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malvino
il blog di Luigi Castaldi


Diario


30 ottobre 2008

Ecco, abbiamo anche il miracolo


“yeeeeh… i tuoi occhi sono fari abbaglianti,
io ci sono davanti… yeeeeh”

Mal dei Primitives, 1966


Che vi
dicevo? “Il Concilio [Vaticano II] «era» Pio XII. Lo sapeva bene anche Roncalli” (il Riformista, 30.10.2008). E se lo dice Giulio Andreotti…
“Pio XII fu un sant’uomo”, dice. Sant’uomo e ideatore del Concilio Vaticano II. E aveva “gli occhi elettrici e profondi che sprigionavano luce”. Va là? Io avrei detto leggermente strabici. Ecco, abbiamo anche il miracolo: Pio XII ha fatto diventare poetico Andreotti.

Il santo aveva gli occhi elettrici e aprì il Concilio un lustro prima di morire. Tutto credibile, tutto ragionevole, tutto tiene. Il politico italiano che è stato  insieme uno dei più cinici attori della strategia della tensione e uno dei più genuflessi al Vaticano (non è una gobba, quella, è ossequio)  costui, dico, tiene con Pio XII, che i tedeschi si portavano via gli ebrei e lui ponderava, ponderava, ponderava. Esempio magistrale per Andreotti e modello di santità, Pio XII mediava, lasciava correre, pensava a durare, cercava di trarre il bene dal male, e a tal fine trattava, però ieraticamente.

Se pensano di poterci trattare come cretini, devono essercene parecchi che glielo fanno credere possibile.




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30 ottobre 2008

Varie

1. “Non so che scrivere per quello che sta succedendo, più lentamente nel mondo e più rapidamente in Italia. Mi sento troppo piccolo per qualunque cosa che non sia rintanarmi nei miei astratti furori”. Come non sentirsi vicini allo stato d’animo di Weissbach? E però non è da sottovalutare il fatto che “quello che sta succedendo” preveda in buona misura che chiunque abbia furori si rintani e taccia, affinché tutto si compia, più o meno lentamente, più o meno rapidamente. Coraggio, Weissbach. Per il pochissimo che spetta a ciascuno, a ciascuno il suo. Pugni in tasca e sguardo aguzzo.
2. Al momento, è solo un embrione di dibattito e riposa in una piega della rubrica della posta de Il Foglio. Camillo Langone ha sparacchiato un’altra delle sue, di quelle che sarebbero impossibili senza aver bevuto prima: contro la psicologia, contro gli psicologi, anzi, le psicologhe. Dopo i grattacieli, la psicologia sembra uno splendido mulino a vento sulla punta di una picca, e a lisciargliela è Ruggero Guarini: gli psicologi sono infami perché trovano giustificazioni a matricidi e parricidi, corrodono uno dei pilastri dell’occidente cristiano, quello che regge “Onora il padre e la madre” (sta scritto senza se e senza ma). Indubbiamente, la psicologia ci insegna che certe volte c’è assai poco da onorare. Cosa ci insegna, invece, Guarini? Che si può fare un pensierino a dar fuoco agli psicologi insieme a un Langone, dopo aver festeggiato a champagne e patatine il rogo di Primavalle con un Lollo.
3. Mi pento del post qui sotto, quello su Vendola, ma manco tanto.
4. Al momento, ne ho a disposizione solo gli stralci pubblicati da zenit.org (Il Papa: «La libertà non è un valore assoluto dell’individuo»”, 30.10.2008), ma reputo che il discorso di Benedetto XVI tenuto oggi, in occasione della cerimonia di benvenuto al neo ambasciatore del Canada presso la Santa Sede, sia di quelli certamente da incorniciare. “È necessaria - ha spiegato – una «ridefinizione del senso della libertà», sempre più percepita come «un diritto intoccabile dell’individuo», mentre si ignorano «l’importanza delle sue origini divine e la sua dimensione comunitaria»”. Percepire la libertà come un diritto intoccabile dell’individuo non va bene: «la vera libertà si fonda e si sviluppa in Dio, è un dono». La libertà non è un diritto, è un dono. Non ti spetta: se fai il bravo, te ne danno un pezzettino.




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30 ottobre 2008

Nichi Vendola: “Il Sud non è solo Gomorra”

Allusione a Sodoma?

 




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30 ottobre 2008

Ringrazio padre Gumpel

Ringrazio padre Gumpel perché mi fa da buon samaritano. Avevo preso una bella legnata, tre settimane fa, da un tizio anonimo cui non era affatto piaciuta una mia ipotesi. Mi ero chiesto: perché la Santa Sede ha tutta questa premura di vestire la salma di Pio XII da “amico degli ebrei” prima di farlo santo? Sarebbe il primo santo o beato nella storia della Chiesa a non essere stato affatto “amico degli ebrei”?
L’ipotesi era: quanto v’è di “rottura” nel Concilio Vaticano II (se v’è), sulla questione ebraica e non solo, smette di essere di “rottura”, e diventa “continuità”, se si può dar da credere ai gonzi che l’abbia aperto Giovanni XXIII, ma a prepararlo fosse stato Pio XII. Concilio che nessuno s’aspettava, che è stato così malamente frainteso dal mondo, voilà, l’ha voluto Pio XII. E se l’ha voluto lui, il più autocratico tra i papi dopo Pio IX, come si può pensare che con quel Concilio la Chiesa rinunciasse alle sue pretese sulla storia degli uomini? Nessuno ha colto, ma il Concilio Vaticano II poteva pure chiamarsi Concilio Vaticano I bis.

L’ipotesi era: Pio XII serve santo per far capire ancora meglio (a chi proprio s’ostina a non voler capire) che la Chiesa non ha mai rinunciato a quelle pretese; e che, se l’ha fatto, ci ha ripensato; e però non si può mica pretendere che ammetta che ci abbia ripensato o che si sia spiegata male. Essa è Spirito Santo allo stato puro, o quasi: essa non può sbagliare, perciò è legittimata a farci da madre e maestra. In verità, più spesso da zia e bidella.
Pio XII “amico degli ebrei” per convincerci che ci inganniamo sempre: se abbiamo potuto avere le traveggole sul Pacelli e pensarlo ottimamente inserito in quella cultura che da La Civiltà Cattolica sfornò tanto antigiudaismo, perché non potremmo esserci ingannati anche sul Concilio Vaticano II?

Ringrazio padre Gumpel, postulatore della causa di beatificazione di Pio XII, perché lunedì 27 ottobre se ne esce con: Papa Pacelli aveva colto perfettamente quali erano i problemi da risolvere, dove la Chiesa aveva bisogno di rinnovamento per affrontare con successo le sfide della modernità, ma era troppo anziano e malato per gestire un Concilio…”.
Bisognerebbe dimostrarlo, ma figuriamoci se è cosa difficile per gente che ci dimostra da millenni l’esistenza di Dio. Usciranno fuori dei documenti, vedrete, ci sarà dimostrato che sbagliavamo su tutto e che la Santa Sede è stata addirittura la più convinta sostenitrice della nascita dello Stato di Israele. E mica forniva i salvacondotti ai nazisti per farli riparare in Sud America, no, sono voci messe in giro dai comunisti.




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29 ottobre 2008

Rino Gaetano

Bisognerebbe far sapere a Marianna Rizzini, però con delicatezza, che su Rino Gaetano (Il Foglio, 29.10.2008) ha scritto cose inesatte.
Ammesso e non concesso che si possa cantare una canzone solo se in perfetta sintonia con la
Weltanschauung del cantautore, è illegittimo che gli studenti dell’Onda anomala facciano propri i versi di questa o di quella canzone di Rino Gaetano, sia. Però è altrettanto illegittimo, e certamente assai più grave, affermare che egli fosse un “anarcoradicale”. Come poi? Deducendolo – e molto arbitrariamente – da quegli stessi versi.
Non riporto qui la serie di queste deduzioni: ogni tanto un pezzullo può venir storto a chiunque, e non è il caso di essere carogna, soprattutto verso chi si fa leggere con piacere e mi si dice essere pure una brava ragazza. Ma Rino Gaetano non era un “anarcoradicale” e, se Marianna Rizzini lo afferma, sbaglia.

Mi permetto di essere categorico su questo punto, per aver chiacchierato un’intera serata col cantautore, nel settembre del 1976, dopo un suo concerto al Festival de l’Unità che si teneva in quei giorni a Forio d’Ischia. Intrattenendosi a cena con quanti avevano organizzato la manifestazione (ero un dirigente della Fgci locale, a quei tempi), sbalordendoci per l’immediatezza e la familiarità, parlò molto di sé e della sua musica: “anarcoradicale” proprio per niente. Stralunato, forse, ma niente affatto “anarcoradicale”.

Le canzoni dalle quali Marianna Rizzini pensa di poter dedurre che Rino Gaetano fosse “anarcoradicale”, nel 1976, erano già state scritte da un pezzo. Marianna Rizzini lo chiama Rino come se fosse suo zio. Ma, anche se fosse sua nipote, è difficile possa averci parlato per saggiare l’anarcoradicalismo: Rino Gaetano è morto nel 1981, quando Marianna Rizzini forse non era neanche nata. È più probabile che lo chiami Rino per quella forma di simpatia che a volte si nutre della sola vulgata, spesso di seconda mano, distorta e distorcente, per troppa distanza e medium inappropriato.
Nonostante scriva per Il Foglio, è sempre stata penna relativamente onesta, speriamo non si stia rovinando.




