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malvino
il blog di Luigi Castaldi


Diario


29 novembre 2008

Patriottismo

S’era detto che gli obiettivi principali dell’azione terroristica di Mumbai fossero soprattutto americani, inglesi ed ebrei, e s’era detto pure che tra questi qualcuno l’avesse fatta franca dichiarando d’essere italiano. Un brutto colpo al prestigio della nazione, bisogna ammettere. Non so voi, ma io mi sono sentito un po’ mortificato. Poi, per fortuna, quando ansa.it ha battuto: “Anche italiani nel mirino”, e s’è capito che non era vero niente, ho ripreso il buonumore.
Sono un buon patriota e non ci tengo proprio a fare figuracce in senso all’alleanza giudaico-cristiana che combatte il fanatismo islamista di Al Qaida. È una faccenda di orgoglio nazionale, con tutto quanto gli fa da contorno e guarnizione: in quanto italiano pretendo che Al Qaida mi odi come odia un americano, un inglese, ecc. Non mi pare sia una pretesa folle da parte dellItalia, il paese che ha dato al mondo il diritto romano, la cristianità, ecc.
Se ciò che è accaduto a Mumbai è stato opera di Al Qaida, “anche italiani nel mirino”, vivaddio, l’onore è salvo.

Dobbiamo tutto al signor P. A., che s’è salvato “restando chiuso per quasi due giorni in uno sgabuzzino”,
così racconta. Non sapremo mai come abbia fatto, chiuso lì dentro, a capire che anche gli italiani fossero tra i bersagli preferiti dei terroristi, ma forse possiamo intuirlo, e abbiamo solo due ipotesi (gradita una terza, eventualmente la lasciate nei commenti).
Prima ipotesi (grazie a mera logica): pure P. A. è patriota, e un patriota certe cose le sente a pelle.
Seconda ipotesi (grazie a
quanto riferiva rainews24.it, il giorno prima): suo figlio è un poliziotto che lavora a Roma, presso l’Interpol, ed è stato costantemente in contatto telefonico col padre nel corso dei drammatici eventi, sarà stato lui a informarlo di tutto quello che accadeva oltre la porta dello sgabuzzino.
In questa seconda ipotesi: informazioni attendibilissime, perché l’Interpol è alle dirette dipendenze del ministro dell’Interno, incidentalmente pure lui molto patriota e tra i più stretti collaboratori del premier, patriota per mandato popolare, che-te-lo-dico-a-fare.
“Volevano uccidere americani, inglesi e italiani” [*]
, dice il signor P. A.: la Patria è salva, e i patrioti pure.





[*] Se il virgolettato di ansa.it è testuale, il signor P. A. ha dimenticato gli ebrei. Nel passaggio delle informazioni da Palazzo Chigi alla Farnesina, e dalla Farnesina al Viminale, e dal Viminale alla Interpol, e dalla Interpol a Mumbai, sarà andata persa l’informazione che l’unico italiano morto a Mumbai è stato ucciso da una granata, arma che non ha mirino, mentre una decina di ebrei sono stati uccisi a bruciapelo.




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28 novembre 2008

Anticip.

C’è “chi grida al regime che non c’è”, lo lamenta tutto il centrodestra, lo lamenta buona parte del Pd, e adesso lo lamenta anche Il Mattino, venerdì 28 novembre, buonultimo.
Non so quanto l’argomento de Il Mattino sia solido, però è il solito: se davvero ci fosse un regime, non si potrebbe gridarlo; o il gridarlo costerebbe assai più caro; il che non è; e come potrebbe essere?  Ergo: “chi grida al regime che non c’è”, o è matto o è disonesto. Eventualmente, è radicale.

A onor del vero, Il Mattino non ha mai visto un regime, manco saprebbe riconoscerlo, sicché nessun regime gli ha mai dato troppo fastidio, e così sia.
Sempre stato attento ai termini, Il Mattino, e non s
’è mai trovato nei guai, tranne una volta, quando ammazzarono un praticante che non aveva ancora fatto pratica con i termini, e al quale capitò di chiamare camorra la camorra.
Può dirsi regime, poi, quello di Bassolino? Può dirsi regime, quello della troika Cirino Pomicino-Di Donato-De Lorenzo? Può dirsi regime, quello di Gava? Vi risulta che Il Mattino abbia avuto grane dal fascismo?



Lunedì su Giornalettismo.com, forse.




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28 novembre 2008

“La sincronia fra l’attentato a Mumbai e il centenario di Lévi-Strauss”

“Barbaro è innanzitutto l’uomo
che crede nella barbarie”

Claude Lévi-Strauss, Razza e storia,
Einaudi 1967 (pag. 106)


“Viene contrabbandato come il guru dell’indifferenza”
, mentre in realtà “ha avuto il dono di capire lo spirito islamico” e ha scritto “pagine profetiche sullo scontro di civiltà”, sicché “è impressionante la sincronia fra l’attentato a Mumbai e il centenario di Lévi-Strauss” (Il Foglio, 28.11.2008).
Di impressionante, in realtà, c’è solo il fatto che Il Foglio ci rifila in sostanza lo stesso pezzo pubblicato il 13.7.2008, pochi giorni dopo gli attentati di Londra, appena un po’ gonfiato di aggettivi e avverbi, peraltro fastidiosamente roboanti, ma costruito con la stessa tecnica, la solita: ritagliare citazioni in modo strumentale e addomesticarle ad uso propagandistico.

Avevo preparato una scheda grafica di raffronto per illustrare con un sol colpo d’occhio come le citazioni – quasi tutte tratte da interviste – cambino di posto da un pezzo all’altro, ma siano sempre le stesse, e trattate con la disinvoltura di chi vuole reclutare alla propria battaglia anche i più recalcitranti. Evito di mostrare al mio lettore questo schema comparativo perché l’ho costruito con materiale che gode di quei diritti di “proprietà intellettuale” che i legali de Il Foglio difendono con particolare attenzione da quando le vendite del quotidiano sono stazionariamente ai minimi storici.

Lévi-Strauss si è spesso lamentato del modo in cui il suo strutturalismo fosse stato “ridicolizzato” con “applicazioni assurde”, indicando che la summa della sua ricerca fosse “contenuta nel mio libro «Il pensiero selvaggio»” (La Stampa, 30.4.2008).
Nel quale si legge: “Ciascuna delle decine e centinaia di migliaia delle società che sono coesistite sulla terra, o che si sono succedute da quando l’uomo vi ha fatto la sua propria apparizione, si è valsa di una certezza morale, simile a quella che potevamo invocare noi stessi, per proclamare che in essa – fosse pure ridotta a una piccola banda nomade o a una capanna sperduta nel cuore della foresta – si condensavano tutto il senso e la dignità di cui è suscettibile la vita umana” (pag. 270). È roba buona per costruirci sopra scontri di civiltà?

“Ci vuole una buona dose di egocentrismo e di ingenuità per credere che l’uomo sia interamente rifugiato in uno solo dei modi storici e geografici del suo essere, quando, invece, la verità dell’uomo sta nel sistema delle differenze e delle loro comuni proprietà”
(pag. 271). Ingenuo ed egocentrico, ecco come si può definire il nodo di ogni scontro di civiltà.
L’aggettivo che invece è buono a definire il modo in cui Il Foglio fa informazione è “disonesto”. Ma questo era già noto.




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28 novembre 2008

Il valore della vita

Pare che Rosa Bazzi e Olindo Romano facciano sul serio. Avevano più volte lasciato intendere che si sarebbero uccisi in carcere, se fossero stati separati dopo una sentenza di condanna. Nell’impossibilità di suicidarsi con i mezzi più comunemente usati dai detenuti, perché continuamente sorvegliati a vista, da due giorni – dalla lettura della sentenza del 26 novembre – rifiutano il cibo per lasciarsi morire di fame, ce lo rivela il parroco che li ha sposati (Studioaperto, Italia 1). Pare che a nulla, almeno per ora, siano valsi i tentativi di dissuasione, neppure quello dei loro avvocati, che hanno già annunciato ricorso in appello e che li esortano a non considerare affatto persa la partita.
Certo, siamo solo al secondo giorno di digiuno: prima di due o tre settimane, se il digiuno dovesse continuare, la loro vita non dovrebbe essere in serio pericolo. Siamo solo al caso di scuola, al momento.

Evitiamo oziose considerazioni sulla loro reale colpevolezza: c’è una sentenza che li condanna perché colpevoli, è una sentenza di primo grado, ma è una sentenza. Ancor più, evitiamo di discutere sulla legittimità o meno del principio che informa la loro richiesta: in qualche oscuro anfratto giurisprudenziale potrà pur dirsi legittima, ma intanto è praticamente irricevibile. Limitiamoci a considerare il fatto che due persone paiono intenzionate al suicidio per inedia, e chiediamoci: ne hanno il diritto? In altri termini: dovranno essere alimentate contro la loro volontà per evitare il peggio, se il peggio dovesse venire?
La loro decisione di lasciarsi morire di fame è motivata da un giudizio elaborato in regime di autonomia morale: è autodeterminazione in un sistema di valori nel quale la vita non è un bene assoluto. Anzi, è assai relativo. Se devono vivere separati l’uno dall’altra, Rosa e Olindo preferiscono morire: la vita perderebbe ogni valore, così sostengono. Potrebbero rimanere fermi su questo proposito fino a morir(n)e, e allora si pone la questione: dovremo alimentarli a mezzo di sondino?

Non stiamo parlando del rifiuto di terapie antidepressive anche dopo un malriuscito tentativo di suicidio. E nemmeno del consenso negato all’amputazione della gamba in gangrena, come sola via di scampo a una setticemia letale. Non stiamo nemmeno staccando la spina a un neonato molto malformato, ma così malformato che neanche la Chiesa protesta troppo se gliela stacchi. No, stiamo parlando di due corpi privati del cibo, e conta poco chi lo stia facendo a chi, e perché, e come, o sennò. Possiamo permettere che Rosa e Olindo muoiano di fame?




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27 novembre 2008

L’uomo – fondamentalmente – è pecora

“venti cretini e un furbo,
venti cretini e un furbo,
venti cretini e un furbo:
se non nasce l’ottantesimo cretino,
non nasce il quarto furbo”

appunti giovanili (1973)



Pio XII è stato un grandissimo benefattore degli ebrei. E il processo a Galileo Galilei è stato solo un civile scambio di opinioni tra credenti della stessa fede su questioni squisitamente tecniche. E il Medioevo è stata epoca briosa. E l’Inquisizione fu istituzione pia e magnanima. E Giordano Bruno è morto per autocombustione. Quest’ultima, forse, è meglio non proporla, est modus in rebus. Ma sulle altre, a forza di ripeterle, riusciranno a strappare qualche convincimento.
È gente instancabile, capace di ripetere di seguito per decine e decine di volte la stessa preghiera, fino ad intontirsene (lo chiamano «rosario», ‘sti drogati): figuriamoci, quindi, se non saranno capaci di ripetere e ripetere e ripetere, come già stanno cominciando a fare con sempre più sfacciata insistenza, e a ripetere ancora, e ancora, che la scienza moderna ha un’«origine cristiana» e che, per essere fedele a se stesso, il liberalismo necessiti di una dottrina morale «congenere» a quella cristiana, sennò degenera in nazismo.
L’Illuminismo? Forse che Gesù non ha detto: “Io sono la Luce, ecc.”? La laicità? Chi può spiegartela meglio di un chierico?
Dicevo: riusciranno a strappare qualche convincimento. Cercano di farlo sempre, anche contro le evidenze. Le piegano alla fede, è il loro modo di farvi coincidere la ragione.
Perché dalla loro hanno una verità, se non la Verità. Che l’uomo – fondamentalmente – è pecora. Piegando la ragione a questa fede, il gioco è fatto: non è manco più mistificazione, è rievangelizzazione.




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27 novembre 2008

Appunti per una recensione / 1

Ho appena finito di leggere l’ultimo libro di Marcello Pera (Perché dobbiamo dirci cristiani, Mondadori 2008), in libreria da l’altrieri.
La réclame sul Corriere della Sera (un articolo a firma di Maria Antonietta Calabrò, già portavoce di Marcello Pera, quando questi era presidente del Senato) lo annunciava come un manifesto culturale, senza dubbio destinato almeno a far discutere. Qualcosa di più che un libro, insomma, una specie di evento, un passo avanti nel solco di Kant e di Croce, un libro destinato a essere un classico del pensiero occidentale.
Un manifesto dichiaratamente liberale, ma d’un liberalismo ripulito dal relativismo, dal laicismo e dallo scientismo, suoi momenti degenerativi e cause della sua odierna crisi. Kant, Croce, Pera – la sequenza suona pure bene.

