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malvino
il blog di Luigi Castaldi


Diario


31 gennaio 2010

1998

Sfogliando vecchie riviste, m’imbatto nei risultati di un’indagine del Censis (liberal, 23.7.1998), che penso diano buona misura di quanto siamo cambiati in poco più di dieci anni.



Qualche dubbio sul fatto che alla stessa domanda oggi avremmo risultati differenti? Il commento al sondaggio ha il seguente titolo: “I «diversi» ci piacciono più di quanto si pensi”.




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31 gennaio 2010

Eminenza bella

Eminenza bella,
leggo su ansa.it alcuni stralci delle dichiarazioni da lei fatte in data odierna – apprendo – “intervenendo al 39mo piano della nuova sede della Regione Lombardia per benedire la statua della Madonnina”. Le leggo e mi chiedo: ma come cazzo si permette, il Tettamanzi? Le rileggo e mi dico: il Tettamanzi non ha detto niente, e meno male, sennò era ingerenza vaticana. E allora perché ha parlato? Dovendo dire niente, perché non stava zitto? Le rileggo una terza volta, e solo allora capisco.
“Preoccupanti episodi di corruzione morale, aggressività politica e accanimento mediatico hanno generato un clima politico denso di veleni e sospetti e un pesante crollo di fiducia dell’opinione pubblica nei confronti delle istituzioni”. Ce n’è per tutti, non si salva nessuno. È la politica dell’antipolitica, però fatta dall’alto, e infatti aggiunge: “Alcune sortite da parte di figure istituzionali non hanno talora mancato di contribuirvi con pronunciamenti indebiti, che più che stigmatizzare mali personali o strutturali, sono andati a ledere l’immagine e l’autorevolezza delle istituzioni stesse”. In difesa delle istituzioni, contro le figure istituzionali che le indebolirebbero, e da una posizione che ha pretesa di giudicare debito e indebito. È un’antipolitica che sa di prepolitica, e che ha pretesa di fondare le ragioni della politica: “Le istituzioni, pur con tutti i limiti dell’umana fragilità, sono fondamento e garanzia della comune convivenza”. Insomma, lei non ha detto un cazzo, ma intendeva dargli un gran peso.
Lei non si sporca come il Ruini, che sembra un povero Andreotti qualsiasi, e incontra Letta, consiglia Rutelli, muove Pezzotta e dà un occhio a Casini. No, lei crede di poter far politica super partes, come la fa Beppe Grillo. Guardi che poi si espone allo stesso genere di critiche che si piglia lui. Per esempio: ha preso soldi per andare a benedire quella Madonnina?




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31 gennaio 2010

Trauma e massacro

“Che già prima [di venire a sapere che fosse iscritto alla P2]
Indro [Montanelli] nutrisse dubbi sull’allievo [Roberto Gervaso],
lo dicono due […] autografi, […] esclusi senza dichiararlo
da «I conti con me stesso» [Rizzoli, 2009 – a cura di Sergio Roman0]

Enrico Arosio, Indro e il cattivo allievo
(L’espresso, LVI/5 – pag. 69)



- Pronto…

 
- Ciao, Roberto…

- Ohilà, Sergio, qual buon vento?

  - Senti, qui ci sono due pagine di Indro che…

- Sono cattive nei miei confronti?

  - Feroci…

- Ancora sulla mia iscrizione alla P2?

  - No, di prima che si venisse a sapere… Sul tuo Cagliostro…

- E che scrive?

  - Un attimo… “Ho impiegato due giorni a leggere il Cagliostro di Gervaso […] Che faccio, ora? Se gli dico che è una porcheria, gli procuro un trauma. Se non glielo dico e glielo lascio pubblicare lo mando al massacro…”

- A me disse che era buono…

  - Lo scrive. Il giorno dopo. “Invece di dirgli: sono cose più grandi te, non sei scrittore, contentati di fare il piccolo cronista, l’ho incoraggiato”

- Be’, Sergio, mi pare che questo dia la misura della doppiezza e della cattiveria di Indro…

  - Ma prima dà la misura di quale fosse il suo giudizio – il giudizio di Montanelli – sul tuo lavoro di scrittore… Metti “non sei scrittore, firmato Montanelli” sulla fascetta del tuo prossimo libro?