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29 ottobre 2008

“Ma non avete neanche un poco di vergogna?”

 

È stata licenziata in tronco, ma si può dire che le sia andata bene, perché ne aveva fatta una grossa, di quelle che una volta si pagavano con un prezzo assai più caro. Corinne Diserens aveva opposto il suo rifiuto alla rimozione della rana crocifissa di Martin Kippenberger dalle sale del Museion di Bolzano da lei presieduto, nonostante Benedetto XVI si fosse scomodato di persona a scrivere che quell’opera “ferisce il senso religioso di tante persone che nella croce vedono il simbolo dell’amore di Dio e della nostra salvezza, che merita riconoscimento e devozione religiosa”.
Sono passati due mesi e arriva la punizione, a esempio e monito per chiunque, in nome del principio della libertà di espressione, possa farsi venire il prurito di rendersi antipatico al papa.

Alla base della decisione ci sarebbe la difficile e pesante situazione finanziaria”, è la motivazione ufficiale del consiglio della Fondazione Museion. Fa un po’ ridere perché Corinne Diserens è stata direttrice per un solo anno: in un così breve arco di tempo è possibile farsi responsabile di un così grave dissesto? Bisognerebbe chiedere spiegazioni nel dettaglio. Nel caso ne abbiate voglia, potete scrivere a: info@museion.it.
Nella mia e-mail io mi sono limitato a chiedere un altro genere di spiegazione: “Ma non avete neanche un poco di vergogna?.




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29 ottobre 2008

Eluana, anima prigioniera

Non ho seguito in diretta la puntata de L’Infedele di lunedì 27 ottobre (Eluana, anima prigioniera), l’ho recuperata dal sito on line de La7. Mi era stata segnalata da cinque o sei lettori (tre e-mail, un OT tra i commenti a un post qui sotto e uno o due messaggi su Facebook): splendida trasmissione, non ne avevo parlato, l’avevo vista? Non l’avevo vista. Appena ho saputo che tra gli ospiti c’era Eugenia Roccella, ho cambiato canale, perché quella donna – è più forte di me – mi ripugna fisicamente.

Ipocrisia, malafede e cattiveria scema, che sono evidenti in tutto ciò che scrive, quando si incarnano in un’immagine – quella della sua faccia – in foto o in video, mi feriscono intimamente: il disgusto di quando la leggo diventa un violento schifo. Parlo di reazioni viscerali, biologiche, sia chiaro, e qui sono rubricate sotto la voce Diario che potete leggere in alto a sinistra, aprendo questa pagina. Mai mi sognerei di mandare queste reazioni in giro senza un velo, quindi, dovendo parlare di questa puntata de L’Infedele come in corrispondenza pubblica tra me e i miei lettori, dirò: la discussione condotta da Gad Lerner ha, in pochi ma essenziali punti, spogliato la questione – quella sul testamento biologico – di ogni panno dottrinario e ideologico, confessionale e filosofico, politico e culturale; e lì la faccenda s’è vista nuda, tutta e solamente psicologica; e aveva la faccia di Eugenia Roccella. Sotto un fondotinta da quattro soldi, perché La7 – come diceva Er Fetecchia di Ottoemezzo è un’emittente povera.

Nella discussione sul cosa fare di un corpo – sul cosa possa farsi legge su quel corpo – ecco che prende la parola il corpo stesso, o chi è incaricato di parlare a suo nome, e imbarazza sempre pesantissimamente chi sostiene che l’autodeterminazione dell’individuo sta nella libertà, ma non nel diritto. Come, non sarebbe mio diritto disporre del mio corpo? Vuoi nutrirmi e idratarmi a forza? Anche se non voglio? In virtù di un diritto (tuo)? Il (tuo) diritto è legittimo contro la libertà (mia)? Ma che cazzo dici, Gigli? Non parli da cattolico, parli da cittadino? Via, mostra almeno un poco di imbarazzo da cittadino davanti a questo padre: non vedi che paragonarlo a un nazista ti sputtana l’argomentazione? Ecco, bravo, Gigli, deglutisci.

E anche tu, cara Casini: che cazzo mi significa che “la dignità sta nella relazione”? Se io non voglio avere alcuna relazione con te e con chiunque la pensi come te, devo avercela per forza? Non voglio essere nutrito con un tubo – in questo sono tale e quale a Karol Wojtyla – vorresti infilarmelo tu? E io non posso farti niente, in cambio? No? Peccato, avevo una mezza idea, ci si poteva divertire…
A proposito, prima che mi dimentichi: saluti al babbo, il signor Carlo. Vedo che le ha trovato una sistemazione, da buon babbo. Che ha detto che fa? La vicepresidentessa di qualcosa? Ma che brava figliola. Gli faccia i miei complimenti, al Carlo, quando lo vede.
Ok, basta cazzeggio, torniamo a noi.

C’era un po’ di imbarazzo sulle sedie a destra del telespettatore, pure da parte della Roccella. Ma il suo imbarazzo – come quello degli altri due, spoglio di ogni panno politico e culturale, ecc. – mostrava nuda la faccia dell’ipocrisia, della malafede e della cattiveria scema: “Noi non nasciamo autodeterminati, noi nasciamo dalla pancia di un altro individuo”. Sì, signora sottosegretaria, ma poi cresciamo. Lì dentro, se vuole, resti lei. Non ci costringa a rimanere tutti lì, insieme a lei, per farle compagnia, con la scusa che sennò poi si sentirebbe sola. Si sente sola?

Una parola a parte per Vito Mancuso, che ormai sta diventando un’altra stella del mio cielo privato. Non mi convince, continua a non convincermi. Ma, da simpatico che m’era fin dalla prima volta che l’ho letto su Il Foglio, ad ogni apparizione televisiva mi diventa sempre più simpatico.
Vito Mancuso si è messo in testa che è possibile una Riforma che non sia – di per sé – disobbedienza. Donde trae il filo sul quale dovrebbe stendersi questo bel poco di ammuina generale? Da un Dio che è energia, da un Cristo che mi pare possa essere descritto come gradiente elettromagnetico e da una chiesa che sia flusso cosciente e libero d’evoluzione creativa. E dice che “la verità non sta nelle tasche di nessuno” – bestemmia! – e che “la dottrina non può non cambiare, guardiamo la storia della Chiesa così com’è stata…”.
Un pazzo, senza dubbio un pazzo, ma simpatico. Da giocarci a briscola, dopo cena, gustando un passito.


Nota
Vi prego, non chiedetemi recensioni televisive. Sono sempre assai distratto quando guardo la tv.




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28 ottobre 2008

Al cacao

Mica lo volevano ammazzare perché è un negro di merda. No, Obama aveva rubato loro dei biscottini.




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28 ottobre 2008

Leggere la Bibbia al cesso


Il Papa ha vietato tutto fuorché cacare”

Martin Lutero, Discorsi a tavola, Einaudi 1975
(pag
. 92)


Nei paesi di tradizione protestante è immancabile una Bibbia in ogni stanza d’albergo, solitamente sta nel cassetto del comodino, talvolta in un’edizione multilingue, spesso rilegata in similpelle. La cosa è assai rara nei paesi di tradizione cattolica, anche negli alberghi a cinque stelle ricavati da conventi, e la spiegazione è abbastanza ovvia: la Chiesa di Roma, soprattutto dalla Controriforma in poi, è sempre stata assai diffidente verso la lettura della Bibbia non mediata (dal suo clero, ovviamente, o da personale laico strettamente controllato), e spesso è arrivata perfino a vietarla.
Purtroppo non si può più. Il secolarismo ha strappato alla Chiesa di Roma quegli strumenti di controllo capillare, non di rado violenti, che prima essa aveva sulla vita, sul corpo e sulla coscienza dell’individuo, e quindi anche su ciò che l’individuo potesse aver lo sghiribizzo di voler leggere. E poi la stampa ha fatto il resto. E l’alfabetizzazione ha finito di rovinare il tutto. Sicché chiunque, oggi, può inorridire, sbellicarsi, svagarsi, riflettere su ciò che sta scritto in quel librone, come, dove e quando gli pare, anche al cesso, senza che debba più essere un chierico a leggerglielo e a commentarglielo. Oltre tutto, sarebbe imbarazzante: a un minimo di intimità, uno ci tiene.

Si materializza la possibilità (anzi, l’altissima probabilità) di leggerla nel modo sbagliato, che poi sarebbe un qualsiasi altro modo che non sia l’unico giusto. Inutile dire che il “modo giusto” di leggere la Bibbia – Benedetto XVI ha tenuto a precisarlo ultimamente – è quello che si avvale dell’“ermeneutica della fede”. E l’“ermeneutica della fede”, secondo voi, a chi spetta? Bravi, avete un istinto grosso come un cinghiale: spetta al chierico.

È un libro, all’apparenza. Carta, inchiostro, rilegatura. E lettere, parole, frasi, storie. Alcune tragicamente credibili. Molte assai più inverosimili. E contraddittorie. O con un senso che non regge appena estratto dal contesto.
Ma anche un sacco d’altri libri sono così, in qualche modo tutti sono muti senza leggerli. Né la lettura basta, a volte. A volte bisogna rileggerli, e con attenzione, con la possibilità di trovarvi sempre qualcosa di nuovo, perfino di scovarvi quello che pare (e poi eventualmente si rivela) uno svarione dellautore. Un lavoraccio, via, anche c’è chi lo trova eccitante.
Sapendo, però, che la comprensione di ciò che sta scritto in un libro non è sempre assicurata – soprattutto se si tratta del “modo giusto” di comprenderlo – si può capire che ci sia chi ci rinunci, e un po’ meno si capisce chi si ostini. Trattandosi della Bibbia, poi, si corre il rischio di una lettura che faccia perdere il succo: la Bibbia è (esige sia) la parola di Dio attraverso la narrazione di fatti.
In un certo qual modo, leggere la Bibbia avvicina a Dio, a patto di dare per scontato che Dio esista e che – appunto – parli attraverso quei fatti, spesso inverosimili come la sua stessa esistenza, senza che peraltro questa possa mai risultare più verosimile in relazione alla verosomiglianza di quelli.