Il liberalismo è in crisi perché s’è scristianizzato, questa è la tesi di Marcello Pera. La tesi di Marcello Pera è questa: nato dal cuore della tradizione cristiana, il liberalismo ha smarrito le sue radici, ha tradito le sue origini, ha pensato di potersi sbarazzare del fondamento etico che sosteneva i suoi Padri, tutti molto cristiani dentro, anche quando apparentemente no; ecco perché – se vogliamo dirci liberali, ma liberali veri – dobbiamo dirci cristiani.
Se vogliamo salvare il liberalismo da se stesso, dobbiamo aprire gli occhi:
“Né Locke né i Padri del liberalismo avevano posizioni etiche compatibili con l’attuale corso. Credevano in Dio, nella legge naturale, nei diritti inalienabili della persona. Oggi che la parabola è giunta al punto più basso, non solo Dio è morto, ogni conforto o assistenza che la religione può portate all’autonomia personale è scomparso e tutto è davvero permesso” (pagg. 149-150).
La religione come genere di conforto, necessario nel
l’attuale corso. Una cosa è la libertà, unaltra è il libertinaggio. Un po di timor di Dio non può che far bene anche a chi non crede in Dio. Sui tram i giovinotti non cedono il posto ai mutilati di guerra e alle signore incinte. E non ci sono più le mezze stagioni. Locke non avrebbe gradito.

La marchetta prestigiosa, che solitamente è in quarta di copertina, qui sta tra l’Introduzione e il Capitolo I (Liberalismo, equazione laica e questione cristiana), è a firma di Benedetto XVI, e dice che il libro di Marcello Pera è “di fondamentale importanza in quest’ora dell’Europa e del mondo”, e così lo microrecensisce: “Il liberalismo, senza cessare di essere liberalismo ma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere”.

“Congenere”: penso che il punto saliente stia qui, e sia inseribile in un più generale contesto strategico, cui Marcello Pera si concede. L’Europa? Ha “radici cristiane”. L’Umanesimo? “Cristiano” per eccellenza. La scienza moderna? Ha “origine cristiana”. Il Galilei? Culo e camicia col Bellarmino. L’Illuminismo? Cristiano pure quello, prima di degenerare nel deismo, nell’agnosticismo, nell’ateismo, nel nazismo, ecc. Il liberalismo? Parte del “fondamento cristiano-liberale” dell’Europa.



Qualche notazione a margine, prima di riparlarne ancora:
1.
La marchetta prestigiosa non è firmata Joseph Ratzinger, ma Benedictus PP. XVI. A sovrascrivere la tesi di Marcello Pera non è un professore di teologia, ma un pontefice, il capo di una confessione religiosa. Il capo di una confessione religiosa si trova incidentalmente a dichiarare che il liberalismo è “congenere” alla dottrina cristiana. Dottrina di cui, sulla carta, dovrebbe essere interprete ufficiale. Assai grave (nel senso di pesante) la decisione di firmare da Papa: se le argomentazioni di Marcello Pera si rilevassero deboli sul perché dobbiamo dirci cristiani (per essere veri liberali), la sovrascrittura pontificia della sua tesi potrebbe essere interpretata solo come il tentativo – il solito da parte cristiana – di neutralizzare tutto ciò che si oppone alla pretesa cristocentrica incorporandolo, svuotandolo dal di dentro.
2. La firma del Papa – nel volume è riprodotta in forma manoscritta – appare, come al solito, malferma e slegata, rabbrividita e a interlettera stretta, con una B da III elementare. Se la grafologia è una scienza, la psicologia di Benedetto XVI non ne esce bene: grafia da cinico ipocrita, con screzio ipertensivo.
3. Karl Popper, il filosofo liberale che allattò Marcello Pera, è citato una volta sola nelle 200 pagine del libro, per una riportarne la seguente frase: “Se non ci fosse stata la torre di Babele, avremmo dovuto inventarla”. Di tutto Popper, a Pera resta solo questo.
4. Una falsa partenza di Christian Rocca mi aveva ingannato e avevo pensato che il libro di Marcello Pera sarebbe stato stroncato da Il Foglio. La linea scelta, invece, è quella dellelogio. Anche eccessivo, fino al punto da leggerci qualche ironia. La lettera di Benedetto XVI ha spiazzato Giuliano Ferrara.




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26 novembre 2008

La logica piatta dinanzi a Davide Rondoni

La sentenza di Valladolid e la tragedia di Rivoli sembrerebbero avere un solo elemento in comune: l’aula di una scuola. Non per la sensibilità di un poeta, e infatti Davide Rondoni ce ne suggerisce un altro: “il senso della morte” (Avvenire, 25.11.2008). Non vi aspettate, però, che la correlazione tra le due notizie abbia una logica piatta. La logica piatta non coglie analogia: a Rivoli è morto un ragazzo sotto un tetto che è venuto giù, non si sa ancora bene come; a Valladolid non è morto nessuno, c’è stato solo il mancamento di qualche ultras cattolico.
La logica del poeta muove simboli, come in una sorta d’algebra. “S
i piange la vita di un ragazzo, la vi­ta intera di un ragazzo che incontrava a scuola i contenuti dell’insegnamento, le co­se da imparare, le nozioni. E se lui e i suoi compagni alzavano lo sguardo vedevano, oltre ai ritratti di presidenti, il segno di un uomo-Dio messo in croce. […] Di fronte a quella morte as­surda possiamo fissare gli occhi chiari di Vito, e il crocifisso”.
La logica piatta ancora fa fatica: per caso il crocifisso nelle aule scolastiche è necessario nel caso dovesse cadere il soffitto e il morente volesse rivolgere a Cristo il suo ultimo sguardo, la sua estrema preghiera? Conviene costruire tetti più resistenti in Italia o invitare gli spagnoli a toccarsi le palle per scaramanzia? Per caso, stiamo paragonando il crocifisso a un estintore o a un’uscita di sicurezza, quale che sia l’emergenza spirituale, culturale, storica, ecc.?

La logica piatta è piatta per defizione: la poesia ci scivola sopra. Ma Davide Rondoni non ce ne priva e – voilà! – il link:
“il senso della morte”. Che
è un problema che un ragazzo de­ve affrontare anche a scuola. Il crocifisso propone quella taciuta e però sempre ri­sorgente questione in modo non ipocrita. E la propone legata a una possibilità di af­fronto non disperato. O si preferisce che i nostri ragazzi imparino cosa è morire dai filmoni hollywoodiani fatti per tirar su quattrini?”
.
Io proporrei una materia d’insegnamento a parte: la tanatogogia. Propedeutica al fanciullo in età scolare per prepararsi a morire per tempo, che non si sa mai. Semmai continuando a spendere per il restauro delle facciate dei duomi e a risparmiare sull’edilizia scolastica.
Sentire un crocifisso come una minaccia per la laicità dello Stato è una bufala che non sta né in cielo né in terra”, e perché? Perché “proprio i ma­ledetti fatti di questi giorni, e gli occhi chia­ri e pieni di infinito del povero dolcissimo ragazzo di nome Vito, ci possono far pen­sare meglio a che cosa proporre o cosa to­gliere da davanti agli occhi nei luoghi che chiamiamo pubblici”. Cazzo, a pensarci.

Epperò: se il tetto crolla in testa a un ginnasiale (per esempio) induista, dove sta appesa la dea Kalì alla quale la dolcissima ragazza di nome Anisha possa volgere gli occhi scuri e pieni di pranava?
O i simboli di tutte le confessioni o niente: lo spazio pubblico sia aconfessionale, è molto meglio. Multiconfessionale? Non crollerebbero i tetti, crollerebbero le pareti: troppi simbo
li.




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26 novembre 2008

Merde ineguagliabili

“Oggi, 25 novembre, Eluana compie 38 anni e li festeggia nella stessa clinica Beato Talamoni dove è nata nel 1970 e dove ha trascorso gli ultimi 14 anni, dopo l’incidente stradale di cui è rimasta vittima il 18 gennaio 1992. A festeggiarla ci saranno solo le suore misericordine che in questi anni hanno rappresentato la sua famiglia. Il padre, Beppino Englaro, sarà probabilmente in giro per l’Italia a cercare qualche struttura sanitaria che voglia accettare il trasferimento di Eluana per poi staccare il sondino”

Movimento per la vita,
comunicato del 25.11.2008


Vi stupireste nel sapere che chi è stato capace di scrivere roba del genere possa essere stato capace pure di saltellarle sulla pancia per farle spegnere le candeline sulla torta? Io no.


[via
Regalzi]




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26 novembre 2008

Non è escluso che Antonio Gramsci possa essersi davvero convertito

“Vennero anche un sacerdote e delle suore
che vollero rivolgere a Gramsci alcune domande”

Federico Romano,
Gramsci e il liberalismo antiliberale,
Edizioni Cremonese 1973


Contesto Ieri mattina, nel corso di una conferenza stampa convocata per presentare un catalogo di santini, monsignor Luigi De Magistris, propenitenziere emerito del Vaticano, ha dichiarato: “Il mio conterraneo Gramsci aveva nella sua stanza l’immagine di Santa Teresa del Bambino Gesù. Durante la sua ultima malattia, le suore della clinica dove era ricoverato portavano ai malati l’immagine di Gesù Bambino da baciare. Non la portarono a Gramsci. Lui disse: «Perché non me l’avete portato?». Gli portarono allora l’immagine di Gesù Bambino e Gramsci la baciò. Gramsci è morto con i Sacramenti, è tornato alla fede della sua infanzia”.

Non è la prima volta che circola la voce di una conversione di Antonio Gramsci in punto di morte o quasi. Giorgio Baratta, presidente dell’International Gramsci Society Italy, rammenta: “Una vecchia storia, ma mai provata da documenti ufficiali, che anzi la mentiscono. La prima volta che questa notizia venne pubblicata fu nel 1977 quando il gesuita Giuseppe Della Vedova riportò la testimonianza di tale suor Pinna che appunto parlava della conversione di Gramsci in punto di morte”. Notizia che fu prontamente smentita (Il racconto di una conversione di Gramsci smentito da documenti e testimonianzeCorriere della Sera, 20.4.1977; Un falso la «conversione» di Gramsci: smentite le affermazioni del gesuita Della VedovaPaese Sera, 21.4.1977).

“Non sarebbe uno scandalo – ha commentato Giuseppe Vacca, presidente dell’Istituto Gramsci – ma i documenti editi e inediti sulle ultime ore e sulla morte di Antonio Gramsci sono tanti e da nessuno di questi emerge la tesi della sua conversione. I documenti di polizia non fanno alcun cenno di un suo avvicinamento alla fede, e in più ci sono alcune lettere, ancora inedite perché raccolte da poco tempo, in cui Tatiana [
Schucht] scrive con grande regolarità ai familiari sugli ultimi giorni di Gramsci. Si tratta di confidenze strettamente familiari in cui sarebbe emersa una notizia di tale portata”.

Un altro commento altrettanto scettico al riguardo è stato dato da Luciano Canfora: “Tentativi in extremis, alla maniera degli avvoltoi, di arrivare a conversione sono stati tentati sia con Croce che con Concetto Marchesi. Non so se in questo caso ci sia stato un vero e proprio tentativo. Temo fortemente che non sia vero”.
Argomento fondato, ma poco utile a una corretta ricostruzione della vicenda, al pari di quello offerto da Francesco Cossiga, di segno opposto, ma sostanzialmente insignificante: “Conosco personalmente monsignor De Magistris da quando era ancora un laico e presidente degli universitari cattolici di Cagliari. Egli si è trovato più di chiunque altro, escluso il Papa, nella situazione di conoscere le cose che dice in quanto preposto alla Sacra Penitenzieria, l’organo che presiede alle questioni relative al foro interno dei battezzati della Chiesa cattolica. Se c'è una persona che può sapere di una conversione di Antonio Gramsci e di una sua morte in seno alla Chiesa cattolica, quella persona è proprio monsignor De Magistris”.


Tesi
Siamo in uno di quei casi – nient’affatto rari quando si tenti di accertare un fatto sulla base di testimonianze controverse e di presunzioni di verosimiglianza – nei quali conviene sospendere il giudizio, limitando l’analisi al poco che sfugga alla polemica faziosa, cioè a quanto sia antecedente al primo sollevarsi della polemica, in questo caso alla memorialistica prodotta prima del 1977.
È
il caso di un volumetto del 1973, a cura di Federico Romano, dal titolo Gramsci e il liberalismo antiliberale (Edizioni Cremonese).