- Le scarti, queste due pagine?

  - E certo che le scarto, volevo solo fartelo sapere...

- Penso che abbia voluto farmelo sapere lui…




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31 gennaio 2010

Di una speciale afefobia


Una trentina d’anni fa, quando già da una ventina s’era chiuso nel suo leggendario silenzio, un amico rivelò che gli aveva confidato: “Sono solo un uomo tranquillo che ha scritto dei racconti e la gente si è convinta che ci fosse del vero. E per questo vogliono toccarmi, ma io non sopporto di essere toccato. Ecco perché ho scelto di farmi da parte” (William P. Kinsella, Shoeless Joe, 1982). Nessuna smentita, nessuna rettifica. Il Rosebud di Salinger, dunque, è in questo suo “ecco perché”? Dovremmo concludere che abbia cercato di evitare il lettore che non si accontenta di leggere, ma vuol toccare ciò che ha letto toccando chi l’ha scritto. “Non c’è niente di autobiografico in quello che scrivo” è un’affermazione che suona falsa all’orecchio di questo genere di lettore, e dunque non resta che “farsi da parte”.
Non un’afefobia in senso stretto, comunque, come dimostra la sua biografia. Ma non sarebbe bastato mettere al riparo l’“uomo tranquillo” e continuare a pubblicare? Di Pynchon, per esempio, girano solo quattro foto ma ben otto volumi: non avrebbe potuto fare come lui? È che “publishing is a terrible invasion of my privacy. I like to write. I love to write. But I write just for myself and my own pleasure” (The New York Times, 4.11.1974).
“Non c’è niente di autobiografico in quello che scrivo”, ma pubblicandolo non posso evitare che sia considerato tale, e dunque preferisco non pubblicarlo. Non un’afefobia in senso stretto, dunque, ma una coerenza estrema.

 




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30 gennaio 2010

L'inaugurazione dell'Anno giudiziario, di là

Sua Santità ha fatto un solenne cazziatone ai giudici del Tribunale Apostolico della Rota Romana perché concedono troppi annullamenti di matrimonio. Invocare il principio di autonomia della magistratura è fuori luogo in questo caso, perché si tratta di giudici che non ne hanno. E infatti non s’è levata alcuna obiezione, anche se una era teoricamente possibile: se non le piacciono le mie sentenze, Santità, tenga i faldoni, e i processi se li sbrighi lei.
È quello che avrebbe dovuto dire il giudice del Tribunale Apostolico della Rota Romana che ha decretato più alto numero di annullamenti, ciascuno dei quali – c’è da ritenere – decretato secondo scienza e coscienza: se Benedetto XVI ha da ridire anche su una sola delle sentenze di nullità che egli ha emesso, com’è ben probabile, costui non ha da risentirsene? Teoricamente sì, praticamente coi faldoni dovrebbe restituirgli anche la toga, e figuriamoci. Lo zibellino, in certi casi, è costretto a diventar coniglio.
Ma gli avvocati? Com’è che neanche un avvocato ha aperto bocca? Sua Santità ha fatto un cazziatone pure a loro, invitandoli ad “evitare con cura di assumere, come legali di fiducia, il patrocinio di cause che, secondo la loro coscienza, non siano oggettivamente sostenibili”. Ma che evidentemente potrebbe portare ad una sentenza di nullità, sennò non si capisce la ragione dell’invito.
Anche qui un’obiezione era possibile: ecco il mandato, Santità, lo rigetti lei. Non se ne ha notizia.




