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malvino
il blog di Luigi Castaldi


Diario


31 dicembre 2008

[...]

Oggi ha invitato alla sobrietà.




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31 dicembre 2008

“In tempi di crisi i quotidiani sono deboli”

“Il numero delle pagine [de la Repubblica] è stato drasticamente ridotto” e “il primo numero dell’anno del supplemento D è saltato, senza spiegazioni”. Il Corriere della Sera non sta messo meglio: “si parla di cassa integrazione, prepensionamenti, tagli alle trasferte, tagli ai collaboratori”, un giro di vite di 15 milioni di euro, 5 in carico alla redazione”. Insomma, “in tempi di crisi i quotidiani sono deboli” e i dati forniti da Stampa rassegnata 2.0 (il post è da leggere tutto) sono assai più che indizi, tanto più preoccupanti perché riguardano le due maggiori testate in Italia.
La sorte non si annuncia migliore per quelle che vendono un numero inferiore di copie, anzi: anche se non venissero penalizzate dagli annunciati tagli dei finanziamenti pubblici, dovrebbero comunque andare incontro a un forte ridimensionamento in firme e foliazione. Per non parlare dei quotidiani di nicchia: il manifesto sta in bruttissime acque, Il Foglio risparmia sulla qualità della carta e cerca disperatamente abbonati on line, il nuovo Riformista
che pareva dover essere una piccola Versailles da 32 pagine è già sceso a 24.
Da animale che si nutre di carta stampata dovrei essere triste, ma in tutta onestà non ci riesco. Penso, ad esempio, al fatto che i tagli al Corriere della Sera sacrificheranno Rosa Giannetta Alberoni: una voce in meno, senza dubbio una perdita, ma poi così grave?
Sicché prendo carta e penna, in alto scrivo i nomi delle sette testate che compro ogni giorno e sotto ciascuna scrivo la prima “firma debole” per ciascuna, poi la seconda, poi la terza, e così via. Cerco di essere imparziale, senza far prevalere i gusti personali, e nel calcolare la “debolezza” cerco di non trascurare il valore di mercato, che non sempre attiene al merito (o a ciò che per me sarebbe merito). Sotto il Corriere della Sera, per esempio, avrei messo anche Rosa Giannetta Alberoni, se non fosse già stata fatta fuori: lo giuro.
Arrivo a cinque “firme deboli” per ciascun quotidiano: trentacinque voci in meno, ne leggo i nomi di seguito e non mi sembrano una grave perdita. Potrebbero sempre aprire un blog, peraltro, chi vorrà mai farle tacere? In quanto al sostenersi, mi è sempre sembrato più naturale che facessero un altro mestiere, ogni volta che li leggevo.
No, in tempi di crisi i quotidiani non sono più deboli: sono solo costretti a interrogarsi con urgenza che merda pubblicassero quando la crisi non cera. Era ora.




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31 dicembre 2008

“L’immutabilità dei concetti e dei valori”

“Con data 1° ottobre 2008 il Papa ha promulgato la Legge numero LXXI sulle fonti del diritto, che entrerà in vigore il 1° gennaio 2009. Tale strumento legislativo sostituisce la Legge tuttora vigente del 7 giugno 1929 n. II. È stato lo stesso Pontefice nell’introduzione al documento a segnalarne la finalità: «Per procedere ulteriormente nel sistematico adeguamento normativo dell’ordinamento giuridico dello Stato della Città del Vaticano, avviato con la Legge fondamentale del 26 novembre 2000». Già da queste parole si intravede l’importanza della norma e si possono intuire i prevedibili sviluppi della sua promulgazione. […] In non poche occasioni i Romani Pontefici hanno riconosciuto la maggioranza o quasi totalità dei sudditi vaticani come cittadini italiani. Per lo più quindi i rapporti tra i due enti sovrani dovranno essere regolati da disposizioni chiare e che riconoscano nello stesso tempo la completa autonomia e la necessaria collaborazione di entrambi. Né ciò deve destare meraviglia, poiché la Città del Vaticano è uno Stato di molto limitate proporzioni non solo geografiche e di numero di persone e di atti sottomessi alla sua giurisdizione, ma anche di istituzioni chiamate a intervenire nell'elaborazione e attuazione delle norme. Non di meno anche in questo punto la nuova legge ha introdotto un cambiamento che non può essere ignorato. Mentre nella legge precedente operava una sorta di recezione automatica che si presumeva come regola, solo eccezionalmente rifiutata per motivi di radicale incompatibilità con leggi fondamentali dell’Ordinamento canonico o dei trattati bilaterali, nella nuova disciplina si introduce la necessità di un previo recepimento da parte della competente autorità vaticana. […] Più di un motivo sembra giustificare quest’ulteriore cautela nella recezione della legislazione italiana, rispettata nella sua propria sovranità, ma chiamata nello stesso tempo a rispettare e a confrontarsi con quella vaticana. Ne indichiamo solo tre: in primo luogo il numero davvero esorbitante di norme nell’Ordinamento italiano, non tutte certamente da applicare in ambito vaticano; anche l’instabilità della legislazione civile per lo più molto mutevole e come tale poco compatibile con l’auspicabile ideale tomista di una lex rationis ordinatio, che, come tutte le operazioni dell’intelletto, cerca di per sé l’immutabilità dei concetti e dei valori; e infine un contrasto, con troppa frequenza evidente, di tali leggi con principi non rinunziabili da parte della Chiesa”

José María Serrano Ruiz, L’Osservatore Romano, 31.12.2008



Una legge che raccolga “l’immutabilità dei concetti e dei valori” dev’essere una premura sentita di recente. In quindici secoli di leggi promulgate dal Papato mi si indichi un solo concetto, un solo valore che sia rimasto immutato, fatta eccezione per il primato del Papa. Questo José María Serrano Ruiz, che L’Osservatore Romano ci presenta come presidente della Corte di appello dello Stato della Città del Vaticano e presidente della Commissione per la revisione della legge sulle fonti del diritto Vaticano, è davvero ipocrita. Da “suddito”, gli tocca per legge.




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31 dicembre 2008

[...]

C’è un tale spreco di retorica, sentimentalismo, banalità, coazione e autoinganno, a Capodanno, che di più solo a Natale. Una dozzina di formiche trasporta un chicco di uvetta caduta da un panettone: non mi paiono così stupide come chi si scambia auguri.   




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30 dicembre 2008

Anche dopo il 1965: gente «riprovata» o «maledetta», comunque «legno secco»

a M.,
grazie mille

In Europa l’antisemitismo è cresciuto sul terreno culturale sull’ultramillenaria diffamazione degli ebrei fatta dai cristiani, da Paolo di Tarso a La Civiltà Cattolica degli anni tra il 1878 e il 1932. Poi, si dice, la Chiesa s’è ravveduta, s’è pentita, ha chiesto perdono. A Dio, in verità, non agli ebrei. Ma insomma, scurdammece ‘o passato, oggi la Chiesa è amica degli ebrei, si dice. Si dice e si ridice: da un bel pezzo. Si dice che il banco di prova sia stato l’Olocausto: lì, si dice, la Chiesa ha sfornato due pontefici – Pio XI e Pio XII – che hanno dato il meglio del loro amore ai “fratelli maggiori”. Poi, si dice, c’è stato il Concilio Vaticano II e tutto questo amore è stato ufficializzato: da allora gli ebrei non sono più “perfidi”. Non più un’ombra di antisemitismo nella Chiesa, dunque, almeno dal Concilio Vaticano II in qua.
Ora, il Concilio Vaticano II s’è chiuso il 7 dicembre 1965 ed io mi trovo tra le mani – regalo di un caro lettore di questo blog – alcune copie di Palestra del Clero, una “rivista quindicinale di cultura e pratica religiosa”, stampata in Rovigo. Mi permetto di dire che un’ombra di antisemitismo nella Chiesa – almeno un’ombra – rimase anche dopo la chiusura del Concilio. Nel numero che reca la data del 15 marzo 1966, monsignor Luigi Maria Carli, vescovo di Segni, firma un articolo dal titolo Chiesa e Sinagoga, nel quale si legge:

“Se per caso, in sede scientifica, si dovesse giungere a conclusioni che potessero dispiacere ai Giudei (p. es. stabilendo che il Giudaismo, come istituzione religiosa, si è effettivamente macchiato della colpa di incredulità culminata con l’uccisione del Figlio di Dio, e che a motivo di tale incredulità Dio considera come «riprovata» o «maledetta» quella istituzione), non dovrà essere lecito a chicchessia muove l’accusa di «razzismo teologico» o di «antisemitismo cristiano» verso il popolo giudaico. Scopo del mio studio [vedremo di quale studio si tratti] era quello di dimostrare, ferme restanti le finalità pastorali della Dichiarazione sulle quali l’unanimità dei Padri conciliari era scontata, non fosse conveniente che venissero dal Concilio decise in un senso o nell’altro certe questioni teologiche ed esegetiche liberamente opinabili in campo cattolico. […] Io ho scritto, e ripeto ancora una volta, che è il Giudaismo, in quanto istituzione religiosa, che ha perduto gli antichi privilegi e ha cessato di essere religione approvata e benedetta da Dio: e questo non già a causa della sola crocifissione di Gesù, ma per tutta una serie di incredulità e rifiuti culminata, ma non esaurita nel deicidio”.

Un vescovo qualunque, monsignor Carli? Non proprio. Era membro della Commissione per la Dottrina della Fede e Catechesi della Cei. Un’eccezione? Non proprio. Sul numero che reca la data del 15 ottobre 1966, un altro vescovo, monsignor Pier Carlo Landucci, firma un articolo nel quale si può leggere:

“Tale potenza dipende dal dominio ebraico della grande finanza internazionale, conquistata in grazia di una particolare abilità ebraica nell’uso del denaro. Tale dominio bancario comporta dominio sugli uomini, sulla stampa, sulla opinione pubblica. Questo potere economico rende tipicamente gli ebrei legati ai beni della terra. È naturale, quindi, anche solo per tale orientamento psicologico verso il dominio terreno, l’avversione ebraica al messaggio evangelico, alla cristianità e tanto più al cattolicesimo”.

Esemplare dinamica di ribaltamento sul modello paranoico: non sono io che ti odio, non sono io che ti disprezzo, sei tu che odi e disprezzi me. E così, infatti, lo stesso monsignor Landucci scrive sul numero della stessa rivista che reca la data del 1° aprile 1966:

“Gesù disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Lo disse propriamente, non solo degli ebrei, ma di tutti i suoi carnefici. Ma se chiedeva per essi perdono vuol dire che la colpa c’era. Quel «non sanno» va riferito a una conoscenza completa e attuale; essi non l’avevano ma non senza loro colpa”.