A pag. 85 leggo: “Il primo colpo di paralisi in seguito ad emorragia cerebrale sopravvenne dopo cena [25.4.1937]. Egli era uscito dalla sua camera [della Clinica Quisisana] quando si abbatté al suolo, avendo perduto improvvisamente la mobilità del lato sinistro. Fu riportato sopra una sedia nella sua camera e messo a letto. Il professor Puricelli giunse alle 21. Gramsci era ancora pienamente cosciente e spiegava lucidamente al medico quello che gli era accaduto. Il sanitario constatò la situazione e si limitò a suggerire qualche rimedio per sollevare l’infermo. Vennero anche un sacerdote e delle suore che vollero rivolgere a Gramsci alcune domande. Al mattino seguente Tatiana interpellò il medico di turno sulle possibilità di recupero dell’ammalato e…”.

Sulla presenza nella stanza del malato di un ritratto di Santa Teresa del Bambin Gesù basti dire che la Clinica Quisisana era un ex convento e pullulava di religiosi in qualità di paramedici, inservienti e aiutanti, in un’Italia nella quale il cattolicesimo era religione di Stato: così strano che in una stanza della clinica ci fosse un ritratto di una santa? Così strano che al capezzale di un morente non devoto, soprattutto se prestigioso, accorresse un avvoltoio – pardon, un sacerdote – per offrire un’ultima occasione di conversione?
“Vollero rivolgere a Gramsci alcune domande”: saranno state domande del genere? E chi può mai dire se Antonio Gramsci abbia o no risposto nel modo in cui riferisce monsignor De Magistris?

Un fatto è certo: aveva “perduto improvvisamente la mobilità del lato sinistro”, quindi aveva avuto un’emorragia a carico dell’emisfero cerebrale opposto, il destro, quello cui è legata la sfera affettiva ed emotiva, risaputamente la più sensibile a Dio.
Sì, in quelle condizioni cliniche non è escluso che Antonio Gramsci possa essersi davvero convertito.




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25 novembre 2008

Invece di mandarlo a cagare

L’appello che il presidente del Movimento per la vita ha rivolto a Giorgio Napolitano, affinché questi facesse valere la sua autorità “per salvare la vita di Eluana Englaro”, ottiene una risposta dal Quirinale, non sappiamo quanto gradita: “Il dettato e lo spirito della Costituzione non mi attribuiscono poteri di intervento sui provvedimenti che sono espressione della funzione giurisdizionale. Il suo esercizio è riservato in via esclusiva alla magistratura e, come ha rilevato la Corte costituzionale nella ordinanza recentemente emessa in relazione alla triste vicenda umana di Eluana Englaro, i giudici non hanno utilizzato i loro provvedimenti come meri schermi formali per esercitare, invece, funzioni di produzione normativa o per menomare l’esercizio del potere legislativo da parte del Parlamento”.
In altri termini – ciascuno giudichi se corrispondenti – il presidente della Repubblica ha risposto: impossibile, la Costituzione non mi consente di interferire nelle decisioni della magistratura.

Non solo questo. Giorgio Napolitano ha aggiunto che una legge in materia non è più rinviabile e che auspica “il massimo sforzo di convergenza in Parlamento tra i diversi modi di vedere l’intervento legislativo”. Maniere cortesi per rammentare il “sempre più ampio consenso” dell’opinione pubblica in favore del diritto dell’individuo di decidere sul proprio fine-vita, stanti i limiti peraltro posti nella forma e nella sostanza di ogni legge. Maniere cortesi per rammentare che l’augurabile equilibrio normativo difficilmente è raggiungibile, in tali casi, quando nel confronto si prendono posizioni dichiarate “non negoziabili”.
Posizioni che, al pari delle altre, il capo dello Stato dichiara di “ascoltare con la più grande attenzione”, perché ascoltare tutti con la più grande attenzione è tra le sue “responsabilità”. Ciò detto, tuttavia, egli cortesemente rammenta che, nel confronto democratico, negoziare è giusto e/o inevitabile, come lo è il rispetto della legge, “qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più”.
In altri termini – ciascuno giudichi se corrispondenti – il presidente della Repubblica ha detto: non posso accogliere questo appello, va oltre le mie prerogative; auguro che il Parlamento, “in un confronto sensibile e approfondito”, produca una legge in materia; se deve essere una legge prodotta col (e nel) “massimo sforzo di convergenza”, occorre negoziare.

Volendo, potrebbe intendersi come una lectio laica sull’inopportunità di posizioni “non negoziabili” quando si tratta di decidere su “situazioni e temi di particolare complessità etica e giuridica sui quali diverse sono le opinioni e le sensibilità degli esponenti politici, degli studiosi e dei cittadini tutti”.
Forse vado troppo oltre, ma mi pare che la lectio laica impartita al presidente del Movimento per la vita consista in un richiamo a non pensare di poter affrontare un confronto civile brandendo una verità assoluta con la quale randellare chi sulla propria vita la pensa un po’ diversamente da come pensa il Movimento per la vita.
Bastasse dire “vita” per capirsi, magari. C’è chi per “vita” intende una cosa, e chi un’altra. C’è chi ne considera una eterna, e chi solo una a scadenza. C’è chi la considera cosa propria, e chi la considera a metà tra il prestito e il dono. Come possiamo mettere d’accordo tutti, come sarebbe laicamente buono e giusto? Ciascuno decide per sé, potrebbe essere un’idea.




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25 novembre 2008

Varie

1. Lo rivela monsignor Luigi De Magistris, propenitenziere emerito del Vaticano: Antonio Gramsci sarebbe morto col conforto dei sacramenti cristiani. Non c’è da stupirsene: era stato abbandonato dal Partito, in qualcosa doveva credere.

2. Ditemi voi quale “fatalità” si può essere sicuri di scansare con uno stanziamento di eventuali 13 miliardi di euro in edilizia scolastica. Bertolaso e Berlusconi dovrebbero concordare le puttanate che dicono.

3. Ne ho parlato ieri, commentando un post di Francesco Cundari. Ci ritorno oggi, commentandone uno di Mario Adinolfi, sullo stesso argomento. In un articolo su la Repubblica, lunedì 24 novembre, Giuseppe D’Avanzo ha scritto: “Nella convinzione che l’azione politica si svolga tutta all’interno dello spazio mediale, ha nel PD più visibilità [di una “Irene Tinagli (34 anni, ricercatrice presso la Carnegie Mellon University di Pittsburgh)”] un demi-monde mediatico, blogger come Luca Sofri (44 anni), Diego Bianchi (38), Mario Adinolfi (37). Competenze? Pochine”.
Quando ho letto questo passo dell’articolo, non ho trovato obiezioni: la critica era seria e circostanziata, con tanto di nomi, cognomi ed età, ed era relativa alle competenze. Non vorrei metterci del mio, ma forse è ingiusto dire che Sofri, Bianchi e Adinolfi abbiano competenze assai inferiori a quelle che millantano senza manco specificare quali sarebbero?
A Sofri saltava la mosca al naso e si lasciava andare a molte scostumatezze, peraltro sconclusionate: se voleva contestare D’Avanzo mostrandogli le proprie competenze, il tentativo è stato infelice.
Cundari veniva in soccorso, pietosamente ma vanamente negando l’evidenza che, ugualmente ma diversamente, quei tre sono la caricatura della competenza e la parodia della rappresentanza: non istanze, ma istantanee del Pd, e non delle meglio riuscite.
Non so se anche Bianchi abbia dato un segno, non seguo molto il cabaret.
Adinolfi, invece: “Io non credo che D’Avanzo abbia letto i settemila articoli che compongono il mio blog, né il mezzo milione di commenti della comunità che lo segue, che in gran parte ha scelto anche di partecipare alle primarie del Pd (in condizioni regolamentari a dir poco proibitive), presentando un programma credo abbastanza innovativo riassunto anche in un libro (Generazione U) che certamente D’Avanzo non ha letto. In realtà D’Avanzo non ne ha colpa. La regola dell’establishment, di cui D’Avanzo fa parte, è di non prestar fede in alcun modo e mai alle parole degli outsider, di non leggerle, in qualsiasi forma esse vengano espresse”.
La mia personale idea è che Adinolfi debba essere contento che D’Avanzo non abbia letto i suoi settemila articoli (?) e non abbia accostato la sua comunità (?), perché il giudizio sarebbe stato ancora più severo.
Il post prosegue con una lista delle competenze che dovrebbero smentire D’Avanzo, però poi si ammette che “sono solo idee accennate, le andiamo scrivendo e propagandando da anni”: propaganda idee solo accennate, Adinolfi, da anni. E si lamenta: “Non ci uniamo, non le urliamo”.
Via, uniamoci ad Adinolfi, urliamo le idee che accenna. “Il fatto che queste idee circolino sui blog, non è una deminutio”, assicura. Segna questa: Adinolfi ha competenza in lingue morte.

4. Oggi mi ha chiamato Dino Marafioti per chiedermi i soliti dieci minuti di commento per Radio Radicale su una notizia di attualità. Stavolta la notizia da commentare era quella giunta dalla Spagna l’altrieri: la sentenza di Valladolid che ha disposto la rimozione del crocifisso dai locali pubblici di una scuola del luogo. Oggi mi era impossibile, ero sommerso dal lavoro, sicché ho dovuto rifiutare e così, in un certo senso, mi sono salvato. Una cosa che ha destato il mio profondo stupore: sono andato a curiosare sul sito on line della radio e ho visto che l’intervistato al mio posto era Marco Politi. Cazzarola, che rimpiazzo.

5. Poco più di una settimana fa, a cena con un conoscente che fin qui mi si è sempre rivelato come ottimamente informato, si è venuto a discutere di Daniele Capezzone. Ne era uscito un post al quale ho poi rinunciato, riponendolo tra gli scarti. Lo ritiro fuori oggi come commento a un post di Formamentis.
“Me l’hanno data come cosa pressoché sicura, e la riporto qui solo perché la fonte è assai attendibile. Pare che nel riassetto di incarichi che a breve sarà imposto dalla incorporazione di Forza Italia nel Pdl, Daniele Capezzone sarà sollevato da quello di portavoce degli Azzurri, fin qui – bisogna dire – espletato egregiamente. Per essere destinato a cosa? Qui sta la tragedia: per essere destinato a niente. Non è stata una buona idea farsi tenere fuori dal Parlamento in cambio di un’agevolazione bancaria e di un incarico così poco duraturo, in previsione di una legislatura così lunga forse era meglio il posto fisso alla presidenza di una commissione o uno strapuntino ministeriale. Poverino, s’è fatto fregare. Neanche il tempo di riciclare il repertorio retorico, quanta fatica inutile. Ma c’è qualcosa di ancor più tragico: lo stanno fregando ancora. Qui la mia fonte m’ha pregato di non riferire i dettagli, ma pare che anche stavolta gli abbiano promesso qualcosa di solido in cambio, ma stavolta per non darglielo. Canaglie” (17.11.2008)




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25 novembre 2008

Werner Heisenberg e l'«origine cristiana» della scienza moderna

 

Ritorno sull’«origine cristiana» della scienza moderna, di cui ho già parlato qui.
È un fatto, certo, che “gli artefici della scienza moderna non furono né pagani, né atei e di norma neppure anticattolici” (Alexandre Kojève). Ma è da respingere la tesi secondo la quale “la scienza, di cui noi siamo così legittimamente fieri, ha potuto vedere la luce, perché la Chiesa cattolica ne è stata la levatrice” (Pierre Duhem), sull’assunto che, “se i teologi nelle università avessero deciso di opporsi alle dottrine aristoteliche perché pericolose per la fede, esse non avrebbero potuto diventare il nucleo essenziale dell’insegnamento nelle università europee” (Edward Grant)
. È una tesi speciosa e strumentale.
Scrivevo:
Chi voglia ricristianizzare l’occidente scristianizzato ha un problemino: revisionare l’idea corrente che si ha dell’epoca in cui l’occidente era cristianissimo, provare che non si trattò di «secoli bui», [se non nelle suggestioni della] «leggenda nera» di una Chiesa oscurantista, avversa a ogni progresso scientifico, negatrice d’ogni autonoma attività di ricerca, capace solo di arcigna e severa censura su tutto quanto in potenza mettesse in discussione i dogmi della fede e le verità della tradizione”.
Concludevo che, sì, la scienza moderna ha un’«origine cristiana», ma solo perché – come scriveva Alexandre Kojève – “la Chiesa sorvegliò solo assai distrattamente (e spesso con scarsa competenza) le scienze e la filosofia, discipline nelle quali il paganesimo avrebbe presto avuto modo di riprendere il sopravvento”.