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30 gennaio 2010

Lucio Colletti (Il Foglio, 30.1.1996)

Quando la modernità ha scelto la mondializzazione, l’identitario e il particolaristico che stanno in questa o in quella tradizione ne hanno sofferto fino alla crisi, che ha avuto forma di reazione. I bastioni del privilegio, che sono dappertutto i difensori della tradizione, hanno opposto una discreta resistenza all’urto, reclutando masse opportunamente drogate di ignoranza e paura. Siamo a questo punto, al momento.
Lucio Colletti aveva visto tutto questo già nel 1996 e rivelava una matura coscienza liberale in una preoccupazione: “Tutto ciò genera ovviamente una reazione di panico tra questi ceti medi, la quale a sua volta, può alimentare anche nei paesi più democratici, spinte verso forme di cesarismo, se non proprio di autoritarismo, incrementate, per altro, dalla spettacolarizzazione della politica attraverso la televisione”. Accadesse in Italia – diceva Colletti – “una stagione liberale, la quale ci faccia entrare a pieno titolo tra i protagonisti del mondo occidentale”, si farebbe sempre più lontana.

Lo diceva in un’intervista pubblicata sul primo numero de Il Foglio, quello che apre le 14 annate del giornale ora raccolte in un dvd, da alcuni giorni in edicola.
Erano i tempi in cui Lucio Colletti era un autorevole modello di intellettuale in fuga dal comunismo verso il liberalismo, e stava con Silvio Berlusconi, che prometteva la «rivoluzione liberale». Un modello che Giuliano Ferrara tentò disperatamente di imitare per qualche tempo, ma l’embrione liberale era destinato ad abortirgli dentro, come è evidente sfogliando le annate più recenti in questo dvd.
Lucio Colletti morì nel 2001, ma fece in tempo per accorgersene e
ammoniva che non era possibile, di fronte al soggettivismo relativistico della modernità, abbracciare una filosofia, come quella straussiana, desiderosa di «restaurare le condizioni antiche»” (Pierluigi Battista – La Stampa, 29.9.2004). Tutto inutile.




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29 gennaio 2010

Segnalazione

“Non ho imbarazzo a dire che ho vissuto una crisi morale, culminata quando ho visto come si stava strutturando l’entourage più ristretto del Cavaliere” *. Si stava restringendo escludendolo ed è questo che ha provocato la crisi morale, oppure è la crisi morale che l’ha portato fuori da quell’entourage? Probabilmente le cose sono procedute di pari passo: più veniva emarginato e più maturava scrupoli, più quegli scrupoli erano evidenti e più veniva emarginato, più veniva emarginato e più maturava scrupoli.
Resta il fatto che le rivelazioni di questo pentito illustrano nel dettaglio tattico una strategia che per sommi capi era evidente a tutti, e da tempo. È merito di Alessandro Gilioli l’aver cavato di bocca a Carlo Taormina queste rivelazioni o era il pentito che non vedeva l’ora di togliersi il peso dall’anima? Entrambe le cose, probabilmente, ma di fatto l’intervista è un documento eccezionale. Da diffondere.

Lodevole il modo in cui è condotta l’intervista, lodevole la riserva di Gilioli sull’ambiguo e oscuro nodo che genera il pentimento: “quella che lui ora chiama «una crisi morale»”.




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29 gennaio 2010

Lapidaria


Per celia si comparano le prestazioni dell’iPad con quelle della scrittura su pietra: prendendo a esempio la stele di Rosetta e un’iscrizione etrusca. Accanto alla prima (II secolo a.C.) una didascalia recita “40.000 a.C.” e accanto alla seconda (IV secolo a.C.) si legge “10.000 a.C.”. Anche volendo ammettere che non ci si riferisca alle due iscrizioni in particolare, ma alla scrittura lapidaria in generale, si tratta di un errore, in entrambi i casi, e di un errore anche abbastanza grave, perché non si ha notizia di scrittura umana antecedente al terzo millennio a.C. (altra cosa è la pittura, ma non mi pare che sulla tablet della Apple si possa dipingere).
La paternità di un errore è di chi lo commette, però a diffonderlo lo si adotta. È per la stima che ho verso Manteblog e Phastidio come divulgatori di sapere che chiedo loro la rimozione delle immagini in questione. Quasi certo che non lo faranno.