Ma lasciamo da parte i fascicoli della Palestra del Clero. Qui ho riportato solo quanto pubblicato in data successiva alla chiusura del Concilio Vaticano II, per dimostrare che qualche ombra di antisemitismo nella Chiesa rimaneva anche dopo: mi riservo, in altra occasione, di trascrivere qui alcune perle antisemite del 1964 e del 1965. Tutto l’antisemitismo della Chiesa era confinato a questa rivista? Prendiamo qualche volume dagli scaffali alti.
Eccone uno che fu “libro di testo per il corso di religione per la IV e V ginnasio e corsi corrispondenti” fino al 1969 (don Giuseppe Pace, È sorto il sole, Edizioni LDC 1964):

“L’antica legge aveva chiesto il massimo possibile al popolo d’Israele dalla dura cervice. […] Gesù innocente paragona se stesso a della legna verde e che perciò non si dovrebbe bruciare, e il popolo ebraico al legno secco”.

I nazisti avranno bruciato ebrei per quello.




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30 dicembre 2008

C'è fronda! C'è fronda!

Nel suo discorso alla Curia del 22 dicembre, Benedetto XVI ha fatto un’affermazione che oggi possiamo immaginare fosse in risposta a una qualche critica mossagli da qualcuno in quell’uditorio, ma in perfetto stile curiale, ovviamente: sussurrando, tessendo, simulando, ma sempre mezzi genuflessi.
Con la dolce fermezza di un pontefice che s’è rotto il cazzo, Sua Santità l’ha detto chiaramente: non riesce a fare di ogni manifestazione pubblica che presiede
una specie di festival rock modificato in senso ecclesiale con il Papa quale star”, il Venerato Predecessore aveva quel talento, lui no, punto.
Non ce la fa perché non vuole, o viceversa? Non ha importanza, il Papa è Papa e ha sempre l’ultima parola. E però, si sa, la Curia ha sempre l’ultimo sussurro, e chissà come, giusto una settimana dopo, ieri, gli uffici della Casa pontificia diffondono le cifre che danno in calo di mezzo milione le presenze dei fedeli alle udienze papali dell’ultimo anno.
Non basta. L’Osservatore Romano, sempre ieri, mandava in macchina la foto qui sopra, a pag. 8, che nelle dimensioni riprodotte in pagina, con una lente x50, consente di contare non più di 1500 persone in piazza San Pietro (dovrebbe trattarsi dell’Angelus di domenica 28 dicembre).
Basta? No, dico, Tarcisio, adesso basta?




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30 dicembre 2008

Ventilazione

Per quanto la profezia di Malachia lo identifichi col motto «De gloria olivae», nessuno si aspettava che Benedetto XVI andasse in Medio Oriente ad interporsi tra israeliani e palestinesi con un ramoscello di ulivo in mano, questo è ovvio. Ma è impressionante la prontezza con la quale la Sala stampa della Santa Sede annuncia che “il ventilato viaggio in Terrasanta” sarà rimandato. Nemmeno è messo in conto che le preghiere del pontefice possano far scoppiare la pace, nemmeno è messo in conto che l’ultima delle cose che al momento può interessare a israeliani e a palestinesi sia la visita di Benedetto XVI. Quasi passa inosservato, allora, il solito uso del termine “Terrasanta” al posto di “Israele”, perché sappiamo che tra i contrari alla nascita di uno Stato ebraico, insieme agli arabi, nel 1948, c’era la Santa Sede. “Il ventilato viaggio in Terrasanta”, chi lo ventila?




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29 dicembre 2008

Ughi e Allevi

Lo scambio di opinioni tra Uto Ughi e Giovanni Allevi deve essere letto senza tener conto che il primo sia un interprete di indiscussa bravura e il secondo sia un compositore di bravura discutibilissima, però, anche a volerne tener conto, e ammesso e non concesso che sia davvero così, Uto Ughi ci ricava una pessima figura e Giovanni Allevi non sbaglia una virgola.
Pare evidente che al primo non sia andato affatto giù che il secondo sia stato invitato a suonare alcune sue composizioni al Senato: le definisce “musicalmente risibili”, e rimprovera al loro autore di essere “mai originale e del tutto privo di umiltà”, sicché “il suo successo è il termometro perfetto della situazione del nostro paese” (intesa come situazione di merda) e ci mette dentro pure “i consulenti musicali del Senato della Repubblica”, che devono essere senza dubbio “persone di poco spessore” per aver fatto proprio quella scelta.
Non è tutto: il successo di Giovanni Allevi, per Uto Ughi, sarebbe dovuto a “un’esaltazione collettiva e parossistica dietro alla quale agisce evidentemente un forte investimento di marketing”; e si dice sorpreso – ma sembra indignazione, e anche cocente, più che sorpresa – “che giornali autorevoli gli concedano spazio, spesso in modo acritico”. Non sarà, ma può sembrare invidia, e la sortita di Uto Ughi è almeno incauta.
D’altra parte, queste cose sono dette nel corso di un’intervista: probabilmente, se non interpellato, il grande violinista avrebbe taciuto o il suo giudizio sarebbe rimasto nella cerchia dei parenti, degli amici, dei colleghi e dei conoscenti. Che non dev’essere cerchia ristrettissima, ma certamente è più ristretta di quella della stampa quotidiana che ha diffuso una stroncatura del genere.
Una stroncatura del genere, da parte di chi non è stroncatore di professione – sarebbe stato tutt’altro genere di stroncatura, perché almeno argomentata con qualche dato tecnico non riducibile al mero gusto personale – una stroncatura del genere, dicevo, non torna di vanto a Uto Ughi. Da grande conoscitore della storia della musica dovrebbe sapere che molti autori oggi universalmente venerati ebbero poca fama presso i loro contemporanei; dovrebbe sapere che fortuna e merito fanno un impasto indiscernibile di virtù trascurate e di sopravvalutazioni arbitrarie; dovrebbe sapere che molti autori celebratissimi furono poi dimenticati o ridimensionati, e oggi ci paiono decoratori, artigiani di questa o di quella maniera, addirittura schiappe; e che probabilmente saranno rivalutati tra due secoli.
Insomma, Uto Ughi dovrebbe sapere che un riconoscimento dalle istituzioni dello Stato vale poco o niente riguardo al valore assoluto di un componimento, per il semplice fatto che un valore assoluto riguardo alla musica non c’è. Chi pensa che un pezzo sia bello in assoluto, non sa cosa dice, starà pensando a leggi che possano dimostrarlo, ma non ha nulla per dimostrare che quelle leggi siano valide in assoluto.
E Giovanni Allevi? Faccia sul serio o finga – in questo secondo caso, che delizioso figlio di puttana! – Giovanni Allevi si dice personalmente addolorato, profondamente ferito, ingiustamente deprezzato, vittima di una cattiveria gratuita, e scusatemi tutto questo grondare di avverbi e di aggettivi in notazione, ma si tratta pur sempre di musicisti. Il trillo più bello che fa Giovanni Allevi è quando parla dell’autografo che tanti anni fa Uto Ughi gli concesse: non dice che adesso ci si pulisce il culo, ma quasi. E qui, bisogna dirlo, è “privo di umiltà.




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29 dicembre 2008

«Piombo fuso» sui bambini

“In un acceso dibattito alla Knesset il ministro israeliano della difesa Ehud Barak ha suscitato le ire dei parlamentari arabi quando ha affermato che a Gaza finora «sono rimasti uccisi circa 300 terroristi». «E i bambini? Quanti bambini palestinesi sono rimasti uccisi?» gli ha chiesto polemicamente il deputato arabo Taleb a-Sana” (ansa.it, 29.12.2008).

Bisogna dire che Ehud Barak ha sbagliato: non tutti i bambini palestinesi sono terroristi, solo alcuni, quelli che vengono selezionati dopo anni d’indottrinamento al suicidio come martiri più motivati nel farsi saltare in aria su un autobus o in un ristorante nel centro di Tel Aviv, gli altri vengono mandati a buttar pietre o a bruciare bandiere, si tratta della tradizionale pedagogia di scuola palestinese.
E dunque il deputato arabo Taleb a-Sana ha ragione d’indignarsi: tra i minori di diciotto anni morti nel corso dell’operazione «Piombo fuso» (55) ci saranno stati uno, forse due, massimo quattro bambini terroristi; gli altri sono morti per far da scudo umano, come sempre, insieme a donne e a vecchi, ad alti dirigenti di Hamas e obiettivi militari sensibili; e poi – senza dubbio – ce ne saranno stati alcuni morti per errore balistico israeliano; e altri ancora – perché volerlo escludere? – per ritorsione terroristica, secondo quella atroce regola che oppone terrore contro terrore, occhio per occhio e dente per dente, da tradizione talmudica, con atroce computo degli interessi.
Due popoli e due Stati, non c’è altra soluzione: chi tra i due contendenti non la concepisce come la sola soluzione, non può che continuare a uccidere e farsi uccidere. Già, ma tra israeliani e palestinesi  chi non accetterebbe mai questa soluzione?




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29 dicembre 2008

Tutti a fischiettare in aria?

Sequestrare il corpo di Eluana Englaro è stata assai più che un’idea passata per la testa di un prete: pare che ci siano stati appostamenti per studiare la scena dove si sarebbe dovuta consumare l’azione; pare che quanti ne discutevano si fossero già divisi compiti e ruoli; pare che si fosse predisposto un luogo segreto che avrebbe dovuto fare da covo, o che almeno lo si fosse cercato; e pare che non sarebbero mancati medici complici, e mezzi. Sta tutto nelle ammissioni di un prelato cattolico. E sono state diffuse a mezzo stampa. E, giusto o no, siamo ancora in regime di obbligatorietà dellazione penale. C’è un magistrato che abbia aperto un fascicolo per questo tentativo di sequestro di persona?
Abbiamo detto che il corpo di Eluana Englaro è persona? E allora c’è l’art. 605. Vogliamo considerarla un’incapace? C’è l’art. 574. Vogliamo considerarla già morta? Ci sono gli artt. 411 e 412. Facciamo contenti pure i nichilisti, via: quel corpo è una cosa? C’è l’art. 624. Tutti del Codice Penale.




