico di Croce e Gramsci
(16.11.2005)

53. Marcello Pera, croque-mort
(15.11.2005)

52. Semo romani, damose da fa’
(11.11.2005)

51. Coi soldi di Sir Templeton
(8.11.2005)

50.
La Chiesa è sempre uguale a sé stessa
(27.10.2005)

49. Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?
(20.10.2005)

48.
Sua Santità, Anacoluto I
(17.10.2005)

47.
Un dubbio: mettere in dubbio il dubbio?
(14.10.2005)

46.
Capriccio
(10.10.2005)

45.
Buona conversione!
(7.10.2005)

44. Se il legislatore non è un fesso (e non è un fesso)
(4.10.2005)

43. L’orecchio di Dionigi
(29.9.2005)

42. Fiuggi: i tg di prima sera non possono più glissare
(26.9.2005)

41. La colomba e il leopardo
(21.9.2005)

40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
(19.9.2005)

39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
(15.9.2005)

38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
(12.9.2005)

37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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