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29 gennaio 2010

Palle




*
 




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29 gennaio 2010

Dilla tutta

Avvenire, 29.1.2010: “La sentenza sul crocifisso emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo è «politica e va quindi oltre la giurisdizione della Corte». Lo sostengono 27 membri dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa…”, che ne è composta di 315.




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29 gennaio 2010

Quella roba con le virgolette





Fino a quando non si tolgono le virgolette, la «politica» rimane mera astrattezza.
Tolto l’involucro – al netto di Aristotele, Giovanni di Salisbury, Hobbes, Montesquieu, and all [*] – la politica si rivela roba concreta: del fare per gli altri, e del come farlo.
Qui, di colpo, il concetto precipita in «chi fa politica», e la politica diventa rappresentazione dell’idea che questi ha degli altri. Se poi togliamo le virgolette anche a «chi fa politica», abbiamo il politico: colui che va incontro agli altri con l’idea che ne ha.
Qui il ventaglio s’apre in una infinita gamma di idee, fatto sta che intanto la «politica» si è incarnata, ha preso una faccia e un nome. E il fare politica (senza virgolette) li spende.
È il caso di Angelo Gava, figlio di Antonio e nipote di Silvio, la cui candidatura nelle liste del Pdl è stata pubblicamente annunciata l’altrieri (il file audio dell’evento è reperibile su radioradicale.it, a questo link).

Voglio pormi libero da ogni pregiudizio dinanzi a questo annuncio, e comincio col dire che non è giusto far cadere sui figli eventuali colpe dei padri. Sui figli è lecito che ne ricadano solo eventuali meriti, diciamo. E dunque accetto di buon grado che Angelo Gava venga candidato dal Pdl solo perché è un Gava. E dico “solo”, perché i presenti alla conferenza stampa (Cutrufo, Giovanardi, Compagna, Rotondi e Cosentino) non fanno cenno ad altro merito del candidato, se non quello dell’essere – appunto – figlio di Antonio Gava.
Quell’Antonio Gava che
risult
[a] provato con certezza – hanno scritto i giudici – [fosse] consapevole dei rapporti di reciprocità funzionali esistenti tra i politici locali della sua corrente e l’organizzazione camorristica di Carmine Alfieri, nonché della contaminazione tra criminalità organizzata e istituzioni locali del territorio campano”; e che è altresì “provato non [abbia] svolto alcun incisivo e concreto intervento per combattere o porre un freno a tale situazione, finendo invece con il godere dei benefici elettorali da essa derivanti alla sua corrente politica”.
Insomma,
l’Antonio Gava che “aveva piena consapevolezza dell’influenza esercitata dalle organizzazioni camorristiche operanti in Campania sulla formazione e/o l’attività e del collegamento dei politici locali con i camorristi, sicché non potrebbe neanche ritenersi che egli si sia interessato della politica locale senza rendersi conto del fenomeno della compenetrazione della camorra nella vita politica, alla cui gestione avrebbero provveduto, a sua insaputa, gli esponenti locali della corrente.
E però,
pur apparendo [tutto ciò] biasimevole sotto il profilo politico e morale, tanto più se si tiene conto dei poteri e doveri specifici del predetto nel periodo in cui ricoprì l’incarico di ministro degli Interni”, i giudici scrissero che non si poteva “affermarne la responsabilità penale”.

Perché tanto parlare del padre, per giunta andato assolto? Ma mi pare evidente: il figlio dice che si candida ispirandosi al «far politica» di “papà”. E abbiamo visto il giudizio datone dalla giustizia, dopo che il processo aveva tolto le virgolette.
Ecco qui il candidato. Ha un supporter forte come Nicola Cosentino, casualmente accusato di colpe analoghe a quelle che furono ingiustamente addebitate ad Antonio Gava (forse un filino di più): “biasimevole sotto il profilo politico e morale”, forse, ma vedrete, anche qui tutto si rivelerà penalmente irrilevante. Che è ciò che conta.
C’è da piazzare i prodotti delle aziende che l’Enel Green Power, di cui Angelo Gava è un dirigente (ora in aspettativa), può autorizzare (o no) ad operare in Campania: di mezzo ci sono 800 nuovi posti di lavoro, e il “giovane” Gava vuole mettere la sua esperienza professionale e lo stile di famiglia al servizio della comunità. L’amministrazione della polis, insomma, la «politica», quella roba con le virgolette.