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29 dicembre 2008

Errata corrige

Mi ricapitato sotto gli occhi lo spot televisivo de La Casa di Tonia e devo meglio precisare un dettaglio che avevo lasciato dichiaratamente impreciso in un post che commentava la benefica iniziativa del cardinal Crescenzio Sepe. Devo farlo perché, giorni fa, mi è arrivata una e-mail che mi contestava l’aver voluto insinuare un qualche dubbio sulla nobiltà dell’iniziativa, e di averlo fatto proprio distorcendo quel dettaglio. Si tratta della frase che in quello spot sta in bocca a Beppe Barra, uno degli artisti che hanno dato la loro arte alla nobile iniziativa di cui sopra, senz’altro compenso che l’autopromozione. Aspettavo di poter verificare per rettificare, ed eccomi.

Avevo fatto dire a Beppe Barra: “L’idea è robba di Sua Eminenza”, e così l’iniziativa poteva sembrare losca, da conventicola della Madonna dell’Arco che a tutti i negozianti di quella diocesi chiede il contributo per i fuochi e per la musica, e tutto per la gloria di quella nobilissima variante di Vergine – quell’Arco, appunto – e va’ a capire se è sprone alla devozione mariana o è la richiesta di un pizzo, va’ a capirlo. Insomma, scrivendo robba – una robba mai uscita di bocca a Beppe Barra – avrei offerto la suggestione malevola che il cardinal Crescenzio Sepe si stia a fare un feudo, che in tv e su Facebook stia coltivando qualche protagonismo (e speriamo che la cosa non roda troppo il culo colà dove di puote ciò che si vuole). E invece?
E invece Beppe Barra dice: “Tutto ggira attorno al cardinale Sepe”. L’immagine è diversa, capirete, e perciò devo rettifica.

Qui siamo chiaramente in una dimensione diversa dalla colletta di parrocchia dagli aspetti ambigui. Qui siamo in presenza della cifra cosmica della carità, quella che ha un modello astronomico che potremmo dire cardinalocentrico: Sua Eminenza sta immoto e tutto gli ggira attorno in orbita, e ne deriva qualcosa di centripeto che attira ammirazione, interesse, clientela, probabilmente pure fede, senza dubbio parecchi euro. Il tutto per finanziare unimpresa di volontariato intitolata ad una donna che decise di farsi morire pur di portare a termine una gravidanza. Modello etico opinabile, ma fa nulla, è la carità che conta.
Anche qui, però, come nel caso di quellaltra mozzetta altrettanto vanitosa, quella  ambrosiana, è tutta carità a costo zero. E il feudo – politico e mediatico, che ormai sono una cosa sola – è centripeto come non mai, qui come a Milano. Siamo alla struttura che la diocesi aveva nel periodo della Controriforma, e una volta tanto nord e sud sono alla pari.




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29 dicembre 2008

Non è uno scandalo?

“Vuole sottoporsi all’intervento che le salverebbe la vita?”. Ha potuto rispondere solo con un cenno del capo, perché era intubata, e la risposta è stata negativa. Il magistrato ne ha preso atto e non si è potuto far altro che lasciarla morire. È morta il 26 dicembre, a 41 anni, per le complicanze settiche delle gravi ustioni che aveva riportato tre settimane prima, in seguito ad un incidente nei bagni del reparto di psichiatria dov’era ricoverata: accendendo una sigaretta, gli abiti in tessuto sintetico avevano preso fuoco. È successo a Cagliari, ne dà notizia La Nuova Sardegna del 28 dicembre.
Una donna ha detto no a una vita che a suo parere sarebbe stata indegna d’essere vissuta con la menomazione che avrebbe comportato quell’intervento: la morte le è sembrata preferibile. In tutta questa storia la cosa più strana dovrebbe essere la presenza di un magistrato in una sala di rianimazione, ma forse ce n’è
una ancora più strana: il silenzio dei difensori della vita in qualsiasi condizione. I difensori della vita hanno taciuto, non hanno organizzato veglie, non hanno meditato di rapire l’ustionata, di amputarle mano e piede, dializzarla, ecc.
Si dirà: anche loro sono contro l’accanimento terapeutico. Ma lasciamo da parte la questione se si possa o no considerare accanimento terapeutico il respirare (Piergiorgio Welby) o il nutrirsi (Eluana Englaro) per mezzo di tubi; lasciamo da parte pure la questione se spetti o no a ciascuno decidere se la propria vita sia degna di essere vissuta in particolari condizioni; lasciamo da parte pure la questione se le proprie decisioni al riguardo debbano essere urlate, sussurrate o scritte; ma qualcosa, in questa storia, avrebbe dovuto dar da pensare ai difensori della vita sempre e comunque. Era giusto lasciare a quella donna la decisione? Era nelle condizioni di poter decidere per se stessa? Il fatto che fosse ricoverata in un reparto di psichiatria non avrebbe dovuto sollevare almeno qualche dubbio?
Di certo c’è solo quanto afferma sua madre:
Non potevo permettere che facessero quell’intervento a mia figlia. Mi diceva sempre: «Se mi succede qualcosa, lasciami morire». Se avessi lasciato che le amputassero una mano e un piede, e le facessero la dialisi, e si fosse salvata, nonostante le gravissime ustioni, come avrei potuto guardarla in faccia?”. Ma questo può bastare per chi considera la vita un bene indisponibile? E poi perché chiamare un magistrato? Perché rendere lo Stato complice di ciò che in senso stretto è un suicidio passivo?
Dev’essere che i difensori della vita non erano avvertiti di ciò che stava accadendo. Ma
almeno adesso vorranno andare in escandescenze? Vorranno farci sentire le loro indignate proteste? È accaduto che un individuo abbia deciso per sé di sé, preferendo la morte ad una vita che alcuni avrebbero considerata degna di esere vissuta ed altri no: non è uno scandalo?




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28 dicembre 2008

Scrivi, Malvino ti risponde

Caro Malvino, leggo quotidianamente, e con gusto, con molto gusto, i tuoi pezzi. Apprezzo l’incisività dello stile e la proprietà delle argomentazioni. Applausi prolungati. Salvo per quello in data odierna, 28 dicembre 2008: “Li hanno fatti impazzire”. Certo, bisogna essere pazzi per continuare a lanciare poco più che petardi, sapendo che la risposta arriverà con razzi devastanti sparati da aerei. Di sicuro, bisogna essere pazzi per condurre attentati suicidi, nella certezza che le rappresaglie saranno condotte da soldati tecnologicamente evoluti, all’uopo dispensati anche dal rispetto del sabato. Ma come si fa, bisogna essere pazzi a voler continuare una lotta impari, dopo quarant’anni, cinquant’anni, di sconfitte sanguinose: basti il bilancio nel conteggio dei morti. Sono pazzi per chi, nel tepore delle proprie babbucce, ragiona in termini di diritto e di democrazia, incurante dell’osservazione del politologo James Bovard: “La democrazia dev’essere qualcosa di più che due lupi e un agnello, che decidono il menu per la cena, votando. Io sono friulano di origine. Durante la seconda guerra mondiale – il fatto non è molto conosciuto – Hitler aveva promesso alle truppe cosacche, orfane dello Zar, il territorio del Friuli, in cambio del loro partecipazione da combattenti, alla sua guerra. Nelle narrazioni della mia infanzia ricorrevano racconti della presenza di queste truppe lungo le nostre contrade. Poi la Storia è stata scritta in cadenze diverse, per fortuna. E qui vengo alla domanda. Qualora non fosse andata in questo modo, i figli del Friuli avrebbero avuto diritto di combattere, comunque, con ogni mezzo, l’invasore che si era appropriato delle loro terre? Se sì, che differenza ci sarebbe con i figli di Palestina? Dio ci scampi dal diventare vittime di chi è stato vittima. Ringraziamenti e cordialità

Claudio Zucchiatti



Caro Claudio, tu mi poni un doppio problema: (1) la pazzia del “continuare a lanciare poco più che petardi”; (2) il diritto di “combattere l’invasore”.
(1) Quei petardi uccidono e vengono da Gaza: appena è stata riconsegnata ai palestinesi è diventata base di lancio dei “petardi”. Secondo me gli israeliani hanno fatto male a ritirarsi dai territori occupati, era prevedibile che ai palestinesi non sarebbe bastato nulla che non fosse l’annientamento di Israele dalla carta geografica, ma hanno deciso il rispetto di una risoluzione delle Nazioni unite. D’altra parte, è da una risoluzione delle Nazioni unite del 1948 che il fine dei palestinesi è quello di distruggere Israele, ed è dal 1948 che il fine degli israeliani è quello di difendersi. Diciamo che, al momento, Israele sa difendersi meglio di quanto sappiano attaccare i palestinesi, per quanto spalleggiati da Egitto e Giordania, in passato, e da Siria e Iran, oggi. Diciamo anche che pare non sia possibile uno Stato palestinese, se prima non viene distrutto Israele, almeno a sentire i palestinesi.
Diciamo – e qui veniamo al punto (2) – che il problema non è una patria per i palestinesi, ma la cancellazione di Israele, usurpatore di terre altrui, avamposto dell’occidente corrotto ed infedele nel Medio Oriente. Potremmo discuterne all’infinito, non arriveremmo a niente: o si ammette che gli ebrei abbiano diritto ad uno Stato, e allora bisogna chiedersi dove vogliamo sistemare un popolo che ha antichissime radici storiche in quelle terre (i cosacchi non le hanno in Friuli, e questo mi pare renda poco solido il tuo esempio), o non lo si ammette. Nel primo caso, sarebbe necessaria la convivenza, ma i palestinesi la rifiutano; nel secondo caso, non resta che l’escalation, ma ogni volta i palestinesi hanno la peggio, possiamo dire che se la cerchino. Dopo 60 anni su quella terra, per giunta difesa a prezzo di molti morti, gli israeliani la considerano la loro terra: non l’hanno invasa, l’hanno ottenuta nell’ambito di un riassetto dell’area concordato in sede internazionale, e nel 1948 non c’era uno Stato palestinese a fare da controparte.
Onestamente, di fronte a ciò che accade, col cuore assai intristito dalle morti palestinesi, non riesco a immaginare altra soluzione che la forza. Dati i precedenti, io sono dalla parte di Israele. Un’ultima cosa: penso che chi è davvero amico dei palestinesi dovrebbe spendersi nel convincerli che non c’è altra soluzione che accettare che nella regione anche Israele abbia il diritto di esistere. A questo punto è soprattutto nel loro interesse.




