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malvino
il blog di Luigi Castaldi


Diario


31 agosto 2008

Varie

1. “Trig is not Sarah’s son, but grandson. It was her 16-year-old daughter Bristol who was carrying” *. Mah, chissà.

2. Non c’è violenza più odiosa di quella che si serve del vittimismo. Il popolo tedesco potrà scongiurare il “pericolo di scomparire dal mondo” solo ampliando il suo “spazio vitale”, scriveva Adolf Hitler nel Mein Kampf, e i fascisti gaseranno gli etiopi con l’iprite per la mancanza di quel “posto al sole” che Benito Mussolini ha indicato agli italiani come irrinunciabile, nel 1935. Sono solo due esempi di quanto Fedro aveva già illustrato nella favola del lupo e l’agnello: spesso all’aggressore torna comodo motivare la sua aggressione come risposta all’essere stato aggredito, come legittima reazione a una minaccia, come indispensabile condizione per sopravvivere. Il vittimismo, tuttavia, può tornar comodo anche quando l’intenzione dell’aggressore non sia l’eliminazione fisica delle vittime ma solo il ridurle in soggezione, perché di fronte a un gregge può venir voglia di farsi lupo, ma anche pastore. Assistiamo da tempo all’odioso tentativo di ridurre in soggezione chi ha la sola pretesa di non voler più subire alcuna soggezione, e a chi lo tenta torna comodo atteggiarsi a vittima per il solo trovar resistenza.
Oggi, su la Repubblica, Michele Serra scriveva: “Basta dire «non sono d’accordo», oppure «voglio leggi che valgano anche per me e non solo per i credenti», per suscitare l’accorato sdegno di alti prelati che confondono, per loro e nostra disgrazia, le opinioni diverse [dalle loro] con la «persecuzione anticristiana». […] I toni […] paiono sortire da una ridotta assediata, da una minoranza compressa, e non già (come è) da una potente, numerosa e doviziosa associazione, che negli ultimi anni ha avuto enorme rilievo mediatico, e decisiva influenza politica”.
Tutto sottoscrivibile, naturalmente, ma forse è necessario aggiungere altro: diventa necessario smascherare questo vittimismo come strumento di violenza, traendone le dovute conseguenze. Tra queste io considero prioritario chiamare la violenza col suo nome: è violenza affermare che la vita e il corpo dell’individuo non appartengano a lui, ma a un Dio nel quale egli non crede; è violenza affermare che il “bene comune” sia fissato, una volta per tutte e per tutti, in un principio trascendente che rende personcina a modo chi lo recepisca e a brutto ceffo chi lo rigetti; è violenza pretendere di partecipare alla vita pubblica con pari diritto e poi insediarvisi da detentori e gestori dell’unica verità vera; è violenza lamentare di subire violenza per il solo trovare resistenza in chi non vuole subirla. E non c’è violenza più odiosa di quella che recita – con la frase di don Luigi Giussani che ha dato il titolo al Meeting di Cl – “o protagonisti o nessuno”, perché la democrazia è lo spazio dove tutti sono attori e a parità di diritto: tutti comprimari, nessun protagonista. Nessuno – mi pare – ha fatto notare che “o protagonisti o nessuno” era stata nel programma politico dei due vittimisti citati in apertura a questo post.

3. Uno splendido
post di Vulvia. Ma splendido davvero.

4. Per chi si trovasse a passare per Napoli: assolutamente da non perdere la personale di Georg Baselitz al terzo piano del Museo dArte Contemporanea Donna Regina (via Settembrini, 79 - chiuso il mercoledì).




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31 agosto 2008

“Mica si può star lì a cincischiare”

Potevi non comprare Europa nel caso ti interessasse solo l’articolo di Mario Adinolfi, lo leggevi sul suo blog assai prima che il giornale arrivasse in edicola: era la regola, e io ho sempre pensato che questa fosse una delle ragioni per le quali Europa ha sempre venduto così poche copie (d’altra parte, che t’importa vendere copie quando sei finanziato dallo Stato?). Non stavolta, ed è davvero strano, ma solo fino a un certo punto.
Strano, perché in questo articolo che Europa pubblica in prima pagina, sabato 30 agosto, Mario Adinolfi fa una domanda – “Che dite, vado al reality?” – e chiede un consiglio a tutti, via “email, commenti sul blog, lettere a Europa”. Chi non legge Europa sarà stato interpellato troppo tardi, quando la decisione sarà stata già presa.

Sarò malizioso, ma penso che Mario Adinolfi abbia già deciso. Sempre sabato, peraltro, il Giornale pubblicava una sua intervista nella quale, con fin troppa evidenza, la partenza era già per data, previo un dettaglio formale, quello della firma al contratto preparatogli da Mediaset. Andrà, ma vuole che lo si spinga, vuole che pure questo capitolo della sua “carriera” paia come scritto dal suo “popolo”, un “popolo” che si esprime per “democrazia diretta”.
Soprattutto non vuole che ci siano troppi pareri contrari: le email rimangono private, e tra quelle, come tra le lettere al giornale, si può scegliere quali rendere pubbliche, mentre i pareri contrari – gli accorati tentativi per dissuaderlo, ma soprattutto i cocenti biasimi – verrebbero quasi tutti dalla blogosfera, che è un troiaio, dovreste sapere.
È lì che Mario Adinolfi ha a lungo coltivato il suo personaggio – cioè il ritratto della sua persona – ed era un personaggio estroso, polimorfo e atipico, ma a tutto c’è un limite, e stavolta la partecipazione ad un reality è una pennellata che potrebbe risultargli fatale.
Ecco perché mette la sordina alla faccenda proprio sul suo blog, dove ogni sua avventura – anche la più meschina – ha sempre avuto assai enfasi. Nell’articolo su Europa mette le mani avanti: “mica si può star lì a cincischiare”. Se qualche giovine della Generazione U avesse da ridire oltre il tempo utile, è preavvisato.
A piegare qualche resistenza, ecco una ragione di forza maggiore molto pop: “Questione di soldi? Sì, l’offerta economica è buona: niente di trascendentale, non cambia la vita, ma è buona”. “Non cambia la vita, ma è buona”, sembra frase di Gerry Scotti, da Chi vuol esser milionario?, quando il concorrente lascia e porta a casa i 25.000 euro. Se qualcuno avesse avuto ancora un dubbio su cosa fosse questa “democrazia diretta”, eccola.

Sia chiaro, partecipare a un reality non è cosa disdicevole, ma in cuor suo Mario Adinolfi così la sente: utile e disdicevole, quindi ha bisogno di offrire al mondo una decisione che faccia tornare l’utile a se stesso e il disdicevole a quanti parrà che lo avranno spinto in quel senso. Comunque vada, Mario Adinolfi è transimmacolato.
Costruire surrettiziamente responsabilità e rappresentanza, identificazione e proiezione, empatia e partecipazione: se c’era bisogno dell’ennesima prova, a me pare che questa sia la migliore.


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30 agosto 2008

Anticip.

Giornalettismo.com torna on line, lunedì 1° settembre, in una veste grafica completamente rinnovata (farete «wow!», statene certi). Come ogni lunedì, salvo crampo, dovrebbe esserci anche la mia rubrichetta: mi intratterrò sul convegno che i miei amici radicali hanno tenuto a Bruxelles, dal 27 al 29 agosto, su Laicità e religioni di fronte alla violenza fondamentalista. Non ne sono ancora certo, ma penso che partirò da una definizione che Gianfranco Spadaccia ha dato della spiritualità, e che mi ha dato un leggero voltastomaco: “un bisogno insopprimibile che appartiene a tutti”.




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29 agosto 2008

Instruzioni, 20 giugno 1866

La “colpa” dei cristiani, in India, sarebbe quella di battersi contro la schiavitù – questa è la tesi di Avvenire – mica di stare lì a insidiare le radici induiste dell’India, come i musulmani insidiano le radici cristiane dell’occidente. Ponete via il sospetto che si tratti di una feroce competizione per laccaparramento delle anime indigene.

Il cristianesimo si batte contro la schiavitù? Sì, può darsi, ma dev’essere una battaglia assunta di recente, perché meno di 150 anni fa, il 20 giugno 1866, Pio IX – un papa fatto santo da poco – scriveva nelle sue Instruzioni: “La schiavitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina. Possono esserci molti giusti diritti alla schiavitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento […] Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato”.
1866: Abramo Lincoln era morto un anno prima.

Sia consentita una riflessione personale: il simbolo della Chiesa di Roma non dovrebbe essere una Croce, ma una Faccia di Culo.