[*] Una citazione da The Catcher in the Rye era d’obbligo, alla memoria.




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28 gennaio 2010

"Don't turn on the light, leave me alone"




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28 gennaio 2010

Segnalazione

Riflessione notevole (Stenelo).




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28 gennaio 2010

Questo è

Con una qual certa regolarità, Karol Wojtyla si flagellava: l’aveva sempre fatto, non smise di farlo da papa. L’aveva già rivelato Tobiana Sobodka, la superiora delle suore polacche che prestavano servizio nell’appartamento pontificio, qualche mese fa, e ora lo conferma Slawomir Oder, postulatore della causa di beatificazione: Nel suo armadio, in mezzo alle tonache, era appesa sull’attaccapanni una particolare cintura per i pantaloni, che lui utilizzava come frusta e che faceva portare sempre anche a Castel Gandolfo”.

Il fatto che avesse l’abitudine di flagellarsi passa in secondo piano, fa più rumore che avesse intenzione di dimettersi, che in un soggetto anziano, sottoposto a forti carichi psicofisici, mi sembra idea sana.
Siamo diventati insensibili al disagio esistenziale e alle sue manifestazioni autolesionistiche, questo è.




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28 gennaio 2010

Psyche Zenobia

[Quando voglio farmi una ragione di certe bestialità che vanno in stampa, torno spesso e volentieri a How to write a Blackwood article (Edgar Allan Poe, 1838), e leggo di quella pasticciona di Psyche Zenobia…]

Quando Angiolo Bandinelli afferma una cazzata appoggiandola alla citazione di un Grande, conviene andare a controllare, e quasi sempre si riesce ad assolvere il Grande, che con la cazzata non c’entra niente. Il povero Joseph de Maistre, per esempio, stavolta è capitato a lui.
Il Grande – in questo caso il Grande Reazionario – era chiamato a sostenere, con adeguata citazione, il fatto che i grandi reazionari piacciono, piacciono anche a noi laici, anche a me”. A me scapperebbe un “parla per te, leccaculo”, ma non è questo il punto.
Il punto è che, per piacere ad Angiolo Bandinelli, de Maistre deve tornargli da argomento. Per esempio: il problema delle donne che decidono di abortire, semmai sotto la pompa di bicicletta della Bonino. È un poco imbarazzante che di là, sull’altra facciata della pagina, ci stia un “No, con Emma non ci sto”? Macché, di qua si polemizza col fioretto. Un fioretto così sottile…

Ma torniamo alla cazzata. Donne che decidono di abortire? Ce n’erano anche ai tempi di de Maistre – ci informa Bandinelli – e il Grande Reazionario deve ammetterlo. Vuoi vedere che riusciamo a trovare in de Maistre un germe di teoria della riduzione del danno? E lasciamo fare, vediamo la citazione: “Occorrerebbe […] domandarsi in virtù di quale causa sia diventato necessario che una folla di bambini muoia prima ancora di nascere; che la metà precisa di quelli che nascono muoia prima dei due anni” (Le serate di San Pietroburgo).
Dovrebbe risultare evidente che la folla di bambini che muoiono prima ancora di nascere è quella degli aborti spontanei che, insieme a quelli che muoiono appena dopo nati (per fame, stenti e malattie, senza apparente ragione di giustizia divina), interrogano il credente e non gli lasciano altra possibilità se non la fede. E infatti questa riflessione di de Maistre sta accanto al terremoto di Lisbona, che è un’altra cosa apparentemente in contraddizione con la bontà divina, per concludere: Noi ti supplichiamo, Signore: degnaTi di proteggerci; consolida con la Tua grazia suprema questa terra scossa dalle nostre iniquità, perché il cuore di tutti gli uomini conosca che è il Tuo sdegno che ci invia queste punizioni, e la Tua misericordia ce ne libera”.
D’altra parte, dove Bandinelli taglia il periodo (“[…]”) ci sta: “… dunque guardare ancora più in alto, e…” (= prim’ancora che dei morti innocenti a causa del terremoto, guardiamo agli aborti spontanei, alla mortalità infantile, ecc.). E però per Bandinelli si tratta della piaga dell’aborto volontario.