Si potrebbe leggerlo come un libro qualsiasi, ma
“attenzione ai rischi di un’esegesi esclusivamente storico-critica”
– avverte Benedetto XVI – perché “il metodo storico-critico aiuta a capire che il testo sacro non è mitologia, ma dobbiamo considerare anche i suoi rischi. […] Può portare a pensare alla Bibbia come un libro che riguarda solo il passato”.
Questo è palesemente falso, come molte delle cose che afferma Benedetto XVI: posso leggere il ciclo di Gilgamesh come un poema epico e, se trovo dei riscontri ad Ebla, posso perfino ipotizzare che le gesta narrate abbiano un qualche fondamento storico, per quanto trasfigurato. Ma Benedetto XVI insiste: “Il metodo storico-critico è positivo, ma ha bisogno di essere completato. […] Non ha fondamento un’esegesi che non sia teologica”. Evidentemente vale solo per la Bibbia.
“Questo comporta che ogni testo debba essere letto e interpretato tenendo presenti l’unità di tutta la Scrittura, la viva tradizione della Chiesa e la luce della fede”. Insomma: dovrei conoscere la Bibbia prima di averla letta; prima di averla letta, dovrei dare per certo che lì dentro ci sia la parola di Dio; e dunque credere in Dio, già da prima o al momento, convinto dalla copertina; e però nel Dio cattolico, mica di quello luterano o di quello ebraico; nel Dio cattolico, per come me lo rappresenta la tradizione cattolica; sennò la mia lettura della Bibbia è errata in partenza. È come vietarmi di leggerla senza che ci sia un chierico a correggermi se dovessi sbagliare: se cioè dovessi interpretare un avverbio in un modo che a lui non pare quello giusto. È come vietarmi di leggerla, senza vietarmelo, via. Sarà per questo che qualcuno esclama: “Figo!.




Nota

Il post era stato concepito in modo diverso. Avrei voluto commentare a riguardo di ciò che
Pietro De Marco scrive riguardo all’intervento che Benedetto XVI ha tenuto a riguardo dell’“ermeneutica della fede”. Che gran sperpero di riguardo.
Provate a leggere
l’uno e l’altro, e ditemi se non c’è da incazzarsi ancora nel riconstatare che, al netto delle tante, troppe chiacchiere, si riafferma l’assoluto divieto di leggere la Bibbia al cesso. Poco più, poco meno.




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27 ottobre 2008

Ma vai a scrivere un bel post

Qualcuno l’ha fatto già notare o sono solo vittima di un’ingannevole impressione tutta personale e tutta inconsistente? Boh, a me pare che Facebook stia vampirizzando i blog e i forum. Parlo ovviamente dell’esigua porzione della rete in cui navigo abitualmente, e in realtà mi riferisco a un dato che non ho ancora provato a quantificare, ma che mi pare considerevole, vorrei dire preoccupante: il numero degli aggiornamenti dei feed che mi arrivano dai siti di chi poi trovo costantemente collegato a Facebook ha subito una caduta impressionante, almeno da due mesi a questa parte. Non è bello, non mi piace.
Guardo un feed che mi è rimasto spento per giorni, vado su Facebook e quella penna deliziosa sta lì, perde tempo a cazzeggiare, a interpolare link che vengono chiamati “amicizie”, probabilmente a chattare, a guardare album di foto altrui, a consumarsi in epigrammi criptici. Ma vai a scrivere un bel post, uno dei tuoi, di quelli che mi hanno sempre fatto sorridere o riflettere – questo vorrei scrivergli, e sto lì per farlo, e qualche volta lo faccio, e sto per cliccare Invia dopo averlo scritto, e ogni volta chiudo la finestra – vabbe’, non sono cazzi miei.
Una buca della posta, sì. Con qualche concessione al narcisismo, sia. Col rischio di ridurre il dialogo a un “ciao, come va?”, brrr. Può darsi che cambierò idea, sono sempre così refrettario alle novità. Ma al momento guardo la cosa con viva ansia. Giacché sono ipersensibile, vivissima.  




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27 ottobre 2008

"Provvisoriamente" su Giornalettismo.com



L’Osservatore Romano 
e le critiche interessate




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27 ottobre 2008

Una brillante “scoperta” di Daniele Capezzone

Un serio e documentato articolo a firma di Antonio Signorini, corredato da un efficace scheda grafica di comparazione con altre piazze romane solitamente scelte per manifestazioni politiche e sindacali, dimostra in modo inoppugnabile che, a massima densità di affollamento, i 140.000 metri quadrati del Circo Massimo non possono contenere più di 560.000 persone (il Giornale, 27.10.2008).
Daniele Capezzone, ieri, faceva la stessa considerazione ma, a parità di massima densità di affollamento, attribuiva al Circo Massimo un’area assai inferiore, esattamente la metà: “70 mila metri quadri, moltiplicati per le 4 persone che al massimo possono occupare un metro quadro, fanno 280mila”.

Il motivo è presto detto: la sua dichiarazione di ieri non è altro che la sintesi di quanto un brillante collaboratore de il Velino aveva già considerato e scritto, lo scorso anno, riguardo al Family Day tenuto in Piazza San Giovanni e dintorni, su una superficie che in quella occasione era appunto poco meno della metà del Circo Massimo. Daniele Capezzone ha fatto sua quella “scoperta”, ma per la fretta ha mancato di operare il dovuto aggiustamento. Di suo ci ha aggiunto solo la consueta cazzatina arguta: “Veltroni parla di 2 milioni e mezzo di presenti. Possibile? Solo se il Circo Massimo fosse un garage a 8 piani”. (Più elegante, stavolta,
lironia di Fabrizio Cicchitto: “Per la legge della incompenetrabilità dei corpi...)

Manco sarà stato mai al Circo Massimo, il povero Daniele Capezzone, si può capire. Marco Pannella non ce l’avrà mai portato, ché lì dentro i radicali si sarebbero spersi.




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27 ottobre 2008

Stop and go

“L’Associazione Radicale LiberaPisa e la Cellula Coscioni di Pisa esprimono il loro apprezzamento per la decisione della Asl di sanzionare il medico autore del cartello «Qui non si prescrive la pillola del giorno dopo» affisso all’esterno della guardia medica «I Passi»”

lucacoscioni.it, 24.10.2008


“L’avvocato Aldo Ciappi, Presidente dei Giuristi cattolici di Pisa e Presidente di Scienza & Vita di Pisa-Livorno, ha spiegato che «i medici della ‘continuità assistenziale’ dell’A.S.L. pisana, sono stati assolti dall’imputazione, scaturita dalla denuncia di alcuni militanti radicali, recepita dalla Direzione sanitaria, di aver ‘contravvenuto al dovere di assicurare prestazioni non differibili ai cittadini residenti nel territorio afferente alla sede di servizio’» […] Una simbolica sanzione pecuniaria
[è stata inflitta a] un solo medico, ritenuto responsabile di aver affisso tale cartello, perché «affissione non autorizzata dalla Direzione»”

zenit.org, 26.10.2008


Vince la tesi che l’obiezione di coscienza sulla pillola del giorno dopo sia legittima, mentre illegittima sia l’affissione di un cartello che in modo ambiguo faccia intendere che l’obiezione di coscienza sia posta dall’intera struttura sanitaria pubblica e non dal solo medico di turno. Sarebbe bastato che ogni medico obiettore di turno avesse chiesto l’autorizzazione alla Direzione per esporre un cartello non ambiguo e a titolo personale, e neanche sarebbe scattata la sanzione pecuniaria. Diciamo la verità: l’Associazione radicale LiberaPisa e la Cellula Coscioni di Pisa hanno perso; l’Associazione Scienza & Vita di Pisa-Livorno e l’Associazione Giuristi Cattolici hanno vinto.
In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza nel dettaglio, bisognerebbe provare a riformulare la questione, aggirando la questione dell’obiezione di coscienza: potenziare il servizio di soccorso civile sul piano clinico, capillarizzando l’aiuto a chi faccia richiesta della ricetta.