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28 dicembre 2008

C'è un logica in quella pazzia

Corriere della Sera, 28.12.2008: “«Un po’ di giorni fa sono andato con i miei amici a Lecco, a vedere se riuscivamo a portarla via di lì e a metterla in un luogo dove nessuno la faccia morire». Chi scrive è un prete, don Paolo Zaccaria; la persona che avrebbe voluto «portare via» è Eluana Englaro. Un piano assurdo, forse solo un pensiero folle…

… che qui avevo immaginato possibile, conoscendoli un poco.  




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28 dicembre 2008

Li hanno fatti impazzire

A me pare che anche stavolta i palestinesi se le siano meritate. Si fanno usare dai fetenti di Damasco e di Teheran, e non si rendono conto che a perderci più di tutto sono proprio loro. Li hanno fatti impazzire. E non è stato Israele.  




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28 dicembre 2008

Caducità

Nei giorni scorsi ho riportato su queste pagine una frase tratta da un breve scritto che Sigmund Freud scrisse nel 1915 [1], mentre la Grande Guerra era ormai già estesa a mezzo mondo. Oggi da quello scritto riprendo un altro passo che mi pare possa tornare utile per liquidare molto brevemente il dovuto ricordo di quel Samuel Huntington che è morto ieri e che in questi anni ha avuto grande fama per la teoria [2] enunciata nella sua opera più nota (The clash of civilizations and the remaking of world order, 1996).
Liquidarlo perché sarà dimenticato presto
[3], come ogni autore che elabori una teoria del lutto prescindendo dalla ferita narcisistica o che, in altri termini, colga l’accelerazione dei mutamenti epocali come momento di “perdita” [4].
Geniali professoroni che non sanno mai disinvischiarsi dagli umori correnti, che costruiscono una filosofia della storia di pronto uso, come genere di conforto per le tribolazioni del momento o come apologetica dei trionfi passeggeri.
Si tratta di autori la cui fortuna dura il tempo del lutto (o del trionfo) e che eventualmente saranno “riscoperti” al lutto (o al trionfo) successivo. In questo senso, la loro fortuna è analoga a quella degli autori che esprimono – compiutamente o no – filosofie della storia di sapore vagamente ucronico o di cifra millenarista: crisi ed epicrisi stanno nello stesso ciclo [5].

Freud scrive: “Dal […] precipitare nella transitorietà […] sappiamo che possono derivare due diversi moti d’animo. L’uno porta al doloroso tedio universale […], l’altro alla rivolta contro il presunto dato di fatto” [6].
Poco oltre scrive: “Il lutto per la perdita di qualcosa che abbiamo amato o ammirato sembra talmente naturale che il profano non esita a dichiararlo ovvio. Per lo psicologo invece il lutto è un grande enigma, uno di quei fenomeni che non si possono spiegare ma ai quali si riconducono altre cose oscure. […] La libido si aggrappa ai suoi oggetti e non vuole rinunciare a quelli perduti, neppure quando il loro sostituto è già pronto. Questo dunque è il lutto” [7].
E ancora: “La guerra […] ha infranto il nostro orgoglio per le conquiste della nostra civiltà […], le nostre speranze in un definitivo superamento delle differenze tra popoli e razze. Ha insozzato la sublime imparzialità della nostra scienza, ha messo brutalmente a nudo la nostra vita pulsionale, ha scatenato gli spiriti malvagi che albergano in noi e che credevamo di aver debellato per sempre grazie all’educazione che i nostri spiriti più eletti ci hanno impartito nel corso dei secoli. Ha rifatto piccola la nostra patria e di nuovo lontano e remoto il resto della terra. Ci ha depredato di tante cose che avevamo amato e ci ha mostrato quanto siano effimere molte altre cose che consideravamo durevoli. Non c’è da stupirsi se la nostra libido [abbia] investito con intensità tanto maggiore ciò che ci è rimasto […] Noi sappiamo che il lutto, per doloroso che sia, si estingue spontaneamente. […] Una volta superato il lutto si scoprirà che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non ha sofferto per l’esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto, forse su un fondamento più solido e duraturo di prima”.

Era già da vent’anni – vent’anni prima di esporre la sua teoria sullo “scontro di civiltà” – che Samuel Huntington sosteneva la necessità di severe misure di austerità contro la caducità dell’occidente. La più importante, a suo parere, era quella di trasformare la democrazia rappresentativa in regime post-democratico [8].
Re-investimento libidico come fuga nella forma “bella e perfetta” di un occidente giudaico-cristiano antecedente all’introduzione delle istituzioni rette dal voto della base popolare? No, piuttosto come arretramento e arrocco su posizioni di difesa considerate più solide. Per Huntington, l’occidente giudaico-cristiano fu tanto più solido quanto meno si concesse forme politiche democratiche, fu tanto più sicuro quanto fu meno aperto e libero. Quando tutte le energie furono spese tra Atene e Gerusalemme (Strauss), quando l’occidente era cristiano e stava in mano al Papa (Novalis, De Maistre, Rosmini).
Non è un caso. L’espressione “scontro di civiltà” non fu “riscoperta” da Samuel Huntington, ma da Bernard Lewis [9], un autore che, al pari di Huntington, si è fatto molto “usare” da quella corrente neoconservatrice che, fino a quando ha avuto fortuna, ci ha presentato lo “scontro di civiltà” come dato prevedibilmente inevitabile e la necessità di regimi post-democratici nell’occidente giudaico-cristiano come necessità vitale contro una minaccia che ci ricordava la nostra caducità. Autori del narcisismo giudaico-cristiano, si potrebbe dire.




[1] Sigmund Freud, Vergänglichkeit (Caducità), in: Opere VIII, Boringhieri 1976 (pagg. 169-176).
[2] Oggi c’è chi sostiene che Samuel Huntington “non era favorevole allo scontro di civiltà, prevedeva piuttosto che sarebbe stato inevitabile” (Christian Rocca, Camillo, 28.12.2008), come se fosse possibile sterilizzare una teoria dai suoi moventi psicologici.
[3] Tre anni e mezzo fa scrivevo: “Già da tempo avevamo messo Samuel Huntington accanto a Francis Fukuyama nello scaffale lassù in alto, utopisti, apocalittici & affini. Continueremo a leggerli, affezionati ad un ormai desueto filone letterario, o passeremo a più salubri letture?” (il Riformista, 29.7.2005).
[4] Il parallelo corre ad Oswald Spengler e al suo Der Untergang des Abendlandes (1922): “Tutto ciò che è cosmico, è contrassegnato dalla periodicità. Ha un suo ritmo. Tutto ciò che è microcosmico ha invece una polarità. Ha una tensione. […] È ritmo cosmico quanto si può designare con le parole direzione, tempo, destino, nostalgia […] Noi non abbiamo la possibilità di realizzare questo o quello ma la libertà di fare ciò che è necessario o nulla”.
[5] Non a caso, penso, utopisti e apocalittici stanno sullo stesso scaffale (cfr. [3]): descrivono (o costruiscono teorie su) stati emotivi, piuttosto che proporre modelli di comprensione. Francis Fukuyama, per esempio, spesso in polemica con Samuel Huntington, può essere considerato autore “millenarista”, ma anche qui può tornarci comodo Oswald Spengler: “Il mezzo per conoscere le forme morte è la legge matematica. Il mezzo per intendere le forme viventi è l’analogia” (Der Untergang des Abendlandes, Introduzione). I modelli dell’analogia sono ri-ciclabili, implicano la dimensione ciclica della storia. In una parola: una visione “sistemica” degli eventi che guarda ad una civiltà come ad un “organismo biologico”.
[6] Nello specifico, Freud analizza la “transitorietà di tutto ciò che è bello e perfetto” in un giovane poeta turbato dalla considerazione che “tutta la bellezza di una contrada estiva in piena fioritura era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa”: a voler data per scontata la bellezza e la perfezione della civiltà occidentale, il lutto che può infliggere una considerazione sull’“inevitabilità” della “perdita” (giacché tutto è caduco, giacché tutto è soggetto alla Vergänglichkeit) deve tener conto – vedi oltre nel testo citato – di un reinvestimento libidico. Che fare? “Ciò che è necessario”, proporrebbe Spengler. Ciò che genera tensione. Un re-investimento libidico nell’ambito di ciò che Spengler definisce direzione, tempo, destino, nostalgia.
[7] Questo passaggio fa da cerniera tra il turbamento del giovane poeta dinanzi alla caducità dei fiori e il turbamento dell’Europa dinanzi alla minaccia di ciò che la Grande Guerra distruggerà del vecchio mondo.
[8] The crisis of democracy, 1975.
[9] È stato lo stesso Huntington ad aver ammesso di aver preso l’espressione “clash of civilizations” da uno scritto di Lewis del 1990 (un articolo su Atlantic Monthly, 9/1990).




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27 dicembre 2008

Girano tizi simili e nessuno chiama la neuro

Copio-incollo qui un intervento dal forum di giovani.it, senza apporvi modifiche. L’intervento è di tal Doctus, in risposta a questo intervento di mammaa: “Fino dove si può arrivare per la Chiesa? Un bacio sulla guancia sì, un rapporto completo no, dove sta scritto?”.

