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malvino
il blog di Luigi Castaldi


Diario


29 febbraio 2008

E chi scrive roba del genere pretende rispetto?

“Mi piacerebbe essere attaccato per le mie idee” (Il Foglio, 29.2.2008): Giuliano Ferrara chiede una moratoria sui reciproci attacchi personali che cominciano a diventare sempre più frequenti e pesanti tra quanti appoggiano la sua moratoria sull’aborto, con molti ardori di troppo, e quanti la considerano l’ennesima e insultante provocazione di un cinico buffone.
Il “cinico buffone” non m’è scappato: volevo da subito dire che, a mio modesto avviso, la richiesta è irricevibile. Buttare la pietra e nascondere il braccio è cosa imperdonabile, soprattutto se per posare subito dopo da vittima, ai primi torbidi. Se il fine è prefigurato nel mezzo, non può che essere schifoso. Spacciarlo come un fine nobile è la specie più infame del sabotaggio sociale.

Nel merito: non si può pretendere rispetto in cambio di mistificazioni. Che sono continue, nel caso de Il Foglio. L’ultima, in ordine di tempo, fa bella mostra di sé sul sito on line del giornalino tardo-teocon, alle 20.30 d’oggi, venerdì 29 febbraio.
C’è scritto:
“Primi passi all’Onu della moratoria sull’aborto”. Si fa evidente cenno al quinto punto dei dodici che stanno nel “programma serio della lista pazza”: “Impegnare il governo della Repubblica a costruire un’alleanza capace di emendare la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite all’articolo 3. Dove è scritto «ogni individuo ha diritto alla vita» aggiungere una virgola e la frase «dal concepimento fino alla morte naturale»”.
Giacché finora il governo della Repubblica non s’è mosso in tal senso, che può significare “
primi passi all’Onu della moratoria sull’aborto”? Sarà stato l’Onu che ha deciso di attivarsi sua sponte? Portata dagli alisei, sarà arrivata al Palazzo di vetro la notizia che Giuliano Ferrara s’è fatto una settimana di brodini, per mortificare il suo corpo in nome dell’embrione. E, visto che Il Foglio è sempre stato delicatissimo verso l’Onu, il segretario generale Ban ki-Moon ha subito avuto un occhio di riguardo per la meritoria moratoria. In che modo? Presto detto. Avrebbe cominciato col condannare i paesi nei quali si pratica la “selezione sessuale prenatale”: è solo il primo passo, foglianti, presto si arriverà a porre l’embargo ai paesi nei quali non si fanno i funerali agli embrioni e a bombardare Amsterdam.
Insomma, foglianti, Ban ki-Moon è dei nostri. Dateci il tempo di fare due ricerchine su Google e vi promettiamo un doppio paginone apologetico, vedrete che riusciremo a trovargli pure un prozio che è stato vittima della Shoah. Splendide sorti, ‘sta moratoria, e dalla geometrica progressione. Avanti, foglianti, avanti.

Come stanno, in realtà, le cose? Le cose stanno così: “Onu: al via la «Campagna contro la violenza sulle donne»” (articolo da cui pesco a larghe mani per questo capoverso). Nel suo intervento di presentazione della campagna «Say No to Violence against Women», il Segretario Generale dell’Onu, Ban ki-moon, ha detto che donne e ragazze hanno il diritto di vivere libere dalla violenza, oggi e in futuro. La violenza contro le donne non è mai accettabile, mai giustificabile, mai tollerabile. Invece, almeno una donna su tre al mondo rischia di essere picchiata, costretta al sesso o abusata in vario modo nella sua vita, per esempio con matrimoni forzati e ogni altro genere di imposizioni e discriminazioni. Segue catalogo degli orrori che – letteralmente – chiude così: “Attraverso la pratica della selezione prenatale del sesso, a moltissime altre è persino negato il diritto di esistere”.
Ban ki-moon non fa una condanna dell’aborto in generale, ma solo dell’aborto dei feti di sesso femminile. Non voglio dedurne che egli non sia un antiabortista, può darsi che sia contro l’aborto in assoluto, mi limito ad affermare che qui condanna solo – ripeto: solo – l’aborto di feti di sesso femminile, e in un contesto che è quello della violenza contro tutte le donne, le donne stuprate e quelle infibulate, le vittime quotidiane di lesioni anche gravissime e quelle che, di generazione in generazione, ancora subiscono modelli antropologici medioevali. L’occidente giudaico-cristiano – questo lo aggiungo io – non dovrebbe ritenersi incolpevole in tal senso: anche qui le donne continuano a subire violenze fisiche e quelle psichiche che forse sono anche più odiose, perché subdole. Per esempio: costringerle a considerarsi “veicolo di vita” o poco più, controllandone la sessualità attraverso la procreazione, con una morale che è strumento di oppressione; e dove fa difetto il ricatto, si sperpera il sentimentalismo.

Il diritto di esistere che è negato alle donne ha un continuum, e in quel continuum sta (pure) la denuncia – quale che sia – della selezione prenatale del sesso fatta da Ban ki-Moon. Ma per Il Foglio?
Per Il Foglio: “All’Onu l’aria è cambiata. Lo dimostra il grande discorso che il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban ki-Moon, ha tenuto di fronte alla stessa Commissione. «La violenza contro le donne è una questione che non può attendere. Una donna su tre viene picchiata, costretta al sesso o ad altri abusi nella propria vita. Attraverso la pratica della selezione sessuale prenatale, un numero imprecisato non ha neppure diritto alla vita. Nessun paese, nessuna cultura, nessuna donna giovane o vecchia è immune da questo flagello. Per troppo tempo i crimini sono rimasti impuniti e i perpetratori hanno camminato liberamente»”.
Il “flagello” è tutta la violenza che si fa alle donne, ma così diventa il flagello dell’aborto, dell’aborto in generale. Cui l’Onu assicura si metterà fine. Be’, certo, messa così la cosa, si tratta davvero dei “primi passi all’Onu della moratoria sull’aborto”.
E chi scrive roba del genere pretende rispetto?




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29 febbraio 2008

Provate a sentirci il gusto

Cosa ci si può aspettare da un rotocalco che in calce ad ogni articolo ti mette il “tempo di lettura previsto” come un ricettario gastronomico? Roba gustosa, solo roba gustosa. E infatti è gustosissima la comparazione che ci offre Vanity Fair (9/2008 – pag. 44), titolando: «Roma, una domenica “al bacio”».
La comparazione è tra il bacio che Giuliano Ferrara ha apposto sulla mano di Joseph Ratzinger, che gliela metteva sotto il muso, e il bacio che, nella stessa domenica 24 febbraio, Walter Veltroni ha apposto sulle guance dei parenti delle vittime di opposte fazioni cadute negli Anni di piombo, i quali che dovevano fare? (Non potevano non farselo apporre.)
Non ci trovate gusto pure voi? Lo so, sarete dei laicisti boriosi e spocchiosi, alteri e sussiegosi: la comparazione non vi sarà sembrata affatto gustosa. Antipatici. Idolatri della Dea Decenza. Probabilmente, per voi, baciare la mano di un potente sarà un gesto da servi, e baciare la guancia di un inconsolabile sarà un gesto schifosamente sentimentale. Diciamocela tutta: hanno ragioni da vendere quando dicono che voi laicisti siete tutti frigidi e altezzosi. Non avete un’anima, ecco cos’è, sennò ce lo vedreste tutto, il nesso comparativo: ci vedreste scorrere dentro quel delizioso umore che fa canticchiare i poveri in spirito: «Domenica è sempre domenica», mentre si radono, prima di andare a messa.
Ecco a cosa vi ha portato il culto dellindividuo a scapito dellamore verso la persona: adesso non riuscite più a sentire il flusso di umanità che scorre tra un servo e uno che non disdegna una pizzetta dal buffet funebre della Storia, quella con la maiuscola, quella che «La Storia siamo noi»
.

E via, lasciatevi tentare: provate a sentirci il gusto.




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29 febbraio 2008

Nazione più grande, stato più potente

È Lenin che, nel 1920, rende legale l’aborto in Urss. Stalin, nel 1938, lo rende perseguibile penalmente. Dopo la sua morte, ritorna legale, nel 1955.
Sarà stato perché Stalin ha studiato in seminario, mentre Lenin e Kruscev no? Il Foglio ha una spiegazione più solida: “Stalin l’ha cancellato alla vigilia della Seconda guerra mondiale secondo uno schema conosciuto da tutti i paesi d’Europa: nazione più grande, stato più potente” (28.2.2008). Se immaginava che la guerra fosse prossima, non avrà pensato di mandare in prima linea i bambini nati dal 1938 in poi, ma, via, è il pensiero quello che conta, e la spiegazione che dà Il Foglio ci sta tutta. 
L’arma demografica: schema cinico, fin quasi disumano. Ma non s’era detto che l’Europa ha radici cristiane?




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29 febbraio 2008

Prendo in considerazione, col dovuto rispetto

1. Promuovere legislativamente il dovere di seppellire tutti i bambini abortiti nel territorio nazionale, in qualunque fase della gestazione e per qualunque motivo. Le spese sono a carico del pubblico erario.

Ogni anno, in Italia, si verificano 70.000 aborti spontanei riconosciuti come tali. Importante specificare “riconosciuti come tali”, perché molti aborti spontanei – cosiddetti ovulari – non sono riconosciuti (il prodotto del concepimento è espulso insieme a sangue che viene considerato mestruale). Se bisogna “promuovere legislativamente il dovere di seppellire tutti i bambini abortiti nel territorio nazionale, in qualunque fase della gestazione e per qualunque motivo”, non si capisce perché si dovrebbe farlo solo per quelli abortiti per decisione della gravida; né si capisce perché un embrione abortito spontaneamente non debba essere sepolto come gli altri solo perché l’aborto ovulare non è stato riconosciuto come tale. Doveroso emendamento, impellente emendamento: seppellire coi dovuti onori tutti gli assorbenti esterni e interni usati dalla popolazione femminile in età fertile, se non vergine. Sub-emendamento: un registro delle vergini che possano essere esentate dal presentare ogni mese alle autorità competenti gli assorbenti usati, misura d’obbligo per tutte le altre donne in età premenopausica. Un embrione abortito spontaneamente non è meno degno di un embrione abortito volontariamente. Un embrione abortito spontaneamente e inavvertitamente non merita d’essere escluso dal provvedimento. Cautelativamente, perché nessun embrione venga buttato nella spazzatura: anagrafe mestruale su tutto il territorio italiano.