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29 agosto 2008

La rana, secondo Giulio Mozzi



Giulio Mozzi mi onora della sua attenzione in un suo lungo post dedicato alla singolare vicenda de La Rana Crocifissa di Martin Kippenberger presso il Museion di Bolzano. Dopo un dettagliato riassunto dei fatti ormai noti (evidentemente a beneficio dei distratti), Giulio Mozzi scrive: “Malvino […] affronta la questione sbagliando il bersaglio tre volte”. Gli addebiti sono i seguenti.
Primo: “Parla di un «Papa che scrive ad un Governatore perché faccia rimuovere dalle sale di un museo un’opera che non è di suo gradimento», quando invece - se ho capiti i fatti - qui abbiamo un presidente di consiglio regionale che, per far togliere dalle sale di un museo un’opera che non è di suo gradimento, sollecita un intervento del Papa (non è una cosa meno bizzarra: ma non è la stessa cosa). E vabbè, questa può essere una svista”.
Ho sbagliato bersaglio, scrivendo quello che ho scritto? Non mi pare affatto. Innanzitutto: la lettera di Benedetto XVI è stata davvero sollecitata da Franz Pahl, il presidente del Consiglio regionale del Trentino-Alto Adige? Giulio Mozzi non produce prove al riguardo, né riporta le fonti che documenterebbero quanto afferma, e però lo dà per assodato pur sigillandolo in un inciso che recita: “se ho capiti i fatti”. Non metto in dubbio che abbia capiti i fatti così come dovessero esserlo, ma – di grazia – sulla base di quali elementi fattuali?
Di poi, se un papa accoglie un sollecito del genere; se lo fa suo, aderendo in pieno alle richieste del mittente, fin lì disattese dalla direttrice del Museion; se dà il suo autorevole avallo di capo supremo di una confessione religiosa; se insomma la sua lettera aveva come fine ultimo la censura di un’opera d’arte sgradita a entrambi, come sarebbe stato mancato il bersaglio? “Non è la stessa cosa”, scrive Giulio Mozzi. Mi permetto di dissentire e faccio un esempio.
Ammettiamo ch’io sia un vescovo e interpelli la Congregazione per la Dottrina della Fede sulla natura potenzialmente blasfema di uno scritto e ammettiamo che il Prefetto della Congregazione si pronunci in favore del mio sospetto. A controfirmare il decreto che condanna quello scritto è il papa, e dunque: a vietarne la lettura al gregge sono stato io, l’interpellante, o il papa, che del gregge è il sommo responsabile e rappresentante? Non è un esempio tirato per i capelli, perché l’autorità papale è, a norma del Codice di Diritto Canonico (Can. 331), “suprema, piena, immediata e universale”, anche quando si esprime in “potestà ordinaria”, cioè nella forma di parere vincolante in nome e per conto di tutti gli appartenenti alla Chiesa cattolica.
Mi pare che qui siamo proprio nella fattispecie, perché la lettera di Benedetto XVI esprimeva il desiderio che l’opera di Martin Kippenberger subisse censura per la ferita ad un sentimento religioso che ogni cattolico non poteva non provare, se davvero cattolico.
Ma, con una “domanda in appendice”, Giulio Mozzi chiede: “Negli ultimi vent’anni, quante volte la chiesa è intervenuta chiedendo la rimozione di un’opera o il sequestro di un libro o il blocco di un film, ottenendo ciò che voleva?”. Gentilmente, perché “negli ultimi vent’anni”? E perché la cosa dovrebbe potersi dire intollerabile solo nel caso fosse pervenuta a buon esito? Un attentato alla libertà di espressione è deplorevole solo se raggiunge il suo scopo?
Un altro bersaglio che avrei sbagliato sarebbe in questo: “Scrive inoltre Malvino: «Vi ricordate la polemica sollevata da alcuni musulmani che dichiaravano d’essere feriti dalla blasfema raffigurazione di Maometto in un affresco della Basilica di San Petronio a Bologna? L’affresco è sempre lì e, se un musulmano non vuol sentirsi ferito, basta che se ne stia lontano o giri il capo altrove. A me pare la soluzione migliore, e penso che potrebbe essere valida anche per chi non apprezzi l’opera di Martin Kippenberger». L’argomento è antico, ed è sintetizzabile nella massima: «Occhio non vede, cuore non duole». Peccato che il «non vedere», in questo caso, sia una finzione. Dante mette Maometto all’inferno, l’affresco in San Petronio mette Maometto all’inferno: la cosa, per un musulmano, è offensiva in sé. Se un marito mette le corna alla moglie, e la moglie decide di «girare il capo altrove», non per questo la moglie risulta meno cornificata”.
È strano come persona sempre tanto acuta come Giulio Mozzi possa argomentare in modo così rozzo. La fedeltà matrimoniale è conseguenza di un impegno liberamente scelto, che è di natura sacramentale nel caso del matrimonio religioso ed è sulla base del rispetto reciproco nel caso del matrimonio civile: ma che vincolo di fedeltà si è tenuti ad avere verso una religione, se se ne sceglie un’altra che abbia semmai – in radice – la condanna dell’altrui credo? Verso questa o quella fede – verso quanto è sempre fondato sull’accettazione di verità dogmatiche e indimostrabili – a quale rispetto può o deve essere tenuto chi in ogni fede intravvede una mancanza di rispetto verso la logica razionale sulla quale fonda le sue più intime e radicate convinzioni? Affettuosamente, sia consentito dire: il paragone offerto da Giulio Mozzi è assai fesso.
Ma passiamo al terzo bersaglio che avrei mancato: “Malvino scrive: «Non c’è da farsi illusione sul come andrà a finire la faccenda, giacché siamo un paese di merda (anche e soprattutto per il ruolo che la Chiesa di Roma – che qui ci offre un bell’esempio a riguardo – ha avuto negli ambiti che non le sarebbero mai dovuti competere): la direttrice del museo, che ha fin qui opposto un coraggioso rifiuto alle già avanzate richieste censorie, sarà costretta a dimettersi e La Rana Crocifissa sarà rimossa». Che è esattamente ciò che non è avvenuto: il consiglio di amministrazione del Museion si è riunito e ha deciso che la scultura di Kippenberger resta lì dov’è […] Malvino, in un articolo successivo, si dichiara sorpreso, però varrebbe forse la pena di domandarsi se le sue premesse («siamo in un paese di merda, soprattutto per il ruolo che ha la Chiesa di Roma») siano giuste, visto che la conclusione è risultata sbagliata”.
Qui, sì, posso concedere: ho sbagliato previsione. Però non mi si venga a dire che fossi annebbiato da un pregiudizio. Dove vive, Giulio Mozzi? In quale profondità di studio e di ricerca è immerso per non accorgersi che l’intrudenza delle gerarchie ecclesiastiche è arrivata a eccessi di arroganza tra il tragico e il comico? Un museo in una città del profondo nord dice no al papa, ma questo farebbe sparire la merda?
Le gerarchie ecclesiastiche rimangono potenti e prepotenti: muovendo masse che in assunto dottrinario sono date come greggi di ovini; servendosi di politici ruffiani e opportunisti, cinici e smargiassi, parassiti e trasformisti; in virtù della soggezione, del capitale estorto col favore in cambio di favore; con l’accumulo di privilegi che sono – ciascuno e tutti – un vergognoso scandalo; facendo ricatto e minaccia, blandendo e sabotando, strisciando e pestando. La più schifosa delle mafie al mondo, il peccato originale di questo paese, che evidentemente lo merita se non riesce a scrollarselo di dosso.
E Giulio Mozzi spreca il suo formidabile strumento analitico, la sua portentosa prosa, la sua stramazzante vis polemica, sulle cosucce scritte da un povero blogger? Via, signor letterato, volga l’attenzione altrove: io non merito.


29 agosto 2008

Ultim'ora



A sorpresa, la rana batte il pastore tedesco.



Appendice Korazym.org, il sito on line dell’Associazione «Ragazzi del Papa», s’era permesso di dare un consiglio a Benedetto XVI: “Molto più efficace ignorare, depotenziare il battage pubblicitario che serve soltanto allo scultore”. Consiglio azzeccato, forse, se non fosse per il piccolo dettaglio che lo scultore è morto undici anni fa, e non si capisce a cosa potesse servirgli il battage pubblicitario, da morto. Però bisogna capire: so’ Ragazzi.




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28 agosto 2008

Il tragicomico revival dell'Italietta degli anni '50

Alla riforma della scuola, così come poteva concepirla un governo di merda come questo, manca ancora labolizione delle classi miste e il ritorno alle bacchettate sulle nocche e/o il cappello a cono con le orecchie d’asino.
Ma al tempo, senza correre, ché a quello arriveremo solo quando Silvio Berlusconi sarà Presidente della Repubblica e, a dare il tocco finale, il suo ritratto sarà obbligatorio in aula.
Lì immagino qualche screzio nel centrodestra: sopra o sotto il crocifisso?




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28 agosto 2008

Varie

1. Nel corso di quella ridicola messinscena alla quale gli aficionados portano pure i loro figli si dovrebbe vietarne la combustione: l’incenso è un potente cancerogeno.
2. Chi si indigna ha ragioni da vendere, ma io sfrutterei l’occasione: giacché – si legge“tutti possono partecipare, leggere, scegliere il brano” della Bibbia, io vorrei dare il mio contributo con quel passo dei Vangeli (Mc 9, 42-50) in cui Gesù consiglia di buttare in mare chi scandalizza il prossimo suo, dopo avergli legato al collo la pesante pietra di una macina. Ovviamente userei una vocina molto delicata, per rendere leggiadra l’istigazione al linciaggio.
3. A marzo, prima che chiudesse, nella classifica di BlobBabel ero al 60° posto. Alla riapertura mi sono ritrovato in caduta libera: 564°, 932°, 1244°, fino a 1432°. Avevo un elastico alla caviglia: oggi mi ritrovo al 69° posto, e con tendenza al rialzo. Dio, che vertigine.
4. Mi spiace, ma nessuno è riuscito a spiegarmi perché dovremmo avere una compagnia di bandiera (formamentis quasi stava riuscendoci, però). Metterò in palio il buono-libro, così rimasto in sospeso, con un quiz, a breve.
5. Sull’appello che facevo qui non mi aspettavo di più, anzi, devo dire grazie a più di quanti avessi previsto. Non avevo previsto neppure che l’opera di Martin Kippenberger potesse ferire, oltre al Papa, anche qualche gracidante solidale con la rana. Animale d’acqua fetida.