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27 ottobre 2008

La cosa per come funziona

“Eminenza, qui la cosa non funziona. […] Puoi rifiutare una cura e lasciarti morire. È un fatto. Ma una legge che stabilisca questo fatto come diritto è un’altra cosa. […] La vita è un tabù” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 24.9.2008). “L’opportunità di un intervento legislativo riguardo alla fine della vita nasce unicamente dal pronunciamento della Corte di Cassazione […] Nella sostanza però nulla è mutato, né potrebbe mutare, nell’atteggiamento della Cei riguardo alla tutela della vita umana dall’inizio al suo termine naturale” (Camillo Ruini, Avvenire, 25.9.2008).
Da cosa dobbiamo farci guidare, dal tabù o dall’opportunità? È meglio perdere tutta la testa o solo la faccia? E siamo in ambito tattico o strategico?
Sei per il no al referendum sulla legge 40. Il cardinal Ruini ti convince all’astensione. In nome di un tabù, mica per mero calcolo di opportunità: “Sulla vita non si vota”, suona pure bene. Poi il tempo passa, e la Cei chiede un voto sul fine-vita, che sempre vita è. “Eminenza, qui la cosa non funziona”, fai presente. Il cardinal Ruini cerca di convincerti a cambiare idea ancora: sulla vita si può votare, per mero calcolo di opportunità, fanculo il tabù.
A star dietro la Cei, robe da perderci la faccia o tutta la testa. Giusto se sei un prete, ma se non sei un prete…

Al lettore che chiedeva come mai Il Foglio non fosse ancora sceso in campo in difesa di Pio XII, arrivava una risposta fredda, quasi gelida, un mese dopo: “Non mi sembra il momento di assumere pose combattentistiche e proselitistiche” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 25.10.2008). Un bel modo per mandare a dire: fanculo il tabù, a ciascuno il proprio mero calcolo di opportunità.
È un bluff, ovviamente: il mero calcolo di opportunità consiglia di non farsi convincere ancora, perché “lo scontro su Pio XII sta diventando politico, un affare tra stati”, cioè tra Israele e Santa Sede, e qui l’opportunità consiglia di non schierarsi, meno che mai contro Israele. Scelta obbligata, a pensarci bene, e torna utile che il mero calcolo di opportunità sia prevalente sul tabù, ultimamente.
Siamo in ambito tattico, ma anche strategico. A metà di novembre, dopo la sentenza definitiva della Corte di Cassazione sul caso Englaro, si tornerà a discutere di testamento biologico. Sulla crisi della finanza mondiale, sulla protesta contro la riforma Gelmini, sulle ultime puntate delle Presidenziali americane, un po’ di bioetica ci starà come cacio sui maccheroni, e Il Foglio avrà bisogno della grattugia. Lo scontro su Pio XII dovrebbe almeno aver perso intensità, per allora.




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26 ottobre 2008

Solare

Torna in vigore l’ora solare. Gli insonni potranno dormire un’ora in meno, recuperando in questo modo l’ora d’insonnia che era stata loro tolta con l’entrata in vigore dell’ora legale.




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25 ottobre 2008

Anticip.

Per stroncare “il successo di una sedicente musica contemporanea” (Marcello Filotei su Giovanni Allevi), L’Osservatore Romano usa lo stesso argomento che schiere di critici malevoli usarono per stroncare quello che, sulla stessa pagina, è definito “spirito anacronistico ma figlio naturale del [proprio] tempo” (Mariano Dell’Omo su Pietro Annigoni).



Lunedì 27 ottobre, su Giornalettismo.com.




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25 ottobre 2008

...

Sull’ultima pagina del manoscritto de Die Kunst der Fuge (BWV 1080) c’è una sbavatura d’inchiostro che acquista tutto un altro senso adesso che “un direttore d’orchestra australiano ha scoperto che alcune musiche attribuite a Johann Sebastian Bach furono composte in realtà dalla seconda moglie Magdalena” (La Stampa, 18.10.2008)?




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24 ottobre 2008

Metafora infelice, questo è tutto


Stasera, a Ottoemezzo, per significare il grave deficit di democrazia interna che caratterizza il partito-azienda di Berlusconi (sono d’accordo, ma aggiungerei: non solo), Veltroni ha detto – se ho capito bene – che la linea del Pdl è decisa come per “editto papale”.
Chi ha visto la puntata de Le Invasioni Barbariche può correggermi: a me è sembrato che il tono di questa affermazione escludesse ogni apprezzamento positivo, ha detto 
“editto papale” come deprecando la natura autocratica del metodo.

Niente di meno democratico del metodo autocratico, convengo. Sicché, s
e le parole significano qualcosa, direi che per Veltroni un grave deficit di democrazia interna caratterizzi anche la Santa Sede.
E allora s
orge un problema dinanzi alla coscienza di Veltroni: ritirare l’argomento contro il Pdl o sollevarlo pure contro la Santa Sede, alla prima occasione. (Ad occhio e croce, penso che gli convenga la soluzione più facile, la prima.)

Il Pdl gode di un largo consenso popolare e la Santa Sede ha un forte ascendente sulle masse. In modo assai diverso, certo, sono due realtà politiche delle quali non si può non tener conto.
Il leader di un partito che si fa chiamare democratico è legittimato in qualche modo a porre la questione del loro grave deficit di democrazia interna come argomento polemico? Anche se si tratta di mere faccende interne? Anche se poi con queste realtà politiche deve giocoforza dialogare? E allora deve farlo sempre. O non deve permettersi mai.
Ma può darsi anche che si sia trattato solo di una metafora infelice, forse voleva dire “editto bulgaro”, come argomento meramente decorativo. E allora come non detto.




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24 ottobre 2008

Roma, Città Sacra

Su L’Osservatore Romano d’oggi, infilata in un articolone di cui si dovrà parlare a parte, c’è una frase impegnativa. Tanto più impegnativa perché L’Osservatore Romano non è il Riformista di Antonio Polito: a partire dal fatto che il direttore de L’Osservatore Romano è uno storico, e uno storico sa quanto siano impegnative certe affermazioni; e, già che ci troviamo, mettiamo pure il fatto che sul giornale dei chierici non c’è virgola che non sia pesata (altra cosa che il giornale dei chiachielli, dove ultimamente non pesano neanche il buon gusto).
Non voglio divagare: L’Osservatore Romano si impegna. E s’impegna di brutto, a mio modesto avviso, quando scrive: “Quello vaticano era infatti ager publicus, cioè terreno demaniale, lasciato sostanzialmente incolto e praticamente terra di tutti e di nessuno; in linea di principio per erigervi qualsiasi struttura occorreva una regolare concessione dello Stato”.

Si sta parlando dei tempi in cui i resti di san Paolo furono sepolti dicitur – in quel terreno, dove oggi c’è la Basilica di San Pietro. Seppellimento che L’Osservatore Romano dà per storicamente certo, in accordo ad una tradizione assai opinabile, e perciò dicevo che si dovrà parlarne a parte. Rimane il fatto che, con questa affermazione, si riconosce la primigenia natura laica dello spazio fisico entro il quale si genera un diritto della Santa Sede, cioè quello territoriale. E io consiglierei al professor Vian di disimpegnarsi, semmai una rettifichina sul prossimo numero, anche en passant, parlando daltro.

Stabilita la falsità della Donazione di Costantino, torniamo a interrogarci su cosa sia di Dio e cosa sia di Cesare: dobbiamo concludere, d’accordo con L’Osservatore Romano, che la Chiesa cattolica posa il culo sull’ager publicus che ha su questa penisola per antica (e chissà se regolare) concessione dello Stato.
Giusto per ricordarcene, quando spariamo retorica del tipo: Roma, Città Sacra. Primigeniamente, non è Dio, ma è lo Stato a concedere ai chierici l’autorizzazione a fondare una pretesa, qui, su un appezzamento di terreno. Ogni diritto sacro può essere solo di una Chiesa nomade. Si sloggia?




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23 ottobre 2008

Non vogliono tagli alla scuola

È molto probabile che questi ragazzacci si siano messi in testa che l’istruzione pubblica debba offrire condizioni tali da “rendere uguali il figlio del professionista con il figlio dell’operaio”. Pazzi.




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23 ottobre 2008

Non è un governo autoritario, è una compagnia di avanspettacolo




“Io non ho mai detto: «Polizia nelle scuole»,
non l’ho mai nemmeno pensato”




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23 ottobre 2008

Promemoria (1. e 2.)

1. Al momento, se il motore di ricerca mi dice giusto, dovrei essere il dodicesimo che posta la seguente dichiarazione di Francesco Cossiga, ma io ci aggiungo la preghiera di farla girare.

“Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano”.

Queste parole dovrebbero essere annotate dall’opinione pubblica, anche a matita su un foglietto, però poi mi raccomnado di riporlo in luogo asciutto, per tirarlo fuori quando le agenzie batteranno la notizia della morte di Francesco Cossiga, e tutti a piangerlo, e tutti a dire che sotto sotto non era poi così un uomo di merda. Lè molto anziano e non dovrebbe mancare molto. Ricordarsi dove si è messo il bigliettino. Rileggerlo. Riporlo dovera. Ripigliarlo quando vorranno intitolargli una strada. Rileggerlo. Riporlo dov’era. E così via.

Quest’uomo morirà nel suo letto, circondato dall’affetto dei cari, se gliene sarà rimasto qualcuno con stomaco così affettuoso; e avrà funerali magnifici e orazioni funebri da far venire i brividi alla schiena a molti invertebrati anelliformi; non sarà ancora tutto marcio nella bara che già si troverà qualcuno a volerlo sugli altari; e probabilmente la sua faccia sarà scolpita nel marmo, così non si vedrà più nemmeno la vitiligine venutagli per aver – parole sue! – ammazzato Aldo Moro.
Morirà nel suo letto, perché non è mai stato raggiunto neppure da un millesimo della violenza che egli ha prodotto da uomo dell’oligarchia democristiana, da attore della strategia della tensione.