2.
Vietare per decreto legge l’introduzione in Italia della pillola abortiva Ru486 e simili veleni capaci di reintrodurre la convenzione dell’aborto solitario e clandestino contro lo spirito e la lettera della legge 194 di tutela sociale della maternità.

Vietare per decreto legge la coltivazione e la vendita di prezzemolo. In allegato: vietare la fabbricazione e la vendita di ferri da calza, spilloni, ecc.

3.
Stabilire per via di legge che accoglienza, rianimazione e cura dei neonati sono un compito deontologico dei medici a prescindere da qualunque autorizzazione di terzi.

Se non si vuole incorrere in contraddizione con quanto al punto 1 precisa “in qualunque fase della gestazione”, i medici sono tenuti al taglio cesareo obbligatorio e urgente nei casi di sofferenza fetale ingravescente con (presunta) prognosi infausta.

4.
Emendare l’articolo 3 della Costituzione, comma 1. Dove è scritto “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” aggiungere una virgola e la frase “dal concepimento fino alla morte naturale”.

Adeguare i codici: vietare l’uso della cosiddetta “spirale”; nel caso un malato terminale lo rifiuti, infilargli forzatamente un sondino nasogastrico per alimentarlo (a meno che non sia pontefice). Approfondire l’analoga questione riguardo alla ventilazione assistita.

5.
Impegnare il governo della Repubblica a costruire un’alleanza capace di emendare la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite all’articolo 3. Dove è scritto “ogni individuo ha diritto alla vita” aggiungere una virgola e la frase “dal concepimento fino alla morte naturale”.

Come sopra.

6.
Difendere la legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita, escludendo per via di legge e linee guida interpretative ogni possibilità, adombrata in recenti sentenze giudiziarie, di introdurre la pratica eugenetica della selezione per annientamento dell’embrione umano al posto della cura e della relativa diagnostica terapeutica. Introdurre nei primi cento giorni una moratoria per la ricerca sulle cellule staminali embrionali, sulla falsariga di quella europea abbandonata dal governo Prodi, e rafforzare la ricerca sulle staminali adulte o etiche.

Si perfezioni la legge 40 con un dispositivo che reciti: “legge intoccabile, in eterno”. La legge 194 non ce l’ha, e dunque non può essere difesa.

7.
Fondare in ogni regione italiana una Agenzia per le adozioni il cui compito specifico sia quello di favorire l’adozione, con procedura riservata e urgente, di quei bambini che possono essere sottratti a una decisione abortiva di qualunque tipo.

Qualunque tipo? Chiarire meglio. Nel caso di interpretazione estensiva, la suddetta proposta di anagrafe mestruale si adoperi per un monitoraggio capillare di ogni gravidanza sul territorio nazionale, amenorree comprese.

8.
Adottare le modalità del “Progetto Gemma” sul sostegno materiale alle gestanti in difficoltà e alle giovani madri di ogni nazionalità e status giuridico per la prima accoglienza e educazione dei bambini, con l’erogazione di consistenti somme per i primi trentasei mesi di vita dei figli.

Consistenti, quanto? Prego dettagliare il capitolo della copertura finanziaria.

9.
Applicare la parte preventiva e di tutela della maternità della legge 194. Potenziare in termini di risorse disponibili e di formazione del personale pubblico, valorizzando il volontariato pro vita, la rete insufficiente dei consultori e dei Centri di aiuto alla vita in ogni regione e provincia italiana.

Manca la voce sull’informazione contraccettiva riguardo ad una “procreazione cosciente e responsabile”, a meno che per “cosciente e responsabile” non si voglia intendere mettere in guardia la popolazione fertile maschile e femminile che, avendo rapporti sessuali, si possono avere gravidanze indesiderate e che non desiderarle è illegittimo.

10.
Triplicare i fondi per la ricerca sulle disabilità e istituire una Agenzia di tutela e integrazione del disabile in ogni regione italiana.

Per ogni neonato gravemente malformato, in effetti, è possibile esperire la giusta integrazione. I portatori di sindrome di Klinefelter, per esempio, potrebbero essere integrati tutti nella redazione de Il Foglio.

11.
Sostenere con sovvenzioni pubbliche adeguate l’attività dell’associazione di promozione sociale denominata Movimento per la vita.

Adeguate, quanto? Per esempio, se davvero non si vuole abrogare la 194, quanto denaro è necessario per pagare i militanti del Movimento per la vita perché presiedano a tempo pieno i centri dove si pratica l’interruzione volontaria di gravidanza? Bisognerà dotarli delle adeguate attrezzature, e non dimentichiamoci il cestino.

12.
Le risorse per il programma elettorale sono da fissare nella misura di mezzo punto calcolato sul prodotto interno lordo e verranno rese disponibili attraverso lo stanziamento di 7 miliardi di euro attualmente giacenti presso i conti correnti dormienti in via di smobilitazione e altri cespiti di entrata.

Con 7 miliardi di euro non si copre neppure la spesa per la raccolta degli assorbenti.




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29 febbraio 2008

Sarà inutile votare i radicali, anzi

Torno sulla questione che ho già affrontato in uno dei post precedenti, perché un lettore (giulipari@gmail.com) mi chiede di spiegarmi meglio.
Pensavo d’esser stato chiarissimo. Sostengo: sarà inutile votare i candidati radicali che saranno ospitati nelle liste elettorali del Pd. L’accordo tra le parti, infatti, assicura ai radicali l’elezione di due senatori e sette deputati, tre milioni di euro in cinque anni e un ministro in caso di vittoria. Con la vigente legge elettorale, il Pd può garantire ai radicali l’elezione di nove parlamentari solo sistemandoli abbastanza in alto nelle liste. Quanto? Il tanto che continui ad assicurare ai radicali due senatori e sette deputati, anche se il Pd dovesse conquistare consensi al minimo delle aspettative. Si badi bene, i candidati radicali saranno solo nove: se il Pd dovesse conquistare consensi superiori al massimo delle aspettative, sempre nove sarebbero.

Una parola sulle aspettative che sembrano le più legittime: il Pd dovrebbe perdere, forse di poco, chissà, di pochissimo, ma dovrebbe perdere. Quindi: votare i radicali nelle liste del Pd è perfettamente inutile.
Anzi, il non votarli ne aumenta il peso in seno alla compagine degli eletti del Pd: la loro opposizione avrebbe maggiore visibilità, e tutti sanno che in politica la visibilità paga, se non si esagera.

L’unica obiezione – che io considero assai debole, anche se in apparenza sembra fortissima – è la seguente: così si tolgono voti al Pd, sfumano le pur lontane possibilità di una sua vittoria e i radicali non avranno il loro dicastero.
Controbiezione: che ministero daranno alla Bonino? Non si è chiarito nell’accordo, quindi il Pd non è assolutamente tenuto a dargliene uno di importanza strategica per i radicali: sarà il solito dicastero che illustrerà ancora all’Italia e al mondo quant’è bella, quant’è brava e quant’è tosta la Bonino.
L’Italia e il mondo erano già stati illustrati al riguardo, prima dellaccordo: e questo ha dato qualche beneficio di rimbalzo su Pannella e D’Elia? È servito a un apparentamento che invece si è concesso a Di Pietro? È servito a far entrare nel programma qualcuno degli obiettivi dichiarati dei radicali nella scorsa legislatura? Non bastasse il programma sottoscritto, che i radicali possono aver firmato solo perché non c’era altra scelta, la Bonino non avrebbe comunque alcuna possibilità di impegno fattivo sui temi più cari all’elettorato radicale (giustizia, diritti civili, informazione, ecc.).
Dunque: perché votare il Pd per votare i radicali?

Mi auguro d’essermi spiegato meglio, stavolta.




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28 febbraio 2008

Caro Giulio

Caro Giulio, mi hanno fatto leggere quel tuo cazzutissimo pezzo su Il Foglio di mercoledì 27 febbraio (Perché penso non si debba mollare). Molto bello, complimenti. Solo due punti mi restano oscuri e ti chiedo lumi.
Scrivi: “La legge 40, la più realistica e positiva normativa in Europa sulla fertilizzazione in vitro, si può aggirare con un semplice viaggio, è un flatus vocis”. Ti chiedo: cosa proporresti perché non resti un flatus vocis, vietare alle coppie sterili di lasciare il territorio nazionale?
Di poi, chiudi il pezzo in questo modo: “Una cosa è certa, la coda fra le gambe non la vedranno. E ci puliremo le lenti con il loro sarcasmo”. Perfetto, direi. Forse sa un pochetto di miles gloriosus, ma via, se serviva a riscaldare la prostata al capo, può andare, bravo. Solo ti chiedo di chiarirmi meglio ‘sta cosa del pulirsi le lenti col sarcasmo. Ti riferisci al fatto che le pernacchie, anche quando fatte ad arte, qualche schizzetto di saliva non possono evitarlo?




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28 febbraio 2008

Scrivi, Malvino ti risponde

1. Caro Malvino, qualche settimana fa hai dichiarato che alle prossime elezioni politiche annullerai la scheda. Rimani della stessa idea anche dopo che i tuoi amici radicali sono candidati del Pd?

Massimiliano De Angelis


Caro Massimiliano, non vedo perché dovrei aver cambiato idea: sono gli stessi radicali a ripetere che Veltroni non vale più di Berlusconi, e che entrambi sono le due facce dello stesso soldo falso. Certo, mi fa piacere che ora non saranno tenuti fuori dal Parlamento, come rischiavano prima dellaccordo coi vertici del Pd, ma il mio voto a loro, proprio in virtù dei termini di quell’accordo, è superfluo. Ragiona insieme a me e dimmi se ho torto.
Qualunque sia il risultato delle elezioni del 13-14 aprile, ai radicali sono assicurati nove parlamentari. Voglio dire: nella inverosimile ipotesi che al Pd andassero così pochi voti da riuscire mandare solo due senatori al Senato e solo sette deputati alla Camera, i parlamentari del Pd sarebbero solo radicali, i patti sono patti. Insomma, pensandoci: non è indispensabile votarli, i radicali, a meno che uno non voglia contemplare l’ancor più inverosimile ipotesi che il Pd non riesca a mandare in Parlamento neanche nove dei suoi candidati. E questo è ancor più inverosimile, perché, ad esempio, i teodem piglieranno un sacco di voti: saranno loro, al mio posto, ad assicurare che al Pd vadano almeno nove seggi tra Camera e Senato.
Anzi, visto che è molto poco probabile che il Pd batta il Pdl, conviene non votarli, i radicali: meno numerosi saranno gli eletti nelle liste del Pd e più importanza relativa avranno i nove radicali eletti, più forte sarà la loro voce tra le varie componenti del maggior partito di opposizione.
Nel caso il Pd vincesse le elezioni, certo, ai radicali andrebbe anche un ministro, ma comunque non più d’uno. Dovrei votare Pd per cosa?