M’imbatto adesso in un altro contributo a sostegno di questa più corretta definizione dell’aggettivo cristiano, tutto sommato ambiguo se accanto ad un termine ancor più ambiguo come origine. In questa ambiguità può farsi spazio la costruzione propagandistica di un Copernico e di un Galilei come “continuatori e in un certo modo discepoli” della Scolastica del XIV secolo (Pierre Duhem): questa ambiguità è risolta da Werner Heisenberg nell’ultimo capitolo (pagg. 226-239) del suo Fisica e filosofia (il Saggiatore, 1961).

“Si è spesso discusso tra gli storici se il sorgere della scienza naturalistica, dopo il XVI secolo, fu in qualche modo una conseguenza naturale di precedenti orientamenti del pensiero umano. Si può dimostrare come certe correnti della filosofia cristiana condussero ad un concetto assai astratto di Dio e che posero Dio così lontano e più in alto del mondo che si prese a considerare il mondo senza più vedere Dio nel mondo. […] Si può mettere in rilievo come tutte le controversie teologiche del XV secolo produssero un generale stato di insoddisfazione riguardo a problemi che non potevano in realtà essere risolti dalla ragione e che erano esposti alle lotte politiche del tempo, e che questa insoddisfazione favorì lo spostarsi dell’interesse verso problemi che erano interamente al di fuori dalla dispute scolastiche. O ci si può semplicemente riferire alla grandiosa attività, allo spirito nuovo che aveva pervaso la società europea ad opera del Rinascimento. In ogni caso in questo periodo fece la sua comparsa una nuova autorità che era completamente indipendente dalla religione cristiana o dalla filosofia della Chiesa, l’autorità dell’esperienza e del fatto empirico. […] L’accento posto sull’esperienza era connesso […] con un lento e graduale mutamento dell’aspetto della realtà. Mentre nel Medioevo ciò che noi chiamiamo ora il significato simbolico d’una cosa costituiva in qualche modo la sua realtà primaria, l’aspetto della realtà si modificò nella direzione di ciò che possiamo percepire con i nostri sensi. Reale soprattutto divenne ciò che possiamo vedere e toccare. E questo nuovo concetto di realtà potrebbe venire connesso a un nuovo tipo di attività: noi possiamo fare degli esperimenti e vedere come le cose stanno realmente. […] Si può comprendere benissimo come la Chiesa vedesse del nuovo movimento prima i pericoli che le prospettive”.

Emozionante, vero? Si chiama secolarizzazione.

“Nello stesso tempo l’atteggiamento umano verso la natura si mutò da contemplativo in pragmatico. Non tanto ci si interessava alla natura come essa è, ma ci si chiedeva piuttosto che cosa se ne potesse fare”.

È quanto ancora oggi si rimprovera alla scienza moderna.

Questo sistema [nel quale “la materia era la realtà primaria” e il cui sistema “era sostenuto dai concetti fondamentali della fisica classica: spazio, tempo, materia e causalità”] era così stretto e rigido che era difficile trovar posto in esso a molti concetrti del nostro linguaggio, che avevano sempre fatto parte della sua più genuina sostanza, per esempio ai concetti di spirito, di anima umana o di vita. […] Fu particolarmente difficile in questo sistema trovar posto a quelle parti della realtà che erano state oggetto della religione tradizionale ed ora apparivano soltanto più o meno immaginarie”.

Dev’esser nata qui la pretesa cristiana di non confinare alla ragione ciò che doveva essere accettato per fede, pretesa che oggi sta nell’“allargare la razionalità(Joseph Ratzinger) per farci entrare la fede dentro.
Heisenberg prosegue:

“Si salvarono solo i valori etici del cristianesimo, ogni altra salvaguardia della mente umana venne sostituita dalla fiducia nel metodo scientifico e nel pensiero razionale”.

Doveva poi venire il momento in cui il pensiero razionale avrebbe attaccato anche i valori etici del cristianesimo, che Heisenberg definisce

“conseguenze che non possono essere evitate”.

Qui, però, subentrano le forze che resistono con

“un processo che agisce nella direzione opposta”.

In quella direzione c’è anche la costruzione mistificatoria di un Medioevo che – scrivevo – fosse tutto uno splendere di lumi”, un Medioevo che possa oggi arrivare a spiegare, ma solo a chi vuol crederci, che l’origine della scienza moderna sia cristiana.




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25 novembre 2008

Demi-monde

Nutro grande stima e grande simpatia per Francesco Cundari anche se certe volte non lo capisco. Stavolta, per esempio.
Stavolta, Francesco Cundari se la prende col “modo in cui la maggior parte dei giornali racconta la politica”, “quel modo fatto di giudizi morali sommari, invettive, irrisione, pochissimi fatti (e perlopiù imprecisi o distorti)”. Fin qui ci arrivo, e in parte concordo. Poi mi fa tre esempi: Eugenio Scalfari, Francesco Merlo e Giuseppe D’Avanzo. Concordo un po’ meno, però ci arrivo ancora.
Il punto in cui lo perdo – però mandandogli stima e simpatia ovunque sia – è quello in cui biasima D’Avanzo perché in un articolo
(Sorpresa, politici e manager dove il potere si scopre giovanela Repubblica, 24.11.2008) ha un po’ stropicciato Luca Sofri, Diego Bianchi e Mario Adinolfi, definendoli – semplifico – presuntuosi, incompetenti, petulanti e pateticamente attardati in una gioventù di maniera. Posso capire che in certi ambienti la solidarietà sia un obbligo, però si potrebbe pure amministrare con un minimo di prudenza.
Fino a quando Cundari rimprovera a D’Avanzo di mettere insieme tre persone “che la pensano diversamente su molte cose”, ancora lo seguo, ma, quando gli rimprovera “che evidentemente ai suoi occhi sono accomunate semplicemente dall’avere ciascuna un blog”, non lo seguo più.
“È un po’ poco per accomunare chicchessia”, dice, e gli do ragione, mi basta pensare a quanto siano sideralmente distanti certi blog da altri. Però, nel caso di Sofri, Bianchi e Adinolfi, possiamo negare che tutti e tre usino il blog come strumento di lotta politica nella vita del Pd?
D’Avanzo ha usato il termine demi-monde che può essere irritante, senza dubbio. Ma possiamo negare che Sofri, Bianchi e Adinolfi, fin troppo spesso, cadano in una comune (anche se diversa) dispercezione del loro effettivo peso di rappresentanza, che li porta a prodursi in esaltazioni e depressioni da cocottes? A me è sempre sembrato così: blogger in cerca di una buona sistemazione, dopo folies assai studiate.
 


un grazie a Denis per la segnalazione




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24 novembre 2008

[...]

Tutto sta nell’iniziare.




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24 novembre 2008

Alexandre Kojève e l'«origine cristiana» della scienza moderna

Chi voglia ricristianizzare l’occidente scristianizzato ha un problemino: revisionare l’idea corrente che si ha dell’epoca in cui l’occidente era cristianissimo, provare che non si trattò di “secoli bui”, trovare o costruire prove che il Medioevo fosse tutto uno splendere di lumi, e che in quei secoli la Chiesa non impedisse le scienze e le arti, anzi, le favorisse, ponendo le premesse a tutto ciò che poi frotte di storici disonesti, quasi tutti di cultura protestante, non vollero riconoscere, dando anzi vita alla “leggenda nera” di una Chiesa oscurantista, avversa a ogni progresso scientifico, negatrice d’ogni autonoma attività di ricerca, capace solo di arcigna e severa censura su tutto quanto in potenza mettesse in discussione i dogmi della fede e le verità della tradizione.
“Chi controlla il passato, controlla il futuro”, e per un futuro nel quale possa esserci speranza di una ricristianizzazione dell’occidente occorre che il Medioevo appaia a tutti un’età splendida.
Léo Moulin diceva a Vittorio Messori:

Il capolavoro della propaganda anti-cristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza; a instillargli l’imbarazzo, quando non la vergogna, per la loro storia. A furia di insistere, dalla Riforma sino ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo. Vi hanno paralizzato nell’autocritica masochista, per neutralizzare la critica di ciò che ha preso il vostro posto. […] Da tutti vi siete lasciati presentare il conto, spesso truccato, senza quasi discutere. Non c’è problema o errore o sofferenza nella storia che non vi siano stati addebitati. E voi, così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci, magari per dar loro manforte. […] Vi dico che dovete reagire, in nome della verità. Spesso, infatti, non è vero. E se qualcosa di vero c’è, è anche vero che, in un bilancio di venti secoli di cristianesimo, le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre”
[1]

Alla ricerca di un Medioevo luminoso s’era già messo Pierre Duhem (1861-1916), che nella sua monumentale opera in dieci volumi, Le Système du Monde, cercò di revisionare quello che poteva. In una lettera a Jean Bulliot, datata 21.5.1911, scriveva:

Dalla sua nascita la scienza ellenica è tutta impregnata di teologia, ma di una teologia pagana. La teologia insegna che i cieli e gli astri sono degli dei, essa insegna che non possono avere altri movimenti all’infuori del moto circolare e uniforme che è il movimento perfetto; essa maledice l’empio che osa attribuire un movimento alla terra, luogo consacrato della divinità. Ora, questi ostacoli, chi li ha spezzati? Il Cristianesimo. Chi ha, in primo luogo, profittato della libertà così conquistata per lanciarsi alla scoperta di una scienza nuova? La Scolastica. Chi dunque, nel mezzo del XIV secolo, ha osato dichiarare che i cieli non erano per nulla mossi da intelligenze divine o angeliche, ma da un impulso indistruttibile ricevuto da Dio al momento della creazione, nello stesso modo in cui si muove una palla lanciata dal giocatore? Un maestro delle arti di Parigi: Giovanni Buridano. Chi ha, nel 1377, dichiarato il movimento diurno della terra più semplice e più soddisfacente per la mente del movimento diurno del cielo, chi ha nettamente rifiutato tutte le obiezioni sollevate contro il primo di questi movimenti? Un altro maestro di Parigi, divenuto arcivescovo di Lisieux: Nicola d’Oresme. Chi ha fondato la dinamica, scoperto la legge della caduta dei gravi, posto le fondamenta di una geologia? La Scolastica parigina in tempi in cui l’ortodossia cattolica della Sorbona era proverbiale nel mondo intero. Che ruolo hanno giocato nella formazione della scienza moderna quei liberi spiriti, tanto vantati, del Rinascimento? Nella loro superstiziosa e acritica ammirazione dell’antichità essi hanno misconosciuto e trascurato tutte le idee feconde che aveva prodotto la Scolastica del XIV secolo, per riprendere le teorie meno sostenibili della fisica platonica o peripatetica. Cosa fu, alla fine del XVI secolo e all’inizio del XVII secolo quel grande movimento intellettuale che ha prodotto le dottrine ormai ammesse? Un puro e semplice ritorno agli insegnamenti che dava, nel Medioevo, la Scolastica di Parigi, in modo che Copernico e Galileo sono i continuatori e in un certo modo i discepoli di Nicola d’Oresme e di Giovanni Buridano. Se dunque questa scienza, di cui noi siamo cosi legittimamente fieri, ha potuto vedere la luce, e perché la Chiesa cattolica ne è stata la levatrice” [2]

È a Pierre Duhem che fa costante riferimento Edward Grant in due delle sue opere tradotte in italiano [3], spesso citate dai propagandisti filoclericali di oggi.
La tesi di fondo è la seguente:

“Se i teologi nelle università avessero deciso di opporsi alle dottrine aristoteliche perché pericolose per la fede, esse non avrebbero potuto diventare il nucleo essenziale dell’insegnamento nelle università europee”.