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28 agosto 2008

Un segno

Al centro di Bolzano c’è un museo d’arte moderna che, tra le altre opere esposte, ospita La Rana Crocifissa di Martin Kippenberger. A detta di Sua Santità, che si disturba personalmente per scriverlo al presidente del Consiglio regionale del Trentino-Alto Adige, l’opera “ferisce il senso religioso di tante persone che nella croce vedono il simbolo dell’amore di Dio e della nostra salvezza, che merita riconoscimento e devozione religiosa”.
Vi ricordate la polemica sollevata da alcuni musulmani che dichiaravano d’essere feriti dalla blasfema raffigurazione di Maometto in un affresco della Basilica di San Petronio a Bologna? L’affresco è sempre lì e, se un musulmano non vuol sentirsi ferito, basta che se ne stia lontano o giri il capo altrove. A me pare la soluzione migliore, e penso che potrebbe essere valida anche per chi non apprezzi l’opera di Martin Kippenberger.
Ma qui – col Papa che scrive ad un Governatore perché faccia rimuovere dalle sale di un museo un’opera che non è di suo gradimento – siamo ben lontani dall’illuderci che possa essere trovata una soluzione buona per chi voglia gustarsi La Rana Crocifissa e per chi non lo voglia: siamo dinanzi al capo di una confessione religiosa che intende misurare la propria forza in un ambito che è civile (che perciò dovrebbe essere, per eccellenza, a-confessionale) perché sia impedito a tutti di vedere quell’opera d’arte che lo disturba, anche a chi potrebbe non sentirsene affatto ferito, anche a chi potrebbe trarne personale godimento.

Non c’è da farsi illusione sul come andrà a finire la faccenda, giacché siamo un paese di merda (anche e soprattutto per il ruolo che la Chiesa di Roma – che qui ci offre un bell’esempio a riguardo – ha avuto negli ambiti che non le sarebbero mai dovuti competere): la direttrice del museo, che ha fin qui opposto un coraggioso rifiuto alle già avanzate richieste censorie, sarà costretta a dimettersi e La Rana Crocifissa sarà rimossa.
Io, dal minuscolo spazio di questo blog, lancio una proposta che è rivolta a tutti i blogger che ritengano vergognosa questa storia: un post che riproduca l’opera di Martin Kippenberger, anche senza commento. Personalmente, non la ritengo un capolavoro, anzi, mi pare anche bruttina, ma essa assume il valore di un simbolo, quella della libertà di espressione (in questo caso artistica) aggredita dalla millenaria arroganza di chi pretende di poter decidere per tutti, oltre che per il suo gregge di bestie ottuse e belanti, cosa debba o non debba poter essere visto, letto, sentito.
Se solo per un giorno o due La Rana Crocifissa girasse in internet, sarebbe un segno – piccolo, senza dubbio – ma un segno.




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28 agosto 2008

[...]

Ho seguito il caso Alitalia senza approfondire troppo, sicché mi rimangono tanti dubbi, primo fra tutti sul perché sia indispensabile avere una compagnia di bandiera: mi offre un trattamento di favore sul servizio o sul costo del biglietto solo perché sono italiano? So solo che a insistere sul fatto che Alitalia debba rimanere italiana almeno al 51% – il che significa mettere i suoi debiti a diretto o indiretto carico del contribuente – sono stati quasi tutti: destra e sinistra, statalisti che mai accetterebbero la definizione di statalisti e sedicenti liberisti, patrioti e figli di puttana. Debbo dedurre che, dunque, salvo i dettagli sui quali giustamente ci si accapiglia, questa soluzione debba piacere un po’ a tutti, possa piacere perfino ai dipendenti di Alitalia che saranno licenziati per favorire non ho capito bene cosa (aveva un termine tecnico che ora mi sfugge, ma suppongo voglia dire taglio delle spese, e taglio all’osso), perché saranno ricollocati altrove.
Continuo a non cogliere, però, la ragione del perché sia indispensabile avere una compagnia di bandiera e offro un buono-libri da 50 euro a chi me lo spiega, se ci riesce.




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27 agosto 2008

Cassazione

Sandra Lonardo in Mastella ha avuto una condotta tale da “compromettere il regolare funzionamento della pubblica amministrazione” e “faceva clientelismo per conto dell’Udeur” *.




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27 agosto 2008

Disaggregati

Ciascuno ha i propri miti, che spesso sono quelli della gioventù, se non li perde per strada. Non voglio farla lunga, il mito di mia madre è Paul Newman. La mia ha 78 anni – tra due settimane ne compie 79 – ma a me pare quella di sempre: continua a fumare i suoi due pacchetti di sigarette al giorno, non perde un numero de La Settimana Enigmistica, è particolarmente crudele nella sua critica ai programmi televisivi d’ogni genere (risparmia Piero Angela e Michele Santoro), non ha mai imparato a cucinare come si deve (il peggio del peggio è il “suo” coniglio alla cacciatora) e, appunto, adora Paul Newman. Me l’ero dimenticata, questa cosa di Paul Newman, e oggi per poco non le facevo venire un doppio infarto.
Mezz’ora fa, mi telefona, si parla del più e del meno, poi fa: “Ti lascio alle tue cose. Che stavi facendo?”.
“Ma niente – le rispondo – scrivevo una cosetta su questa cosa dell’omosessualità di Newman che è uscita fuori in questi giorni. Si è fatto seppellire con uno che pare fosse il suo amichetto…”.
“Ma perché, è morto?”, e sento che le ho dato un colpo. L’attore in effetti sta malaccio, l’ho saputo dopo, ma ovviamente io parlavo del cardinale. Lì per lì non colgo il qui pro quo creatosi e dico: “Certo. Pare che avesse espresso il desiderio di essere sepolto con lui e…”.
“Ma non è possibile”, e mi pare di sentirla soffrire come se le fosse morta Peggy, una cagnetta spelacchiata che ha raccolto tre o quattro anni fa, chissà dove.
“Guarda che è possibilissimo – le preciso – perché nel testamento ha scritto che quel desiderio gli nasceva dall’aver vissuto insieme a lui come marito e moglie…”.
“Sarà, ma è veramente incredibile…”, mi biascica.
“Ma via – le ho detto – mica era ‘sto maschione, poi… Adesso non vorrei dire, ma quel sorriso…”.
“Ma che dici? – mi fa – Era il sorriso più virile di Hollywood…”.
Qui capisco e cerco di mettere rimedio: “Ma io sto parlando del cardinale, non dell’attore…”.
“Quale cardinale?”, chiede.
“John Henry Newman”, dico.
“Non Paul?”, mi fa.
Lì le abbozzo: “Io pensavo che tu avessi…”.
Non mi fa finire: “Ma vaffanculo, va’…”. E mi sbatte il telefono in faccia. Sono quelle volte che uno invidia quelle belle mammine mosce altrui, malaticce, da portare a messa la domenica mattina.




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27 agosto 2008

Pece e piume

Il cattolicesimo non è più “religione di stato”, in Italia. A chiacchiere, ovviamente, e solo da poco più di vent’anni. Da Teodosio a Giustiniano, fino a Carlo Alberto, a Mussolini e alla Dc, la penisola era cattolica per legge. Poi, venne la revisione dei Patti Lateranensi del 1984, ma basti pensare al fatto che abbiamo ancora i crocefissi appesi nei tribunali e nelle scuole per capire che è cambiato poco o niente: cuius regio eius religio, l’unica pace che merita l’Italia è quella di Westfalia.
Alla lunga, uno si rassegna a vivere in un paese del genere e accanto al principio che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alle leggi” (Costituzione, art. 8) aggiunge a matita che “quella cattolica è una confessione più libera delle altre”, e tira avanti, mica ci si può fare il sangue amaro a pensare continuamente che la tua patria è nata con una zecca sul collo e se la deve tenere, ti piglierebbero per monomaniaco, e chi te lo fa fare? Pensa al vantaggio che hai sugli altri europei: la domenica, una finestra si apre e c’è uno che ti raccomanda di figliare e di andarci piano, al volante.
Poi, però, una mattina, uno apre Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, e legge che, lamentando la morte di tre o quattro martiri dei loro, in India, la colpa sarebbe di certi movimenti induisti indigeni che “vorrebbero un’India so­lo ed esclusivamente indù” e che predicano “la falsa equazione «in­diani = indù»”. Certo, ammette il piagnucoloso editoriale, “l’e­gemonia indù all’interno del sistema politico indiano è sempre esistita, ma essa era in qualche modo depoten­ziata dal fatto che i primi protagonisti della vita repubblicana, da Nehru a In­dira Gandhi tutti espressione del Par­tito del Congresso, si muovevano all’interno di una visione sostanzial­mente laica della politica, e finivano quindi col congelare le conseguenze più devastanti di tale contraddizione”; però, perdindirindina, “nell’induismo [c’è] una spinta crescente all’intolleranza e al fanatismo”.
Dipende da come la si vuol prendere, c’è una ampia gamma di reazioni possibili a tanta faccia di culo: sorridere scuotendo la testa o suggerire agli indù di bruciare i prossimi martiri solo dopo averli spalmati di pece e cosparsi di piume. Io vi suggerisco il sorriso, sennò vi fate la reputazione di birichini.




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27 agosto 2008

O protagonisti o nessuno




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26 agosto 2008

Scrivi, Malvino ti risponde

Caro Malvino, secondo te lo sbattezzarsi dà effettivamente fastidio alla chiesa cattolica? Se sì, in che modo secondo te è possibile pubblicizzare al meglio questa iniziativa? […] Saluti.