*

2. Caro Malvino, in un tuo recente post hai argomentato sul fatto che il cosiddetto cattolicesimo liberale, sia un ossimoro. Politicamente parlando, buona parte del centro si definisce cattolico liberale, marcando così le distanze dalle forze laiche e (più autenticamente) liberiste. Ma anche la sinistra è un ossimoro, giacché al suo interno convivono componenti socialiste e liberali. Lo stesso dicasi per la "destra", ove albergano destra sociale e destra liberale. Tutta la politica italiana si fonda, dunque, su un gigantesco equivoco, una contraddizione, un ossimoro appunto: si continua a far credere agli italiani che il modo corretto di leggere la mappa politica, di “distinguere”, sia nel senso sinistra-destra, mentre la differenza più significativa è ormai quella che da sinistra a destra contrappone i liberali, rispettivamente, ai socialisti, ai cattolici, alla destra sociale.
Non credi siano maturi i tempi per “rovesciare il tavolo” e cominciare a chiamare le cose con il loro vero nome, a partire dal Partito Radicale, che, se è vero che è "liberale, liberista, libertario" non si capisce perché debba continuare a chiamarsi “Radicale”? Non crede che se un Partito Liberale riuscisse ad aggregare tutti i liberali di destra, di centro e di sinistra, costituirebbe probabilmente una forza politica tutt’altro che marginale? Non crede che i vari “ismi” (comunismo, fascismo, clericalismo, ecc.) si possano combattere meglio e con trasparenza per gli elettori, distinguendosi nettamente da essi piuttosto che cercando convivenze improbabili? Per quanto mi riguarda, sarebbe questo l’unico vero cambiamento nella politica italiana, non quelli paventati dai leader dei principali partiti attraverso il rimescolamento delle solite carte... Cordialmente,

Remo Montanari


Caro Remo, hai ragioni da vendere in questa tua, ma l’operazione – tutta l’operazione – non può nascere dai radicali, ci sarebbe bisogno di una costituente liberale, ma già da lì sorgerebbero i problemi, perché molti (sedicenti) liberali italiani sono collusi con gli “ismi”. Credimi, questo paese non merita ancora un Partito liberale.




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28 febbraio 2008

E' inutile, il blog è un’arte imperfetta

Aprendo la pagina di questo blog potete udire la voce di questo tenorino (Anthony Rolfe Johnson) che canta un’aria di Vivaldi. Ma non potete udire il blogger che gli fa il dovuto contrappunto da baritono, di terza e di quinta.
Dice: ma lo spartito originale non lo rende dovuto. Insensibile, lo spartito originale non esiste.




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28 febbraio 2008

Compito in classe, nessuno può mancare

Qualcosa sulla castrazione chimica bisognerà pur dirla, sennò la nicchia in cui sta sistemato questo blog mi diventa troppo piccola.
Comincerei col dire che tutto sta nel “chimica”. Voglio dire che dinanzi all’orrore di un atto pedofilo la voglia di castrare col caro vecchio sistema può venire a chiunque, leghista o no, perché viene dall’innato sentimento di giustizia che nel profondo dell’animo umano sta azzeccato all’innato sentimento di vendetta: “chimica” ammorbidisce la vergogna d’esserti fatto scappare “castrazione” come soluzione al problema, e ti permette di proporla come soluzione scansando l’orrore del doverti dare una risposta a fronte di chi ti chiede: “E se fosse un figlio tuo, la vittima di un atto pedofilo?”. Per questo si fanno i figli, per questo vogliono che tu li faccia: perché tu ti possa più facilmente mettere nei panni di quelli che li hanno.
Dunque: tutto sta nel “chimica”. Tutti sanno che un pedofilo non guarisce mai, che solo neutralizzandogli la libido si può evitare faccia scempi, eppure immaginare di tenerlo segregato a vita o di ablargli i testicoli (ma, poi, alle donne pedofile?) o di cauterizzargli l’amigdala – ci darebbe altro orrore.
Ecco il punto: a noi disturba l’orrore, ciascuno di noi lo fugge come una mosca in un bicchiere capovolto.




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28 febbraio 2008

[...]

“È facile cogliere, in filigrana, il nocciolo profondo di questo ragionamento” (Angiolo Bandinelli, Il Foglio, 28.2.2008). L’accostamento di due metafore, soprattutto se una è superflua, genera sovente gustosi spropositi.




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28 febbraio 2008

[...]

[Non ho avuto tempo per postarlo ieri, ma oggi vale la pena. Soprattutto: con dedica.]

Alla lista per la meritoria moratoria il sondaggio commissionato da Il Foglio dava fino al 6%, ma forse le domande erano poste male, o forse il campione degli intervistati era particolarmente mattachione, perché oggi la più incoraggiante previsione è allo 0,5%, meno di quanto fece il Partito dell’Amore di Riccardo Schicchi nel 1992 (0,69%). “L’ipotesi di un insuccesso – scrive Giuliano Ferrara – a me personalmente non importa”, ma lo prende “uno scrupolo”, ora, e gli viene “un tentennamento”. “Fatemi sapere”, scrive.

Guardi, signor direttore, io adesso non posso trattenermi, perché devo andare al lavoro, sennò le avrei dato il mio consiglio, prolissamente argomentato. Ma ho alcune gravide, stamane, che vogliono sapere se il bambino in pancia è biondo o bruno, e prima delle 14.00 non posso liberarmi perché, ad ogni bruno che becco, giù lacrime. Però, se mi sbrigo in fretta, le prometto: le mando una dozzina di letterine da altrettanti account, vibranti il giusto, toccanti pur di più. Insomma, vada avanti: questo è il mio parere.




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28 febbraio 2008

Album / 1



























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27 febbraio 2008

L'alternativa è a portata di mano

Su Famiglia Cristiana leggo: «I radicali hanno una concezione “confessionale” della loro identità». L’ho scritto anch’io, un anno fa. L’ho scritto per mesi, argomentando fino allo sfinimento e usando toni assai vivaci, chissà, forse troppo. Potrei scriverlo anche oggi, anche se molto probabilmente userei toni diversi, articolando le mie ragioni senza l’affanno di chi cerca lo sfinimento. Ma il problema non è questo, non sto qui a lamentarmi che Famiglia Cristiana non mi abbia citato a pie’ di pagina.
Neanche voglio porre il problema di quanta faccia tosta sia necessaria per rimproverare ai radicali di avere «una concezione “confessionale” della loro identità», quando il rimprovero parte dalle pagine di un “settimanale cattolico”, in tutto supino a un vertice confessionale che può far vacillare la direzione del periodico, anche per la sola pubblicazione di un culo nudo nella réclame di arredi per stanze da bagno. No, voglio dare per scontato che il rimprovero di Famiglia Cristiana ai radicali sia legittimo e originale.

Piuttosto mi chiedo: siamo o no in presenza, qui, dello stesso genere di polemica che accende in Massimo Introvigne il delirio da segugio antisette, per conto della setta più potente che ci sia? In altri termini, qual è la preoccupazione di Famiglia Cristiana?
Scrive:
«La Dc non è mai stata un “partito cattolico”, cioè confessionale», e scrive che i radicali lo sono. Starà mica paventando che il confessionalismo dei radicali possa occupare le sterminate langhe di aconfessionalità del Pd? No, dev’essere che il cristianesimo di Famiglia Cristiana ha diversi analoghi in quella ho definito “eresia cristiana” dei radicali.

Il fatto che la rivista cattolica più laica di tutte configuri così, per il Pd, una minaccia di tipo confessionale da parte (chessò, non dei teodem o della setta misteriosofica di Odifreddi o di qualche massone spiccio, ma appunto) dei radicali – con rispetto parlando – che figata!
Dunque, ha ragione il vecchiaccio, mille volte morto e mille volte resuscitato: quei nove parlamentari radicali andranno come apostoli a diffondere il Verbo in loro incarnato, il Pd è terreno vergine dove non c’è manco lombra di un verbo (eventualmente avverbi: tipo “pacatamente”, “serenamente”…), la semina sarà grande e poi lo “scisma sommerso” aprirà una voragine, e la simonia ci finirà dentro…

Brrr, ho i brividi: Famiglia Cristiana e Marco Pannella fanno il concavo e il convesso della stessa alternativa. Epocale, peraltro: roba da Era dell’Acquario.
Solo che per Famiglia Cristiana questa alternativa non si prefigura molto nonviolenta.
Vuoi vedere che, batti e ribatti con quella che credevo una stronzata (lo scontro finale tra spiritualità e religione), i cardinali finiranno per impiccarsi tutti da soli?