Psyche Zenobia resta una Grande.




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28 gennaio 2010

Radici farlocche del “nazionale” e dell'“universale”

Viene ristampato il testo di una conferenza che Joseph Ratzinger tenne nel 1962 sul rapporto tra “nazionale” e “universale” in Origene e in Agostino. Non ho ancora a disposizione il volume, e al momento sto a quanto ne scrive Cesare Cavalleri (Avvenire, 27.1.2010). La riflessione ratzingeriana sul pensiero dei due Padri della Chiesa sarebbe centrata sulla lettura della dispersione dell’“universale” nel “nazionale” che procede da Babele con un “significato punitivo” (scaturigine delle nazioni come espressioni di lingue diverse) fino alla fondazione di un nuovo “universale”, mediato dal mandato apostolico pentecostale (il dono della conoscenza di tutte le lingue).
Ne ho già parlato, perché anche da pontefice Joseph Ratzinger ha ribadito la tesi che Dio abbia “punito” i costruttori della torre di Babele, ma – questo è il punto – con una interpretazione che non trova riscontro nel testo biblico: Dio non punisce chi stava costruendo l’“universale”, ma semplicemente stabilisce che il suo piano è diverso.

“Da dove viene il male? Perché ci sono diverse lingue e civiltà?”, si chiedeva nell’omelia del 6.1.2008, e rispondeva: “Afferma il testo sacro che in origine «tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole» (Gn 11, 1). Poi gli uomini dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra» (Gn 11, 4). La conseguenza di questa colpa di orgoglio, analoga a quella di Adamo ed Eva, fu la confusione delle lingue e la dispersione dell’umanità su tutta la terra (Gn 11, 7-8). Questo significa «Babele», e fu una sorta di maledizione, simile alla cacciata dal paradiso terrestre”.
Come ho già scritto, è un’esegesi che puzza di naftalina. In più, il testo biblico non autorizza affatto questa interpretazione.
Benedetto XVI salta tre punti di Gn 11, 1-9: Gn 11, 4, Gn 11, 5-6 e Gn 11, 9. Questi tre punti tolgono ogni senso di punizione alla dispersione degli uomini da Babele voluta da Dio: “Il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola [il testo biblico qui smentisce quello che è stato detto poco prima, in Gn 10, dove già i figli di Noè risultano avere lingue diverse]; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque [da notare che era già sceso, due frasi prima, in Gn 11, 5] e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro»” (Gn 11, 5-6); “Perciò la chiamò «Babele» [dalla radice bll (“disperdere”)], perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra” (Gn 11, 9).

Dio non considera affatto la costruzione della torre come un atto di sfida nei suoi confronti e negli stessi costruttori della torre, inoltre, non c’è questa intenzione: “Dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra»” (Gn 11, 4). Non vogliono toccare il cielo per sfidare Dio, semmai per congiungere la terra al cielo, ma questo non è il progetto di Dio.
Ben sapendo che “quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile” (Gn 11, 6), Dio dispone per un altro progetto: la dispersione degli uomini su tutta la terra. E qui dobbiamo intenderci sul termine “dispersione”, perché la ricchezza delle diversità umane da luogo a luogo e da tempo a tempo è evidentemente nel piano di Dio, non interviene affatto a punire – come dice Benedetto XVI – una “colpa di orgoglio, analoga a quella di Adamo ed Eva”.