Lodovico


Caro Lodovico, le prime richieste di cancellazione dai registri dei battezzati furono accolte con molto stupore, molta irritazione, perfino con qualche isterismo: ad alcuni parroci saltarono tutti i bottoncini, altri frapposero difficoltà di natura burocratica miste a maledizioni, alcuni addirittura non risposero alla prima istanza ed ebbero bisogno di chiarimenti sulla normativa europea al riguardo, ecc. Poi, partì dall’alto la direttiva di accogliere le richieste, previa ramanzina solenne, dolente e vagamente minatoria. È chiaro, mi pare, che la cosa dia fastidio, ma assai di più dia fastidio la pubblicità alla cosa, per cui, se vuoi essere sbattezzato, ti sbattezzano, basta che tu non faccia scandalo, che il fenomeno rimanga marginale, la bizzarria di un eccentrico. Avrebbe senso una campagna di larga portata in tal senso, con testimonial di peso, ma il portato dell’iniziativa sarebbe quasi tutto simbolico, e l’ipocrisia dei cattolici-per-modo-di-dire sposa a meraviglia l’ipocrisia delle gerarchie ecclesiastiche, alle quali, tutto sommato, basta che nominalmente l’Italia resti un paese cattolico. Insomma, non credo valga lo sforzo che esigerebbe. Ti segnalo un post di qualche anno fa che prendeva l’argomento per la tangente. Il mio consiglio è: non sbattezzarti, riservati di farlo quando e se la cosa dovesse essere utile a far numero nel contesto di un’iniziativa di portata significativa. Poco probabile, ma non del tutto escludibile come ipotesi di gesto dimostrativo. […] Ti abbraccio.




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26 agosto 2008

[...]

[Dispiace, in un certo qual senso, che abbiamo fatto fuori dei cattolici in India… Anzi, mettiamola in un altro modo, forse è meglio.]

In difesa del proprio credo religioso – e di tutta la merda che la storia andava stratificandovi sopra, via via – gli uomini si sono sempre ammazzati con entusiasmo, da sempre, e quasi sempre trovandoci un certo gusto. È il paradosso dell’amore per il prossimo che ogni credo religioso – senza eccezioni – prescrive ai suoi fedeli. Più ti fai obbligo di amare il prossimo – per quanto il prossimo non te l’abbia chiesto – più ti viene spontaneo di massacrarlo o, se non puoi, almeno di molestarlo.
Anche l’induismo? Come no, anche l’induismo: la tolleranza è tra i suoi principi, almeno sulla carta, e da oltre tre millenni prima dell’avvento di Cristo. Gli induisti sono quasi un miliardo, anche se sono concentrati quasi tutti in Asia, e maggiormente in India, ma per numero sono la terza confessione religiosa al mondo, mica come quei quattro gatti di evangelici americani.
Pressoché impossibile, soprattutto per noi occidentali, avere un’idea pur approssimativa della complessa realtà induista a partire dai nostri equivalenti di teologia, dottrina e culto. Forse potremmo dire che l’induismo sia, insieme, religione, filosofia, cultura e molto altro ancora: forse potremo dire che la realtà induista è una dimensione antropologica, come peraltro lo è ogni religione, ma con uno specifico – quello asiatico e, soprattutto, quello indiano – che è difficilmente comprensibile con i nostri parametri. 
È il guaio di sentirsi metro di tutto: sfugge lessenziale, quasi sempre; se poi ci metti pure una presunta radice giudaicocristiana delloccidente, misuri tutto come un prete, anche se probabilmente manco credi in Dio.
In ogni caso – e le cronache degli ultimi giorni stanno lì a mostrarcelo – anche gli induisti difendono il proprio credo e il mondo che ne è stato (e ancora ne è) innervato, quali che siano i risultati sul piano esistenziale. È qualcosa di analogo a ciò che potremo dire “difesa identitaria”: qualcosa che va sempre al di là della difesa di un sistema teologico (panteista, nel loro caso), societario (rigidamente ordinato in caste) e culturale (gelosamente tradizionalista).
È difficile definire una “difesa identitaria”, ma il meccanismo è grosso modo uguale dappertutto: si marca con la propria tradizione il territorio geografico e culturale che si sente minacciato, come i cani marcano con le loro urine il perimetro di ciò che considerano esclusivo. Roba da animali, insomma, e infatti questo istinto (vorrei chiamarlo noglobal) ha a che fare con la razza, il sangue, la fame, l’accoppiamento, la sopravvivenza – tutta quella serie di angosce esistenziali che si risolvevano con gran dispendio di quantità e qualità vitale, prima che l’uomo – ad un grado evolutivo ancora inferiore è difficile aspettarselo, abbiate pazienza, o martiri – concepisse valori universali includenti ma non discriminanti. Daltra parte, se teorizzi la bellezza del martirio (quello suicida o quello omicida, la differenza è davvero minima per chi crede nelleternità), avrai messo in conto di morire per la tua fede: gentilmente, di cosa ti lamenti? Stai andando dal Signore, e da santo: fatti forza, non piagnucolare, la conquista del mondo intero – chi ti manda missionario tra gli evangelizzandi o imbottito di esplosivo tra gli infedeli a quello dice di mirare non è mica a gratis.

Non vorrei divagare, però. Stavamo dicendo che anche gli induisti perseguitano, sgozzano, bruciano, ecc., come hanno fatto o fanno tutti gli altri appartenenti ad altre confessioni religiose; e anch’essi, a sentirli, pare abbiano ragioni da vendere, almeno a quel mercato delle opinioni – chiamiamole così – per il quale sono passati tutti i movimenti religiosi, di tutte le epoche, prima o poi.
Volendo, però, comparare le cataste dei cadaveri accumulati nei secoli dalle diverse confessioni religiose, i più feroci risultano i monoteisti: le loro cataste sono altissime, guglie che si levano al cielo, come preghiere, con qualche decorazione di pentimento, in periodo successivo.
Fatta eccezione per gli ebrei (essendo sempre stati pochi, non hanno mai potuto far vedere di cosa fossero capaci, poveretti, si sono limitati ad ammazzare adultere e blasfemi, roba strettamente interna), si è calcolato che, da quando esistono, cristiani e musulmani sono stati responsabili – direttamente e indirettamente – di oltre quattrocento milioni morti, per conflitti interconfessionali e per pulizie di casa.
Si pensi al solo cattolicesimo: da qualche secolo appena, il suo clero ha perso il controllo pieno delle società che – direttamente o indirettamente – vessavano, ma il mucchio di morti che hanno accatastato sotto il logoro tappetino della loro coscienza è enorme. È sempre divertente sentirli lamentare il sangue dei credenti versato dai paganesimi di stato (nazismo e comunismo), i quali  – carta e penna alla mano hanno avuto il cattivo gusto di concentrare in un solo mezzo secolo un quinto delle stragi che i cristiani hanno compiuto in quindici secoli.
Costretti alla mitezza e disarmati dell’uso della forza bruta (rimane solo quella della loro bruta cultura, che da qualche decenni ha i rigurgitucci), sono degli splendidi vittimisti, oggi: come ne tocchi uno, strepita e chiede aiuto.
“Basta sopraffazioni”, senti starnazzare la Santa Sede. Il fatto è che le sopraffazioni si possono fermare solo unilateralmente: non si può pretendere che il solo non commetterle più (e da così poco tempo) faccia desistere gli altri dal sospendere le proprie, in virtù del buon esempio. Ammazzano in nome del loro credo, mica si divertono. Infatti, si è constatato che anche un cane più forte, in un territorio che un cane più debole ha marcato con le sue urine, spesso ha la peggio. Paese che vai, urina che trovi.
Fino a quando un credo religioso si dirà portatore di una verità superiore rispetto a quella di un altro credo religioso, varrà la regola che impone ai cani la difesa di quelli che, a torto o a ragione, considerano proprio territorio: la sola diversità sarà considerata minaccia, come
Gianni Baget Bozzo teorizzava per gli immigrati di fede musulmana che arrivano in Italia, e ogni inclusione sarà da considerare pericolosa.
Certo, ci sono modi e modi per difendersi. In occidente, si dà fuoco a un musulmano solo in casi rarissimi, anche se appena tre secoli fa si bruciavano ebrei al minimo pretesto. Ma l’induismo, ahinoi, ahitutti, s’attarda un pochetto in quella barbarie che fu anche nostra.

Non dobbiamo chiedere che sia lecito ai padri missionari cattolici far proselitismo: la reciprocità – la tanto agognata reciprocità (una moschea in Vaticano in cambio di una cattedrale a La Mecca) – sarà possibile solo quando i cani avranno smesso di pisciarci tra le gambe. Fino a quando una confessione religiosa sarà autorizzata a sentirsi padrona di una verità buona per tutti, e semmai per il bene altrui, per il bene universale, le guerre di religione, fosse anche in forma di odio inerte, continueranno ad esserci e ad esigere il loro prezzo.
Li vedo, i nostri cari amici indiani, infine: democratici, liberali, felicemente globalizzati, con tanto sano scetticismo verso tutto ciò che suoni come “identità” e puzzi di piscio induista. Ma ci vuole tempo, quello che abbiamo dovuto aspettare noi occidentali per poterci dire atei o agnostici senza essere imprigionati, torturati e uccisi.
Dove arriva il sano scetticismo verso ogni forma di assoluto, c’è spazio anche per questo o quel dio, che sappia conquistarsi l’assoluto nello spazio privato di ciascuno. Ripeto: privato.
Sennò ognuno a casa sua, e il mondo diventerà un canile o un azzannarci continuo appena sesca dalla gabbia facendo capire che si è cani.

[Ripensandoci, non dispiace affatto che abbiano fatto fuori dei cattolici in India. Sono stati fatti fuori dalla loro stessa logica: i cattolici che ammazzavano ebrei e apostati nel XV e nel XVI secolo difendevano quello che gli induisti indiani difendono oggi.]