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27 febbraio 2008

Sbrigatevi a intervenire, Eminenze

    

Il 22 settembre 1995, “dopo numerosi incontri, tutti caratterizzati da grande e amichevole franchezza nello scambio delle idee”, il Comitato nazionale per la bioetica [Cnb] giunge “all’approvazione unanime” di un
documento nel quale si afferma “che non vi siano motivazioni bioetiche per porre in dubbio la liceità della terapia elettroconvulsivante [Tec] nelle indicazioni documentate nella letteratura scientifica”. Le indicazioni sono la schizofrenia e le psicosi maniaco-depressive, la terapia è quella più comunemente nota come elettroshock, nome anglosassone ma padri italiani (Ugo Cerletti e Lucio Bini, 1938).
Settant’anni di storia, in gran parte difficile, e soprattutto in Italia:
Franco Basaglia – il medico che egemonizzerà per quasi tutta la seconda metà del secolo scorso la cultura psichiatrica italiana – bolla la Tec come mero strumento di tortura tra quelli che fanno il manicomio, sinonimo più di carcere che di ospedale. “Un malato di mente entra nel manicomio come «persona» per diventare una «cosa»”, dice; dice che l’elettroshock tratta il malato come un televisore cui si dà un pugno per risintonizzarlo. Con il parere positivo del Cnb del 1995, oggi la Tec è già praticata in Italia, ma evidentemente con dei limiti, che un autorevole consesso scientifico chiede ufficialmente di rimuovere (Roma, 21.2.2008): “La Tec costituisce tuttora il più efficace trattamento delle sindromi depressive (soprattutto quelle più gravi), psicotiche e con più alto rischio di suicidio. Con la tecnica moderna della sua applicazione gli effetti indesiderabili sono irrilevanti” *; “In tutto il mondo è una terapia accettata e riconosciuta. Da noi è diverso, il motivo è presto detto: Ugo Cerletti e Lucio Bini la inventarono negli anni Trenta, nel pieno dell’epoca fascista, e da allora la Tec ha sempre avuto la stessa etichetta politica. Invece si deve poter fare, nei casi in cui i medicinali non hanno efficacia” *. È efficace? Pare di sì. “In Germania c’è un posto attrezzato per l’elettroshock ogni 500 mila abitanti, in Belgio ogni 333 mila, in Gran Bretagna ogni 373 mila, in Olanda ogni 465 mila. E poi picchi nordici: in Norvegia uno ogni 104 mila abitanti, in Finlandia uno ogni 130 mila […] In Italia ci sono soltanto 9 strutture psichiatriche dove un paziente può essere trattato con la Tec” *. E allora perché, proprio qui in Italia, no?

Per trattare un disordine della conduzione cardiaca (flutter, fibrillazione, ecc.), si accetta – senza obiezioni morali – che il malato venga sottoposto allo shock elettrico di un defibrillatore, e in molti casi il cuore riprende a ribattere come deve: risintonizzazione violenta, potremmo dire. Le documentate rassicurazioni che sono nella petizione al Ministero della Salute firmata da autorevoli psichiatri lo scorso 21 febbraio non spengono obiezioni che però possono ormai essere considerate esclusivamente morali, senza perciò volerle destituire di importanza.
Il cervello mal sopporta l’analogia col cuore, per quanto riguarda la Tec; e il cuore mal tollera che il cervello venga trattato come una cosa, per quanto riguarda il sentimento che piglia dalla trascendenza la forza per opporsi ad ogni cosificazione. Questo sentimento è tradizionalmente curato dal magistero della chiesa cattolica, e si spiega il ritardo dell’Italia rispetto agli altri paesi europei – tutti più protestanti che cattolici – rispetto al revival della Tec nei protocolli di terapia psichiatrica.
Quando la tradizione cura un sentimento, ne fissa le rappresentazioni in cifra culturale: qui, il cervello diventa la ricetrasmittente fisica di tutto quanto è metafisico, lo attraversa il flusso trascendente-immanente, è il cervello che si arrende a Dio, è il cervello che lo rifiuta. Il magistero cattolico non si oppone più ai trapianti d’organo, ma se fosse possibile il trapianto di cervello…?
Solo cosificando il cervello, si fa della persona una cosa: il sentimento curato dalla tradizione cattolica fa del cervello un organo intoccabile (la morale cattolica, che sedimenta in luogo comune culturale, tollera che sia toccato solo per rimuovere quanto lo insidi, tumori, ematomi, ascessi, ecc.). Eppure, in quel Cnb del 1995 sedevano illustri personalità della cultura cattolica, ed oggi nessun cattolico di peso condanna la petizione in favore della Tec.

Qualche tentativo di trapianto di cervello è già stato fatto, sulla scimmia (Robert White, 1970), con risultati ancora troppo poco lusinghieri per tentarlo già sull’uomo, ma non si può mai sapere. Con quale argomentazione il magistero della chiesa potrebbe dichiararlo moralmente illecito, se oggi non leva tempestivamente la sua voce contro l’elettroshock?
Potrebbe considerarlo come “trapianto di tutto il resto del corpo”: il cervello non sarebbe ospitato da un corpo, ma sarebbe esso stesso l’ospitante. Sì, ma dovrebbe essere rivisto il dogma della resurrezione della carne.

Sbrigatevi a intervenire, Eminenze: lasciare che la Tec venga considerata cosa eticamente ammissibile e moralmente accettabile dal magistero della chiesa vi comporterà grosse grane, se non nell’immediato, tra trenta o quarant’anni, forse meno. A istinto, non vi turba che la cosa abbia successo proprio nell’Europa più secolarizzata e che la “mentalità cattolica italiana” l’abbia così a lungo rifiutata come pratica di cosificazione?
Aguzzate l’occhio: la Tec non è stata mica criminalizzata perché considerata strumento della “medicina fascista”, la “mentalità cattolica italiana” ha impastato la lezione umanistica di Franco Basaglia alle suggestioni sentimentali di Qualcuno volò sul nido del cuculo (Milos Forman, 1975); c’è qualcosa di intimamente cattolico nell’accettare una defibrillazione cardiaca e rifiutare una Tec, non potete non cavalcarlo, vi dovrebbe bastare l’istinto.
La ragione, poi, vi dovrebbe far tremare al pensiero di una letterina alla Congregazione per la Dottrina della Fede che chieda parere sul destino del corpo del donatore, alla fine di tutti i tempi.
Inoltre: una depressione, per quanto grave, non sarebbe sconfitta da una piena conversione? E quanti psicotici dovreste beatificare, o sottoporre a esorcismo, per vedervi depolarizzata tutta la loro fede? Siete disposti a tollerare che anche un solo psicotico, molto devoto prima di un ciclo di Tec, perda la fede?




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26 febbraio 2008

Appunti per una risposta cui non sono dovuto a forma compiuta prima di dieci mesi

1. Alla fine dell’Ottocento l’abate teramano Giacinto Pannella – prozio dell’omonimo che oggi tutti chiamano Marco – scriveva: “A perdita d’occhio alberi per una superficie di trenta chilometri quadrati, senza alcun sentiero. Dovevamo farci strada con la scure e la roncola, tra i tronchi e i virgulti, tra i rovi, le piante e le erbe arboree”. Descriveva un’escursione nelle foreste del versante orientale della Laga e – se buon sangue non mente – non si fa fatica a immaginare il modo in cui impugnasse la scure e menasse la roncola per farsi strada, per aprirsi un sentiero. Era un cattolico liberale, e ogni tanto, nelle innumerevoli occasioni che ha per raccontarsi, Marco lo rammenta con la tenerezza e la devozione che è dovuta ai Penati.
Il cattolicesimo liberale – una cosa grossissima e per molti versi tragica – nasce come ossimoro strenuamente avversato da Leone XIII fino a Pio XII e diventa, nel secondo Dopoguerra, una corrente eretica che, dopo ogni scomunica, cambia nome – dal Modernismo alla cosiddetta “chiesa del silenzio” al cosiddetto “scisma sommerso” – a volte tollerata dalle gerarchie ecclesiastiche fino a qualche concessione, sempre tardiva se non postuma (Rosmini, Manzoni, Lambruschini, Gioberti, ecc.), a volte espulsa con la santa cura di cui esse sono capaci quando lo ritengono necessario fino al vitale.
“Cosa grossissima e per molti versi tragica”, dicevo. Ma dicevo pure “nasce come ossimoro”, perché – carte alla mano – che c’è di più contraddittorio tra il liberalismo e il cattolicesimo?

Non voglio esser frainteso: dirò subito che una contraddizione può ben farsi storia e muovere gli uomini a mischiare i contrari, intrecciandone e dipanandone gli specifici, generazione dopo generazione, su quanto la politica e il vissuto offrono loro. È un termine, e insidioso, ma chiamiamola pure dialettica storica. Ma nulla è più contraddittorio tra ciò che in radice è totalitario come il cattolicesimo e ciò che in radice è democratico come il liberalismo; e che contraddittorio rimane, se non facendo all’uno o all’altro, rispettivamente, la violenza profana del destituire d’ogni legittimità il primato petrino che esige la piena obbedienza o la violenza sacra del destituire d’ogni legittimità il primato dell’individuo che esige la piena libertà, anche di errare. È assai più ircocervo il cattolicesimo liberale che non il socialismo liberale, ammettiamolo una volta per tutte.
Come si può pretendere di fare del bene alla chiesa, conducendola a recuperare interiorità e spiritualità col toglierle la mira di una restaurazione della società cristiana? Cristo, o è Re o è niente. Ne deriva che la libertà di coscienza, di espressione e di associazione sono inaccettabili (Mirari vos, 1816) o accettabili solo a certi ben precisi patti (Gaudium et spes, 1965): tutto il resto è protestantesimo che fa fatica a dichiararsi tale, addirittura ne ha orrore, e – dal de Lamennais fino ad oggi – s’illude di convincere il trono di Roma ad un cristianesimo egalitario e sociale, democratico. La chiesa può tollerare la democrazia, senza dubbio, ma solo fino a un certo punto; e la tollera come riesce a tollerare anche la dittatura. Se entrambe – democrazia e dittatura – le dànno agio di prosperare, non fa differenza tra le due.
Solo i cattolici liberali sono convinti che Cristo possa dare le sue migliori performances in una società compiutamente democratica, perché credono nella possibilità di una democrazia compiuta, finale, come fine raggiunto, eutopico.

2. Arriva una risposta alla questione che avevo sollevato dieci mesi fa con le ragioni che allegavo alle mie dimissioni dalla Direzione nazionale di Radicali italiani. Roba vecchia, quasi non ci pensavo più. Nemmeno ne parlerei, oggi, se la risposta che mi è stata data non avesse – come l’attualità politica italiana si incarica di farle avere – un significato che va oltre lo specifico che le davo, dieci mesi fa. Un “oltre” che però configuravo chiedendomi se i radicali non avessero in mente – cioè nella mente del pronipote dell’abate Giacinto Pannella – una soluzione di tipo “cattolico liberale” al “Caso Italia”.
Marco mi cita una mezza dozzina di volte tra l’intervento che chiude il Comitato congiunto di Radicali italiani e dell’Associazione «Luca Coscioni» (Hotel Ergife, 23-24 febbraio 2008) e la seguente conversazione domenicale (Radio Radicale, 24 febbraio 2008): per ripetermi che
sarà tra Spiritualisti e Religiosi lo scontro finale” e che anche un ateo incallito come me, che si copre di sfoghi cutanei al solo sentir parlare di spiritualità, è in fondo in fondo in fondo uno che ha una sua spiritualità, almeno il tanto che possa bastare a farsi sentire ben rappresentato da un Pd che, per bilanciare al meglio la clericale Binetti e vil materialista Oddifreddi, si premuri di un sottosistema di bilanciamento che, insieme ai radicali e a Veronesi, includa il priore Enzo Bianco, monsignor Vincenzo Paglia e quel sant’uomo di Andrea Riccardi della Comunità Sant’Egidio.