Doctus: Innanzitutto grazie a mammaa di essere tornata a partecipare a questo forum, bentornata! Rispondo quindi alla tua domanda, con uno stile sobrio e senza smiles, perché interpelliamo il Depositum Fidei. Sarò quindi un po’ più accademico del solito, perdonatemi e pazientate. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato da Sua Santità Giovanni Paolo II, dice a n°2353: “La fornicazione è l’unione carnale tra un uomo e una donna liberi, al di fuori del matrimonio. Essa è gravemente contraria alla dignità delle persone e della sessualità umana naturalmente ordinata sia al bene degli sposi, sia alla generazione e all’educazione dei figli. Inoltre è un grave scandalo quando vi sia corruzione dei giovani”. Io non sono un relativista, non credo che i sistemi di valori abbiano tutti la stessa dignità, e il fatto che oggi siano scomparsi i vergini, se non come caso patologico da irridere o compatire, mi dispiace profondamente. Ciò detto non credo nemmeno che un sistema di valori, per quanto eccelso ma ahimè in crisi come quello cattolico, debba essere imposto a tutti. Oggi si è affermata l’usanza di concedere l’accesso al proprio corpo come segno di affetto e complicità, nei confronti di qualcuno che si ama, o anche per semplice desiderio di sperimentare il proibito. E’ chiaro che io preferisco la prima ipotesi, ma la seconda tendenza risponde al principio di rivendicare la legittimità degli atti di disposizione del proprio corpo, proibiti in Italia in molti casi, abbastanza anacronisticamente. Vediamo perché: è luogo comune che la mia libertà finisce dove lede quella altrui; è chiaro che se io voglio vestire in un certo modo lo posso fare, ma se pretendo che tutti vestano come me commetto un arbitrio. Ora noi ci stiamo trasformando da una società arcaica, che commetteva tantissimi arbitri di questo tipo, in una società permissiva, che io allo stato amo meno, perché mi pare che si limiti a dire ciò che non è, piuttosto che ciò che vuole essere. Allora il vestito lo si indossa ma lo si sfregia, il corpo lo si tatua e lo si cosparge di piercing, insomma si combatte una strenua battaglia contro ogni forma di condizionamento normativo che abbia per oggetto il corpo. Se questo è lo scopo allora è una rivoluzione, e chi ama le rivoluzioni non può che applaudire. Io, l’avrete capito, non amo le rivoluzioni: sono un conservatore, ma non sono un tradizionalista a oltranza, per cui le mie critiche vogliono essere un contributo dialettico alla maturazione di antitesi alla dottrina che mi paiono un po’ acerbe. Solo quando mi troverò di fronte ad argomentazioni più consistenti forse deciderò anch’io di fare come voi, riconoscendo nel n°2353 un arbitrio. In ogni caso che ci siano individui consacrati, che liberamente aderiscano ai precetti del Catechismo, deve essere sempre possibile. E io credo pure che il vincolo imposto da una tradizione, ovvero da un discernimento plurigenerazionale, sia pedagogico. Viceversa gli atti di disposizione del proprio corpo, maturati spesso in modo inconsulto, conducono al disordine: un uomo, una donna, possono già ora decidere di non indossarlo proprio il vestito. Accade in molti locali gay della mia bella Roma, la città del papa che certamente se ne dispiace e a ragione: egli sa che l’accoppiamento promiscuo, che lui chiama peccato, tracimerà dai circoli omosessuali e diventerà prassi diffusa, ovunque. Vogliamo questo? Il giusto mezzo è fluttuante per chi reinventa in proprio le norme comportamentali senza rifarsi a una tradizione certa. In ogni caso cara mammaa il tuo giusto mezzo mi pare più che dignitoso, Tu rientri grossomodo nella prima ipotesi tracciata all’inizio e poi Ti dirò: anche a me contare i giorni sembra una schifezza ma è falso che il mio sogno sia quello che dice Chiara: “davvero saresti felice se le persone che si sentono realizzate nello scopicchiare sconosciuti a destra e a manca facessero dei figli?”. Il mio sogno sarebbe che le persone non si sentissero realizzate a scopicchiare sconosciuti a destra e a manca. Se lo fanno preferirei che non considerassero la gravidanza un incubo. Proprio così dicono i radicali: “l’incubo della gravidanza”. Invece è la cosa più naturale e più bella di questo mondo. Dio stesso l’ha voluta vivere nell’utero di Maria. Si quando c’è un rapporto sessuale io non conto i giorni, io spero che nasca il bambino.

[fonte]




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27 dicembre 2008

Mahmoud ha sparato un sacco di cazzate

Il Cristo di Mahmoud Ahmadinejad somiglia molto al Cristo della cosiddetta “teologia della liberazione”: «If Christ was on earth today undoubtedly he would fight against the tyrannical policies of prevailing global economic and political systems, as he did in his lifetime». Tutto sta a considerare la Redenzione come una bella digestione di pani e di pesci, però laldilà mi perde fascino, l’escatologia mi si immiserisce, la croce mi diventa una gruccia per appenderci l’immanenza.
In realtà, l’unico Cristo di cui possiamo parlare è quello delle Scritture, quello che diceva: «il mio Regno non è di questo mondo» (Gv 18, 36), che mi suona poco impegnativo verso la politica e l’economia. Ahmadinejad dice cazzate.

«Undoubtedly – dice he [Christ] would hoist the banner of justice and love for humanity to oppose warmongers, occupiers, terrorists and bullies», che è unaltra cazzata: «chi non è con me, è contro di me» (Mt 12, 30) è affermazione mite e tollerante? Non è un po’ gradassa? È da lì che è venuto l’«in hoc signo vinces» d’ogni genere di crociata: che cazzate dice,
Mahmoud?
E poi: «Se la tua mano ti è occasione di peccato, tagliala; è meglio per te entrare monco nella vita che avere due mani e andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile, dove il loro verme non muore e il fuoco non si spegne» (Mc 9, 43). Per terrorismo vogliamo intendere solo bombe, gas e panico o possiamo metterci dentro pure il terror, cioè, il timor di Dio? No? Allora teniamoci la punizione corporale, è meglio della Geenna: i ladri e i segaioli sono pregati di amputarsi, in Iran tocca al boia.

Ma più di tutto – ennesima cazzata –
Ahmadinejad dice che Cristo, «undoubtedly», oggi sarebbe schierato al fianco della gente «in opposition – tra l’altro – to expansionist powers». Glielo mettete voi, il vangelo sotto il muso – o glielo metto io? Donde viene la smania tutta cristiana di una sola Verità valida per tutti, da diffondere fino in capo al mondo, per trionfare sul mondo, in forma di monarchia universale? Dai vangeli, dalle parole di Cristo. Cristo non ha un bel nulla contro lespansionismo, dipende da quale.
Cazzate, Mahmoud ha sparato un sacco di cazzate.




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26 dicembre 2008

[...]

“Questa esigenza di eternità è troppo chiaramente un risultato del nostro desiderio per poter pretendere a un valore di realtà: ciò che è doloroso può pur essere vero”

Sigmund Freud, Caducità (1915)
in: Opere VIII, Boringhieri 1976




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26 dicembre 2008

Gianfranco Fini ha perfettamente ragione / 3

Buona parte del mondo cattolico si è risentito quando Gianfranco Fini ha detto: “L’ideologia fascista non spiega da sola l’infamia delle leggi razziali. C’è da chiedersi perché la società italiana si sia adeguata nel suo insieme alla legislazione antiebraica e perché, salvo talune luminose eccezioni, non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica”.
Ho già spiegato perché Gianfranco Fini ha perfettamente ragione, qui e qui, ma ho tenuto un po’ da parte la questione relativa al documento ufficiale della Santa Sede che egli ha dichiarato di aver trovato in tutto aderente alle sue affermazioni
.
Si tratta del quarto paragrafo del quinto capitolo di Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, un documento licenziato nel 2000 dalla Commissione teologica internazionale, oggi nel volume Documenti 1969-2004 (ESD 2006).
Alle pagg. 640-641 si legge
:

Uno dei campi che esige un particolare esame di coscienza è il rapporto fra cristiani ed ebrei. La relazione della Chiesa con il popolo ebraico è diversa da quella che condivide con ogni altra religione. Eppure, «la storia delle relazioni tra ebrei e cristiani è una storia tormentata […] (*). In effetti il bilancio di queste relazioni durante i due millenni è stato piuttosto negativo». L’ostilità o la diffidenza di numerosi cristiani verso gli ebrei nel corso del tempo è un fatto storico doloroso ed è causa di profondo rammarico per i cristiani coscienti che «Gesù era un discendente di Davide; che dal popolo ebraico nacquero la Vergine Maria e gli Apostoli; che la Chiesa trae sostentamento dalle radici di quel buon ulivo a cui sono innestati i rami dell’ulivo selvatico dei Gentili (Rm 11, 17-24); che gli ebrei sono nostri cari e amati fratelli e che, in un certo senso, sono veramente i “nostri fratelli maggiori”». La Shoah fu certamente il risultato di una ideologia pagana, qual era il nazismo, animata da uno spietato antisemitismo, che non solo disprezzava la fede, ma negava anche la stessa dignità umana del popolo ebraico. Tuttavia, «ci si deve chiedere se la persecuzione del nazismo nei confronti degli ebrei non sia stata facilitata dai pregiudizi antigiudaici presenti nelle menti e nei cuori di alcuni cristiani […] (**). I cristiani offrirono ogni possibile assistenza ai perseguitati, e in particolare agli ebrei?». Senza dubbio vi furono molti cristiani che rischiarono la vita per salvare e assistere i loro conoscenti ebrei. Sembra però anche vero che «accanto a tali coraggiosi uomini e donne, la resistenza spirituale e l’azione concreta di altri cristiani non fu quella che ci si sarebbe potuto aspettare [da] discepoli di Cristo». Questo fatto costituisce un richiamo alla coscienza di tutti i cristiani oggi, tale da esigere «un atto di pentimento (teshuva)».

È necessario dire che i virgolettati nel testo di questo documento sono tratti da un altro documento ufficiale, dal titolo Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah, diffuso il 16 marzo 1998 dalla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo. I due passaggi relativi al salto nel testo – quelli indicati da […] – sono estremamente interessanti:

(*) Agli albori del cristianesimo, dopo la crocifissione di Gesù, sorsero contrasti tra la Chiesa primitiva ed i capi dei giudei ed il popolo ebraico i quali, per ossequio alla Legge, a volte si opposero violentemente ai predicatori del Vangelo e ai primi cristiani. Nell’impero romano, che era pagano, gli ebrei erano legalmente protetti dai privilegi garantiti loro dall’Imperatore e le autorità in un primo tempo non fecero distinzione tra le comunità giudee e cristiane. Ben presto, tuttavia, i cristiani incorsero nella persecuzione dello Stato. Quando, in seguito, gli imperatori stessi si convertirono al cristianesimo, dapprima continuarono a garantire i privilegi degli ebrei. Ma gruppi esagitati di cristiani che assalivano i templi pagani, fecero in alcuni casi lo stesso nei confronti delle sinagoghe, non senza subire l’influsso di certe erronee interpretazioni del Nuovo Testamento concernenti il popolo ebraico nel suo insieme. […] Nonostante la predicazione cristiana dell’amore verso tutti, compresi gli stessi nemici, la mentalità prevalente lungo i secoli ha penalizzato le minoranze e quanti erano in qualche modo «differenti». Sentimenti di antigiudaismo in alcuni ambienti cristiani e la divergenza che esisteva tra la Chiesa ed il popolo ebraico, condussero a una discriminazione generalizzata, che sfociava a volte in espulsioni o in tentativi di conversioni forzate. In una larga parte del mondo «cristiano», fino alla fine del XVIII secolo, quanti non erano cristiani non sempre godettero di uno status giuridico pienamente garantito. Nonostante ciò, gli ebrei diffusi in tutto il mondo cristiano rimasero fedeli alle loro tradizioni religiose ed ai costumi loro propri. Furono per questo considerati con un certo sospetto e diffidenza. In tempi di crisi come carestie, guerre e pestilenze o di tensioni sociali, la minoranza ebraica fu più volte presa come capro espiatorio, divenendo così vittima di violenze, saccheggi e persino di massacri.