La scienza dei greci, tradotta e commentata dagli arabi, arrivò nelle mani dei cristiani solo nel XII secolo, dopo la riconquista dei territori europei che erano stati sotto il dominio musulmano. Se aveva un potenziale destabilizzante sui fondamenti della teologia cristiana, perché la Chiesa permise la diffusione del pensiero pagano? Edward Grant sostiene che la diffusione del cristianesimo fu molto lenta e avvenne anche e soprattutto con l’assimilazione di quanto di pagano trovava sul suo cammino; non vi fu alcun trauma, dunque, quando i tesori dell’antica scienza dei pagani vennero sotto gli occhi dei chierici; se questi tradussero dall’arabo e dal greco le opere delle quali erano entrati in possesso facendole diventare il nucleo del sapere che le università avrebbero diffuso, fu perché la Chiesa non le temeva.
Non erano destinate a inseminare le menti di chi nel XVI e nel XVII secolo avrebbe dovuto sferrare i primi attacchi all’autorità della cultura cattolica? Ciò nonostante – per Pierre Duhem, e per Edward Grant – la nascita della scienza moderna deve retrodatarsi al 1277, anno in cui Étienne Tempier, vescovo di Parigi, condannò le tesi aristotelico-averroiste del tempo e dello spazio chiusi in cicli: qui la rottura dell’universo chiuso e la via di fuga verso una conoscenza razionale, anche se sorvegliata dalla fede.
La Chiesa come metabolizzatore del sapere pagano e come matrice del suo andare oltre, per mezzo della libera ricerca attraverso il metodo scientifico moderno: la Chiesa come levatrice di Galileo Galilei. Può reggere come ipotesi? È insomma davvero necessario essere o diventare cristiani per poter dar vita alla scienza moderna? Se sì, non nel modo prospettato da Pierre Duhem e da Edward Grant.
Può aiutarci la riflessione di Alexandre Kojève:

“È davvero necessario essere o diventare cristiani per potersi dedicare alla fisica matematica? A prima vista si sarebbe tentati di dare una risposta negativa; intanto perché per quindici secoli la civiltà cristiana ha vissuto benissimo senza la fisica matematica, e poi perché di solito gli artefici della scienza moderna non sono stati particolarmente ben visti dalla Chiesa. Questi due argomenti, però, non resistono a un esame appena un poco più attento. Sebbene quei quindici secoli siano stati innegabilmente cristiani, il cristianesimo era durante tale epoca ben lungi dall’aver permeato tutti i settori della cultura. […] Quanto poi alla filosofia, l’enorme sforzo di tutto il Medioevo ha avuto, se non come scopo, almeno come unico risultato quello di riscoprire anzitutto il platonismo e poi l’aristotelismo nella loro dimensione più o meno autentica (e quindi pagana), che i Padri della Chiesa avevano solo avuto la tendenza a trascurare troppo a favore della nuova teologia, in linea generale autenticamente cristiana (se si eccettuano le deviazioni di segno nettamente neoplatonico, ma fatte a fin di bene […]). E la situazione fu quasi peggiore per quanto riguarda la scienza propriamente detta. Preoccupata sopra ogni cosa e prima di tutto […] di conservare la purezza della fede, ossia l’autenticità dei dogmi teologici cristiani, la Chiesa sorvegliò solo assai distrattamente (e spesso con scarsa competenza) le scienze e la filosofia, discipline nelle quali il paganesimo avrebbe presto avuto modo di riprendere il sopravvento” [4]

Mi pare che in questo modo si risolva il paradosso posto in essere dalle tesi revisioniste di Pierre Duhem, riprese da Edward Grant: la Chiesa ha assorbito in sé l’elemento pagano che poi le si sarebbe ritorto contro.
Sarà il caso di ripetere, con Kojève, che “la Chiesa sorvegliò solo assai distrattamente (e spesso con scarsa competenza) le scienze e la filosofia, discipline nelle quali il paganesimo avrebbe presto avuto modo di riprendere il sopravvento”, attraverso la “rivoluzione culturale” del XVII secolo.
Levatrice suo malgrado, e di una figlia che ben presto le si sarebbe rivoltata contro. Nel mentre tutto era in gestazione – prosegue Kojève –

“... questa distrazione arrivava a volte fino a spingere gli organi ecclesiastici responsabili a difendere teorie filosofiche e scientifiche innegabilmente pagane contro coloro – in apparenza buoni cristiani – che intendevano cristianizzarle. Sicché lo si voglia o no, gli artefici della scienza moderna non furono né pagani, né atei e di norma neppure anticattolici […] Ciò che questi scienziati combattevano era la Scolastica nella sua forma più evoluta, ossia l’aristotelismo restituito in tutta la sua autenticità pagana, la cui incompatibilità con la teologia cristiana era stata chiaramente riconosciuta e dimostrata dai primi precursori della filosofia dei tempi nuovi (che con Cartesio proverà per la prima volta a diventare essa stessa cristiana, fino a riuscirci effettivamente ad opera e a giudizio di Kant). Riassumendo: se anche essi non se ne resero conto, almeno dal nostro punto di vista, è perché combattevano da cristiani la scienza antica, in quanto pagana, che i vari Galilei – piccoli, medi e grandi – hanno potuto elaborare la nuova scienza, che è ancora «moderna» perché è la nostra” (ibidem)

Possiamo così accettare la retrodatazione della nascita della scienza moderna al 1277, ma solo per affermare che fu per questa “distrazione” che il mondo cristiano fu contaminato da ciò che poi avrebbe dovuto essere il più potente motore della secolarizzazione.
E così la “leggenda nera” rimane intatta, a dispetto di chi al posto della “distrazione” vorrebbe rifilarci un intento abortito.



[1]
Vittorio Messori, Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana, Edizioni Paoline 1992
[2] in:
Roberto Maiocchi, Chimica e filosofia: scienza, epistemologia, storia e religione nell’opera di Pierre Duhem, La Nuova Italia 1985
[3]
Edward Grant, La scienza nel Medioevo, Il Mulino 1997; Le origini medievali della scienza moderna, Einaudi 2001
[4] Alexandre Kojève, L’origine cristiana della scienza moderna, ne: Il silenzio della tirannide, Adelphi 2004




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24 novembre 2008

"Provvisoriamente" su Giornalettismo.com



Giulio Tremonti e Lech Walesa




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24 novembre 2008

Perché dobbiamo dirci cristiani

Per qualche tempo era stato lontano dai rumori del mondo, probabilmente tutto preso dalla scrittura del suo Perché dobbiamo dirci cristiani, da martedì prossimo in libreria. Poi, la settimana scorsa, Marcello Pera si rifaceva vivo, in un’intervista a La Stampa, sul caso Englaro. Un mio commento a quell’intervista (Il «bene di per sé» contro «ciò che fa bene a me»giornalettismo.com, 17.11.2008) aveva come titolo provvisorio Sentivate la mancanza di Marcello Pera?, cui poi ho rinunciato perché poteva essere letto come ironico.

Come si può non sentire, infatti, la mancanza degli illuminati pareri del professor Marcello Pera? Egli raccoglie in sé la riflessione di Locke, Kant, Tocqueville, Croce – dicono – e la restituisce in “equazioni laiche” del tipo: “Oggi che è diventato anticristiano, il liberalismo è senza fondamenti e le sue libertà sono appese nel vuoto” (una delle anticipazioni, oggi sul Corriere della Sera). Come potevate non sentire la mancanza di uno che al liberalismo può ridare fondamenti e ganci?

Sentite qua, è un’altra anticipazione: “Non separeremo la moralità dalla verità, non confonderemo l’autonomia morale con la libera scelta individuale, non tratteremo gli individui, nascenti o morenti, come cose, non acconsentiremo a tutti i desideri di trasformarsi in diritti, con confineremo la ragione ai soli limiti della scienza, non ci sentiremo più soli in una società di estranei o più oppressi in uno Stato che si appropria di noi perché noi non sappiamo più orientarci da soli”.
Meriterebbe una meditazione a parte
, limitiamoci a dire che Benedetto XVI ha letto il suo libro in anteprima e trovato il tutto molto “affascinante”: in una lettera gli ha scritto che lo ritiene “di fondamentale importanza in quest’ora dell’Europa e del mondo”. Un vangelo, più o meno.

Come non potevate sentire la mancanza di un vangelo liberale? Dobbiamo dirci cristiani, l’evangelista liberale ci spiega il perché, e il Papa trova “affascinante” la spiegazione.
È naturale che il professor Marcello Pera sia contento di questa splendida marchetta, è naturale che i rivali al titolo di Ufficial Pensatore Sanamente Laico della Casa Pontificia sbavino di invidia. Un po meno naturale che adesso sia il Papa a dare referenze di 
“vero liberale”.



Meditazione a parte


“Non separeremo la moralità dalla verità” – le costringeremo a stare insieme? “Non confonderemo l’autonomia morale con la libera scelta individuale” – come discerneremo tra le due? “Non tratteremo gli individui, nascenti o morenti, come cose” – ci limiteremo a farlo con quelli viventi? “Non acconsentiremo a tutti i desideri di trasformarsi in diritti” – a chi toccherà mettere il veto? “Non ci sentiremo più soli in una società di estranei” – ma, volendo, potremo appartarci di tanto in tanto? [Non ci sentiremo] più oppressi in uno Stato che si appropria di noi perché noi non sappiamo più orientarci da soli” – ci sentiremo meno oppressi nel doverci dire cristiani e nel dover obbedire a leggi ispirate alla dottrina morale cristiana?




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23 novembre 2008

Libertas

In appendice a questo post troverete alcuni passi tratti dall’enciclica Libertas di Leone XIII, che è del 1888. Il tema è il liberalismo, lo stesso che Benedetto XVI lambisce, 120 anni dopo, nella lettera a Marcello Pera, oggi pubblicata dal Corriere della Sera.
Vi consiglio una lettura attenta del testo di Leone XIII, dopo aver tenuto presente che per Benedetto XVI: “all’essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio”; e che “il liberalismo, senza cessare di essere liberalismo ma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere”.
Dal raffronto io ricavo la certezza che, tra Leone XIII e Benedetto XVI, uno dei due bara.