È una sfida affettuosa, che Marco mi lancia lanciandola alla numeraria dell’Opus Dei che è in forza alla “cosa nuova” veltroniana, che al momento è un pezzo di regime, poi si vedrà: “Binetti, sta’ attenta, perché io, ho un elenco così della chiesa che sta diventando la chiesa del silenzio, in Italia e in Europa… Un elenco così a cui affiderei le sorti di un Partito democratico moderno, laico. […] Noi in fondo siamo i primi e gli unici che hanno portato nel Parlamento della Repubblica una suora, suor Marisa Galli. Hai capito, Binetti?”.
Non so se la Binetti ha capito, ma io sì. E la risposta è no: rimango dell’idea che un cattolico è un obbediente al papa, o non è.

Scrivevo ieri:
I radicali si considerano la miglior occasione per i loro stessi avversari, se lo ripetono continuamente dicendo che cattolici e comunisti hanno dato il meglio della loro storia quando le loro plebi hanno tradito le loro [rispettive] gerarchie [col modo in cui hanno risposto] ai referendum del secolo scorso”. Il secolo scorso ancora illudeva qualche cattolico liberale, illuso già di suo da una lettura troppo allegra del Concilio Vaticano II, che la chiesa di Roma potesse rinunciare ai suoi tanto frustrati progetti di Reconquista. Poi è venuto Karol Wojtyla, poi è venuto Joseph Ratzinger.

3. “Intensamente cristiano” (per usare l’ottima definizione che Adriano Sofri ha dato di Marco Pannella), eretico che rimanda al mittente l’accusa di travisamento dell’unico cristianesimo possibile kata olos che sta in tutte le encicliche “sociali” dalla Rerum novarum a quella che Benedetto XVI sta per sfornare (mettendoci il sovrappiù dell’accusa di simonia, di feticismo, di materialismo), Marco Pannella è convinto che l’anticlericalismo basti ad estirpare dalla società italiana il marcio che invece, a mio modesto avviso, sta tutto nel modello antropologico cattolico che Roma ha costruito da quando il papa è stato espropriato del suo Stato Pontificio.

La mia risposta a Marco rimane quella del 4 aprile dell’anno scorso:
Rimango militante, quasi certamente rinnoverò la mia tessera per anni e anni (e un modo di augurarmi e di augurarvi che il soggetto politico abbia lunga vita). Ma non riesco a condividere la filosofia di Marco Pannella e giacché, per essere ‘organicamente radicale’ bisogna giocoforza essere pannelliano, non posso più dirmi radicale”.
Poi, sì, certo, come Massimo Bordin faceva notare a Marco nella conversazione di domenica 24 febbraio, non c’è bisogno di illudersi che cattolici e comunisti possano diventare liberali attraverso qualche convergenza “laica” (di cui i radicali dovrebbero essere i catalizzatori) per capire che il Caso Italia è – in radice – la vecchia e mai risolta Questione Romana. Non si risolve nella “resa di conto” tra Spiritualisti e Religiosi, a mio avviso, ma nell’emancipazione dal sociale come ipostasi del sacro.

Siamo al punto di partenza, e anche alla parte più sgradevole della faccenda che portò alle mie dimissioni: siamo al punto in cui dobbiamo decidere se “laico” è semplicemente “tutto quanto non è clericale” o se invece non sia una specie della liberaldemocrazia affrancata da ogni irrazionale superstizione che rivendichi una sua prerogativa, foss’anche come mero portato culturale, nel sociale. Siamo, insomma, al solito punto: o la persona (e allora la comunità incarna un sacro) o l’individuo (e allora la comunità fonda su un diritto che non le è antecedente, e che dunque si fa legge attraverso un metodo che ben conosce la maledizione della eterogenesi dei fini).

[3bis. Ma tutto questo piglia ragione primissima – come ogni cosa, d’altronde – in una scelta di fronte ad un dilemma logico, quello che lega il sacro al mistero. Per alcuni – quelli che sono afflitti dalla malattia metafisica – il mistero è sacro perché quello che non si conosce è comunque conoscibile, se dalla mente dell’uomo, da una mente superiore, che pure è a sua immagine (immagine della mente d’uomo): per tradizione, questo accidente del necessario è il sacro; è in questa consolazione che la tradizione spiritualista risolve il terrore dell’ignoto. Per chi non ha quella malattia, l’ignoto è mistero riducibile, anche se non in assoluto (perché nulla esiste in assoluto, sennò sarebbe il tutto): l’assoluto è un artefatto, è il riverbero cortocircuitante della volontà che rimbalza e rimbalza contro ciò che le oppone resistenza.
È perciò che la secolarizzazione è un processo inarrestabile senza arrestare la volontà dell’individuo, eliminandolo, o imbrigliandolo nella rete di regole di ruolo e di funzione che lo statuiscono a persona.

Per il pronipote dell’abate, il mistero deve essere sacro anche per me, perfettamente ateo, non può essere altrimenti: per lui, dovrebbe essermi impossibile togliere il sacro dall’ignoto, facendo così venir giù tutto ciò che è sacro. Senza il sacro non c’è dignitas, la creatura risulta disarticolata dalla relazione che la crea, e come si fa? Vorremo mica buttare merda sui liberali italiani, sempre a strusciarsi il culo con i cattolici, i comunisti e i fascisti (ahiloro, per necessità e – toh, guarda – per sopravvivere), per esaltare invece i liberali della perfida Albione, materialisti e algidi, assai poco compassionevoli, scientifici piuttosto, perfino utilitaristi?
È inutile chiedere al pronipote dell’abate se abbia più caro Benedetto Croce o Bertrand Russell. Fategli leggere questa roba:
Quando si tratta di cogliere il rapporto tra il corpo e la persona, l’essenza del problema consiste per tutti, non esclusi i materialisti, nella giusta subordinazione dell’esteriorità visibile del corpo all’interiorità visibile”, vedrete approverà, è ileomorfismo, lo stesso di Karol Wojtyla dal cui Persona e atto ho tratto il virgolettato (III, 5, 483).
Ma non voglio tediare il mio lettore: torno al sangue e alla merda di questa dura vita radicale, a come tutto questo c’entri con la decisione di entrare in parlamento come uomini del Pd (poi, è ovvio, una volta entrati, la Costituzione parla chiaro: l’eletto è eletto dal popolo, la lista era solo uno strumento di democrazia, stop).]

4. Ho ben presente innanzi a me l’Italia com’è, quella che vorrei non me la distorce minimamente. Il tutto e il suo contrario, che stanno dentro alla comoda definizione di “nazione (culturalmente) cattolica”, non mi fanno sottovalutare la finezza di un disposto strategico-tattico che passi attraverso la rottura del blocco restauratore che vorrebbe saldare sull’asse del magistero la gerarchia ecclesiastica al gregge dei credenti che dànno senso alla sua pastorizia.
È facendosi compagni di strada di suor Marisa Galli, ieri, e del priore di Bose, oggi, che si incrementa lo “scisma sommerso”? È così che si scardina il Papato dal di dentro restituendo alla “spiritualità laica”, alla “religione laica”, il popolo dei “laici” libero dal giogo clericale? Stiamo alle rappresentazioni da anticlericalismo cattolico? Francescano? Siamo all’ecumenismo democratico?
Propongo il prossimo congresso ad Assisi, si inviti il Dalai Lama, si cerchi una metafora che possa andar bene per tutti gli uomini di buona volontà, quelli che credono nella resurrezione della carne, quelli che credono nella reincarnazione e quelli che semplicemente credono nel semplice cambio di crisalide del solito “specifico italico”.
Dàmose da fa’, volèmose bene – fàmo er Partito democratico – fàmolo noi radicali.




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26 febbraio 2008

Nostalgia dell'Oriana

 

Non so voi, ma io sento un vuoto: l’Oriana è morta troppo presto, chissà che formidabili pagine ci avrebbe regalato in difesa dell’embrione, se fosse stata viva oggi che impazza la moda di considerarlo persona. Con l’embrione, lei, ci parlava fin dal 1975 (Lettera ad un bambino mai nato, Rizzoli) e gli faceva lo stesso discorsetto che il Giuliano gli avrebbe fatto tre anni dopo, mentre accompagnava la Raffaella ad abortire a Londra: “Caro embrione, caschi male, al momento mi sei d’impiccio”. Oggi, l’Oriana ci avrebbe deliziato con una riparazione morale certamente più sfarzosa di quella del Giuliano. Chissà, forse avrebbero anche litigato, perché gli atei devoti entrano sempre un po’ in attrito tra di loro quando c’è gara a chi lecca meglio il culo al papa, come dimostrano gli scazzi tra il Giuliano e il Marcello. L’Oriana sarebbe partita avvantaggiata – aveva già incontrato Benedetto XVI, in privato per giunta, e poi era donna, che ha il suo buon peso – ma l’handicap avrebbe eccitato il Giuliano, il quale – c’è da scommetterci – avrebbe dato il meglio di sé stesso, che poi è il peggio. Chessò, avrebbe imputato proprio alla Lettera dell’Oriana buona parte dell’ottuso cinismo postmoderno che rimuove l’orrore di un omicidio in un esercizio di sentimentalismo, quando lo fa. L’Oriana avrebbe avuto convulsioni, schizzando pus letterario a grumi. O, chissà, avrebbero fatto coppia, con strazianti duetti. Insomma, ne avremmo letto delle belle. E ce le siamo perse.




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25 febbraio 2008

La trasparenza paga sempre

Fossi in Daniele Capezzone, renderei finalmente noti i termini del suo accordo con Silvio Berlusconi. La trasparenza paga sempre e scoraggia proprio quei pm sempre pronti a quella che proprio Daniele Capezzone ha recentemente definito “jihad giudiziaria”.