2. Non c’è mai stato niente di decente nella Seconda Repubblica, se non nell’aver soffocato la Prima. Certo, poi guardo la faccia di Silvio Berlusconi alla conferenza stampa nella quale minacciava mazzate ai figli altrui, e ci medito.
Lui che per figli ha dei ridicoli canovacci della commedia all’italiana che probabilmente vorrebbe rifilarci come modelli – lui, dicevo, vorrebbe mettere la mani addosso, chessò, a mia figlia, quest’anno al suo primo anno di università.
Silvio, guarda che non tutti hanno il culo di Francesco Cossiga. Fai il moderato, come t’è sempre piaciuto far finta, ché già ci bastano i casalesi.




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22 ottobre 2008

“Rabbino, posso fumare mentre leggo la Torah?”

“Rabbino, posso fumare mentre leggo la Torah?”
“Certo che no, è peccato”

“Rabbino, posso leggere la Torah mentre fumo?”
“Certo che sì, leggere la Torah è utile in qualsiasi occasione”


Ieri, su Facebook, mi è arrivata una “richiesta di amicizia” accompagnata da un breve messaggio, che prima m’ha fatto sorridere, e poi m’ha dato molto da pensare. Si trattava di una persona che evidentemente legge questo blog il poco o il tanto che le potrà essere bastato per immaginarmi – e a ragione, anche se non è che ci volesse molto – come uno che “legge la Bibbia fumando una sigaretta dopo l’altra”.
Mi è tornata in mente la vecchia storiella yiddish che relativizza a tic reverenziale quella che il cattolicesimo definisce lectio divina. Ho sorriso perché la cosa mi ha subito lenito gli effetti della lettura assai snervante dalla quale venivo: il Bollettino del Sinodo Episcopale, la serie di interventi che Benedetto XVI ha sollecitato sui “pericoli” della lettura storico-critica della Sacra Scrittura quando non adeguatamente sorvegliata da quella particolare lettura astorica e acritica che è detta “lettura teologica”.
Lettura snervante, perché quel vischioso cumulo di sofismi era l’ennesima riedizione dell’arrogante pretesa della Chiesa di Roma di imporre la propria interpretazione, come sola legittima, di un testo zeppo di contraddizioni, incongruenze e bestialità.

Niente di nuovo: sta scritto che Giosuè ha fermato il sole in cielo (Gs 10, 12); se l’ha fermato, vuol dire che è il sole a girare intorno alla terra; affermare il contrario è un insulto alla Parola; ma, quando appare evidente – e ce ne vuole – che sia il sole a star fermo e la terra a girargli intorno, ecco che la Parola deve essere letta come metafora, come prima doveva essere letta in senso letterale; l’interpretazione è mutevole, ma spetta alla Chiesa di Roma decidere come e quando deve mutare; sennò si fa oltraggio alla lectio divina con insultanti considerazioni astrofisiche. Roba “storico-critica”, roba che manda in bestia la Chiesa di Roma.
Il Libro deve essere letto nel modo giusto e quale sia quello giusto può dirlo solo chi veste i buffi abiti di un chierico. Sarò ipersensibile, ma questa mi sembra la più grande violenza che si possa fare ad un lettore.
La libera interpretazione di un testo può essere contestata, ovviamente. Leggo la Bibbia fumando una sigaretta dopo l’altra e scopro che l’interpretazione che ne dà la Chiesa di Roma è contestabile, ne do una diversa, altrettanto contestabile. Ma la divergenza dovrà pur essere ricomponibile sulla base di elementi che siano congrui ad una logica condivisa? Se non condivido la fede in Dio, tantomeno la fede nel fatto che la Chiesa sia il Dio vivente, per ciò stesso la mia interpretazione è errata? Anche se la mia spiega qualcosa sulla base di riscontri verificabili mentre quella del chierico è basata in ultima analisi su elementi indimostrabili per la stessa natura della loro indimostrabilità e non spiega niente? E come può pretenderlo, il chierico? Come può pretendere che la mia interpretazione sia oltraggio alla Sacra Scrittura mentre la sua sarebbe lectio divina? [*]

Se non credo in Dio, dunque, o se non credo che Dio parli solo attraverso l’interpretazione che me ne dà la Chiesa, non posso accostarmi alla Bibbia? E cosa me lo impedirebbe, se mi si consiglia proprio la sua lettura per acquistare la fede che non ho? E, se la sua corretta lettura sta nella lectio divina (che posso accettare solo dopo aver acquistato la fede), perché mi viene consigliata la lettura? Non mi si chiederà mica di anticipare la fede che non ho? Dovrei farlo necessariamente su un tipo di lettura del testo che rifiuto, ma che è l’unico tipo che dovrebbe farmi acquistare la fede: mi si può chiedere questo? A me pare un vero insulto.

Bastava quello fattomi da monsignor Gianfranco Ravasi, poco prima che cominciassi a leggere il Bollettino del Sinodo Episcopale, dalle pagine de L’Osservatore Romano.
Lo diresti un brav’uomo, Sua Eccellenza, con quel suo bel faccione. Vediamo che scrive, proprio sulla mancanza della fede, sulle “tre tipologie di non credenza”.
La prima è quella dell’ateismo “idolatrico”, che intende sostituire al Dio trascendente un dio immanente (lo Stato, il Partito, la Razza, ecc.). La seconda è quella dell’“incredulità”: “Non è la negazione teorica e programmatica di Dio quanto l’affermazione della sua distanza o irrilevanza nella storia […] È paradossale, ma a questa particolare tipologia di incredulità dev’essere associata anche una certa forma di religiosità contemporanea, fluida e sottile, che produce surrogati spirituali e cocktail religiosi che fondo sincreticamente spezie di fedi diverse” (New Age). La terza tipologia di “non credenza” – dice Sua Eccellenza – è quella dell’“assenza misteriosa di Dio”, dell’“interrogativo rivolto al Dio muto e apparentemente assente” (Giobbe).
Che fare? Come conquistare alla fede questa gente senza Dio? “Fuor di metafora, è necessario procedere verso la proposta di alcuni contenuti radicali che riescano ad artigliare la coscienza intorpidita, anche se per un istante, aprendola una ferita”.
“Fuor di metafora”: “artigliare”, “ferire”. Un programma da predatore, ma quali sarebbero questi “contenuti radicali” che dovrebbero svegliare dall’intorpidimento per consegnarci a Dio credenti?
“La vita e la morte, il dolore e il male, l’amore e il tradimento, il mistero e la trascendenza, la verità e il falso, la prevaricazione dell’ingiustizia e la solidarietà, il mondo con le sue bellezze, i suoi segreti e la sua tutela, e infine come apice lo Spirito, Dio, il Vangelo”.

E questo sarebbe quel campione di intelligenza e di cultura che si dice in giro? Per tutto questo catalogo di argomenti, un ateo non ha le sue personali convinzioni? E, infine, quando tra gli argomenti si pone il Vangelo, a quale testo ci si riferisce? A quello che posso leggere e interpretare liberamente, mentre sto fumando una sigaretta, o quello che dovrei bermi nell’interpretazione di un chierico, dando per certo ciò che lì sarei chiamato ad accertare prima di accertarlo?
Ma veramente questi signori coperti d’abiti buffi pensano di poterci prendere per il culo e insultarci con questi argomenti? Davvero Sua Eccellenza può permettersi di citare, come fa, “Odifreddi, Onfray, Hitchens, Dawkins e così via” definendo le loro argomentazioni come “scimmiottature” dell’ateismo, mentre le sue argomentazioni dovrebbero sembrarci distillato di verità?
Ma insomma, Eccellenza, non si rende conto che il semplice non credere è da lei considerato un’offesa? Come non può concedere che sia offensiva questa sua proposta di fede? E soprattutto: perché non si calma sparandosi due seghe?