Appendice

“La libertà […] attribuisce all’uomo la dignità di essere in mano del proprio arbitrio e di essere padrone delle proprie azioni. Tuttavia è molto importante stabilire in che modo tale dignità debba manifestarsi, poiché dall’uso della libertà possono derivare grandi vantaggi ma anche grandi mali. […]
In altre occasioni […] discorremmo delle cosiddette libertà moderne, facendo distinzione tra ciò che è onesto e il suo contrario; dimostrammo ad un tempo che ciò che vi è di buono in quelle libertà è tanto antico quanto la verità e che la Chiesa lo ha sempre favorevolmente approvato e messo in pratica. Ciò che vi aggiunse di nuovo, a dire il vero, consiste nella parte più corrotta che provenne da tempi turbolenti e da eccessiva brama di novità. Ma poiché vi sono molti che si ostinano nella opinione che quelle libertà, anche quando siano segnate dal male, sono da considerare come il sommo vanto della nostra età e il necessario fondamento delle formazioni statali, così che, senza di quelle, negano che si possa concepire un perfetto governo dello Stato, Ci sembra sia necessario trattare specificamente tale argomento, avendo come obiettivo il pubblico bene. […]
Quando dunque agisce secondo ragione, agisce di propria iniziativa e secondo la propria natura: questa è libertà. Quando invece commette peccato, agisce contro ragione […]
È ben lontano dalla verità il supporre che l’intervento di Dio renda meno liberi gl’impulsi volontari: infatti è intima nell’uomo e conforme alle sue naturali inclinazioni la forza della divina grazia, poiché deriva dallo stesso Autore dell’anima e della volontà nostra; da Lui ogni cosa è mossa in conformità della propria natura. […]
La […] legge, finché segue dolcemente e consenziente i dettami di natura, conduce alla rettitudine e distoglie dal male. Da quanto detto si comprende che sono tutte riposte nella eterna legge di Dio la norma e la regola della libertà dei singoli individui, non solo, ma anche della comunità e delle relazioni umane. Dunque nella società umana la libertà nel vero senso della parola, non è riposta nel fare ciò che piace, nel qual caso subentrerebbe il maggior disordine che si risolverebbe nella oppressione della cittadinanza, ma consiste nel vivere agevolmente in virtù di leggi civili ispirate ai dettami della legge eterna. D’altra parte la libertà di coloro che governano non risiede nel poter comandare in modo sconsiderato e capriccioso, il che sarebbe parimenti dannoso e deleterio per lo Stato: per contro, la forza delle leggi umane deve derivare dalla legge eterna e non deve sancire alcuna norma che sia estranea ad essa, fonte del diritto universale. […]
La natura della libertà umana, comunque la si consideri, tanto nelle persone singole quanto consociate, e non meno in coloro che comandano come in coloro che ubbidiscono, presuppone la necessità di ottemperare alla suprema ed eterna ragione, che altro non è se non l’autorità di Dio che comanda e vieta. Questa sacrosanta sovranità di Dio sugli uomini è ben lontana dal sopprimere la libertà o dal limitarla in alcun modo, tanto che, se mai, la protegge e la perfeziona. Infatti la vera perfezione di tutte le creature consiste nel perseguire e conseguire il proprio fine; il fine supremo a cui deve tendere la libertà umana, è Dio. […]
Il potere legittimo deriva da Dio e chi resiste al potere, resiste all’ordine di Dio; in tal modo l’obbedienza acquista molto in nobiltà, divenendo ossequio verso un’autorità giustissima ed elevata in sommo grado. […]
Se quando si discute di libertà ci si riferisse a quella legittima e onesta quale or ora la ragione e la parola hanno descritta, nessuno oserebbe perseguitare la Chiesa accusandola iniquamente di essere nemica della libertà dei singoli e dei liberi Stati. […]
I seguaci del Liberalismo […] nella vita pratica pretendono che non vi sia alcun divino potere a cui si debba obbedienza e che ognuno debba essere legge per se stesso; perciò nasce quella filosofia morale che chiamano indipendente e che, dietro l’apparenza di libertà, tende a rimuovere la volontà dalla osservanza dei divini precetti e quindi suole concedere all’uomo infinita licenza. […]
Siffatta dottrina è gravemente perniciosa sia per i singoli che per la società. Una volta confinato nella sola e unica ragione umana il criterio del vero e del bene, la corretta distinzione tra il bene e il male sparisce; le infamie non differiscono dalla rettitudine in modo oggettivo ma secondo l’opinione e il giudizio dei singoli; il libito diventa lecito; stabilita una regola morale che non ha praticamente il potere d’infrenare e di placare le torbide passioni dell’animo, si spalancherà spontaneamente la porta ad ogni corruttela. Nell’ordine pubblico, poi, il potere di comandare viene separato dal giusto e naturale principio da cui esso attinge ogni virtù generatrice del bene comune; la legge, nello stabilire i limiti del lecito e dell’illecito, è lasciata all’arbitrio della maggioranza, che è la via inclinata verso il regime tirannico. […]
Certo, non tutti i seguaci del Liberalismo concordano con quelle opinioni, spaventose per la loro assurdità, che considerammo nemiche della verità e causa di mali assai funesti. Anzi, molti di essi, sospinti dalla forza della verità, non esitano ad ammettere o addirittura affermano spontaneamente che la libertà diventa viziata e degenera in licenza se osa varcare certi limiti e trascurare la verità e la giustizia. Perciò è necessario che la libertà sia guidata e governata con retto raziocinio e sia soggetta, di conseguenza, al diritto naturale e alla sempiterna legge divina. […]
Nel governo della società, coloro che rifiutano di applicare le leggi divine, fanno sì che il potere politico si svii dal suo scopo e dall’ordine di natura. Ma ciò che più importa e che già da Noi stessi fu più volte ricordato, è il fatto che, sebbene il governo civile miri a fini diversi rispetto al potere sacrale, e non percorra lo stesso itinerario, tuttavia nell’esercizio del potere è inevitabile che talora l’uno e l’altro s’incontrino. Infatti entrambi hanno il dominio sulle stesse persone e accade spesso che entrambi affrontino le stesse questioni sia pure con diverso criterio. Ogni volta che un tal caso si presenta, poiché il conflitto è assurdo e profondamente ripugna alla sapientissima volontà di Dio, è necessario che vi sia un metodo e un ordine per cui possa sussistere un ragionevole accordo nell’operare, dopo aver rimosso le cause di dispute e di conflitti. […]
Dal momento che è necessaria la professione di un sola religione nello Stato, è necessario praticare quella che è unicamente vera e che non è difficile riconoscere, soprattutto nei Paesi cattolici, per le note di verità che in essa appaiono suggellate. Conseguentemente i governanti la conservino, la proteggano, se vogliono provvedere con prudenza e profitto, come devono, alla comunità dei cittadini. Il potere pubblico è stato costituito per il vantaggio dei sudditi, e sebbene il suo scopo immediato sia quello di condurre i cittadini alla felicità della vita che si trascorre in terra, tuttavia non deve ridurre ma accrescere nell’uomo la facoltà di conseguire quel supremo ed estremo bene in cui consiste l’eterna felicità degli uomini e a cui non si può pervenire se si trascura la religione. […]
La Chiesa vorrebbe ardentemente che in tutti gli ordini statali penetrassero e fossero praticati gli insegnamenti cristiani […]
Se accade che, per particolari condizioni dello Stato, la Chiesa si adegui a certe moderne libertà, non perché le prediliga in quanto tali, ma perché giudica opportuno permetterle, nel caso che i tempi volgessero al meglio, adotterebbe certamente la propria libertà e persuadendo, esortando, pregando si dedicherebbe, come deve, all’adempimento della missione a lei assegnata da Dio, che consiste nel provvedere all’eterna salute degli uomini. Tuttavia è pur sempre eternamente vero che codesta libertà di tutti e per tutti non è desiderabile di per se stessa, come più volte abbiamo detto, poiché ripugna alla ragione che la menzogna abbia gli stessi diritti della verità. E per quanto riguarda la tolleranza, sorprende quanto siano distanti dalla equità e dalla prudenza della Chiesa coloro che professano il Liberalismo. […]
Ricusare radicalmente la sovranità del sommo Dio e rifiutargli ogni obbedienza, sia nella vita pubblica, sia nella vita privata e domestica, è la massima perversione della libertà come anche la peggiore specie di Liberalismo: in tale senso deve essere inteso quanto finora abbiamo detto contro tale dottrina”

[Leone XIII, Libertas, 1888]




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23 novembre 2008

Verissimo?

Nell’ultimo numero di Verissimo (Canale 5, 23.11.2008), Carlo Rossella risponde ad una telespettatrice che gli ha scritto una lettera. La telecamera di Verissimo la inquadra, sono due fogli scritti a mano che – stranamente – non recano alcun segno di piegatura: saranno stati spediti in una busta formato A4 o saranno stati stirati. In questa seconda ipotesi, sono stati stirati benissimo. Terza ipotesi: Carlo Rossella si scrive le lettere da solo, ma per risparmiare l’affrancatura non se le spedisce. 




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23 novembre 2008

Appunto

Ho appena spedito il pezzullo che uscirà domani su Giornalettismo.com – avevo già anticipato che sarebbe stato su Giulio Tremonti – e mi capita sotto gli occhi una letterina che il ministro dell’Economia scrive a Il Foglio, nella quale dà conferma a due o tre ipotesi che facevo scivolare nel pezzullo. Sono molto soddisfatto, devo dire.
Anche assai preoccupato, perché quelle due o tre ipotesi erano discretamente pessimiste: restituiscono un progetto di società da incubo, schiavitù in cambio di sicurezza, manco tanto sicura. Siamo all’economia sociale di mercato, al bisogno di purificare lo “sterco del diavolo”. Vedo già merda salire e scendere per le serpentine di questo distillatore sociale di forze materiali e spirituali.
È declino, è davvero declino, ma ce lo rifilano come rinascita.




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22 novembre 2008

Varie

1. Fiato sospeso per Eluana è il titolo di un post di Assuntina Morresi su stranocristiano.it. Un profluvio di cazzate, tipo “per conoscere come sta procedendo la vicenda di Eluana bisogna leggere Avvenire”. Quasi 4.000 battute, e meno male che aveva il fiato sospeso.

2. Stefano mi segnala la storiella delle reliquie di Santa Teresa di Lisieux in orbita nello spazio. Si può liquidare con una battuta o tagliarci sopra su saggio storico, una sceneggiatura, una fiaba allegorica, un caso clinico. Ma ho un invito a cena con amici e possiamo limitarci a dire: anche da morti, anche a tocchetti, rompono il cazzo a tutto il cosmo. La cosa che è, insieme, tragica e comica: lo ritengono indispensabile.

3. Rispondo qui a Jimmomo (# 5, # 6). In risposta a un mio commento ad un suo elogio di Umberto Bossi – lo definiva addirittura “libertario”, e ci può stare: se il suo Capezzone è un “liberale”… – mi scrive di un “diritto naturale”. “Naturale”, pure Jimmomo col “naturale”. Jimmo’, tutto è artificio, la natura in primis.

4.
È assai penalizzata da quel suo bozzolo di demodé, ma Rita Levi Montalcini è intellettualmente assai sexy. Avrei avuto assai piacere a conoscerla sui trent’anni. In qualche dimensione parallela sarebbe emozionante baciarla.

5.
Il premier medita senza dubbio di ridare vita alla fattispecie penale del reato di disfattismo. Da filogovernativi è d’obbligo l’entusiasmo, all’opposizione invece è d’obbligo una critica costruttiva, speranzosa e sorridente. Allegria, sennò non sei un buon patriota.

6.
Una legge sul testamento biologico che mi dia piena disponibilità del mio corpo e della mia vita? Metterebbe a rischio ch’io consegni il mio corpo e la mia vita a una “burocrazia”, questo secondo Umberto Bossi (Corriere della Sera, 21.11.2008). Anche secondo Alex (# 7), per il quale “anche nella legge più «permissiva» immaginabile sarebbero inevitabilmente poste condizioni e termini, e ci sarebbe sempre una burocrazia a decidere se siano soddisfatti tali condizioni e termini”.
Bene, ma questa “burocrazia” potrebbe eventualmente negarmi l’eutanasia, mai impormela. E allora, caro Alex, di che cazzo parlate, tu e Umberto Bossi?

6bis. A parte: Alex mi rimprovera di fomentare un certo qual 
“dàgli al Capezzone”.  Risposta: non conosco peggior modello, è vero; e lo biasimo pubblicamente, è vero; sono disposto a renderne conto sulla base delle cose che scrivo, però; e mi pare di argomentarle sempre tutte. Vorrei contestazioni in merito, caro Alex, sennò levati dai coglioni.

7. Splendido
post di Mildareveno.

8. Al momento in cui accingo a scriverne – a 24 ore dalla diffusione della notizia che alcuni giorni fa, all’Ospedale Ca’ Foncello della Ulss 9 di Treviso, l’equipe pediatrica ha deciso la sospensione delle terapie ad un neonato “affetto da gravi malformazioni” (così sulla grande parte dei mezzi di comunicazione) – il mondo cattolico italiano non ribolle. Ho fatto un giro per quei siti web dell’area cattolica più tendenti a ribollire in casi analoghi, e la notizia è trattata in modo neutro o ignorata.
Ho cercato anche qualche informazione riguardo alle “gravi malformazioni”, ma non ho trovato molto: ho potuto solo dedurre che tra queste ve ne fosse almeno una chirurgicamente correggibile, tentativo fatto senza grosso esito sul piano delle condizioni generali del neonato. Deve trattarsi di uno di quei casi in cui anche la dottrina morale della Chiesa alza le mani e definisce “accanimento” ogni strumento artificiale atto a mantenere in vita la persona. E però mi pare chiaro che anche questa sia una “morte procurata in modo indiretto”, una di quelle morti che Francesco D’Agostino chiama “eutanasia passiva” (Avvenire, 23.11.2008).
Lo fa per dimostrare che la rimozione degli strumenti artificiali che mantengono caldo il corpo di Eluana Englaro è omicidio, e allora non si capisce perché l’omicidio del neonato trevigiano non susciti ribollimento.
Cos’è che fa la differenza? La speranza? Solo un miracolo può far scomparire “gravi malformazioni” ad un neonato, solo un miracolo può riportare un soggetto in stato vegetativo permanente (o così a lungo permanente) ad una vita autonoma e cosciente; entrambi, se artificialmente assistiti, possono continuare a sperare in questo miracolo; “staccando la spina” (come impropriamente si dice) questo miracolo è impossibile.
Naturalmente c’è un’obiezione per spiegare la differenza altrimenti inspiegabile: ciò che mantiene viva la speranza nel caso di Eluana Englaro è l’alimentazione e l’idratazione, strumenti artificiali, ma mai rinunciabili; ciò che la manteneva viva nel caso del neonato erano altri strumenti artificiali, però rinunciabili. “Eluana sarà uccisa – scrive Francesco D’Agostino – e il suo caso si inserirà nel tristissimo e lunghissimo novero degli omicidi pietosi”: perché non ci sta dentro pure il caso del neonato trevigiano?
Chi amministra la speranza per tutti, decidendo quando è necessaria e quando è inutile?

9.
La malattia che ultimamente ha preso il mondo – qui più, lì meno – è il fatalismo. Tutti si sentono – chi più, chi meno – trascinati da eventi che hanno un corso curvilineo secondo una funzione ignota, e quindi variamente desumibile in base a questa o a quella formula, un corso che diventa obbligatorio in base a questa o a quella formula. Tutte le formule di maggior successo disegnano una curva fatale, e questa o quella formula consigliano di assecondare gli eventi, perché il metterci mano è pericoloso ma bisogna pur darlo da vedere. Siamo uomini, no? I soli animali terrestri ad avere agganci con la trascendenza, artefici della storia, produttori di cogito, eccetera. E poi ci sono i migliori di noi che hanno responsabilità in tal senso…
Pare – per dirla in altro modo – che ogni rimedio alla malattia voglia superarla accelerandone il decorso o rendendo più confortevole l’abbandonarsi ad esso, nella certezza che l’esito sia ignoto ma, in qualche modo, prestabilito. Conviene non far niente, nemmeno provarci, per non sprecare forze o peggiorare tutto. Però i migliori di noi – le oligarchie politiche, religiose, economiche, culturali, militari, ecc. – hanno (o si pigliano) l’alto dovere di suggerirci il rimedio di un “fatalismo attivo”: sopportare, resistere, passerà, era destino, la cosa è ciclica. Tutte le formule in mano alle oligarchie disegnano cicli, la fine della serie ci precipiterebbe nella noia o nell’annichilimento, che poi è lo stesso. La democrazia porterebbe alla fine della storia, che palle. Le oligarchie, invece, ci guidano lungo i cicli e consigliano qui “fatalismo attivo” e lì “protagonismo passivo”. Perciò sono necessarie.