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25 febbraio 2008

La rincorsa prima del salto della staccionata

“Nel corso degli anni Novanta un certo pensiero di sinistra ha abbondonato il retaggio dell’internazionalismo trotzkista per concentrarsi sull’esaltazione dell’etica e dell’estetica comunitaria. In tal modo si è cercato di esaltare la gastronomia regionale, la musica e la cultura del luogo […], gli idioletti di ogni genere e origine. Tale vicenda che intreccia insieme cultura, arte e politica può essere esaminata a partire dalla parabola esistenziale di Giovanni Lindo Ferretti che ha attraversato gli anni Ottanta con la grandiosità e l’irriverenza di un innovatore […], gli anni Novanta invischiandosi nelle acque torbide della tradizione […], il nostro presente con un panegirico sulle sue radici di montanaro mistico che scopre la «sensazione liberatoria di votare per la destra». Tale evoluzione ci aiuta a capire come la svolta reazionaria abbia vissuto un periodo di gestazione proprio nei presupposti di quel pensiero «da sinistra» che nell’arco degli anni Novanta le aveva provate tutte – dall’esotismo più disperato alla nostalgia per qualsiasi passato – nel tentativo di contrastare il mondo senz’anima imposto dalla tecno scienza e dalla globalizzazione. Lì si sono formate sacche di resistenza ma anche leader di opinione che hanno usato come un grimaldello intellettuale alcuni discorsi, allora innocui, sul ritorno «al sangue e alla terra», ai valori forti della famiglia e della religione, pubblicizzandoli in maniera esasperata. Quando la svolta cruciale della nuova fase storica ha messo in evidenza l’eccessivo ottimismo di quel periodo, diffondendo l’allarme generalizzato per la nuova «società del rischio», allora in molti hanno saltato la staccionata e sono andati a collocarsi nello schieramento di destra”

Nello Barile,
La mentalità neototalitaria,
Apogeo 2008
- pag. 38




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25 febbraio 2008

Evoluzionismo

Baciare l’anello a qualcuno segna unevoluzione rispetto al leccargli il culo?




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25 febbraio 2008

Avremo di che parlare fino alla metà di aprile

Il primo giorno, sabato, il naso del cronista registra un umore “non entusiasta, ma non contrario” [1]: i radicali che sono venuti allErgife per esprimersi sullaccordo col Pd non hanno il cuore in festa – il veto posto sulle candidature di Marco Pannella e di Sergio D’Elia, chissà se più o meno del sine qua non sulla rinuncia a presentarsi con il loro simbolo in una lista collegata, li deprime – ma che altro possono volere? Possono volere di star fuori dal Parlamento? Senza loro in Parlamento, dopo il 13-14 aprile, chi ci sarebbe a spendersi in loro vece?
Non è faccenda di mera sopravvivenza di una tradizione politica, c’è di mezzo il tutto: i radicali si considerano la miglior occasione per i loro stessi avversari, se lo ripetono continuamente dicendo che cattolici e comunisti hanno dato il meglio della loro storia quando le loro plebi hanno tradito le loro gerarchie, ai referendum del secolo scorso. Ma non è più tempo di battaglie senza avere almeno un piede in una commissione, in un ministero, in tv: fuori dal Parlamento perfino le guerre culturali nascono perse, come insegna la candidatura di Ferrara, ora che il finanziamento pubblico de Il Foglio esige una nuova ragione sociale.
Senza i radicali, chi ci sarebbe a spendersi in loro vece in una commissione, in un ministero, in tv? Ci sarebbero i radicali che stanno nel Pdl? Quelli sostengono, per esempio, che laicità e diritti civili sono argomenti secondari rispetto alla riduzione delle tasse e, quando si discute di aborto o di pillola del giorno dopo, ormai sbuffano seccati. Perché seccarli?
Senza questi radicali – quelli che continuano ad essere tollerati di più dai buoni a nulla che dai capaci di tutto, purché si presentino senza bandiera il regime” sarebbe piatto e opaco, senza increspature. Incresparlo, è la parola dordine che passa, domenica, il giorno dopo: unanime il sì, perfino entusiasta ma con un retrogusto amarognolo.
È poco quello che la loro delegazione ha potuto strappare ai vertici del Pd? Chissà, per tutti pare sia fin troppo: per i teodem, innnanzitutto; e per i socialisti, che sono rimasti fuori; e per i radicali che hanno ottenuto molto di meno scegliendo il Pdl; e per chiunque altro li considera da sempre sovrastimati per peso. Ma allora cosè successo? Cos’è che ha fatto inghiottire l’amaro boccone?
A noi non propongono mai nulla, perché sanno che cè il rischio che laccettiamo [2], e allora perché stavolta al loft hanno offerto loro 9 parlamentari e la dote di supporto?
Se ora Veltroni non considera necessario bilanciare con alcunché lingresso dei radicali nelle liste del Pd, come gli chiedono i teodem, cosa intendeva bilanciare facendoli entrare?

Qui, solo le domande. Avremo di che parlare fino alla metà di aprile.



[1] Massimo Bordin, Radio Radicale, 24.2.2008
[2] Marco Pannella, Radio Radicale, 24.2.2008




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23 febbraio 2008

Le provinciali

La blogosfera italiana dibatte su questioni del tipo: se la blastocisti sia più persona della morula; se Ronaldo sia più friabile della ricotta; se De Mita sia più anziano di Veronesi; ecc.
Schiaffo morale, s’incarica di darcelo Maria Laura Rodotà, dal Corriere della Sera di venerdì 22 febbraio: i blogger statunitensi dibattono se McCain sia un “arzillo vecchietto” o un infedele vessillifero dei valori cristiani. Le solite, eterne differenze tra Provincia e Impero.




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23 febbraio 2008

"Brami le mie catene e mi rinfacci" (Griselda, Atto I)

Nel corso degli anni, alla spicciolata, alcuni radicali hanno voluto e avuto sistemazione nel centrodestra: Elio Vito, Marco Taradash, Peppino Calderisi, Benedetto Della Vedova, Daniele Capezzone, Federico Punzi e altri di minor conto, sennò me li ricorderei, che oggi stanno tutti nel Pdl. Di lì, oggi, essi rinfacciano agli altri radicali d’aver voluto e avuto una sistemazione in blocco nel Pd, e non fanno alcun mistero di invidiare la loro sistemazione, ma avviluppano l’invidia in un biasimo che sottintende: “Siete stati anche voi degli opportunisti, come dicevate di noi, ma la vostra opportunità – cazzo!”.
Per citare uno di loro, l’unico che non si fa scrupolo di parlare invece di sottintendere:
Una signora offerta quella del Pd, di quelle che non si possono rifiutare […] E i radicali, con lo stile che li contraddistingue, si sono persino permessi di accettarla mostrando di turarsi il naso […] Ma non c’è ombra di dubbio che quella di ieri notte sia stata la decisione più sensata” *.
È Federico Punzi, che fra tutti i radicali che hanno voluto e avuto sistemazione nel centrodestra è quello che a mio modesto avviso ha sempre avuto l’onestà intellettuale più grossa; lo scrive su una rivista che s’è molto spesa in passato sull’opera di molti illustri pensatori liberali, tipo Julius Evola, Carl Schmitt e Leo Strauss: “Bravi i radicali, dunque, ma anche favoriti da una congiuntura positiva”, e che disdetta, cazzo, eccetera.
A dirla con Griselda, i radicali che hanno voluto e avuto sistemazione nel Pd potrebbero dar aria in un “Brami le mie catene e mi rinfacci… Credimi tu sei stolto, e non ti intendo…” (RV 718).

Vado a Roma questo fine settimana, invitato al Comitato congiunto di Radicali italiani e Associazione «Luca Coscioni» – vado col binocolo da palchetto, a sentire il gorgheggio. Posterò da lì, se mi prestano due minuti una tastiera.

 




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23 febbraio 2008

"Che cosa dobbiamo aspettarci da Dio e che cosa no"

1. Il papa parla, dice cose estremamente interessanti – assai più interessanti, per esempio, delle banalità sull’inquinamento e sul consumismo di quando non ha un cazzo da dire ma deve pur essere presente sui giornali e in tv, e sulle quali la sinistra applaude e la destra rimane pensosa – ma ora è una vox clamans in deserto: tutti sono distratti dalle elezioni, e poi ci sarà il Festival di Sanremo, e poi qualche cognaticidio con squartamento, e poi di nuovo le elezioni, la stretta finale. Insomma, la vox clamat delle catechesi sopraffini e non si sente un’eco di ritorno, clamat in deserto. Chissà quante altre occasioni come queste, fino al 14 aprile, ci daranno la misura esatta dell’avanzata del secolarismo nella società italiana: il papa spara una delle sue più belle catechesi, mercoledì 21 febbraio – a me pare, insieme, una pastorale e una lectio magistralis, una finissima pagina clericale – e nessuno se lo caga.