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26 agosto 2008

Varie

1. La mente corre agli interventi che il suo predecessore tenne in analoga occasione, ai passati meeting di Cl, e non c’è proprio paragone: con metafora d’ampio uso nelle caserme dell’esercito – qui quanto mai adeguata perché stiamo parlando di uno che fu a lungo cappellano militare – viene spontaneo dire che Angelo Bagnasco non valga neanche un pelo del cazzo di Camillo Ruini. Oltre la metà delle 33.000 battute del testo sono rimasticatura di citazioni già mille volte rimasticate, e non un solo bagliore, non un solo guizzo, non una sola immagine che animi, anche solo per un attimo, perifrasi e parafrasi di concetti espressi molto meglio da tanti altri della sua cricca. “Vorrebbero rinchiuderci nelle chiese”, e in realtà si tratta degli unici luoghi dove, di cattolici almeno sedicenti, se ne vedono sempre meno. “La Chiesa si deve occupare anche di politica”, e a molti era parso che non si occupasse d’altro. A questo punto va’ a capire se la debba fare o no, Bertone dice no, Bagnasco dice sì, boh. [A parte si dovrà discutere della sua prosa. L’uomo, dice Sua Eminenza, “è una linea di confine tra il tempo e l’eternità, è un desiderio incompiuto, un intrigo di ombre dove la luce è la stoffa di fondo”. Pure uno sceneggiatore di telenovelas sa far meglio. Da vomitare.]
2. Splendido editoriale d’apertura, questa domenica, su La Stampa: “La Russia soffriva di confini labili e di un’immensa diaspora (16-17 milioni negli Stati indipendenti dell’ex Urss) ma questa realtà fu ignorata quando Clinton decise il primo allargamento Nato, nel ’94-’95. L’allargamento rispondeva a paure est-europee che Bruxelles non sapeva attutire, ma Clinton creò il fatto compiuto. Decise senza discutere con Mosca, trattandola come vinta. Non ebbe fiducia in essa, e al contempo ne sottovalutò enormemente i pericoli: ragionò su tempi corti, guidato da lobby e calcoli elettorali. Credette in un’immutabile egemonia mondiale Usa. Non immaginò che Mosca avrebbe recuperato potere economico, politico. Quando Bush prospettò l’allargamento a Ucraina e Georgia, il risentimento russo raggiunse l’acme. Mosca non ha disseppellito da sola la guerra fredda. Secondo il Cremlino è stata Washington, quando ha ridelineato un muro in Europa spostandolo addirittura a Est” (Barbara Spinelli).
3. Mai avuto niente da ridire su Andrea Marcenaro, personalmente lo trovo delizioso. Oggi, però, prendendosi “cura” di Concita De Gregorio, se ne esce con una battuta da avanspettacolo che Macario (Manolo el toreador) faceva negli anni ’40, poi ruminata da intere generazioni di barzellettieri fiacchi che sentono animarsi dal demone dell’ora-ci-penso-io, quando il pranzo di nozze è al dessert.




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25 agosto 2008

Ma l’esercito, dov’era? Questo bisogna chiedersi.

I rumeni, si sa, sono delinquenti per natura, è l’etnia che li fotte, c’è poco da fare: o ladri o stupratori o entrambe le cose. I due turisti olandesi non erano imprudenti: s’è saputo che erano cattolici di quelli tosti, dunque fiduciosi nel prossimo loro, per indole e per convincimento, e infatti hanno preso l’accaduto come volontà del Signore. Il sindaco Alemanno, poi, poverino, che c’entra? Non mi sembra il caso di imbarazzarlo troppo con domande speciosette con la scusa che è stato eletto a sindaco di Roma con la promessa che alla sicurezza ci pensava lui: si vede che è mortificato assai, mi sembra crudele accanirsi.
L’esercito, è tutta colpa dell’esercito, ecco. Quando è necessario un parà in mimetica e col mitra, non c’è mai: questa è la dura realtà delle cose.




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25 agosto 2008

“Alla ricerca di una nuova visione della natura”

Vito Mancuso (Il Foglio, 24.8.2008) è “alla ricerca di una nuova visione della natura che, senza perdere nulla dei risultati eccezionali della scienza moderna, li sappia però pensare in unione con il sapere che della natura hanno le grandi tradizioni spirituali dell’umanità”. Gli porgo i miei migliori auguri, ma ho come l’impressione che non basteranno [1].
D’altra parte, ammesso che questa “unione” sia possibile, è necessaria? Vito Mancuso ritiene che sia indispensabile, perché le “grandi tradizioni spirituali dell’umanità” non possono mica avvizzire (già ne abbiamo perse troppe, strada facendo [2]); né possiamo buttare a mare i “risultati eccezionali della scienza moderna”, sarebbe davvero un peccato rinunciarci, visto che finora, nonostante i tentativi, non s’è potuto fare molto per fermarla [3]. Pensiamo al problema del male: prim’ancora che si parlasse di teodicea, Epicuro e Zenone stavano lì a litigare, e tre secoli prima che nascesse Cristo: “natura come libertà senza progetto” o “natura come progetto senza libertà”? “Il fatto che si tratta di un conflitto molto antico – scrive Vito Mancuso – significa che entrambe le tesi contengono una parte di verità”. E perché, di grazia? Manca la spiegazione [4].
Però, resta evidente – almeno per Vito Mancuso – che così non si possa più andare avanti: “Il tasso di litigiosità dei nostri giorni è altissimo proprio perché manca un punto di riferimento, valido per tutti, di fronte a cui finalmente tacere e ascoltare”. Eccolo lì, il cattolico doveva pur uscire fuori da qualche parte: “valido per tutti”, “tacere e ascoltare”, se non la solita solfa della “vera libertà” come adesione piena e convinta al progetto (sennò si fa peccato, e bisogna impedirlo, con le buone o con le cattive, sennò la Madonna piange), un compromesso che salvi il cavolo del trascendente legandolo ben stretto alle terga della capra. Un tutt’uno: il capra-cavolo.
Si può? Ci faccia un bell’esempio, signor teologo: per esempio, ho la libertà di morire che mi è negata dal suo Catechismo? Qui il teologo concede, dopo lodevole contorcimento [5], che sì, l’autodeterminazione di quel genere non è peccato: “è del tutto evidente che vi debba essere una legge che permetta a ogni uomo di decidere come morire”.
Oh, che carino. Lo penso anch’io, professor Mancuso, sa? Sa chi, invece, non è d’accordo con noi due? Il 99,99% dei principi della sua Chiesa, sovrano in capo, e il direttore del giornale sul quale è pubblicata questa sua riflessione. Saranno loro, mi permetta, a convincerla che tra Epicuro e Zenone è meglio se continua la rissa. Scommette?


[1] Molti dei risultati della scienza moderna mettono in discussione, per esempio, quanto sta alle fondamenta della fede cristiana, che egli afferma di abbracciare. Si prenda il concepimento di Cristo. Partenogenesi? E allora Cristo poteva nascere solo femmina, ma pare non si possa mettere in discussione il fatto che fosse maschio. Perché venisse concepito un uomo, un maschio, era indispensabile uno spermatozoo. Di chi? Oppure, si prenda la resurrezione: la scienza moderna ne nega la possibilità. Come ce la caviamo? Questa “nuova visione della natura”, di grazia, come mette “in unione” i risultati della biologia moderna con il dogma dell’immacolata concezione e della resurrezione della carne?
[2] Si pensi alle grandi tradizioni spirituali dell’antico Egitto, dei maya, degli incas. Si pensi alla grande tradizione spirituale pagana greco-romana. Come abbiamo fatto a perderle per strada e a sopravvivere, noi umani?
[3] Vito Mancuso si dichiara teologo cattolico. Dopo secoli di teologia cattolica posta a maggior freno del metodo scientifico moderno, gli è facile definire “eccezionale” ciò che fu definito “arte del demonio” dalle generazioni di teologi che l’hanno preceduto. Diciamo che è un teologo cattolico atipico, ma poi nemmeno troppo: difende l’indifendibile della fede (l’absurdum di cui la fede s’è sempre fatta vanto), cercando un posto razionale dove ficcarlo (quanto la scienza moderna possa offrirgli di meno inospitale). Non a caso, cerca di spacciare Dio come energia, metti caso che la metafisica non sia altro che fisica moltiplicata per la velocità della luce al quadrato. Un ardito eclettico, diciamo. Fino a quando i custodi della dottrina ortodossa non gli spezzeranno le gambette, ovviamente.
[4] Fatta salva l’eventualità che egli ci sforni questa “nuova visione della natura” che concili gli opposti (per ora, all’apparenza, inconciliabili), perché due tesi opposte dovrebbero contenere entrambe una parte di verità per il solo fatto di essersi fatte storicamente irriducibili l’una all’altra?
[5] Non ha importanza come il tuffatore entri in acqua, nemmeno se la vasca è vuota, guardiamo la bellezza delle sue figure. In breve, -a afferma Vito Mancuso – l’evoluzione, che implica la libertà dell’uomo, tra nella creazione; la creazione è cosa di Dio; ergo, Dio implica la libertà dell’uomo. Vabbe’, ma uccidersi è peccato. Fa niente, “la resistenza che il progetto di una legge sul testamento biologico incontra nella gran parte del cattolicesimo si spiega in base all’idea (sbagliata) che la dottrina tradizionale ha della natura”. Ma – abbiamo detto – Vito Mancuso adesso ne pensa una “nuova” e la sua Chiesa glielo farà fare. Come pensare che non sarà così?