   




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22 novembre 2008

Michael Jackson si converte all’islam



È come se la Croce Rossa provocasse:
 “Sparami, dài, sparami…”




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21 novembre 2008

Valori

Dio, Patria e Famiglia sono valori di una certa importanza per Mara Carfagna, così dice (Le Invasioni Barbariche, 21.11.2008). 
Almeno su questo, perché non crederle?




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21 novembre 2008

“Che tipo era?”

Quando il cronista porge il microfono al vicino del tipo che ha fatto strage della propria famiglia e chiede: “Che tipo era?”, nove volte su dieci il tipo era un uomo perbene, serio, grande lavoratore, ottimo padre e buon marito, e il vicino fa capire che non se lo sarebbe mai aspettato, non da un tipo così. La risposta è ormai diventata di rito, come la domanda, e di rito sono lo sconcerto e lo stupore, metà e metà, senza lasciare spazio ad altro istante emotivo.
Stavolta era pure un “buon cattolico”, come al microfono del cronista attesta il suo parroco, comprensibilmente sconvolto. E dunque possiamo solo dare colpa alla follia, così pare: solo la follia può spiegare, nella stessa persona, il “buon cattolico” e il massacratore. Le Diable probablement? No, al cronista il parroco dice: “Solo la follia…”.

Il punto è: nove volte su dieci? Non vogliamo neanche tentare di ipotizzare un disegno o un senso o una ratio dietro al dato bruto del bruto evento? Dobbiamo davvero immaginarci in mano al caso? Non sia mai, siamo affamati di senso, buttateci una ratio.
Nemmeno l’essere un uomo perbene, serio, grande lavoratore, ottimo padre e buon marito ci protegge dal peggio. Anzi, da telespettatore, viene il sospetto che più tu temi il peggio e più ci finisci dentro, con quale significativa implicazione statistica.
Nel peggio, stavolta, è finito un tipo vidimato come “buon cattolico” dal parroco. C’è da presumere lo confessasse: un “buon cattolico” che non venera il sacramento della Confessione che “buon cattolico” è? E allora qui vorrei fare due osservazioni.

Uno. A che serve indicare come virtuoso un modello così subdolamente pericoloso? E perché non assegnargli la cifra che merita, almeno? Quando un gay muore ammazzato, in qualunque modo venga ammazzato, si tratta sempre di un “omicidio maturato in ambienti omosessuali”. Qui perché non lo diciamo? È una strage maturata in un contesto antropologico cattolico. Ogni volta che modelli alternativi a quel certo modo di essere

Due. Offrire al telespettatore, ogni volta che sia possibile, questa tesi del massacro non altrimenti spiegabile che con la follia puzza di morale come premio assicurativo (bonus/malus). Qui perché non lo diciamo? La morale è la sacralizzazione di ciò che conviene ai gruppi di potere, maggioritari o elitari che siano. Il contesto antropologico cattolico è una polizza che costa troppo, non copre e mette a rischio. Ma a chi conviene?




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21 novembre 2008

“Consegnare le nostre vite, i nostri corpi, alla burocrazia”

“Per prima cosa, una cosa del genere
non dovrebbe essere fatta
quando una persona è già malata.
Perché lì la volontà è già deviata,
dal dolore e ancor di più dalla paura.
Mentre se lo si fa quando si sta bene,
molto spesso è per motivi ideologici.
Uno viene convinto dai mass media.
Dai fetentoni come lei”

Umberto Bossi
(Corriere della Sera,
21.11.2008)

La doppiezza sui temi bioetici mi irrita moltissimo, sicché finisco sempre col preferire una posizione illiberale – anche aberrante, purché coerente – a quelle nelle quali sia evidente l’ambiguo scollamento tra privato e politico che ogni volta mi pare possa essere riempito solo dall’ipocrisia.
A scanso di ogni equivoco chiarisco subito a “privato” e a “politico” allego le accezioni estensive di quanto sta in “sé” e in “gli altri”. Nel riconoscere pienamente a “sé” ciò che poi non si riesce mai pienamente a riconoscere a “gli altri” leggo una violenza – tanto più odiosa se vestita di premura caritatevole – che mi dà sui nervi, sempre.
In queste posizioni il “sé” è sempre illuminato da una sensibilità e/o da una esperienza che lo fanno legittimamente sovrano su ciò che a “gli altri” non è possibile concedere – e la presa d’atto accoglie sempre un certo malincuore di maniera – se non col grave rischio di vedere andare a puttane la dignità della persona, il bene comune della società, le sorti dell’intero mondo.
Su quanto riguarda la persona costoro concedono che sia “la persona che dovrebbe decidere, nessun altro”, ma poi, quando bisogna fare due più due e sottoscrivere che questo diritto è di tutti, di regola sono assaliti da dubbi nei quali, comunque la si rigiri, “gli altri” finiscono sempre per essere troppo immaturi per poter decidere da soli.

È per questo che non condivido affatto gli
elogi che il buon Jimmomo riserva a Umberto Bossi per quanto egli dichiara in un’intervista (Corriere della Sera, 21.11.2008).
Sì, il senatur mostra qui un volto quasi umano, comunque assai diverso da quello che indossa quando minaccia e insulta: parla della sua malattia ed è tenerissimo col suo “sé”, sicché Jimmomo si commuove quando legge del testamento biologico che il senatur aveva affidato alla moglie (“Le ho detto che se mi fossi trovato nella condizione di non poter più decidere di me stesso, lei non avrebbe dovuto permettere accanimenti”). Tanto è commosso, il buon Jimmomo, che, quando Umberto Bossi dice: “Il testamento biologico, alla fine, non si farà. Io una legge non la farei”, finisce per concedere: “Troppi gli elementi di «incertezza», e altissima la posta in gioco: la vita dei cittadini”.
Probabilmente avrò capito male, e Jimmomo non mancherà di correggermi e di rettificare, da maestro della rettifica qual è. Però nel post che fa da commento all’intervista egli scrive: “Bossi probabilmente non si rende conto di aver espresso una concezione libertaria dello stato e della legge. Ha fissato un principio generale: la persona dovrebbe decidere. Fermo restando il principio, non può esserci una medesima, univoca, risposta legislativa che valga per ogni particolare situazione. La volontà del paziente non può che essere accertata caso per caso, al di là di ogni ragionevole dubbio. Bisogna diffidare di una concezione intimamente «totalitaria» della legge come strumento onnisciente in cui possano essere previsti e compresi tutti gli infiniti casi in cui può manifestarsi la realtà umana. Significa consegnare le nostre vite, i nostri corpi, alla burocrazia”.
Sarà solo una spiegazione di ciò che il “sé” di Umberto Bossi reputa, ma a pare che ci sia un po’ troppa comprensione da parte di Jimmomo per un timore – “consegnare le nostre vite, i nostri corpi, alla burocrazia” – che può aver senso solo nell’assunzione del diritto come concessione dall’alto al basso. Mi lascia assai perplesso questo assunto, perché nella teoria liberaldemocratica il diritto si forma dal basso, non discende da Dio, né da un legislatore magnanimo. E, allora, “una concezione intimamente «totalitaria» della legge come strumento onnisciente in cui possano essere previsti e compresi tutti gli infiniti casi in cui può manifestarsi la realtà umana” – che significa?
Una legge che, al netto delle chiacchiere, dica che il corpo appartiene al proprio titolare, il quale ne può disporre come meglio gli pare – cos’ha di “totalitario”? A quale burocrazia consegno la mia vita e il mio corpo, se una legge mi riconosce il diritto di farne ciò che voglio?




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21 novembre 2008

La nazione ha un midollo insospettabilmente virtuoso

“Siamo molto uniti, la mia è una famiglia di una volta, di tipo patriarcale. La domenica ci si ritrova tutti a pranzo, e chi non è andato a messa non mangia. Sono i principi con i quali sono cresciuto”

Lele Mora, Vanity Fair, 26.11.2008




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21 novembre 2008

Anticip.

Giulio Tremonti propone “una visione [dell’economia] meno materiale e più spirituale, meno chiusa nel privato e nel laissez faire, più comunitaria” (La paura e la speranza, Mondadori 2008, pag. 18), “contro il mercatismo, versione degenerata del liberismo” (ibidem, pag. 19), ispirata a “valori, identità, famiglia, autorità, ordine, responsabilità, federalismo” (ibidem, pag. 98).
Oggi sposa questa visione a quella che Joseph Ratzinger ricicciava dalla dottrina sociale della Chiesa – da cosa, sennò? – in una conferenza del 1985. Siamo sempre alla terza via tra marxismo e liberismo tracciata da Leone XIII nella Rerum novarum. Con qualche aggiustatina.

Lunedì, su Giornalettismo.com.




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20 novembre 2008

"Gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare"



La storica foto che immortalò l’istante in cui l’onore-
vole Latorre passò il pizzino all’onorevole Bocchino.




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20 novembre 2008

Compagni del Pd, non v'accanite: togliete il sondino a Walter Veltroni

Quale vale come politico? Come uomo vale di più? Metodo e persona si equivalgono in Walter Veltroni, davvero non saprei dire cosa valga meno, se il cervello o il cuore. Ogni volta che vorrei scriverne, mi blocco: so che degraderei nel moralismo. Al confronto, per dire, Massimo D’Alema mi risulta simpatico e di buona pasta.
Stavolta, se ci riesco, vorrei non prenderlo di mira col biasimo, troppo facile, ma cercare di beccarlo di sponda. Tabula rasa: faccio finta di non conoscere Walter Veltroni – diciamo che nemmeno so chi sia – e mi calo nel gran bordello che scoppia un millisecondo dopo che Riccardo Villari ha annunciato: “Non mi dimetto”.
Voci che s’incrociano come volassero sedie, diciamo che è un gran bell’aspro. Calato qui in mezzo, colgo una voce tra le tante, che dice:
Abbiamo fatto un’intesa con Palazzo Chigi su un nome di assoluto livello. Ora il problema non è mio”
(ansa.it, 20.11.2008).

Oibò, chi è che parla? Come si chiama questo signore? Walter Veltroni? Non lo conosco, non so chi sia, ma vediamo se riesco a intuire che uomo e che politico sia, da questa sua sola dichiarazione.
Diciamo che il centrosinistra sta abbastanza nella merda ma non solo per quello che sul caso Vigilanza Rai ha dato in conclamata e reiterata prova di analfabetismo istituzionale e politico, no: il centrosinistra sta abbastanza nella merda perché ha un leader che, di fronte all’evidente fallimento di ciascuno e di tutti i passi decisi sulla nomina del presidente della commissione, dice che la merda non lo tocca, non è affar suo. Piglia schiaffi in nome e per conto del Pd, ma in nome e per conto del Pd se ne fotte e dice: “E mica sono Pasquale, io”. [Ci voleva almeno una citazione cinematografica in questo post, così ce la siamo tolta dai coglioni.]
Costui sarebbe il leader del più grosso partito di opposizione. E non riesce ad ottenere neanche ciò che la maggioranza è tenuta a concedere per galateo alla minoranza, cioè il controllo sull’informazione pubblica radiotelevisiva.

Piccolo inciso: da uomo di governo (addirittura vice di Romano Prodi) costui non ha mai mosso neanche un muscolo – neanche il più piccolo, chessò, il sopraccigliare sinistro – sul conflitto di interessi che affligge Silvio Berlusconi, per il possesso (tramite vincoli di sangue) del grosso dell’informazione radiotelevisiva privata.


Sgrossando: anche senza volerlo, Silvio Berlusconi diventa garante unico di un’equa informazione radiotelevisiva (pubblica e privata). Grazie a Walter Veltroni. Che s’impuntava su Leoluca Orlando. Esponente di Italia dei Valori, il partito che sta rubando più consenso al Pd.
Soccorso da un’intesa con Palazzo Chigi su un nome, quello di Sergio Zavoli, che la dice tutta sull’intraprendenza del nostro Walter Veltroni. Poteva almeno imbarazzare il Pdl chiedendo l’intesa su Marco Beltrandi: no, Sergio Zavoli.
Ma adesso Riccardo Villari manda a dire: “Non mi dimetto”. E Walter Veltroni?
Ora il problema non è mio”
. Ah, no? E di chi, di Sergio Zavoli?