(**) Nelle terre dove il nazismo intraprese la deportazione di massa, la brutalità che accompagnò questi movimenti forzati di gente inerme, avrebbe dovuto suscitare il sospetto del peggio. I cristiani offrirono ogni possibile assistenza ai perseguitati, e in particolare agli ebrei? Molti lo fecero, ma altri no.

Anche nel dire che le sue affermazioni erano basate su ammissioni ufficiali, Gianfranco Fini ha perfettamente ragione. C’è da dire solo che dal 1998, al 2000, ad oggi, un riflusso di pentimento ha preso la Santa Sede.




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26 dicembre 2008

“Il Papa si fa portavoce dei bambini abusati” (zenit.org, 25.12.2008), click!

“Circa idem tempus pueri sine rectore
sine duce de universis omnium regionum
villis et civitatibus versus transmarinas partes
avidis gressibus cucurrerunt,
et dum quaereretur ab ipsis quo currerent,
responderunt: Versus Jherusalem,
quaerere Terram Sanctam”

La Crociata dei Bambini




Metto in appendice a questo post un mio pezzullo apparso tempo fa su Giornalettismo. Il titolo era Da complice a parte civile?, e oggi potrei usare solo quello per commentare la notizia che leggo su Zenit. Non penso solo a quel Joseph Ratzinger che, diventando papa, ha evitato l’incriminazione per complicità nel reato di abuso su minori, non penso solo a quei minori.

Penso ai bambini massacrati perché figli di eretici. Penso ai bambini mandati in crociata, sfusi o a frotte, per offrire il loro sangue martire, per giunta innocente, quindi ancora più gradito a Dio. Penso ai bambini che venivano castrati dai norcini per far da voci bianche sotto le volte di cento cattedrali. Penso ai bambini abusati fino a farli avere timor di Dio, senso di colpa, paura dei satanassi, vergogna per esserselo toccato un poco. Abusati fino a estorcere loro consenso, simpatia, adesione, per non restare fuori dall’oratorio: il branco è protettivo e caldo, ci si strofina, si fa comunione. Penso ai bambini malformati costretti a soffrire e non poter morire per fare da crocefissini viventi ai fervori di qualche tonaca arrapata di fronte al dolore: poveri grumi di carne inconsciente costretti ad autofagitare dolore perché loro devono dare carità, sennò s’immalinconiscono.
Penso ai bambini battezzati e fatti cattolici apostolici romani senza aver chiesto loro il permesso.

Ecco, allora, “il Papa si fa portavoce dei bambini abusati”. E io mi chiedo: ma con quale faccia?

 


Appendice

Nel settembre del 2005 la Suprema Corte degli Stati Uniti d’America raccolse l’invito del Viceministro della Giustizia, Peter Keisler, e impose la suggestion of immunity alla
Corte distrettuale del Texas, che fu così costretta a bloccare la procedura giudiziaria che avrebbe altrimenti portato all’incriminazione del cardinal Joseph Ratzinger per obstruction of justice. Da pochi mesi, con la sua elezione a pontefice, questi era venuto a godere dell’immunità diplomatica dovuta a un capo di Stato estero e, giacché lo Stato estero era la Città del Vaticano dove il capo di Stato è tale a vita, l’indagato non avrebbe mai più dovuto rispondere al capo di imputazione che stava per essere formulato a suo carico: complicità di fatto con i membri del clero cattolico statunitense che si erano resi responsabili di abusi sessuali su minori, con l’emanazione di direttive quale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: il cardinal Joseph Ratzinger, diventando papa, salvava il culo.
Giacché in taluni casi il culo è correlato alla faccia, restava da salvare quella. “I responsabili di questi mali – afferma oggi, da papa – devono essere portati davanti alla giustizia”. Avrà voluto intendere “giustizia laica” o il solito tribunale ecclesiastico? Una cosa è certa: anche stavolta non una parola sulla disponibilità a risarcire le vittime. “Le vittime devono ricevere compassione e cura”, dice. E non può fare a meno di concedere che i responsabili “devono essere condannati in modo inequivocabile”. Ma subito aggiunge che costoro “hanno danneggiato la testimonianza della Chiesa”. Da insabbiatore che era, vorrà mica costituirsi parte civile, ora?
Insabbiatore: sarà mica parola grossa? Chissà. Di certo si può dire solo che, nel 2001, con una circolare datata 18 maggio, raccomandava: “Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio”. Si riferiva a quanto di spettanza dei tribunali ecclesiastici riguardo agli abusi sessuali su minori da parte di preti, con ripresa da una aggiustatina del 1983 al Crimen sollicitationis del 1962. Rimaneva intatta, con la raccomandazione al rispetto del “segreto pontificio”, la disposizione ad “avere la massima attenzione e cura” a che i processi riguardanti questi abusi si svolgessero presso i tribunali ecclesiastici “con la massima riservatezza e che, una volta giunti a sentenza e poste in esecuzione le decisioni del tribunale, su di essi si mantenga il riserbo perpetuo”; soprattutto, “tutti coloro che a vario titolo entrano a far parte del tribunale o che per il compito che svolgono siano ammessi a venire a conoscenza dei fatti sono strettamente tenuti al più stretto segreto su ogni cosa appresa e con chicchessia, pena la scomunica latae sententiae per il fatto stesso di aver violato il segreto”.
Insabbiatore, dunque? La Corte distrettuale del Texas non s’è potuta pronunciare. Resta la raccomandazione al “segreto pontificio”: chi lo viola è scomunicato.
“I responsabili di questi mali devono essere portati davanti alla giustizia”, oggi. Sì, può darsi che per “giustizia” si intenda “foro civile”. Ma in questo modo non si viene a sapere tutto in giro? Non si viola, così, il raccomandato “segreto pontificio”? Il papa si starà mettendo mica a rischio di autoscomunica? Appena pochi giorni fa ha detto i preti che abbiano commesso un abuso sessuale su un minore sono ipso facto fuori dalla Chiesa – fino a ieri erano spostati da una diocesi ad un’altra – ed oggi aggiunge che “hanno danneggiato la testimonianza della Chiesa”. Dall’omertà allo sganciamento? Se dal dover risarcire come responsabile si vuol passare al voler essere risarcito come parte civile che ha subito un danno, sganciare il prete pedofilo è il minimo. E sì che il prete, come recita il Catechismo (1583), è indelebilmente prete, qualsiasi crimine commetta: “il carattere impresso dall’ordinazione rimane per sempre”. Si vorrà mica disconoscere il “carattere” per una vile questione di soldi?




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25 dicembre 2008

Varie

1. Arrigo Levi (La Stampa, 24.12.2008) ricorda l’intervista che riuscì ad ottenere da Paolo VI nel dicembre del 1968 grazie all’interessamento di Arturo Carlo Jemolo, “autorevolissima firma de La Stampa” che vantava una “antica amicizia” con Giovanni Battista Montini, che lo aveva “protetto in Vaticano [Jemolo aveva origini ebraiche], insieme con tanti altri, nel tremendo inverno romano del 1943”.
Un altro luminoso esempio di solidarietà da parte del mondo cattolico nei confronti degli ebrei? Può darsi, fatto sta che Jemolo era un ebreo un po’ atipico. Aveva firmato il giuramento di fedeltà al fascismo del 1931, per esempio. Per esempio, aveva scritto: “Se gli italiani avessero una certa elasticità mentale, mi farei fautore di un movimento per la restituzione di Roma al Papa e per riportare la capitale a Firenze. Il Papa ha bisogno di un suo Stato, sennò tutta l’Italia diventa Stato Pontificio”.
Come non proteggere un ebreo così?

2. Pippone di oltre 25.000 battute su “mistero e sacralità del concepimento”, a firma di monsignor Ravasi, su L’Osservatore Romano (25.12.2008). Scartando il superfluo, che negli scritti di Ravasi è sempre tanto, si arriva alla cara, vecchia questione di sempre: “la concezione verginale di Maria”.
Rispolverato il noto brano in Celso (Dottrina verace) citato da Origene (Contro Celso): “Gesù era originario di un villaggio della Giudea e aveva avuto per madre una povera indigena che si guadagnava da vivere filando. Accusata di adulterio, perché resa incinta da un certo soldato di nome Panthera, fu scacciata da suo marito, un artigiano. Errando in modo miserevole, dette alla luce di nascosto Gesù. Costui, cresciuto, spinto dalla povertà, andò in Egitto a lavorare; qui apprese alcune di quelle arti segrete per cui gli Egiziani sono celebri, ritornò dai suoi tutto fiero per le arti apprese e grazie ad esse si autoproclamò Dio”.
Assai divertente è il modo in cui Ravasi liquida la blasfema diceria: “Effettivamente alcuni rabbini dei primi anni del secondo secolo chiamano Gesù «figlio di Panthera», una tradizione che continuerà nel giudaismo fino al Medioevo quando nell’opera «Generazioni di Gesù» si dichiarerà «Giuseppe Pandera» padre di Gesù. Non è da escludere che questo nome «Panthera» non sia che una deformazione della parola greca «parthènos», «vergine», che i cristiani applicavano a Maria. Si confermava così, sia pure indirettamente, la dottrina cristiana della verginità di Maria, considerata come un dato comune nella Chiesa delle origini”.
Vi risulta che le genealogie giudaiche fossero matrilineari? In una cataratta di progenitori di Gesù, tutti maschi, ecco un «Giuseppe Pandera» che andrebbe tradotto «Maria Vergine». E Ravasi è considerato uomo di grande intelligenza e di ancor più grande cultura.

3. Dallo stesso articolo di Ravasi: “La liturgia cristiana, collocando convenzionalmente la nascita di Cristo il 25 dicembre, sovrapponendola alla festa pagana del dio Sole, ha retrodatato secondo i regolari nove mesi di gestazione l’annunciazione a Maria, datandola al 25 marzo”. E così non l’ha fatta coincidere all’eventuale ovulazione, ma all’ultima mestruazione.