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25 agosto 2008

"Provvisoriamente" su Giornalettismo.com

 

Come si distingue il razzismo dal sentimento dell’identità culturale?




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23 agosto 2008

Promemoria per Concita

“Autorevole personaggio politico (vede avvicinarsi il giornalista del trasatlantico di Montecitorio e gli si avvicina col dito alzato, in atto di scherzoso ma accorato rimprovero): «Lei non ci vuole bene, caro Rossi, non ci vuole assolutamente bene». Giornalista politico: «Perché onorevole?». Autorevole personaggio: «Ho letto il suo servizio di stamane, ci presenta nella luce peggiore». Giornalista: «Ma le cose sono andate così, non è colpa nostra». Autorevole personaggio: «Mio caro, lei mi insegna che l’obbiettività in politica è un fatto opinabile, e spesso un lusso che non ci si può permettere». Giornalista: «Io ho cominciato a fare il giornalista proprio perché non volevo fare politica». Autorevole personaggio: «Avrà ormai compreso, spero, che anche il giornalismo è politica, la forma più sottile e insidiosa della politica...»

Enzo Forcella, 1500 lettori, Donzelli 2004




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23 agosto 2008

“Incredibile vicenda”

Il mistificatore intelligente riesce anche a divertirti, quello cretino riesce solo a offenderti, vorresti prenderlo a schiaffi, e io mi sento offesissimo dinanzi a ciò che leggo oggi su Avvenire.
In prima pagina, nel taglio basso, leggo un titolo che recita: “In Piemonte abortire è gratis, ripensarci no”. Sembra un’assurdità che dovrebbe obbligarmi a un moto di indignazione, e il sommario, che rimanda ad una pagina interna interamente dedicata al “caso”, cerca di convincermi che questa assurdità è nei fatti, sarei un cane a non indignarmi:
Una giovane donna […], dopo aver eseguito gli accertamenti clinici per l’ivg, ha deciso di proseguire la gra­vidanza e si è sentita risponde­re che avrebbe dovuto pagare il ticket. La ragazza, in gravi diffi­coltà, ha poi abortito”.
Quali sono queste “gravi difficoltà”? Non se ne fa esplicito cenno neanche nella pagina interna. Tuttavia, se dover pagare un ticket ha costretto la donna ad abortire – così afferma Avvenire – saranno state di natura economica, e infatti l’art. 4 della legge 194 le contempla come “circostanze” valide e sufficienti per l’autorizzazione all’ivg.
“Come una prestazione sanitaria qualsiasi” – e questo è ritenuto “scandaloso e ingiusto” da Avvenire – l’ivg non richiede il pagamento di un ticket, nel caso in cui la donna che abbia intenzione di interrompere la gravidanza abbia adotto le suddette “circostanze” a motivazione della sua decisione. Chiedi di poter interrompere la gravidanza perché non hai un euro per tirar su il bambino? Mi pare giusto non pretendere che tu paghi un ticket.

Ma se una donna decide di non sottoporsi più all’intervento? Libera di farlo, ovviamente, nessuno la costringerà, figuriamoci, anzi, saremo tutti contenti. Però, evidentemente, saranno in qualche modo venute meno le “gravi difficoltà” economiche che motivavano una decisione tanto impegnativa, fosse pure limitatamente al pagamento del ticket richiestole. Se sono venute meno, perché quella donna dovrebbe essere esentata dal pagamento del ticket per gli accertamenti diagnostici fin lì effettuati, che per lo più sono gli stessi che vengono richiesti nel corso del primo trimestre di gestazione e che le normative vigenti non contemplano come meritevoli di esenzione per gravide non indigenti? Quel “ripensarci no” nel titolo in prima pagina, dunque, si rivela per quello che è: un trucchetto miserabile.
Miserabile perché vuol caricare di assurdo una vicenda che ne è del tutto priva, nel tentativo di sollecitare una reazione indignata.

Non è tutto: perché la vicenda risulti davvero
“incredibile”, quando ormai non lo è più, Avvenire non si risparmia.
“Dal giorno in cui prende questa terribile decisione a quello in cui entra in sala operatoria, la madre percorre un tunnel senza uscita, in cui il feto è considerato una ma­­lattia da estirpare. Se la donna ci ri­pensa, infatti, le chiedono di paga­re gli esami che ha fatto fino ad al­lora e che sono gratuiti solo se l’i­ter si conclude con l’aborto. Que­sta è una violazione di fatto della legge 194”. Abbiamo visto che è esattamente il contrario: la più conseguente presa d’atto delle difficoltà economiche della gravida.
“Al consul­torio le hanno spiegato cosa stava succedendo e l’hanno indirizzata a una comunità per farsi aiutare, ma era sconvolta”. Se avesse deciso altrimenti, sarebbe stato il trionfo della lucidità; avendo giudicato che la soluzione offertale non fosse adeguata – chi meglio di lei poteva giudicare? – è segno che non ragiona.
“In una mattina di mezzo aprile, Sa­rah ha abortito in esenzione. Se a­vesse fatto dietrofront, in base ai moduli firmati il primo giorno, a­vrebbe dovuto versare un centinaio di euro nelle casse dell’ospedale. E non perché il Santa Croce sia un covo di abortisti incalliti. Nelle cor­sie di questi palazzoni anni Ses­santa […] si respira al contrario una sensibilità rara”, perché pullulano di volontari pro life, ma – tant’è – nessuno d’essi caccia di tasca sua un centinaio d’euro da dare a Sarah. Via, c’era da salvare una vita umana: se la questione era tutta in quel ticket, bastava una colletta. Quando si tratta di organizzare i torpedoni per il Family Day, i soldi non mancano mai.




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23 agosto 2008

[...]

Il caso è prova lampante che le misure del governo in tema di sicurezza già mostrano risultati eccellenti. Intorno al 50%.




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23 agosto 2008

Il compagno Ionesco è vivo e lotta insieme a noi


“Prendete un circolo, coccolatelo, diventerà vizioso”
Eugène Ionesco, La cantatrice calva, 1950

È il 10 agosto, solo le 23.31, sta andando in onda a Radio Radicale la consueta conversazione tra Marco Pannella e Massimo Bordin.
Si sta parlando degli interventi che si sono tenuti qualche giorno prima al Cortina Incontra 2008: Pannella dice che Radio Radicale potrebbe organizzare qualcosa di analogo; Bordin sembra assentire, ma con qualche perplessità; Pannella insiste e dice che la cosa sarebbe necessaria, tanto più che a Cortina non invitano mai i radicali; Bordin conferma e dice che infatti non c’è andato; Pannella chiede se fosse stato invitato; Bordin dice di sì, ma che non c’è andato per motivi personali e che poi, in privata sede, ha da dirgli “una cosa su Cortina”; Pannella gli fa presente la curiosità che ora potrà essersi sollevata nel radioascoltatore intorno a questa “cosa su Cortina”; Bordin si schermisce e si schernisce, quindi…

Bordin: “Da Cortina, spostiamoci – se tu credi – un po’ a Roma…”
(Pannella cerca di accende un sigaro senza riuscirci.)
Bordin: “È finito l’accendino?”
Pannella: “Sì, ma…”
Bordin: “Eh, ma io ne porto sempre due… Quello è mio?”
Pannella: “Eh, no…”
Bordin: “Eh, ma io ce ne ho sempre due…”
Pannella: “Anch’io, ma non basta…”
Bordin: “Aspetta, che adesso risolviamo. Io la domenica mi porto sempre due accendini, perché lo so che…”
Pannella: “Vuoi vedere che ce l’ho là…?”
Bordin: “A te so che ti vendono accendini di scarsa…”
Pannella: “Sai, perché adesso starò tre o quattro ore in aeroporto…”
Bordin: “E quello non aiuterà. Però io avevo un altro accendino… L’hai già preso?”
Pannella: “No”
Bordin: “Eppure, io…”
Pannella: “No, ma sai che succede? Sono convinto che i compagni della redazione tra poco arriveranno…”
Bordin: “… con un accendino…”
Pannella: “… con accendino e magari con un bicchiere d’acqua…”
Bordin: “Eh, un bicchier d’acqua. Se qualcuno raccoglie la cosa, senz’altro. L’accendino, speriamo che ci sia qualcuno…”
Pannella: “Eh, è difficile…”
Bordin: “Oramai…”
Pannella: “Io posso aspettare, Massimo…”
Bordin: “Ebbe’, comunque sia… Diciamo che non è che possiamo bloccare la trasmissione…”
Pannella: “Eh…”
(Entra nello studio un redattore con un accendino.)
Bordin: “È uscito l’accendino?”
(Il redattore porge l’accendino a Massimo Bordin.)
Pannella: “Eh…”
Bordin: “No, no, è a lui che serve… Grazie, eh…”
Pannella: “Grazie davvero”
Bordin: “Allora, dicevamo… Sono gli ultimi venticinque minuti, cerchiamo di recuperare un altro tema che in realtà tocca molto l’attualità politica, perché sui giornali…”

Sipario.




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23 agosto 2008

[...]

“Signorina Maccabei,
venga fuori, dica lei:
dove sono i Pirenei?”

Natalino Otto,
La classe degli asini,
1949


“Sugli orsi non ha capito niente”
.


 




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22 agosto 2008

[...]

Dopo un documentario su Rai Tre che cerca di convincermi che il cattolicesimo tedesco fu tutto e compattamente antinazista, cambio canale e passo su Rai Uno, dove c’è Morgan che fa una cover ai Beatles (A day in the life, 1967). Il vescovo di Münster, prima, e una camicia coi pizzi e coi merletti, ora: stasera la tv di stato è intenzionata a prendermi per il culo con la sineddoche.