Stamane, ho scritto: Questo Villari è la più bassa rappresentazione dell’opportunismo in un contesto di grave degrado politico e istituzionale, oppure è il più alto esempio della neutralità (direi, in senso molto lato, della laicità) del metodo democratico? Potrebbe essere – insieme – entrambe le cose? E allora perché dovrebbe dimettersi?”.
Walter Veltroni aveva pensato bene di minacciarlo di espellerlo dal Pd, se non si fosse dimesso. Per quanto regolarmente eletto.
Al confronto, per dire, Massimo D’Alema mi sembra un compiuto liberaldemocratico. Anche più “abbronzato”.




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20 novembre 2008

Il diritto di autodeterminazione estrema

Nel 2001 il Saggiatore ha mandato in libreria una raccolta dei saggi di Peter Singer col titolo La vita come si dovrebbe (Writings on an Ethical Life, 2000). A pag. 215: “Io posso avere diritto alla privacy; ma, se voglio, posso anche filmare tutti i dettagli della mia vita quotidiana e invitare i vicini alle mie proiezioni casalinghe. Se qualche vicino fosse così intrigato da accettare il mio invito, potrebbe farlo senza violare il diritto alla privacy cui ho rinunciato. Analogamente, dire che io ho il diritto alla vita non significa che un medico non può mettere fine alla mia vita, se sono io a chiederglielo. Facendo questa richiesta, io rinuncio al mio diritto alla vita”. Sono d’accordo, ma il parallelo con la privacy è infelice.

Le posizioni di Peter Singer – l’ho già scritto altre volte – sono argomentate spesso in modo infelice, come se amassero essere considerate paradossi apparenti. Presta così il fianco ad obiezioni che muovono da posizioni opposte alle sue – nel caso di specie, quelle che negano il diritto di rinunciare ad un diritto, e di fatto lo trasformano in un dovere – e argomentate spesso in modo assai più infelice, ma vincenti presso quel tribunale del buon senso dove il giudice si serve della logica per costruire apparenze solide, confortevoli, accettabili, perfino comode.
Nel caso di specie, credo, il parallelo con la privacy mostra la vita come un bene individuale che merita tutela a garanzia della pudicizia, e mostra il paziente che chiede al medico la morte come uno spudorato. In questo modo, a chi nega il diritto di autodeterminazione dell’individuo, a chi è contrario all’eutanasia senza se e senza ma, si concede in ambito polemico un vantaggio enorme: costituirsi parte civile nel processo contro l’attentato al pudore – qui sta il punto – pubblico.

Il diritto di autodeterminazione estrema è un diritto, non è il prolungamento in negativo di un altro diritto, e cioè del diritto alla vita. Così il pudore, se nell’argomentazione lo facciamo diventare oggetto di un contratto privato tra esibizionista e guardone. Bisognerebbe mostrare, invece, il carattere virtuoso dell’autodeterminazione (estrema o no): essa dà in responsabilità quanto dà in libertà. Basta indicare il valore della responsabilità individuale, senza compiacersi di costruzioni che, seppur solo apparenti, sembrino paradossi al tribunale del buon senso. Insomma, Peter Singer è uno spudorato e gode a dirlo: sovverte valori, non li decostruisce. Se non li decostruisci, ti si ritorcono contro appena pensi di averli sovvertiti.
Al tribunale del buon senso l’ideologia è mal vista, almeno a chiacchiere: con uno strumento ideologico che persegua un fine logico, la logica del diritto di autodeterminazione estrema rischia di apparire illogica. Sono argomenti assai infelici, sarà meglio non riprenderli.




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Gli editoriali per Notizie Radicali


172. Urbi et orbi, la Marcia di Pasqua è inesistente
(11.4.2007)

171.
Addio, radicali. Arrivederci, liberali
(4.4.2007)

170.
La materia oscura
(30.3.2007)

169.
L’eroica lotta del prode Bandinelli
(20.2.2007)

168.
E a questo stiamo
(19.2.2007)

167.
Tra il sacro e la secolarizzazione
(16.2.2007)

166.
La smetta, Binetti, si curi!
(31.1.2007)

165.
Ignobile scoop
(29.1.2007)

164.
In memoria di Alfredo Ormando, ex seminarista, gay, arso vivo
(12.1.2007)

163.
Per ogni Popieluszko c’è sempre almeno un Wielgus
(10.1.2007)

162.
La pieta e la chiarezza di Francesco D’Agostino
(9.1.2007)

161.
Bernard-Henry Levy e i blog
(8.1.2007)

160.
Le esequie ecclesiastiche a Gabriele Cagliari
(2.1.2007)

159.
Assuntina Morresi davanti a Piergiorgio Welby
(20.12.2006)

158.
Ratzinger e i «terminali»
(18.12.2006)

157.
Il concubinaggio
(14.12.2006)

156. La «sana laicità»
(11.12.2006)

155.
Cantalamessa
(6.12.2006)

154.
Lo Sdi e la massa critica
(4.12.2006)

153.
Caro Punzi
(28.11.2006)

152.
Il diabete dell’ateo devoto
(27.11.2006)

151.
Alasciarli dire, a lasciarli fare
(24.11.2006)

150.
Il metodo di Antonio Socci
(23.11.2006)

149.
Salvo forellini
(22.11.2006

148.
L’olio e le erbe medicamentose di San Francesco
(20.11.2006)

147.
Chissà se il mercato globalizzato accetterà l’authority della Chiesa
(15.11.2006)

146.
La Curia di Bologna
(10.11.2006)

145.
Simpatica carognetta
(8.11.2006)

144.
Una sana competizione inter-religiosa
(23.10.2006)

143.
Lo spazio dove stanno i radicali
(17.10.2006)

142.
Si accettano scommesse
(12.10.2006)

141.
Capolavoro di ipocrisia!
(10.10.2006)

140.
La radice dell’antisemitismo è più cristiana o più musulmana?
(9.10.2006)

139.
Nessuna paura d’aver paura
(5.10.2006)

138.
Nessuna costrizione nelle cose di fede?
(2.10.2006)

137.
“Lucidamente Piergiorgio Welby chiede…” 
(29.9.2006)

136. 
Ipotesi su Milingo
(27.9.2006)

135.
Ohilà, nequiziosi!
(26.9.2006)

134.
Come il tassidermista riempie di paglia la carogna
(25.9.2006)

133.
Ignoranza o mistificazione?
(21.9.2006)

132.
O secolarizzazione o violenza
(19.9.2006)

131.
Un tranquillo weekend di paura
(18.9.2006)

130.
La teologia nell'universitas scientiarum
(14.9.2006)

129.
“In fondo la Cisa vende serrature”
(13.9.2006)

128.
Limature
(12.9.2006)

127.
Auflegen, befehlen o gebieten?
(11.9.2006)

126.
Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia
(6.9.2006)

125.
James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre
(5.9.2006)

124.
Il caso Robert Lanza, ennesima svista del Foglio
(1.9.2006)

123.
Caro Pullia
(31.8.2006)

122.
Pannella si è fermato a Bose
(29.8.2006)

121.
Dobbiamo avere una grande pazienza
(28.8.2006)

120.
Trittico libanese
(24.7.2006)

119.
Schola Scholae
(19.7.2006)

118.
“Drogarsi non è un diritto”
(14.7.2006)

117. 
Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
[con Federico Punzi]
(6.7.2006)

116.
Comunitari o liberal?
(29.6.2006)

115.
Di cani e di figli
(27.6.2006)

114. Una fiction, neh
(23.6.2006)

113. Signore, signori, malgiogli assortiti...
(21.6.2006)

112.
Lobby? Andiamo piano con le parole
(16.6.2006)

111.
“Talora la stampa si presta…”
(13.6.2006)

110.
Negli assolutismi accade
(8.6.2006)

109.
La “libertà di vietare”
(7.6.2006)

108. Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile
(30.5.2006)

107.
Rispiegare la modernità?
(26.5.2006)

106.
Zuavi in Parlamento
(22.5.2006)

105.
A chi spetta?
(19.5.2006)

104. Ancora su Marcello Pera
(18.5.2006)

103.
Dopo la famiglia, lo Stato
(16.5.2006)


102. Occhio, fratres!
(8.5.2006)

101. Diciotto volte Emma Bonino, fino alla fine
(5.5.2006)

100. 
Il cardinal Martini e la "resa alla modernità"
(2.5.2006)

99.
Un'altra trappola: il Manifesto di Euston
(27.4.2006)

98.
Faranno al cardinal Martini un trattamento alla Milingo?
(24.4.2006)

97.
Dopo Rocca, Ferrara manda Bellasio
(21.4.2006)

96.
"C'è un'Italia reale e un'Italia virtuale"?
(19.4.2006)

95.
I piccoli exit poll di Christian Rocca
(13.4.2006)

94.
Il giorno dopo
(11.4.2006)

93.
Viva Romano Prodi!
(10.4.2006)

92.
Lectio magistralis
(5.4.2006)

91.
Not negotiable
(4.4.2006)

90.
L'Appello a Prodi: il bluff della guerra civile
(31.3.2006)

89.
Il gentilissimo Christian Rocca
(28.3.2006)

88.
Bastardo sarà lei!
(27.3.2006)

87.
Ruini non fa ingerenza, rimanda a quella di sempre
(21.3.2006)

86.
Divertente come la catastrofe
(20.3.2006)

85.
Mutua comprensione tra integralismi?
(13.3.2006)

84.
Benedetto figliolo!
(7.3.2006)

83.
Quel che trattiene Magdi Allam
(1.3.2006)

82.
Vieni, Gunther, qui c'è un albero, è un pero
(27.2.2006)

81.
Un editoriale che vorrei lasciare incompiuto e senza titolo
(21.2.2006)

80.
Cavar soldi dal “matto”: in Vaticano ci si fa un pensierino
(17.2.2006)

79.
Escludendo che monsignor Maggiolini si sia presa una cotta per la Bonino
(9.2.2006)

78.
La questione è la libertà di espressione
(7.2.2006)

77.
Si tratta pur sempre di un sant’uomo
(1.2.2006)

76.
“La verità, vi prego, sulla carità”
(31.1.2006)

75. Ci dica l’ottimo Panebianco…
(23.1.2006)

74.
La figlia del console
(19.1.2006)

73.
Ratzinger e il decalogo
(18.1.2006)

72. “Il vero Israele” 
(17.1.2006)

 

71. Una dimenticanza di Angelo Panebianco

(16.1.2006)

70. Bonino o Santanché?
(10.1.2006)

69. Niente antidepressivi, grazie!
(4.1.2006)

68. “Ah, se Dio sopprimesse i peccatori!”
(2.1.2006)

67. Del Concilio Vaticano II non avete capito niente, gonzi!
(27.12.2005)

66. Un’altra mina l’Occidente: la pornografia
(23.12.2005)

65. “Fratello spermatozoo”
(20.12.2005)

64.
La mia superstizione è migliore della tua
(19.12.2005)

63. Riforma della Curia, anno 0
(14.12.2005)

62.
La goccia di veleno
(12.12.2005)

61. Non lo fo’ per piacer mio…
(Lettera aperta a Carlo V)
(6.12.2005)

60. Venerdì, sabato e domenica
(5.12.2005)

59.
Contrordine, figlioli, il limbo è una cazzata!
(2.12.2005)

58.
Tomista quanto non mai, il Ratzinger. Anzi assai tomo.
(28.11.2005)

57. Il seminarista sia munito di certificato medico

(24.11.2005)

56. Scherziamo? Scherziamo
(21.11.2005)

55.
La pazienza degli italiani
(17.11.2005)

54. Il fuoco amico di Croce e Gramsci
(16.11.2005)

53. Marcello Pera, croque-mort
(15.11.2005)

52. Semo romani, damose da fa’
(11.11.2005)

51. Coi soldi di Sir Templeton
(8.11.2005)

50.
La Chiesa è sempre uguale a sé stessa
(27.10.2005)

49. Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?
(20.10.2005)

48.
Sua Santità, Anacoluto I
(17.10.2005)

47.
Un dubbio: mettere in dubbio il dubbio?
(14.10.2005)

46.
Capriccio
(10.10.2005)

45.
Buona conversione!
(7.10.2005)

44. Se il legislatore non è un fesso (e non è un fesso)
(4.10.2005)

43. L’orecchio di Dionigi
(29.9.2005)

42. Fiuggi: i tg di prima sera non possono più glissare
(26.9.2005)

41. La colomba e il leopardo
(21.9.2005)

40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
(19.9.2005)

39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
(15.9.2005)

38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
(12.9.2005)

37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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