[*] Un esempio, solo un esempio, e che ho già fatto altrove, da un’omelia di Benedetto XVI, del 6 gennaio di quest’anno.
“Qual è l’origine dell’universo e del genere umano? Da dove viene il male? Perché ci sono diverse lingue e civiltà? […] Afferma il testo sacro che in origine «tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole» (Gn 11, 1). Poi gli uomini dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra» (Gn 11, 4). La conseguenza di questa colpa di orgoglio, analoga a quella di Adamo ed Eva, fu la confusione delle lingue e la dispersione dell’umanità su tutta la terra (Gn 11, 7-8). Questo significa «Babele», e fu una sorta di maledizione, simile alla cacciata dal paradiso terrestre”.
Una punizione divina per un peccato di orgoglio, questo ci propone Benedetto XVI. Ora, a me non sembra proprio. E stando al testo – solo a quello – vorrei contestare questa interpretazione. Posso?
Bene, nel testo biblico, tutto questo – semplicemente – non c’è: e Benedetto XVI può offrire la sua interpretazione solo perché salta tre punti di Gn 11, 1-9, esattamente Gn 11, 4, Gn 11, 5-6 e Gn 11, 9. Questi tre punti tolgono ogni senso di punizione alla dispersione degli uomini da Babele voluta da Dio.
“Il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola [in realtà, il testo biblico qui smentisce quello che è stato detto poco prima, in Gn 10, dove già i figli di Noè risultano avere lingue diverse]; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque [da notare che era già sceso, due frasi prima, in Gn 11, 5] e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro»” (Gn 11, 5-6); “Perciò la chiamò «Babele» [dalla radice bll (“disperdere”)], perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra” (Gn 11, 9).
Nel Vecchio Testamento, quando Dio s’incazza, è tremendo nelle parole e negli atti, ed è tremendissimo quando si incazza perché sia stata lesa la sua maestà. Diciamolo: in questo frangente, stando al testo, il Signore è pacatissimo, non punisce alcun peccato di orgoglio, per il semplice fatto che non considera affatto la costruzione della torre come un atto di sfida nei suoi confronti. Negli stessi costruttori della torre, inoltre, non c’è questa intenzione: “Dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra»” (Gn 11, 4).
Non vogliono toccare il cielo per sfidare Dio, semmai per congiungere la terra al cielo; ma questo non è il progetto di Dio, evidentemente, però lo diventerà nelle parole di Benedetto XVI: “La Chiesa viene costituita non da una volontà umana, ma dalla forza dello Spirito di Dio. E subito appare come questo Spirito dia via ad una comunità che è al tempo stesso una e universale, superando così la maledizione di Babele” (11.5.2008).
Ben sapendo che “quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile” (Gn 11, 6), Dio dispone per un altro progetto: la dispersione degli uomini su tutta la terra (per poi cambiare idea e non volerla più, chiedendo agli uomini il ricompattarsi in un unico gregge).
E qui dobbiamo intenderci sul termine “dispersione”: in questo “disperdere”, nel racconto biblico, nulla rimanda a qualcosa di punitivo per quella che Benedetto XVI definisce “colpa di orgoglio, analoga a quella di Adamo ed Eva”. Solo l’aver subito la suggestione di certe rappresentazioni pittoriche può spingere a immaginare l’episodio biblico in Gn 11, 1-9 come una punizione divina e indubbiamente l’arte sacra abbonda di queste raffigurazioni in accordo ad analoghe interpretazioni di comodo che nel testo del Genesi non sono né esplicite né altrimenti deducibili se non pigliando per buona una esegesi che non si capisce dove poggi.
Alcune miniature in codici medioevali mostrano la torre di Babele mentre crolla: in realtà, la torre di Babebe non viene affatto distrutta, né da Dio, né dagli uomini: semplicemente, si abbandona la sua costruzione e nulla nel racconto biblico fa riferimento a quanto sta in quelle miniature. C’è anche una famosa incisione di Gustave Dorè, che è sempre stato un artista molto amato dai borghesucci tedeschi: in primo piano, sulla destra, la “dispersione” è raffigurata con la “disperazione” di alcuni “dispersi”, una disperazione molto simile a quella dei dannati nelle illustrazioni del Dorè all’Inferno di Dante Alighieri. È la giusta interpretazione di “disperdere”? Solo per un tedesco, perché “vernichten” oltre a “disperdere” può significare anche “annientare”, “distruggere”, ecc.




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21 ottobre 2008

Dimensione dialogica della Rivelazione

dialogico agg. (pl. m. -ci)
~ Che si svolge sotto forma di dialogo […]

dialogo s.m. (pl. -ghi)
1. Colloquio tra due o più persone […]
confronto d’idee, opinioni o programmi
allo scopo di raggiungere un’intesa […]


Monsignor Rino Fisichella prende la parola al Sinodo dei vescovi e spiattella la sua brava relazioncina. Titolo: Dimensione dialogica della Rivelazione.
“È necessario chiarificare il senso della dimensione dialogica della Rivelazione – inizia – Quando è riferito alla Rivelazione assume un significato del tutto peculiare: esso comporta il primato dell’azione di Dio che nella sua libertà viene incontro all’uomo; ciò implica che non potrà mai esserci una pariteticità tra i soggetti” (L’Osservatore Romano, 21.10.2008). Significato “peculiare”, ma ignoto al dizionario della lingua italiana. Però, trattandosi di Dio, si può capire.

Se non fosse – questo è arcinoto, ma Sua Eccellenza ci fa il piacere di darci una rinfrescatina – che “l’annuncio della parola di Dio è il compito primario della Chiesa” e che “la liturgia permane come il luogo privilegiato in cui la parola di Dio esprime pienamente se stessa”.
Ecco la “peculiarità” del significato che la Chiesa dà al dialogo: il prete celebra la messa, legge la parola di Dio e la spiega; il fedele segue la messa, ascolta ciò che dice il prete e tace, però alla fine gli è concesso – anzi, consigliato – dire “amen”.
Stop, s’è pure dialogato troppo, andate in pace.




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21 ottobre 2008

Senza filtro (Rap)

Non escludo che qualcun altro l’avesse già suonato prima, ma la prima volta che ho sentito il motivetto è stato ai primi di settembre, in un’intervista al Tg5, era Ignazio La Russa che lo eseguiva al suo kazoo: “La politica italiana non sarà influenzata dall’esito delle Presidenziali americane”. Da allora l’ho risentito un’altra dozzina di volte, nelle versioni per trombone, arpa celtica, mandolino, ecc. Tutti solisti, tutti del centrodestra.
Nel centrosinistra il motivetto è completamente diverso, e già si sente in giro da un bel po’ di tempo, addirittura da prima che Barack Obama la spuntasse su Hillary Clinton alle Primarie del Partito democratico. Un coro lo canticchia a labbra chiuse, almeno al momento: “Con un presidente americano democratico, cambia il vento. E prima o poi arriverà sull’Italia una perturbazione atlantica che…”. Labbra troppo chiuse, il motivetto non si percepisce bene sul finale.

Se il clima cambierà in Italia – e in che modo, poi? – dipenderà davvero dal fatto che avrà vinto Obama? E tutto è destinato a peggiorare o a rimanere uguale, se vincerà McCain? Probabilmente no, si tratta di vecchi riflessi condizionati ereditati dalla Guerra fredda, quando tendenze isolazioniste e interventiste sembravano (e non lo erano) rispettivamente democratiche o repubblicane.
Per gli Usa i fronti si sono moltiplicati e diversificati, non sono più soltanto strategico-militari e non riescono ancora ad essere solo economico-finanziari: l’isolazionismo è impossibile e l’interventismo ha già dimostrato di poter essere assai possibilista.

Non sarà l’inizio del declino del Secolo americano, questo no, gli States hanno risorse materiali e spirituali inesauribili, hanno il pepe in culo e un eccezionale deismo di stampo giudaico-massonico, ecc. Ma già dal change, se ci sarà, vedremo un nuovo stile italiano nell’essere – a piacere – colonia o paese amico. Non escludo tentativi di imitazioni di Skull & Bones.
Tutto accadrà, come nella migliore tradizione italiana d’inizio millennio, sulla base di una percezione.

“La politica italiana non sarà influenzata dall’esito delle Presidenziali americane”? Dipende. “Con un presidente americano democratico, cambierà il vento”? Anche quello, dipende. Da cosa dipende, oibò?
Le élites (politiche, economiche, culturali, ecc.) italiane – i nodi delle oligarchie, oibò – non possono fare a meno di un polo gravitazionale americano, si sono affezionate, per quanto tentino di tanto in tanto avventurette esotiche di poco conto, perfino terzomondiste. Mariti latini: puttanieri, ma in fondo in fondo fedeli.
Saranno loro – i pezzenti arricchiti a forza di far debiti a compattare o a disperdere il neonato blocco sociale egemone italiano. Che può essere ancora il loro strumento, ma a patto di saper tenere un grado di plasticità antropologica che non è nell’autocompiaciuta tradizione del carattere italiano. Che è perfettamente incarnato in questo centrodestra: è la migliore incarnazione capitata al carattere italiano, si vede da come ci gode dentro.
E, al momento, i motivetti sono un passatempo.

Poi c’è il Vaticano. Ci siamo dimenticati il Vaticano? Potremmo uscire dall’Europa e fare uno storico strappo atlantico, diventando finalmente per il mondo un esemplare modello di sviluppo autarchico, pauperista e molto attento alla dottrina sociale della Chiesa. Ma molto.
Un federalismo intermegadiocesano, una rete di servizi sociali di tipo paramonastico, con un forte asse Stato-Chiesa (per esempio, simbolicamente, il sindaco di Roma nominato fiduciariamente dal Papa): insomma, l’embrione dell’Impero cristiano, Roma caput mundi, si inizia con lo sgozzar i volsci e i sanniti, e si finisce ad elargire Diritto urbi et orbi. Una scomessa, come al Superenalotto. Se ci va bene, facciamo il botto con la Storia.
Due o tre secoli, e gli americani ce li fumiamo. Senza filtro. Possumus.




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20 ottobre 2008

"Una forma di rispetto"

La sala stampa vaticana risponde alle critiche che sono state mosse a Benedetto XVI perché, nel corso della sua recente visita a Pompei, non ha neppure pronunciato la parola “camorra”: non è stata una dimenticanza, ma una precisa scelta– recita il comunicato – fatta “per una forma di rispetto verso la maggioranza dei campani, che sono persone oneste e non camorristi”.
Scelta discutibile, forse, ma legittima. Chiarito il motivo dell’omissione che a molti era sembrata grave, la questione può essere archiviata. Se non fosse che il comunicato fa presente che comunque, l’anno scorso, in visita a Napoli, Sua Santità non ha evitato di parlare di camorra, né di chiamarla col suo nome.
L’anno scorso, evidentemente, la maggioranza dei campani non meritava rispetto. Che avranno fatto, in quest’anno, per arrivare a meritarlo?