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22 agosto 2008

Cose dell'altro mondo

“Un parroco argentino è stato sanzionato dal Vaticano per aver pubblicamente messo in dubbio alcuni elementi fondamentali della fede cattolica, fra cui l’esistenza di Adamo ed Eva... *




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22 agosto 2008

3 - 0

“Nei grandi processi storici – scrive Curzio Maltese (il Venerdì, 22.8.2008) – ci sono sempre comunità, gruppi sociali o nazioni incapaci di adattarsi alle nuove condizioni e quindi destinate a decadere”. Mi pare che sia un’affermazione difficilmente contestabile. Potremmo estenderla agli individui e alle civiltà. Potremmo estenderla anche agli altri animali, che però non hanno la coscienza degli umani per riuscire a concepire quel concetto di “grande processo storico” che seleziona – in base alla capacità di adattamento, sia moralmente carino o no – un singolo esemplare rispetto a un altro, questo o quel gruppo di cui fa parte, la sua intera specie.
Voglio dire: se a un dodo – prima che i dodo andassero incontro all’estinzione – fosse stata data la coscienza dell’essere un uccello con due ali tozze e inadatte al volo, con due zampe troppo esili per una stazza sui venti chili, sarebbe servito a cosa? Avere coscienza della propria incapacità di adattamento a nuove condizioni non basta a farsi crescere le ali o a irrobustirsi le zampe, certo, ma almeno ad avere coscienza dell’imminenza di un destino inevitabile. Non si poteva chiederlo al dodo, ma nemmeno si può chiederlo agli italiani: gli italiani non hanno coscienza d’essere inadatti al nuovo, ma coltivano con ostinazione la convinzione – alla fin fine è la loro unica fede – che sia il nuovo ad essere inadatto a loro, sicché andrà incontro all’estinzione, e prevarrà il vecchio. Come a dire: le vecchie e care cose del bel tempo andato batteranno la globalizzazione per almeno tre a zero.
Ci credono, sono fatti così, all’inizio della partita sono tutti belli caldi e cantano l’inno, e se azzardi qualche dubbio passi per disfattista, iettatore o depresso, e fanno gli scongiuri, e chiamano un prete a benedire l’area di rigore. Come cazzo vuoi che possano salvarsi dalla sconfitta, tipi così?

Curzio Maltese continua con un’altra affermazione che difficilmente è contestabile. (Uso per la seconda volta questa formula perché a me Curzio Maltese è sempre stato un po’ sul cazzo, ma in questa sua sintetica analisi, che qui sto commentando a modo mio, mi pare azzecchi il cuore del cuore di tutti i problemi italiani. Quando posso cambiare idea su una persona, seppur di poco, mi affretto a dichiararlo.) E saggiamente scrive: “Gli ultimi quindici anni di vita pubblica italiana sono in fondo la sperimentazione di un’utopia negativa. Il sogno di respingere la globalizzazione in un Paese solo”.
Lasciate stare la forma, che non sarà il massimo, ma Curzio Maltese ha perfettamente ragione e vorrei vedere chi possa negarlo.
Vi ricordate quindici anni fa? Tutti contro la Prima Repubblica. Oggi, tutti a rimpiangerla, e chi in passato diceva che mai avrebbe voluto morire democristiano, oggi sospira “magari si potesse!”.
Vi ricordate quindici anni fa? C’era Silvio Berlusconi che scendeva in campo per fare la rivoluzione liberale.

Scusate mi fermo un attimo, e posto una simpatica immaginina. Poi, in un inciso, vi spiego il perché.

(Scusate se dalla lettura del pezzo di Curzio Maltese, sdraiato sul divano, passo alla telefonata con un caro e vecchio amico che non sentivo da un sacco di tempo, che mi fa passeggiare nervosamente avanti e indietro per casa con il cellulare allorecchio. Mi fa notare che una volta ero un liberale tutto odoroso di lavanda e adesso puzzo di zolfo. Gli mando il testo del discorso che il suo Silvio Berlusconi – suo, perché il caro e vecchio amico sta nel Pdl – tenne nell’occasione in cui gli fu scattata la simpatica immaginina; e gli scrivo in calce: “Chi è cambiato di più, lui o io?”. Ancora non mi arriva la risposta, sono passati due mesi.)

Curzio Maltese continua: “Berlusconi è soltanto la materializzazione del patetico desiderio di decine di milioni di connazionali: tornare al passato, rifiutare il presente e ancor più il futuro. Fermare l’orologio della storia”, e qui aggiunge una considerazione di carattere personale su Berlusconi, che ci può pure stare, ma che rovina la sua folgorante sintesi, macchiandola di troppo colore, e dunque la salto.
Chiude: “Tutto è fermo da anni, fino all’inevitabile catastrofe”. Anche qui troppo colore, forse. Io sarei portato a credere che, come l’incosciente e dunque incolpevole dodo, gli italiani manco se ne accorgeranno.




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22 agosto 2008

Varie

1. Nei giorni scorsi, in apertura a un post che all’apparenza era assai fetente, ho citato un breve passo delle memorie di Luis Buñuel (Dei miei sospiri estremi, Rizzoli 1983), nel quale il regista attribuiva allo scrittore André Breton una frase di quelle che sembrerebbero poter fondare un metodo per sciogliere, con la brutale efficacia della spada che taglia il nodo di Gordio, una questione intricata, quella relativa all’oscurità di un testo (filosofico, ma non solo) e alla ragione di quella oscurità che l’autore s’è sentito obbligato a scegliere. André Breton diceva: «Un filosofo che non capisco è un fetente», con ciò lasciando intendere che l’oscurità è sempre sospetta di un inganno, di una simulazione, perfino d’una millanteria. Può avere senso il fatto che a pronunciare questa frase sia stato uno di coloro che seguirono, tra i 1933 e il 1939, le leggendarie lezioni di Alexandre Kojève sulla Fenomenologia dello Spirito di Hegel? In appendice all’edizione italiana de Il silenzio della tirannide (Adelphi 2004), trovo un’intervista a Kojève, pubblicata nel luglio del 1968 su La Quinzaine littéraire, nella quale si ricorda che tra quanti seguirono quel corso all’École Pratique des Hautes Études c’erano Jacques Lacan e George Bataille, che sono sempre stati considerati due fetenti, e questo chissà se può avere un senso. In ogni caso, Luis Buñuel commentava quella frase in questo modo: «Sono completamente d’accordo, anche se a volte stento a capire quello che scrive Breton», con ciò lasciando intendere che questo genere di sospetto si può estendere sempre anche su chi lo formula. Non saprei decidermi in favore di Breton o di Buñuel, ma vorrei annotare accanto a questa amabile polemichetta tra i due il fatto che, prima di tenere quelle lezioni, Kojève aveva letto quattro volte la Fenomenologia dello Spirito, senza capirci niente a suo dire, per poi ritrovarsi incoronato alla fine di quel corso come il più penetrante conoscitore di Hegel. Non si era fatto scoraggiare dalla possibilità che Hegel fosse solo un fetente.

2. Debbo delle scuse. In un post di circa un mese fa, ho parlato della teoria degli aristoi in Aristotele contestualizzandola ne La costituzione degli Ateniesi: sbagliavo, come mi capita spesso quando cito a memoria, perché era in Politica (1281 b – 1284 a). È proprio in Hegel, nelle sue lezioni su Aristotele (Rusconi 1999 – pag. 265), che trovo il cenno (1284 a 3-11): “I migliori patirebbero torto se venissero equiparati agli altri che sono loro inferiori in virtù e in capacità politica. Infatti un tale uomo eccellente (aristos) somiglia a un dio tra gli uomini”. Hegel commenta: “Qui Aristotele pensava senza dubbio al suo Alessandro, destinato a dominare come un dio, e quindi a non sottostare a nessuno, neppure alla legge: «Per lui non c’è legge, poiché egli stesso è la legge. Lo si potrebbe forse espellere dallo Stato, ma non lo si dominerà, così come non si domina Giove. Davanti a un tale uomo non resta altro che obbedire volentieri, il che è nella natura di tutti […]» [1284 b 25-34]. Non mi pare sia un passo oscuro, e penso sia superfluo ricordare che fu Alessandro a tagliare il nodo di Gordio, che fu un bel modo d’essere capito.

3. “La fine della Storia non era un modo di chiudere i conti col passato per aprire altrove una nuova bottega filosofica; significava alludere all’ultima cosa che l’Occidente cercava di difendere con inutile ostinazione: l’umana e imperturbabile superficialità a cui il Logos e la Storia erano giunti” (Antonio Gnoli, Kojève, l’occulto maestro del ‘900, in: A. Kojève, Il silenzio della tirannide, Adeplhi 2004 [pagg. 251-267]).