Se la dispersione non è una punizione, la ricomposizione in quell’“universale” che starebbe nel mandato apostolico non ha alcuna possibilità di essere letta come esplicita nel volere di Dio, anzi, se ne allontana. La torre di Babele non viene distrutta da Dio, semplicemente egli fa in modo che ne venga abbandonata la costruzione. E così, cadendo ciò che da Agostino passa a Ratzinger (op­porre alla confusione delle lingue a Babele il prodigio delle lingue a Pentecoste, scrive Cavalleri), cade anche l’“universale” inteso come kata olos, e cioè cade la pretesa dell’universalismo cattolico. Sarebbe il caso di lasciar perdere Gn 11, 1-9, perché è inservibile come fondamento della pretesa.




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28 gennaio 2010

"Ma davvero questa troia pensa di poter mutare i principi divini seducendo una generazione di ribelli?"

“Dio odia Lady Gaga”.




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28 gennaio 2010

Da via Morghen a Fiume

[Ricevo e copio-incollo qui una bella pagina di Giuseppe Nitto.]

Nel celebrare senza retorica la Giornata della Memoria, istituita il 27 gennaio di ogni anno, nella ricorrenza simbolica della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau ad opera delle truppe dell’Armata Rossa, diviene opportuno e necessario volgere il nostro sguardo sull’impatto che ebbero le Leggi Razziali promulgate in Italia nel 1938.
Con esse infatti, inizia la persecuzione antisemita, foriera di ignobili conseguenze nei confronti degli ebrei italiani, inclusi quelli napoletani (sul punto segnalo il bel documentario “Dal cancello secondario, storie di ebrei a Napoli”, a cura di Gabriella Gribaudi, regia di Alessandra Forni e Fabio Esposito, Ed. Xila, 2003), dei quali ricorderemo un bambino, Sergio De Simone, narrandone in seguito la tragica sorte.
Le Leggi Razziali non furono emanate soltanto per compiacere l’alleato tedesco (il Duce non volle demeritare agli occhi del Fuhrer quanto a zelo antisemita), dopo le Leggi di Norimberga (1935), e in ogni caso, rilevare una diversità tra le leggi italiane e naziste, deducendo correttamente che in Italia non si creò un “clima” da Kristallnàcht, non deve indurre a nessuna indulgenza verso i teorizzatori del sedicente “razzismo spiritualista” (i firmatari del Manifesto della Razza) e i volenterosi legislatori. Infatti le conseguenze furono pesantissime, culminando nelle deportazioni ai campi di sterminio, cominciate il 16 ottobre ‘43 con la Judenoperation nel Ghetto ebraico di Roma, ad opera di SS, capeggiate dal comandante delle SS di Roma, Kappler e dallo specialista del RSHA (Alto Comando per la Sicurezza del Reich), l’SS Theo Dannecker, con la corrività di poliziotti italiani.
In realtà la deportazione e lo sterminio su scala industriale degli ebrei europei furono il criminale apogeo di un genocidio pianificato nel ’42 nella Conferenza del Wansee (presieduta dal Gruppenfuhrer SS Heydrich, luogotenente del Reichsfuhrer SS Himmler, che nel ‘36 incontrò il capo della Polizia italiana Bocchini, circa le misure da attuare contro gli ebrei italiani), che ebbe il proprio fulcro nelle leggi razziali. Queste si prefiggevano lo scopo di espellere dal consorzio civile i giudei, spogliandoli dei loro diritti e dei loro beni, costringendoli all’emigrazione e alla ghettizzazione per deportarli, schiavizzarli e annientarli: l’Europa andava resa Judenfrei (libera ossia ripulita di ogni presenza ebraica) compresa l’Italia.
Gli ebrei italiani dunque si misurarono con leggi che perseguivano la difesa di un’immaginaria “razza italica”, dai loro belluini complotti globali, propagandati nel falso libello dei Protocolli dei Savi di Sion: ma quali furono gli effetti nella vita quotidiana? Osserviamone alcuni entrando idealmente nella casa di una famiglia ebrea di Napoli…