Appena due settimane fa, la blogosfera guelfa avrebbe sfornato un fottio di post a commento, con bei vertici di estasi. Provo a immaginare: “Ecco, è Agostino il maestro della sana laicità”. Oppure: “Il trasparente insegnamento di Sua Santità ci disvela cosa sia esattamente di Cesare”. Eccetera, ahitutti.
A una finezza di questo genere, appena due mesi fa, Il Foglio avrebbe dato la cattedra di quell’aula magna che è il paginone d’inserto. Ma oggi l’aula magna ospita il comitato elettorale della Lista per la meritoria moratoria, una catechesi intera deprimerebbe il sandwich-man infreddolito sul Lungotevere, e del sublime professore di teologia basta solo una citazione (“amore e buonumore”). Il papa più agostiniano di tutti i tempi parla di Agostino, per giunta nel contesto di una catechesi, e Giulianone conta gli euro che a milioni e milioni gli piovono sull’apposito c.c. da generosi finanziatori tifosi dell’embrione: povero Agostino, e povero papa, traditi proprio da chi meno ti saresti aspettato.
Questo perché la catechesi su Sant’Agostino…


2.
La catechesi su Sant’Agostino – dicevo prima – sembra, insieme, una pastorale e una lectio magistralis; ma sembra pure una pagina di Wikipedia, però riscritta da un agiografo con l’hobby dell’apologetica. Nel centro esatto di questo manufatto c’è la perla di amore che l’ostrica tedesca ha stillato, da nessuno raccolta, siccome data ai porci.
Ess’è:

Il De civitate Dei – opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia – venne scritto tra il 413 e il 426 in ventidue libri. L’occasione era il sacco di Roma compiuto dai Goti nel 410. Tanti pagani ancora viventi, ma anche molti cristiani, avevano detto: Roma è caduta, adesso il Dio cristiano e gli apostoli non possono proteggere la città. Durante la presenza delle divinità pagane Roma era caput mundi, la grande capitale, e nessuno poteva pensare che sarebbe caduta nelle mani dei nemici. Adesso, con il Dio cristiano, questa grande città non appariva più sicura. Quindi il Dio dei cristiani non proteggeva, non poteva essere il Dio al quale affidarsi. A questa obiezione, che toccava profondamente anche il cuore dei cristiani, risponde sant’Agostino con questa grandiosa opera, il De civitate Dei, chiarendo che cosa dobbiamo aspettarci da Dio e che cosa no, qual è la relazione tra la sfera politica e la sfera della fede, della Chiesa. Anche oggi questo libro è una fonte per definire bene la vera laicità e la competenza della Chiesa, la grande vera speranza che ci dona la fede. Questo grande libro è una presentazione della storia dell’umanità governata dalla Provvidenza divina, ma attualmente divisa da due amori. E questo è il disegno fondamentale, la sua interpretazione della storia, che è la lotta tra due amori: amore di sé «sino all’indifferenza per Dio», e amore di Dio «sino all’indifferenza per sé», (De civitate Dei, XIV, 28), alla piena libertà da sé per gli altri nella luce di Dio”.

Chiaro? Sotto le elezioni Dio se ne fotte dei devoti, figurarsi se atei.
“Il Dio dei cristiani non protegge, non può essere il Dio al quale affidarsi”: arrangiatevi, pecorelle.
Il giorno dopo, il quotidiano dei vescovi scarica Ferrara. Si dirà: un caso. Come no, sicuramente. Io aggiungerei perfino: Ferrara scaricato per ultimo, dopo aver scaricato Berlusconi, Pezzotta e Casini, dopo essersi scrollato di dosso anche quell’imbarazzante pellegrino di Mastella; dopo aver anche scaricato i teodem del Pd, o almeno avergli strizzato l’occhiolino come a dire: noi non possiamo certo consigliare di votare Veltroni, ma voi cercate di arraffare quanto potete tra quanti lo voteranno e poi mostrateci il vostro attaccamento
«sino all’indifferenza per sé».

“Questo, quindi, è forse il più grande libro di sant’Agostino, di una importanza permanente”.

La regola non fa eccezioni.

3. Dopo Craxi, Ferrara ha trovato solo padroni ingrati. Roba da far venire il latte acido alle grandi mammelle e da far girare non poco i piccoli testicoli.




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22 febbraio 2008

Certa stoffa, certa classe, certa crema di radicchio (Un’oretta alla tv)

1. Devo dire che Freddy Nietzsche m’è sempre parso un buon blog. Niente di esaltante, ma un buon blog. M’ero fatto l’idea che Matteo Bordone, il titolare, fosse ragazzo d’una certa stoffa. Poi scopro che fuori dalla blogosfera l’equivalente è un pechinese da salotto, che guarda con gli occhioni dolce la sua padrone, dal fondo di una cesta. La quale fa l’elenco degli ospiti (Ferrara, Dolce e Gabbana, un missionario comboniano, ecc.) e chiede: “A chi vuoi fare la tua domanda della settimana, Matteo?”. Freddy Nietzsche vuol farla a Dolce e Gabbana, perché questa settimana è stata la Settimana della Moda, a Milano. Bau, ma che carino.
2. La signora Daria Bignardi sa bene che a La7 si deve rispetto a Giuliano Ferrara, il caso Luttazzi insegna. E poi lei è donna di una certa classe, è la sua stessa natura a tenerla lontana da ogni asprezza e da ogni volgarità. E però l’intervistato sembrava steso in una vasca, preso a frustate, ecc.
3. Mi sono perso il missionario comboniano, ero andato un attimo di là a preparare la breasola con uno schizzo d’olio, pepe bianco e una guarnizione di crema di radicchio. Ho perso pure tempo a stapparne una di buon rosso, perché respirasse. E poi sono andato in bagno a fare pipì. Insomma, mi so’ perso il missionario.
4. Trovo insopportabili Dolce e Gabbana. Insopportabili come due normali eterosessuali insopportabili. Il pregiudizio che mi pesa dentro non è sessuale: vendono robaccia così brutta che non possono essere troppo meglio. Ma c’è bisogno della prova del nove. Non esiste più la fabbrica come quella di Chaplin in Tempi moderni, dice Dolce (o Gabbana?), e questo è vero. Aggiungerei: quando otto operai muoiono bruciati vivi in una di quelle d’oggi, non si sente la musichetta di sottofondo.
5. Siamo alle 22.45 e ancora non s’è trovato un ospite al quale sia figo offrire una birra.




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22 febbraio 2008

Degno a candidarsi nel consesso civile

Sei bloccato in ascensore con un tizio. Non sai per quanto tempo dovrete stare lì, è una situazione nella quale i soccorsi potrebbero anche non arrivare mai. Non potete comunicare con nessuno e lì dentro arriva l’aria, ma da mangiare e da bere c’è solo un pezzo di cioccolato e una lattina di Fanta che tu e il tizio avete trovato in uno zainetto smarrito lì da chissà chi. Tra poco, è facile immaginare, avrai fame e sete, e comincerai a sudare: tutto uguale al tizio. Tolta ogni retorica, l’ascensore è ancora un consesso civile, penso tu possa convenire.

Qui ti interrogo: preferiresti che il tizio fosse D’Elia o fosse Mastella?




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22 febbraio 2008

Scrivi, Malvino ti risponde

Caro Malvino, ho saputo che quando non scrivi sul tuo blog eserciti la professione di ginecologo. Da quello che scrivi suppongo che tu non sei obiettore di coscienza e allora sono curioso di sapere se pratichi l’aborto. Puoi rispondermi o ti metti vergogna?


Gentile anonimo, la sua è una di quelle email che io adoro. Ha presente l’impercettibile movimento del capo che, insieme, schiva il cazzotto e porta lo sguardo al ruzzolone di chi l’ha sferrato?
Lei “suppone” senza il congiuntivo, innanzitutto. Non mi permetto di correggerle la sintassi, le correggo la supposizione: mi interesso solo di diagnostica, non devo neanche pormi il problema dell’obiezione di coscienza. Non pratico l’aborto, dunque, e così le ho risposto.
Ma lei merita il conforto di chi ha ruzzolato: senza alcuna vergogna, le confesso che l’ho praticato, quasi un quarto di secolo fa, da specializzando, nella clinica universitaria che ultimamente è balzata agli onori della cronaca per un blitz della polizia, allertata che lì stesse compiendo un feticidio, da un anonimo come lei.
Ricordo tutto, e con animo perfettamente sereno. Perché suppongo  faccia supporre me, stavolta – che lei intendesse interrogarmi su qualche personale inquietudine passata o presente al riguardo. Bene, non ne ho. Di fronte alla volontà di una donna – questo penso io lembrione conta meno di nulla, come una potenza che non sarà mai atto. Come vede, lei è ruzzolato sul morbido: mi ha fatto divertire e non si è rotto il muso – deo gratias, è salva la mia coscienza.

Un’ultima cosa, consenta: anche se comunemente tollerata dai registri lessicali usati nel cesso antropologico cui corrisponde la sua IP, “ti metti vergogna” è forma bruttissima.




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22 febbraio 2008

Gli aneliti riposti in galleria

“La storia italiana è piena di avventurieri, istrioni, camaleonti, incendiari, protagonisti eclettici del loro tempo, capaci di sfoderare volti nuovi a seconda delle opportunità e delle circostanze. È un talento italico che si riaggiorna sempre, immutabile nella nostra cultura e nella nostra identità”

Giordano Bruno Guerri, D’Annunzio, Mondadori 2008


Solo l’occhio dello storico, caro direttore, può dire “nostra” senza vergogna, con una rassegnazione da passione esausta e non già serena. Lei lo chiama “talento”, ed è soldo speso sempre per sé stesso anche se lei scrive, poco oltre, che sarebbe speso per “mostrare quello di cui l’uomo è capace, ma che sembra cancellato dall’oppressione della banalità e della mediocrità livellatrice”. Non ci credo, mi consenta, non ci credo. Di tutto questo splendido volume – leggerla non mi delude mai – è questa pag. 307, è questo punto solo che non mi convince, il resto è come sempre costruito con la sua spietata onestà intellettuale, che lascia vuoti – come si deve – i buchi in cui è andato perso il riempitivo della materia irrecuperabile. Ma è che io non solo uno storico e solo l’occhio dello storico può considerare ricchezza di tutti – foss’anche come esempio, modello, tipo del campionario – quel “talento” di “avventurieri, istrioni, camaleonti, incendiari” che di Prometeo avevano ed hanno solo la posa: la fiaccola era ed è sempre una sagoma di legno sul quale il fuoco era ed è dipinto, e il fegato non era mai massacrato né mai si massacra al becco di un’aquila, ma sempre da gran mangiate e gran bevute. Mangiano e bevono, questi “talenti”, e il conto è sempre a carico della banalità e della mediocrità. Siamo il buco del culo del mondo perché questi “talenti” ci hanno isterilito e continuano a isterilirci: sono la galleria degli aneliti riposti.




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21 febbraio 2008

Segnalibro




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21 febbraio 2008

Verteidigung der wölfe gegen die lämmer

deve mangiar viole del pensiero, l'avvoltoio?
dallo sciacallo cosa pretendete?
che muti pelo? e dal lupo? deve
da sé cavarsi i denti?
che cosa non vi piace
dei capi politici e dei pontefici?
che cosa, idioti, vi incanta lo sguardo
sullo schermo bugiardo?

chi è che cuce al generale
la striscia di sangue sui pantaloni? chi
trancia il cappone all'usuraio? chi
si appende fiero la croce di latta
sull'ombelico brontolante? chi intasca
la mancia, la moneta d'argento,
l'obolo del silenzio? son molti
i derubati, pochi i ladri; chi è
che li applaude e decora, chi
brama menzogna?

nello specchio guardatevi: vigliacchi
che scansate la fatica della verità,
avversi ad imparare, pronti a rimettere
il pensiero ai lupi,
l'anello al naso è il vostro gioiello più caro,
nessun inganno è abbastanza cretino, nessuna
consolazione abbastanza a buon prezzo, ogni ricatto
troppo blando per voi.

voi pecore, son sorelle
al vostro confronto le cornacchie:
voi vi accecate a vicenda.
tra i lupi
regna invece fraternità:
si muovono in branchi.

siano lodati i banditi; voi siete
un invito alla violenza.
vi buttate sopra il pigro letto
dell'ubbidienza, bugiardi anche
quando guaite, volete essere
sbranati. voi
non lo mutate il mondo.