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21 agosto 2008

Riletture edificanti

“In un mondo dove, in fondo, lo scetticismo ha contagiato anche molti credenti, è un vero scandalo la convinzione della Chiesa che ci sia una Verità con la maiuscola, e che questa Verità sia riconoscibile, esprimibile e, entro certi limiti, anche definibile in modo preciso. È uno scandalo che è condiviso anche da cattolici che hanno perso di vista l’essenza della Chiesa. La quale non è un’organizzazione solo umana, deve difendere un deposito che non è suo, ne deve garantire lannuncio e la trasmissione attraverso un Magistero che lo ripresenti in modo adeguato e autentico agli uomini di ogni tempo […] La Chiesa di Cristo non è un partito, non è unassociazione, non è un club: la sua struttura profonda e ineliminabile non è democratica ma sacramentale, dunque gerarchica; perché la gerarchia basata sulla successione apostolica è condizione indispensabile per raggiungere la forza, la realtà del sacramento. Lautorità, qui, non si basa su votazioni a maggioranza; si basa sullautorità del Cristo stesso, che ha voluto parteciparla a uomini che fossero suoi rappresentanti sino al suo ritorno definitivo. Solo rifacendosi a questa visione sarà possibile riscoprire la necessità e la fecondità cattolica di Chiesa dellobbedienza alle sue legittime gerarchie”

Joseph Ratzinger, Intervista sulla fede, Ed. San Paolo 1985




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Gli editoriali per Notizie Radicali


172. Urbi et orbi, la Marcia di Pasqua è inesistente
(11.4.2007)

171.
Addio, radicali. Arrivederci, liberali
(4.4.2007)

170.
La materia oscura
(30.3.2007)

169.
L’eroica lotta del prode Bandinelli
(20.2.2007)

168.
E a questo stiamo
(19.2.2007)

167.
Tra il sacro e la secolarizzazione
(16.2.2007)

166.
La smetta, Binetti, si curi!
(31.1.2007)

165.
Ignobile scoop
(29.1.2007)

164.
In memoria di Alfredo Ormando, ex seminarista, gay, arso vivo
(12.1.2007)

163.
Per ogni Popieluszko c’è sempre almeno un Wielgus
(10.1.2007)

162.
La pieta e la chiarezza di Francesco D’Agostino
(9.1.2007)

161.
Bernard-Henry Levy e i blog
(8.1.2007)

160.
Le esequie ecclesiastiche a Gabriele Cagliari
(2.1.2007)

159.
Assuntina Morresi davanti a Piergiorgio Welby
(20.12.2006)

158.
Ratzinger e i «terminali»
(18.12.2006)

157.
Il concubinaggio
(14.12.2006)

156. La «sana laicità»
(11.12.2006)

155.
Cantalamessa
(6.12.2006)

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Lo Sdi e la massa critica
(4.12.2006)

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Caro Punzi
(28.11.2006)

152.
Il diabete dell’ateo devoto
(27.11.2006)

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Alasciarli dire, a lasciarli fare
(24.11.2006)

150.
Il metodo di Antonio Socci
(23.11.2006)

149.
Salvo forellini
(22.11.2006

148.
L’olio e le erbe medicamentose di San Francesco
(20.11.2006)

147.
Chissà se il mercato globalizzato accetterà l’authority della Chiesa
(15.11.2006)

146.
La Curia di Bologna
(10.11.2006)

145.
Simpatica carognetta
(8.11.2006)

144.
Una sana competizione inter-religiosa
(23.10.2006)

143.
Lo spazio dove stanno i radicali
(17.10.2006)

142.
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(12.10.2006)

141.
Capolavoro di ipocrisia!
(10.10.2006)

140.
La radice dell’antisemitismo è più cristiana o più musulmana?
(9.10.2006)

139.
Nessuna paura d’aver paura
(5.10.2006)

138.
Nessuna costrizione nelle cose di fede?
(2.10.2006)

137.
“Lucidamente Piergiorgio Welby chiede…” 
(29.9.2006)

136. 
Ipotesi su Milingo
(27.9.2006)

135.
Ohilà, nequiziosi!
(26.9.2006)

134.
Come il tassidermista riempie di paglia la carogna
(25.9.2006)

133.
Ignoranza o mistificazione?
(21.9.2006)

132.
O secolarizzazione o violenza
(19.9.2006)

131.
Un tranquillo weekend di paura
(18.9.2006)

130.
La teologia nell'universitas scientiarum
(14.9.2006)

129.
“In fondo la Cisa vende serrature”
(13.9.2006)

128.
Limature
(12.9.2006)

127.
Auflegen, befehlen o gebieten?
(11.9.2006)

126.
Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia
(6.9.2006)

125.
James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre
(5.9.2006)

124.
Il caso Robert Lanza, ennesima svista del Foglio
(1.9.2006)

123.
Caro Pullia
(31.8.2006)

122.
Pannella si è fermato a Bose
(29.8.2006)

121.
Dobbiamo avere una grande pazienza
(28.8.2006)

120.
Trittico libanese
(24.7.2006)

119.
Schola Scholae
(19.7.2006)

118.
“Drogarsi non è un diritto”
(14.7.2006)

117. 
Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
[con Federico Punzi]
(6.7.2006)

116.
Comunitari o liberal?
(29.6.2006)

115.
Di cani e di figli
(27.6.2006)

114. Una fiction, neh
(23.6.2006)

113. Signore, signori, malgiogli assortiti...
(21.6.2006)

112.
Lobby? Andiamo piano con le parole
(16.6.2006)

111.
“Talora la stampa si presta…”
(13.6.2006)

110.
Negli assolutismi accade
(8.6.2006)

109.
La “libertà di vietare”
(7.6.2006)

108. Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile
(30.5.2006)

107.
Rispiegare la modernità?
(26.5.2006)

106.
Zuavi in Parlamento
(22.5.2006)

105.
A chi spetta?
(19.5.2006)

104. Ancora su Marcello Pera
(18.5.2006)

103.
Dopo la famiglia, lo Stato
(16.5.2006)


102. Occhio, fratres!
(8.5.2006)

101. Diciotto volte Emma Bonino, fino alla fine
(5.5.2006)

100. 
Il cardinal Martini e la "resa alla modernità"
(2.5.2006)

99.
Un'altra trappola: il Manifesto di Euston
(27.4.2006)

98.
Faranno al cardinal Martini un trattamento alla Milingo?
(24.4.2006)

97.
Dopo Rocca, Ferrara manda Bellasio
(21.4.2006)

96.
"C'è un'Italia reale e un'Italia virtuale"?
(19.4.2006)

95.
I piccoli exit poll di Christian Rocca
(13.4.2006)

94.
Il giorno dopo
(11.4.2006)

93.
Viva Romano Prodi!
(10.4.2006)

92.
Lectio magistralis
(5.4.2006)

91.
Not negotiable
(4.4.2006)

90.
L'Appello a Prodi: il bluff della guerra civile
(31.3.2006)

89.
Il gentilissimo Christian Rocca
(28.3.2006)

88.
Bastardo sarà lei!
(27.3.2006)

87.
Ruini non fa ingerenza, rimanda a quella di sempre
(21.3.2006)

86.
Divertente come la catastrofe
(20.3.2006)

85.
Mutua comprensione tra integralismi?
(13.3.2006)

84.
Benedetto figliolo!
(7.3.2006)

83.
Quel che trattiene Magdi Allam
(1.3.2006)

82.
Vieni, Gunther, qui c'è un albero, è un pero
(27.2.2006)

81.
Un editoriale che vorrei lasciare incompiuto e senza titolo
(21.2.2006)

80.
Cavar soldi dal “matto”: in Vaticano ci si fa un pensierino
(17.2.2006)

79.
Escludendo che monsignor Maggiolini si sia presa una cotta per la Bonino
(9.2.2006)

78.
La questione è la libertà di espressione
(7.2.2006)

77.
Si tratta pur sempre di un sant’uomo
(1.2.2006)

76.
“La verità, vi prego, sulla carità”
(31.1.2006)

75. Ci dica l’ottimo Panebianco…
(23.1.2006)

74.
La figlia del console
(19.1.2006)

73.
Ratzinger e il decalogo
(18.1.2006)

72. “Il vero Israele” 
(17.1.2006)

 

71. Una dimenticanza di Angelo Panebianco

(16.1.2006)

70. Bonino o Santanché?
(10.1.2006)

69. Niente antidepressivi, grazie!
(4.1.2006)

68. “Ah, se Dio sopprimesse i peccatori!”
(2.1.2006)

67. Del Concilio Vaticano II non avete capito niente, gonzi!
(27.12.2005)

66. Un’altra mina l’Occidente: la pornografia
(23.12.2005)

65. “Fratello spermatozoo”
(20.12.2005)

64.
La mia superstizione è migliore della tua
(19.12.2005)

63. Riforma della Curia, anno 0
(14.12.2005)

62.
La goccia di veleno
(12.12.2005)

61. Non lo fo’ per piacer mio…
(Lettera aperta a Carlo V)
(6.12.2005)

60. Venerdì, sabato e domenica
(5.12.2005)

59.
Contrordine, figlioli, il limbo è una cazzata!
(2.12.2005)

58.
Tomista quanto non mai, il Ratzinger. Anzi assai tomo.
(28.11.2005)

57. Il seminarista sia munito di certificato medico

(24.11.2005)

56. Scherziamo? Scherziamo
(21.11.2005)

55.
La pazienza degli italiani
(17.11.2005)

54. Il fuoco amico di Croce e Gramsci
(16.11.2005)

53. Marcello Pera, croque-mort
(15.11.2005)

52. Semo romani, damose da fa’
(11.11.2005)

51. Coi soldi di Sir Templeton
(8.11.2005)

50.
La Chiesa è sempre uguale a sé stessa
(27.10.2005)

49. Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?
(20.10.2005)

48.
Sua Santità, Anacoluto I
(17.10.2005)

47.
Un dubbio: mettere in dubbio il dubbio?
(14.10.2005)

46.
Capriccio
(10.10.2005)

45.
Buona conversione!
(7.10.2005)

44. Se il legislatore non è un fesso (e non è un fesso)
(4.10.2005)

43. L’orecchio di Dionigi
(29.9.2005)

42. Fiuggi: i tg di prima sera non possono più glissare
(26.9.2005)

41. La colomba e il leopardo
(21.9.2005)

40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
(19.9.2005)

39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
(15.9.2005)

38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
(12.9.2005)

37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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per saperne
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