4. Sempre su L’Osservatore Romano (25.12.2008), in un articolo a firma di Giselda Adornato, si ricorda il famoso discorso del Natale 1968 che Paolo VI tenne agli operai della Italsider di Taranto. L’articolo ne riporta due brevi stralci, e dal primo è sforbiciato quanto qui riporto in parentesi quadrate: “Noi facciamo fatica a parlarvi. Noi avvertiamo la difficoltà a farci capire da voi. O Noi forse non vi comprendiamo abbastanza? Sta il fatto che il discorso è per Noi abbastanza difficile. Ci sembra che tra voi e Noi non ci sia un linguaggio comune. [Voi siete immersi in un mondo, che è estraneo al mondo in cui noi, uomini di Chiesa, invece viviamo. Voi pensate e lavorate in una maniera tanto diversa da quella in cui pensa ed opera la Chiesa!] Vi dicevamo, salutandovi, che siamo fratelli ed amici: ma è poi vero in realtà? Perché noi tutti avvertiamo questo fatto evidente: il lavoro e la religione, nel nostro mondo moderno, sono due cose separate, staccate, tante volte anche opposte. [Una volta non era così] […] Ma questa separazione, questa reciproca incomprensione non ha ragione di essere. Non è questo il momento di spiegarvi perché”.
Sempre così. Ma sempre (ri)mangiandosi qualcosa.

5. È morto Harold Pinter. Quando nel 2005 prese il Nobel per la Letteratura, Christian Rocca lo celebrò così: “Da anni scrive soltanto letterine al Guardian per dire che Bush e Blair sono criminali di guerra e peggio dei nazisti, mai una parola per Zarqawi però. Non crediate che sia legittima critica alla politica estera di questa amministrazione o puro odio anti Bush: è solo antiamericanismo idiota” (Camillo, 13.10.2005).
Christian Rocca è ancora vivo, il mondo va così.




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25 dicembre 2008

Sagomato

Nel settimo centenario della morte di Giovanni Duns Scoto, lo scorso 8 novembre, s’è tenuto un convegno internazionale a Colonia, ai cui partecipanti è giunta una lettera apostolica di Benedetto XVI, nella quale il filosofo e teologo medioevale è indicato come un modello ancora validissimo ai nostri giorni: “Ben saldo nella fede cattolica, egli si è sforzato di comprendere, spiegare e difendere le verità della fede alla luce della ragione umana”.
Un esempio di come fosse capace di mettere d’accordo fede e ragione? “Dopo aver provato con vari argomenti, tratti dalla ragione teologica, il fatto stesso della preservazione della Beata Vergine Maria dal peccato originale, egli era assolutamente pronto anche a rigettare questa persuasione, qualora fosse risultato che essa non fosse in sintonia con l’autorità della Chiesa”.
Uno così non vuoi farlo beato? Ci ha pensato Giovanni Paolo II, nel 1993.




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25 dicembre 2008

La tromba

Quando fai l’elemosina,
non suonare la tromba davanti a te”
(Mt 6, 2)


Da fornitrice di domande e di risposte, la Chiesa ridà in carità ciò che aveva avuto in obolo, trattenuti i costi di gestione. Con l’effetto di una moltiplicazione di pani e di pesci, che riesce bene solo quando c’è un venirsi incontro di beneficati e beneficatori. Mai dato niente di suo, la Chiesa, è fatta per ridistribuire. L’avete mai vista vendere un immobile o mettere all’asta un candelabro?

Bilancio opaco, tromba brillante: “L’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi costituisce personalmente un «Fondo famiglia-lavoro» per venire incontro a chi, nella crisi finanziaria ed economica attuale, sta perdendo l’occupazione. Come avvio di questo fondo ha messo a disposizione un milione di euro attingendo – ha annunciato nel corso dell’omelia della Messa di mezzanotte in un Duomo gremito – «dall’otto per mille destinato per opere di carità, da offerte pervenute in questi giorni ‘per la carità dell'Arcivescovo’, da scelte di sobrietà della diocesi e mie personali»” (ansa.it, 25.12.2008).
La sobrietà starà nellaver rinunciato ai fuochi dartificio dopo lannuncio.




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25 dicembre 2008

Scheda




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25 dicembre 2008

Politici che corrono dietro la plebe

“È punita ogni violenza fisica e morale
sulle persone comunque sottoposte
a restrizioni di libertà”
Costituzione, art. 13

“Le pene non possono consistere
in trattamenti contrari al senso di umanità
e devono tendere alla rieducazione del condannato”
Costituzione, art. 27

“Tutti i provvedimenti giurisdizionali
devono essere motivati”
Costituzione, art. 111



Il gip ha concesso gli arresti domiciliari all’autista dell’Atac che era stato trovato positivo al test antidroga dopo aver investito e ucciso un uomo, lo scorso 19 dicembre, e il pm non ha trovato nulla da ridire. Trova da ridire il sindaco della città in cui è accaduto l’omicidio: “Ritengo la decisione del giudice sbagliata – ha detto Gianni Alemanno – perché è troppo presto per concedere i domiciliari all’autista che ha ucciso guidando in stato di alterazione per droga”.
Evitiamo di discutere se questo omicidio sia colposo o volontario: se non c’è pericolo di fuga, di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato, un magistrato può ben concedere gli arresti domiciliari a un omicida, ad un qualsiasi omicida, sia che abbia ucciso per colpa, sia che abbia ucciso per dolo. In questo caso li ha concessi, e allora sarebbe interessante capire cosa voglia dire quel “troppo presto” che sembra essere l’unico argomento del signor sindaco e di chissà quanti altri che, con lui, hanno già contestato o contesteranno l’ordinanza del giudice.

Se non c’è pericolo di fuga, di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato, quanto tempo deve stare in carcere, un omicida, perché non sia “troppo presto” per gli arresti domiciliari? Cosa deve maturare in questo lasso di tempo? Senza dubbio si tratta di qualcosa che il gip non ritiene necessario, e neppure il pm, a differenza del signor sindaco: si tratta del feticcio risarcitorio collettivo.
Mi spiego meglio, perché mi rendo conto che feticcio risarcitorio collettivo” merita un chiarimento, ma prima vorrei richiamare l’attenzione al fatto che qui, formalmente, l’omicida è ancora un indagato e il giudizio di primo grado è da venire.

Certa politica è garantista solo quando l’indagato, l’imputato e il colpevole sono amici o amici di amici, la forma ha esigenze sacrosante in quei casi, in tutti gli altri casi le garanzie sono superflue o devono essere almeno in parte sacrificate a quel feticcio collettivo che nella pena (e nell’anticipo di pena) vuole il risarcimento, in una fattispecie di vendetta.
Mi spiego ancora meglio: certa politica non riuscirà mai a comprendere che la finalità della pena è il recupero del colpevole e che il carcere è solo uno strumento in tal senso, non una sorta di risarcimento che il colpevole paga alla società, costituitasi parte civile, tanto meno ai parenti della vittima come prezzo equivalente al soddisfacimento di una vendetta altrimenti illegittima.

Ma quando la finiranno, questi politici, di correre dietro la plebe che si candidano a rappresentare? Quando la smetteranno di essere sempre un po’ peggio – perché sempre un po’ più ipocriti – di chi vorrebbero rappresentare?




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24 dicembre 2008

“Una tetraggine che ha dell’astronomico”

“Nella città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui potrei vivere, sta arrivando il Natale. Alcuni dicono, il Santo Natale. Sebbene la mia vita sia distratta e disorientata, da molti segni, come gli animali, mi accorgo dell’imminenza del Natale. L’irrequietezza agita i miei simili; una sorta di inedita tristezza che si accompagna ad una smania, una torbida cupezza, una litigiosità capziosa, non di rado violenta, ma soprattutto aspramente angosciosa. Quando il Natale si approssima, l’infelicità si scatena su tutta la terra, invade gli interstizi, ci si sveglia il mattino con quel sentimento, discontinuo durante tutto l’anno, che vivere a questo modo pare intollerabile, forse disonesto, una bestemmia. Strano che abbia scelto questa parola, sostanzialmente pia, per descrivere l’infelicità natalizia. E infatti questo avverto, che a differenza della desolazione che direi privata, attraverso la quale passiamo in vari momenti dell’anno, questa è una tetraggine che ha dell’astronomico, come a dire che gli astri sono coinvolti, e forse la tristezza che suppongo mia in realtà è un affetto che tocca gli estremi dell’universo, e oltre, se si dà un oltre”

Giorgio Manganelli, Il presepio, Adelphi 1992




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24 dicembre 2008

[...]

“Nessuno può dire «vaccaro» a un cowboy”

Bronco Billy
(Clint Eastwood, 1980)




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24 dicembre 2008

Schifosi ipocriti, schifosi bugiardi

“Più frequentemente gli sposi si asterranno
l’uno dall’altro, meglio sarà”
Agostino d’Ippona, Sermones, 210

“Il coito rende l’uomo simile all’animale”
Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, 98, 2, 3

“La concupiscenza, nel senso etimologico,
può designare ogni forma veemente di desiderio umano.
La teologia cristiana ha dato a questa parola
il significato specifico di moto dell’appetito sensibile
che si oppone ai dettami della ragione umana.
L’Apostolo san Paolo la identifica
con l’opposizione della «carne» allo «spirito».
È conseguenza della disobbedienza del primo peccato.
Ingenera disordine nelle facoltà morali dell’uomo
e, senza essere in se stessa una colpa,
inclina l’uomo a commettere il peccato”
Catechismo della Chiesa Cattolica, 2515


Tra le menzogne che da qualche decennio le gerarchie ecclesiastiche cercano di rifilarci – e sono davvero tante, e tutte particolarmente odiose – ce n’è una talmente ridicola che non muoverebbe all’indignazione ma al sorriso: il cattolicesimo non sarebbe mai stato sessuofobico. Ripeto: mai.
È quanto cerca di rifilarci pure il volume di Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia (Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia, Laterza 2008), almeno a quanto scrive Timothy Verdon in una recensione per L’Osservatore Romano (24.12.2008): “L’intelligente rilettura delle fonti offerta dalle autrici del libro svuota di significato il luogo comune secondo cui, per il cattolicesimo, il piacere sarebbe colpa e il sesso peccato. Pelaja e Scaraffia infatti, pur riconoscendo che sono state soprattutto semplificazioni a volte grossolane all’interno della stessa tradizione cattolica a permettere una sintesi così brutalmente riduttiva, analizzano i dati storici con oggettività e delicatezza fino a sgretolare l’apparente plausibilità del generico assunto negativo”.