Hans Magnus Enzensberger








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21 febbraio 2008

La politica italiana non ha un progetto di società

La politica italiana non ha un progetto di società, quindi deve rassegnarsi a governare la gestione corrente del quotidiano, che è galleria di caratteri e di caratteristi, facendosela benedire da un prete. I politici italiani – tutti – sono più tragici e più comici dei grigi politici – chessò – del Belgio o della Slovenia, ma ciascuno sta tutto nel suo quotidiano: nell’assetto interno del suo partito, nel rapporto di forze con i diretti concorrenti, nello stress della polemicuzza che nasce dalla poltrona di un talk show e finisce sulla seggiola davanti a un giudice, rilascia un’arguta battuta subito raccolta dall’Ansa e struscia il cazzo sui collant di una velina. Che siano tutti concentrati sulla presidenza della loro fondazione, che curino con grazia semidivina la cordata degli “amici” o che si facciano le ossa come boss di provincia prima di avere la direzione del parastato, i politici italiani – tutti – mi fanno schifo. Non hanno un cazzo di idea su cosa sia un qualsiasi futuro, il delirio più sfavillante che sappiano concepire è l’abrogazione di due leggi antipatiche e metterlo in culo agli avversari di sempre. Di fronte ad ogni problema cercano di mediare tra irriducibili opposti e, quando usano il verbo “decidere” hanno il brivido come mio nonno quando aveva un’erezione, ma voglio dire: a novant’anni, o a nove (erezione da Belle Epoque). I giovani, poi, sono assai peggio: hanno un progetto di società – più o meno –  ma è copiato dal fotogramma di un film, che sia coreano o che sia polacco; e qualche figlio di Maria sogna un’Italia alla Tarkowski; e qualche cattocomunista cita Fellini.

Ci sono i radicali, è vero – e quelli sono un’eccezione, è vero. E però stanno nel Pd, adesso. Indistinguibili? Vedremo. Comunque debolissimi.




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Gli editoriali per Notizie Radicali


172. Urbi et orbi, la Marcia di Pasqua è inesistente
(11.4.2007)

171.
Addio, radicali. Arrivederci, liberali
(4.4.2007)

170.
La materia oscura
(30.3.2007)

169.
L’eroica lotta del prode Bandinelli
(20.2.2007)

168.
E a questo stiamo
(19.2.2007)

167.
Tra il sacro e la secolarizzazione
(16.2.2007)

166.
La smetta, Binetti, si curi!
(31.1.2007)

165.
Ignobile scoop
(29.1.2007)

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In memoria di Alfredo Ormando, ex seminarista, gay, arso vivo
(12.1.2007)

163.
Per ogni Popieluszko c’è sempre almeno un Wielgus
(10.1.2007)

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(9.1.2007)

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(20.12.2006)

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(14.12.2006)

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(11.12.2006)

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(4.12.2006)

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Il diabete dell’ateo devoto
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(15.11.2006)

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(23.10.2006)

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(12.10.2006)

141.
Capolavoro di ipocrisia!
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140.
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(9.10.2006)

139.
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(5.10.2006)

138.
Nessuna costrizione nelle cose di fede?
(2.10.2006)

137.
“Lucidamente Piergiorgio Welby chiede…” 
(29.9.2006)

136. 
Ipotesi su Milingo
(27.9.2006)

135.
Ohilà, nequiziosi!
(26.9.2006)

134.
Come il tassidermista riempie di paglia la carogna
(25.9.2006)

133.
Ignoranza o mistificazione?
(21.9.2006)

132.
O secolarizzazione o violenza
(19.9.2006)

131.
Un tranquillo weekend di paura
(18.9.2006)

130.
La teologia nell'universitas scientiarum
(14.9.2006)

129.
“In fondo la Cisa vende serrature”
(13.9.2006)

128.
Limature
(12.9.2006)

127.
Auflegen, befehlen o gebieten?
(11.9.2006)

126.
Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia
(6.9.2006)

125.
James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre
(5.9.2006)

124.
Il caso Robert Lanza, ennesima svista del Foglio
(1.9.2006)

123.
Caro Pullia
(31.8.2006)

122.
Pannella si è fermato a Bose
(29.8.2006)

121.
Dobbiamo avere una grande pazienza
(28.8.2006)

120.
Trittico libanese
(24.7.2006)

119.
Schola Scholae
(19.7.2006)

118.
“Drogarsi non è un diritto”
(14.7.2006)

117. 
Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
[con Federico Punzi]
(6.7.2006)

116.
Comunitari o liberal?
(29.6.2006)

115.
Di cani e di figli
(27.6.2006)

114. Una fiction, neh
(23.6.2006)

113. Signore, signori, malgiogli assortiti...
(21.6.2006)

112.
Lobby? Andiamo piano con le parole
(16.6.2006)

111.
“Talora la stampa si presta…”
(13.6.2006)

110.
Negli assolutismi accade
(8.6.2006)

109.
La “libertà di vietare”
(7.6.2006)

108. Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile
(30.5.2006)

107.
Rispiegare la modernità?
(26.5.2006)

106.
Zuavi in Parlamento
(22.5.2006)

105.
A chi spetta?
(19.5.2006)

104. Ancora su Marcello Pera
(18.5.2006)

103.
Dopo la famiglia, lo Stato
(16.5.2006)


102. Occhio, fratres!
(8.5.2006)

101. Diciotto volte Emma Bonino, fino alla fine
(5.5.2006)

100. 
Il cardinal Martini e la "resa alla modernità"
(2.5.2006)

99.
Un'altra trappola: il Manifesto di Euston
(27.4.2006)

98.
Faranno al cardinal Martini un trattamento alla Milingo?
(24.4.2006)

97.
Dopo Rocca, Ferrara manda Bellasio
(21.4.2006)

96.
"C'è un'Italia reale e un'Italia virtuale"?
(19.4.2006)

95.
I piccoli exit poll di Christian Rocca
(13.4.2006)

94.
Il giorno dopo
(11.4.2006)

93.
Viva Romano Prodi!
(10.4.2006)

92.
Lectio magistralis
(5.4.2006)

91.
Not negotiable
(4.4.2006)

90.
L'Appello a Prodi: il bluff della guerra civile
(31.3.2006)

89.
Il gentilissimo Christian Rocca
(28.3.2006)

88.
Bastardo sarà lei!
(27.3.2006)

87.
Ruini non fa ingerenza, rimanda a quella di sempre
(21.3.2006)

86.
Divertente come la catastrofe
(20.3.2006)

85.
Mutua comprensione tra integralismi?
(13.3.2006)

84.
Benedetto figliolo!
(7.3.2006)

83.
Quel che trattiene Magdi Allam
(1.3.2006)

82.
Vieni, Gunther, qui c'è un albero, è un pero
(27.2.2006)

81.
Un editoriale che vorrei lasciare incompiuto e senza titolo
(21.2.2006)

80.
Cavar soldi dal “matto”: in Vaticano ci si fa un pensierino
(17.2.2006)

79.
Escludendo che monsignor Maggiolini si sia presa una cotta per la Bonino
(9.2.2006)

78.
La questione è la libertà di espressione
(7.2.2006)

77.
Si tratta pur sempre di un sant’uomo
(1.2.2006)

76.
“La verità, vi prego, sulla carità”
(31.1.2006)

75. Ci dica l’ottimo Panebianco…
(23.1.2006)

74.
La figlia del console
(19.1.2006)

73.
Ratzinger e il decalogo
(18.1.2006)

72. “Il vero Israele” 
(17.1.2006)

 

71. Una dimenticanza di Angelo Panebianco

(16.1.2006)

70. Bonino o Santanché?
(10.1.2006)

69. Niente antidepressivi, grazie!
(4.1.2006)

68. “Ah, se Dio sopprimesse i peccatori!”
(2.1.2006)

67. Del Concilio Vaticano II non avete capito niente, gonzi!
(27.12.2005)

66. Un’altra mina l’Occidente: la pornografia
(23.12.2005)

65. “Fratello spermatozoo”
(20.12.2005)

64.
La mia superstizione è migliore della tua
(19.12.2005)

63. Riforma della Curia, anno 0
(14.12.2005)

62.
La goccia di veleno
(12.12.2005)

61. Non lo fo’ per piacer mio…
(Lettera aperta a Carlo V)
(6.12.2005)

60. Venerdì, sabato e domenica
(5.12.2005)

59.
Contrordine, figlioli, il limbo è una cazzata!
(2.12.2005)

58.
Tomista quanto non mai, il Ratzinger. Anzi assai tomo.
(28.11.2005)

57. Il seminarista sia munito di certificato medico

(24.11.2005)

56. Scherziamo? Scherziamo
(21.11.2005)

55.
La pazienza degli italiani
(17.11.2005)

54. Il fuoco amico di Croce e Gramsci
(16.11.2005)

53. Marcello Pera, croque-mort
(15.11.2005)

52. Semo romani, damose da fa’
(11.11.2005)

51. Coi soldi di Sir Templeton
(8.11.2005)

50.
La Chiesa è sempre uguale a sé stessa
(27.10.2005)

49. Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?
(20.10.2005)

48.
Sua Santità, Anacoluto I
(17.10.2005)

47.
Un dubbio: mettere in dubbio il dubbio?
(14.10.2005)

46.
Capriccio
(10.10.2005)

45.
Buona conversione!
(7.10.2005)

44. Se il legislatore non è un fesso (e non è un fesso)
(4.10.2005)

43. L’orecchio di Dionigi
(29.9.2005)

42. Fiuggi: i tg di prima sera non possono più glissare
(26.9.2005)

41. La colomba e il leopardo
(21.9.2005)

40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
(19.9.2005)

39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
(15.9.2005)

38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
(12.9.2005)

37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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