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20 ottobre 2008

Scrivi, Malvino ti risponde

Caro Malvino, […] vorrei conoscere il tuo parere su una questione che mi sta molto a cuore. Soffro da anni di disturbo ossessivo-compulsivo (doc), e da circa un anno tale disturbo ha acquisito la forma di doc religioso-magico, caratterizzato dalla paura di essere in torto a seguire la ragione e a decostruire miti, e di meritare per questo una punizione. Assumo inibitori della ricaptazione della serotonina da tre mesi, e sto meglio anche se ho ancora delle crisi dolorose.
Questa premessa serve ad introdurre una mia domanda: è possibile che il pensiero religioso in genere, e in particolare il pensiero rituale, per cui a comportamenti umani rispondono precise reazioni dell’ambiente non umano o dello stesso sistema di relazioni fra individui, seguano un meccanismo simile a quello che, nelle sue fasi acute, è proprio del doc? Gli elementi sono quelli: colpa, speranza, rito, redenzione, in circolo vizioso. […] Saluti

Vincenzo Angelo
(angel81@libero.it)


Su queste pagine sono tornato più volte sul nesso tra sentimento religioso e disturbi nervosi, e l’ho fatto a partire da quanto avevo trovato di estremamente ragionevole nelle riflessioni di Sigmund Freud (soprattutto Il caso Schreber, Mosè e il monoteismo, Il disagio della civiltà e L’avvenire di un’illusione),
Julian Jaynes (Il crollo della mente bicamerale) e Richard Dawkins (soprattutto L’illusione di Dio e la parte de Il gene egoista che è dedicata alla teoria del meme). In disaccordo con Michel Onfray (Trattato di ateologia) che reputa il sentimento religioso in relazione a dinamiche di tipo isterico, io propendo a credere che, in tutta la sua ampia gamma, il fenomeno si estenda proprio dal disturbo ossessivo-compulsivo alle più conclamate forme di paranoia, a seconda del ruolo giocato dal Super Io.
Poco potrei dirti, invece, sull’aspetto “metapsicologico” della questione, perché ho letto poco al riguardo e peraltro non mi risulta sia stato scritto molto. Però la tua domanda sembrerebbe poter trovare una qualche risposta in un rilievo che è ormai già sperimentalmente acquisito: analogie del comportamento dell’attività elettrica e biochimica del lobo frontale nei soggetti con doc e in quelli dal forte sentimento religioso, in risposta a stress psichici.
Comunque stiano le cose, ti auguro una pronta guarigione.




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20 ottobre 2008

Sollevato

Contrariamente a quanto si potesse immaginare (?), nella sostanza il Riformista resta quel che era. La serie del quotidiano arancione che oggi è in edicola col suo primo numero – 32 pagine, stessa carta di Libero – di nuovo ha solo un maggiore ingombro.
Stampa rassegnata mi solleva da quel genere di premura che – in due, in quattro, in dieci o in cento righe – è concessione al gossip sempre doverosa, se il blogger non vuol essere troppo palloso. Sicché sottoscrivo il
post e declino ogni altra premura.




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20 ottobre 2008

"Provvisoriamente" su Giornalettismo.com



Solo Dio, o il professor Zichichi




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20 ottobre 2008

L'andar di Corpo

“Al di sopra del Papa,
come espressione della pretesa vincolante
dell’autorità ecclesiastica,
resta comunque la coscienza di ciascuno,
che deve essere obbedita prima di ogni altra cosa,
se necessario anche contro le richieste
dell’autorità ecclesiastica”


Joseph Ratzinger,
Commentary on the documents of Vatican II
(a cura di Herbert Vorgrimler,
Herder and Herder, 1967-1969, New York,
vol. V, pag. 134)


Vito Mancuso merita sempre molta attenzione, e stavolta
[1] ne merita più del solito. Stavolta, infatti, affronta in modo esplicito la questione che si è sempre implicitamente posta tutte le volte che ha sollevato obiezioni su quanto la Chiesa, per il tramite dei suoi più alti gerarchi in carica, afferma come inalienabile dal magistero della tradizione: se non si è disposti a “mettere da parte ogni giudizio proprio, avendo sempre l’animo disposto e pronto ad obbedire in tutto alla santa madre chiesa gerarchica” [2]ecco la questione – ci si può dire cattolici?
Vito Mancuso si è sempre detto cattolico, e qui lo ribadisce. Ribadisce pure, come ha sempre fatto, che “appartenere alla Chiesa” non può (o non dovrebbe) significare “sentire con la Chiesa” contro la propria libertà di coscienza. E ribadisce pure, come ha fatto anche recentemente
[3]
, che la libertà di coscienza non può essere distinta dal diritto di autodeterminazione. Anche se definisce aperta la questione, a suo modo Vito Mancuso la chiude, appellandosi alla costituzione dogmatica Gaudium et spes del 1965 [4]. E qui sorge il problema che merita attenzione, massima attenzione.

Vito Mancuso riprende quanto ha già affermato altrove, anche recentemente [5], sugli strumenti che in passato la Chiesa ha ritenuto necessari in “difesa della verità”; ma afferma che, se “fino al Vaticano II […] i Papi non ammettevano per nulla la libertà di coscienza”, ora il principio “è entrato finalmente a far parte anche del patrimonio cattolico”, e questo “grazie a Lutero, a Kant e moltissimi altri combattenti a favore della libertà”; e chiude affermando che è “il mondo” ad aver “fatto camminare in avanti” la Chiesa.
Abelardo contro Bernardo di Chiaravalle, Lutero e Kant contro Agostino e Ignazio di Loyola, e oplà, ecco il Vaticano II. Stavolta, in Vito Mancuso, c’è un po’ più di quanto solitamente c’è sempre stato, sempre sconcertando non pochi cattolici, senza convincerne molti, e irritandone alcuni: c
’è l’affermazione che, col Vaticano II,  “è la stessa Chiesa a stare con gli eretici, perché lì, “con la stragrande maggioranza dei suoi vescovi e linfallibile approvazione papale [6], si è dichiarato che la coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario delluomo; e c’è l’affermazione – neanche tanto velata – che lì la Riforma abbia avuto la meglio sulla Controriforma, almeno sulla carta.

Poco male, in un certo senso: sfusi o a pacchetti, nel corso dei secoli, molti cristiani hanno mosso obiezioni al magistero petrino, però consapevoli del fatto che senza l’obbedienza al Papa erano cattolici solo provvisoriamente, fino a quando il Papa voleva o poteva tollerare la contraddizione in termini. Si può essere cristiano in qualsiasi modo Cristo sembra lasciar ritenere possibile a chi voglia dirsi cristiano, ma si può essere cattolico solo in un modo, o almeno così dovrebbe essere: nell’obbedienza al magistero della Chiesa di Roma, nella quale “sussiste” la Chiesa di Cristo e che di Cristo è il Corpo.
L’ideale sarebbe un’obbedienza spontanea o assai felicemente accettata, contro ogni diverso sentire, contro ogni dubbio, contro ogni genere di perplessità. Ma è inutile nasconderci che certi problemi sono fatti per porsi da soli, secondo il caso [7].

È in un certo modo assai strano che un teologo che si dichiara cattolico rigetti quanto un Papa ha affermato di recente: [La Chiesa] è come un corpo con diverse membra, ognuna delle quali ha la sua funzione, ma tutte, anche le più piccole e apparentemente insignificanti, sono necessarie perché il corpo possa vivere e realizzare le proprie funzioni […] Nella Chiesa ci sono tante vocazioni: profeti, apostoli, maestri, persone semplici, tutti chiamati a vivere ogni giorno la carità, tutti necessari per costruire l’unità vivente di questo organismo spirituale […] La Chiesa non è solo un organismo, ma diventa realmente corpo di Cristo […] Tutti diventano un solo corpo e un solo spirito in Cristo. Così la realtà va molto oltre l’immagine sociologica, esprimendo la sua vera essenza profonda, cioè l’unità di tutti i battezzati in Cristo, considerati dall’Apostolo «uno» in Cristo, conformati al sacramento del suo Corpo”
[8].
In ogni visione organicistica e in ogni simbolismo antromorfico non è il Capo a dover dare ordini al Corpo e non è il Corpo a doverli raccogliere? Giacché la realtà della “santa madre chiesa gerarchica” sta “molto oltre l’immagine sociologica” di una qualsiasi comunità umana, come si può affermare che sia “il mondo a farla camminare”?
Fossi in Vito Mancuso ci ripenserei un attimo, perché un Corpo può tollerarti fino a quando gli sei utile o comunque non dannoso, poi provvede alla tua espulsione. Potremo dire: va di Corpo e ti tratta da stronzo.