È proprio qui che pare evidente in quale modo la menzogna abbia bisogno di rimuovere secoli e secoli di letteratura sessuofobica cattolica, secoli e secoli di precettistica morale finalizzata ad evitare che il sesso esorbitasse dalla sua funzione riproduttiva, secoli e secoli di repressione anche cruenta di ogni umano cedimento a ciò che per il cattolicesimo è sempre stato uno dei più gravi peccati. Questa rimozione è operata in modo assai disinvolto negli ultimi decenni e pare che anche questo volume tenti la stessa operazione: separare il sesso dal piacere sessuale, facendo del primo una dimensione ontologica umana nel contesto di un disegno creaturale e del secondo un elemento accessorio ad essa e ad essa congruo solo se moralmente legittimata dal fine posto in quel disegno.
Se il sesso è una particolare declinazione del sacramento che fa “una sola carne” dell’uomo e della donna che lo ricevono per farsi strumento della riproduzione, il piacere sessuale rimane mortalmente peccato se praticato fuori dal matrimonio, in regime di contraccezione o con un partner dello stesso sesso, e in massima misura è peccato perché fa scandalo, cioè si costituisce in modello alternativo al disegno creaturale.

Sì, ma donde trarrebbero origine quelle “semplificazioni a volte grossolane all’interno della stessa tradizione cattolica” che fanno apparire sessuofobica la tradizione cattolica, che invece non lo sarebbe? Trarrebbero origine dal “diffondersi di un umanesimo paganizzante nel secondo Cinquecento, nonché delle scienze fisiologiche nel Cinque-Seicento”: sarebbero stati questi fattori a costringere il cattolicesimo alla “repressione di ogni allusività erotica”. Prima di quest’epoca non vi sarebbe stata repressione?
Ci vuole una grande faccia tosta a rifilarci questa menzogna, c’è la chiara intenzione di non farci sorridere, ma di farci indignare.

Ci riesce Alain Besançon che sullo stesso numero de L’Osservatore Romano firma una seconda (!) recensione dello stesso volume di Pelaja e Scaraffia: “Nei media e anche nell’opinione pubblica [ricorre il “luogo comune” che] le ingiunzioni della Chiesa cattolica sono fondamentalmente un ostacolo ai piaceri dell’amore e allo sviluppo di una sessualità sana. […] [Questa “leggenda nera”] è contraddetta dalla letteratura e dall’arte dell’occidente europeo, che ruotano principalmente attorno all’amore e al piacere, come anche dallo spettacolo che offre il panorama della vita urbana”.
Dovremmo alla Chiesa cattolica proprio ciò che la Chiesa cattolica ha sempre denunciato come peccato, degradazione del disegno divino, ecc.? Sì, ci vuole proprio una grande faccia tosta per rifilarci una tesi del genere.

“In materia sessuale la Chiesa cattolica ha ereditato da ciò che l’ha preceduta, cioè la morale comune «noachica» che per motivi storici è stata principalmente greco-romana, e anche dai precetti dell’antica alleanza. Ha fatto una cernita e ha aggiunto ciò che le è proprio. I principi sono poco numerosi e la Chiesa li ha trasmessi attraverso i secoli con notevole costanza. Sono, fra gli altri, l’accettazione della carne, la bontà e la stabilità del matrimonio, lo stretto legame fra l’unione sessuale e l’intenzione di procreare, il posto riservato al desiderio e al piacere. […] Questi principi costanti sono stati modellati dai teologi, dai canonisti, dalle congregazioni specializzate e dai Pontefici. Attraverso i secoli sono stati declinati in molti modi, in armonia con i costumi locali e lo spirito del tempo…”.
La tradizione greco-romana è “noachica”? La Chiesa si è limitata ad “aggiungere” a ciò che trovava davanti a sé macinandolo sotto i suoi passi? I suoi divieti in campo sessuale sono stati (e sono) “pochi”? Sono stati “armonizzati” ai costumi locali? Si sono adattati allo “spirito del tempo”?
Sì, non vogliono farci sorridere, vogliono farci indignare. Schifosi ipocriti, schifosi bugiardi.




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24 dicembre 2008

2002 - 2008


“Al Foglio ho trovato spazi di libertà incredibili”

Vincino, Sette, 31.10.2002

 




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(2.10.2006)

137.
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(29.9.2006)

136. 
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(27.9.2006)

135.
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(26.9.2006)

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(25.9.2006)

133.
Ignoranza o mistificazione?
(21.9.2006)

132.
O secolarizzazione o violenza
(19.9.2006)

131.
Un tranquillo weekend di paura
(18.9.2006)

130.
La teologia nell'universitas scientiarum
(14.9.2006)

129.
“In fondo la Cisa vende serrature”
(13.9.2006)

128.
Limature
(12.9.2006)

127.
Auflegen, befehlen o gebieten?
(11.9.2006)

126.
Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia
(6.9.2006)

125.
James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre
(5.9.2006)

124.
Il caso Robert Lanza, ennesima svista del Foglio
(1.9.2006)

123.
Caro Pullia
(31.8.2006)

122.
Pannella si è fermato a Bose
(29.8.2006)

121.
Dobbiamo avere una grande pazienza
(28.8.2006)

120.
Trittico libanese
(24.7.2006)

119.
Schola Scholae
(19.7.2006)

118.
“Drogarsi non è un diritto”
(14.7.2006)

117. 
Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
[con Federico Punzi]
(6.7.2006)

116.
Comunitari o liberal?
(29.6.2006)

115.
Di cani e di figli
(27.6.2006)

114. Una fiction, neh
(23.6.2006)

113. Signore, signori, malgiogli assortiti...
(21.6.2006)

112.
Lobby? Andiamo piano con le parole
(16.6.2006)

111.
“Talora la stampa si presta…”
(13.6.2006)

110.
Negli assolutismi accade
(8.6.2006)

109.
La “libertà di vietare”
(7.6.2006)

108. Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile
(30.5.2006)

107.
Rispiegare la modernità?
(26.5.2006)

106.
Zuavi in Parlamento
(22.5.2006)

105.
A chi spetta?
(19.5.2006)

104. Ancora su Marcello Pera
(18.5.2006)

103.
Dopo la famiglia, lo Stato
(16.5.2006)


102. Occhio, fratres!
(8.5.2006)

101. Diciotto volte Emma Bonino, fino alla fine
(5.5.2006)

100. 
Il cardinal Martini e la "resa alla modernità"
(2.5.2006)

99.
Un'altra trappola: il Manifesto di Euston
(27.4.2006)

98.
Faranno al cardinal Martini un trattamento alla Milingo?
(24.4.2006)

97.
Dopo Rocca, Ferrara manda Bellasio
(21.4.2006)

96.
"C'è un'Italia reale e un'Italia virtuale"?
(19.4.2006)

95.
I piccoli exit poll di Christian Rocca
(13.4.2006)

94.
Il giorno dopo
(11.4.2006)

93.
Viva Romano Prodi!
(10.4.2006)

92.
Lectio magistralis
(5.4.2006)

91.
Not negotiable
(4.4.2006)

90.
L'Appello a Prodi: il bluff della guerra civile
(31.3.2006)

89.
Il gentilissimo Christian Rocca
(28.3.2006)

88.
Bastardo sarà lei!
(27.3.2006)

87.
Ruini non fa ingerenza, rimanda a quella di sempre
(21.3.2006)

86.
Divertente come la catastrofe
(20.3.2006)

85.
Mutua comprensione tra integralismi?
(13.3.2006)

84.
Benedetto figliolo!
(7.3.2006)

83.
Quel che trattiene Magdi Allam
(1.3.2006)

82.
Vieni, Gunther, qui c'è un albero, è un pero
(27.2.2006)

81.
Un editoriale che vorrei lasciare incompiuto e senza titolo
(21.2.2006)

80.
Cavar soldi dal “matto”: in Vaticano ci si fa un pensierino
(17.2.2006)

79.
Escludendo che monsignor Maggiolini si sia presa una cotta per la Bonino
(9.2.2006)

78.
La questione è la libertà di espressione
(7.2.2006)

77.
Si tratta pur sempre di un sant’uomo
(1.2.2006)

76.
“La verità, vi prego, sulla carità”
(31.1.2006)

75. Ci dica l’ottimo Panebianco…
(23.1.2006)

74.
La figlia del console
(19.1.2006)

73.
Ratzinger e il decalogo
(18.1.2006)

72. “Il vero Israele” 
(17.1.2006)

 

71. Una dimenticanza di Angelo Panebianco

(16.1.2006)

70. Bonino o Santanché?
(10.1.2006)

69. Niente antidepressivi, grazie!
(4.1.2006)

68. “Ah, se Dio sopprimesse i peccatori!”
(2.1.2006)

67. Del Concilio Vaticano II non avete capito niente, gonzi!
(27.12.2005)

66. Un’altra mina l’Occidente: la pornografia
(23.12.2005)

65. “Fratello spermatozoo”
(20.12.2005)

64.
La mia superstizione è migliore della tua
(19.12.2005)

63. Riforma della Curia, anno 0
(14.12.2005)

62.
La goccia di veleno
(12.12.2005)

61. Non lo fo’ per piacer mio…
(Lettera aperta a Carlo V)
(6.12.2005)

60. Venerdì, sabato e domenica
(5.12.2005)

59.
Contrordine, figlioli, il limbo è una cazzata!
(2.12.2005)

58.
Tomista quanto non mai, il Ratzinger. Anzi assai tomo.
(28.11.2005)

57. Il seminarista sia munito di certificato medico

(24.11.2005)

56. Scherziamo? Scherziamo
(21.11.2005)

55.
La pazienza degli italiani
(17.11.2005)

54. Il fuoco amico di Croce e Gramsci
(16.11.2005)

53. Marcello Pera, croque-mort
(15.11.2005)

52. Semo romani, damose da fa’
(11.11.2005)

51. Coi soldi di Sir Templeton
(8.11.2005)

50.
La Chiesa è sempre uguale a sé stessa
(27.10.2005)

49. Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?
(20.10.2005)

48.
Sua Santità, Anacoluto I
(17.10.2005)

47.
Un dubbio: mettere in dubbio il dubbio?
(14.10.2005)

46.
Capriccio
(10.10.2005)

45.
Buona conversione!
(7.10.2005)

44. Se il legislatore non è un fesso (e non è un fesso)
(4.10.2005)

43. L’orecchio di Dionigi
(29.9.2005)

42. Fiuggi: i tg di prima sera non possono più glissare
(26.9.2005)

41. La colomba e il leopardo
(21.9.2005)

40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
(19.9.2005)

39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
(15.9.2005)

38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
(12.9.2005)

37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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per saperne
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