[1] Il Foglio, 19.10.2008
[2] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali
[3] Intervenendo nella polemica tra monsignor Giuseppe Betori e Roberta de Monticelli, ha preso le distanze dalle affermazioni del primo (“la vita non è a disposizione di nessuno […] la persona non possa determinare la propria fine”) dichiarando inopportuna la drastica decisione della seconda (“addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla Chiesa italiana”).
[4] “L’uomo può volgersi al bene [ma anche al male, ovviamente] soltanto nella libertà” (Gaudium et spes, 8.12.1965)
[5] “Noi cattolici non abbiamo le idee chiare in materia di libertà di coscienza. L’abbiamo rivendicata contro l’Impero romano quando eravamo minoranza, poi l’abbiamo negata quando siamo diventati maggioranza, arrivando persino a uccidere chissà quante migliaia di eretici solo per il fatto che esercitavano la loro libertà di coscienza. Tale repressione della Chiesa era motivata dalla difesa della verità, oggettivamente superiore alla capacità soggettiva di intenderla. Oggi che i Papi sono paladini della libertà di coscienza, si è forse svenduto il primato della verità? No, si è semplicemente fatto un passo in avanti, capendo che il rapporto dell’uomo con la verità passa necessariamente attraverso la coscienza, la quale può persino giungere a rifiutare la verità” (Corriere della Sera, 6.10.2008)
[6] Grazioso e ironico paradosso, quello di sottolineare la infallibilità papale sulla affermazione della possibile fallibilità papale nel chiedere obbedienza contro la libertà di coscienza.
[7]
Nel mistero della Chiesa è inclusa la verità che la sua relazione con Cristo non è affatto una relazione puramente esteriore. La Chiesa è il Corpo di Cristo, Cristo vive in essa, ravvisandola col suo Spirito Santo. […] La vita cristiana è comunione di vita in Cristo, una comunione di vita che prima di tutto reca anche testimonianza alla solidarietà di tutti i membri della Chiesa secondo l’economia della salvezza, che li rende zelanti per la salute delle anime di tutti gli uomini” (Bernhard Häring, Verso una teologia morale cristiana, 1967)
[8] Benedetto XVI (Udienza generale, 15.10.2008)




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Gli editoriali per Notizie Radicali


172. Urbi et orbi, la Marcia di Pasqua è inesistente
(11.4.2007)

171.
Addio, radicali. Arrivederci, liberali
(4.4.2007)

170.
La materia oscura
(30.3.2007)

169.
L’eroica lotta del prode Bandinelli
(20.2.2007)

168.
E a questo stiamo
(19.2.2007)

167.
Tra il sacro e la secolarizzazione
(16.2.2007)

166.
La smetta, Binetti, si curi!
(31.1.2007)

165.
Ignobile scoop
(29.1.2007)

164.
In memoria di Alfredo Ormando, ex seminarista, gay, arso vivo
(12.1.2007)

163.
Per ogni Popieluszko c’è sempre almeno un Wielgus
(10.1.2007)

162.
La pieta e la chiarezza di Francesco D’Agostino
(9.1.2007)

161.
Bernard-Henry Levy e i blog
(8.1.2007)

160.
Le esequie ecclesiastiche a Gabriele Cagliari
(2.1.2007)

159.
Assuntina Morresi davanti a Piergiorgio Welby
(20.12.2006)

158.
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Il concubinaggio
(14.12.2006)

156. La «sana laicità»
(11.12.2006)

155.
Cantalamessa
(6.12.2006)

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Lo Sdi e la massa critica
(4.12.2006)

153.
Caro Punzi
(28.11.2006)

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(27.11.2006)

151.
Alasciarli dire, a lasciarli fare
(24.11.2006)

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Il metodo di Antonio Socci
(23.11.2006)

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(20.11.2006)

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(15.11.2006)

146.
La Curia di Bologna
(10.11.2006)

145.
Simpatica carognetta
(8.11.2006)

144.
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(23.10.2006)

143.
Lo spazio dove stanno i radicali
(17.10.2006)

142.
Si accettano scommesse
(12.10.2006)

141.
Capolavoro di ipocrisia!
(10.10.2006)

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(9.10.2006)

139.
Nessuna paura d’aver paura
(5.10.2006)

138.
Nessuna costrizione nelle cose di fede?
(2.10.2006)

137.
“Lucidamente Piergiorgio Welby chiede…” 
(29.9.2006)

136. 
Ipotesi su Milingo
(27.9.2006)

135.
Ohilà, nequiziosi!
(26.9.2006)

134.
Come il tassidermista riempie di paglia la carogna
(25.9.2006)

133.
Ignoranza o mistificazione?
(21.9.2006)

132.
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(19.9.2006)

131.
Un tranquillo weekend di paura
(18.9.2006)

130.
La teologia nell'universitas scientiarum
(14.9.2006)

129.
“In fondo la Cisa vende serrature”
(13.9.2006)

128.
Limature
(12.9.2006)

127.
Auflegen, befehlen o gebieten?
(11.9.2006)

126.
Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia
(6.9.2006)

125.
James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre
(5.9.2006)

124.
Il caso Robert Lanza, ennesima svista del Foglio
(1.9.2006)

123.
Caro Pullia
(31.8.2006)

122.
Pannella si è fermato a Bose
(29.8.2006)

121.
Dobbiamo avere una grande pazienza
(28.8.2006)

120.
Trittico libanese
(24.7.2006)

119.
Schola Scholae
(19.7.2006)

118.
“Drogarsi non è un diritto”
(14.7.2006)

117. 
Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
[con Federico Punzi]
(6.7.2006)

116.
Comunitari o liberal?
(29.6.2006)

115.
Di cani e di figli
(27.6.2006)

114. Una fiction, neh
(23.6.2006)

113. Signore, signori, malgiogli assortiti...
(21.6.2006)

112.
Lobby? Andiamo piano con le parole
(16.6.2006)

111.
“Talora la stampa si presta…”
(13.6.2006)

110.
Negli assolutismi accade
(8.6.2006)

109.
La “libertà di vietare”
(7.6.2006)

108. Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile
(30.5.2006)

107.
Rispiegare la modernità?
(26.5.2006)

106.
Zuavi in Parlamento
(22.5.2006)

105.
A chi spetta?
(19.5.2006)

104. Ancora su Marcello Pera
(18.5.2006)

103.
Dopo la famiglia, lo Stato
(16.5.2006)


102. Occhio, fratres!
(8.5.2006)

101. Diciotto volte Emma Bonino, fino alla fine
(5.5.2006)

100. 
Il cardinal Martini e la "resa alla modernità"
(2.5.2006)

99.
Un'altra trappola: il Manifesto di Euston
(27.4.2006)

98.
Faranno al cardinal Martini un trattamento alla Milingo?
(24.4.2006)

97.
Dopo Rocca, Ferrara manda Bellasio
(21.4.2006)

96.
"C'è un'Italia reale e un'Italia virtuale"?
(19.4.2006)

95.
I piccoli exit poll di Christian Rocca
(13.4.2006)

94.
Il giorno dopo
(11.4.2006)

93.
Viva Romano Prodi!
(10.4.2006)

92.
Lectio magistralis
(5.4.2006)

91.
Not negotiable
(4.4.2006)

90.
L'Appello a Prodi: il bluff della guerra civile
(31.3.2006)

89.
Il gentilissimo Christian Rocca
(28.3.2006)

88.
Bastardo sarà lei!
(27.3.2006)

87.
Ruini non fa ingerenza, rimanda a quella di sempre
(21.3.2006)

86.
Divertente come la catastrofe
(20.3.2006)

85.
Mutua comprensione tra integralismi?
(13.3.2006)

84.
Benedetto figliolo!
(7.3.2006)

83.
Quel che trattiene Magdi Allam
(1.3.2006)

82.
Vieni, Gunther, qui c'è un albero, è un pero
(27.2.2006)

81.
Un editoriale che vorrei lasciare incompiuto e senza titolo
(21.2.2006)

80.
Cavar soldi dal “matto”: in Vaticano ci si fa un pensierino
(17.2.2006)

79.
Escludendo che monsignor Maggiolini si sia presa una cotta per la Bonino
(9.2.2006)

78.
La questione è la libertà di espressione
(7.2.2006)

77.
Si tratta pur sempre di un sant’uomo
(1.2.2006)

76.
“La verità, vi prego, sulla carità”
(31.1.2006)

75. Ci dica l’ottimo Panebianco…
(23.1.2006)

74.
La figlia del console
(19.1.2006)

73.
Ratzinger e il decalogo
(18.1.2006)

72. “Il vero Israele” 
(17.1.2006)

 

71. Una dimenticanza di Angelo Panebianco

(16.1.2006)

70. Bonino o Santanché?
(10.1.2006)

69. Niente antidepressivi, grazie!
(4.1.2006)

68. “Ah, se Dio sopprimesse i peccatori!”
(2.1.2006)

67. Del Concilio Vaticano II non avete capito niente, gonzi!
(27.12.2005)

66. Un’altra mina l’Occidente: la pornografia
(23.12.2005)

65. “Fratello spermatozoo”
(20.12.2005)

64.
La mia superstizione è migliore della tua
(19.12.2005)

63. Riforma della Curia, anno 0
(14.12.2005)

62.
La goccia di veleno
(12.12.2005)

61. Non lo fo’ per piacer mio…
(Lettera aperta a Carlo V)
(6.12.2005)

60. Venerdì, sabato e domenica
(5.12.2005)

59.
Contrordine, figlioli, il limbo è una cazzata!
(2.12.2005)

58.
Tomista quanto non mai, il Ratzinger. Anzi assai tomo.
(28.11.2005)

57. Il seminarista sia munito di certificato medico

(24.11.2005)

56. Scherziamo? Scherziamo
(21.11.2005)

55.
La pazienza degli italiani
(17.11.2005)

54. Il fuoco amico di Croce e Gramsci
(16.11.2005)

53. Marcello Pera, croque-mort
(15.11.2005)

52. Semo romani, damose da fa’
(11.11.2005)

51. Coi soldi di Sir Templeton
(8.11.2005)

50.
La Chiesa è sempre uguale a sé stessa
(27.10.2005)

49. Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?
(20.10.2005)

48.
Sua Santità, Anacoluto I
(17.10.2005)

47.
Un dubbio: mettere in dubbio il dubbio?
(14.10.2005)

46.
Capriccio
(10.10.2005)

45.
Buona conversione!
(7.10.2005)

44. Se il legislatore non è un fesso (e non è un fesso)
(4.10.2005)

43. L’orecchio di Dionigi
(29.9.2005)

42. Fiuggi: i tg di prima sera non possono più glissare
(26.9.2005)

41. La colomba e il leopardo
(21.9.2005)

40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
(19.9.2005)

39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
(15.9.2005)

38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
(12.9.2005)

37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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