C’è il capofamiglia che compila il Questionario inviato dal Ministero della Demografia e Razza per censire gli ebrei: è un italiano orgoglioso, che guarda la Medaglia ricevuta dal padre dopo la Grande Guerra ‘15-‘18, chino su quella burocratica scartoffia, ove dovrà vergare di appartenere alla razza ebraica. La radio presso la quale la famiglia la sera si riunisce, va consegnata al più vicino Commissariato sbirresco. Titina, la fedele domestica che i ragazzi chiamano zia, va licenziata in tronco: i giudei non possono avere servitù ariana. I ragazzi devono lasciare la scuola, oppure, come nel raro caso della scuola elementare Vanvitelli di Napoli, frequentarla in una classe di soli scolari ebrei, con gli alunni divisi e completamente isolati dagli altri. Intanto il laborioso capofamiglia perde l’impiego o si vede espropriato il negozio in cambio di un’insulsa indennità. Deve rinunciare alla docenza universitaria e non può esercitare una professione liberale. La dignitosa serenità economica costata sacrifici, è sostituita da una vita stentata, e i gioielli, ricordo di un Nissùin o di un Bar Mitzvàh, finiscono al Banco dei Pegni: i banchieri giudei demoplutomassoni impegnarono i più cari ricordi per sfamare i figli. E i fidanzati in procinto di sposarsi? Lui giudeo, lei ariana, non possono contrarre matrimonio: è proibito, così come prestare il servizio di leva. La lista delle ulteriori, odiose proibizioni sarebbe lunga, giacchè ai nostri legislatori non difettò la fantasia, sebbene le interpretazioni delle norme suscitarono non pochi dilemmi, costringendo il regime, - la tragedia sconfinò nella farsa! - ad emanare pletore di circolari affinché, riluttanti funzionari e miserabili Podestà, le applicassero senza esitazioni. Renzo De Felice osservò che con le leggi razziali il fascismo “divorziò dal popolo italiano, dalla sua mentalità e dalla sua storia”, poichè l’antisemitismo era estraneo agli italiani e il pregiudizio sui perfidi giudii, obliquamente diffuso dalla Chiesa Cattolica, aveva matrici piuttosto religiose che razziali. Tuttavia, se la maggioranza del popolo italiano non prese parte alle persecuzioni antiebraiche, – anzi: quanti ebrei furono salvati e protetti come nel caso del campo di raccolta di Campagna, vicino Buccino! – il suo peccato inescusabile fu di aver tollerato, nell’indifferenza conformista, la promulgazione di leggi ripugnanti.
Nessuno comprese che il “momento” normativo era soltanto il preludio della Soluzione Finale: nel giro di 6 anni, infatti, migliaia di ebrei finirono nei crematori di Auschwitz - Birkenau. E fu quel clima, provocato dalle sciagurate leggi, che instradò il tragico destino di un piccolo ebreo napoletano del Vomero: Sergio De Simone. Sergio e la madre Gisella Perlow, natìa di Fiume e sposata con Eduardo (sotto le armi dal ‘40), vissero a Via Morghen in solitudine e in un ambiente se non ostile, certamente indifferente ai loro penosi travagli, eccettuati i premurosi vicini, i Parlato, e un’amica di Gisella, Piera Nardi anch’essa di Fiume. Nel luglio del ’43 Gisella raggiunse la propria famiglia a Fiume: ma se fosse rimasta a Napoli, lo sbarco alleato e il successivo armistizio l’avrebbero vista al sicuro con Sergio. Infatti, proprio a Fiume, infestata di repubblichini e di SS, Sergio, Gisella, la sorella Mira, le nipotine Andra e Tatiana, furono rastrellati e tradotti ad Auschwitz, dove Sergio diventerà il n° A179614. Gisella, Mira, Andra e Tatiana miracolosamente sopravvissero, mentre Sergio, cavia del famigerato Doctor Mengele, sarà deportato in un Konzentrationlager vicino Amburgo, dove incontrerà due orchi: il medico Heissmeyer, che gli inoculerà la tubercolosi, e la SS Strippel che lo impiccò insieme con altri venti bambini, cremandone le spoglie il 20 aprile 1945: aveva 7 anni, Sergio.
Da Via Morghen a Fiume; dal kinderblock di Birkenau al camicie bianco di Mengele e, infine, tra le rovine del Reich, la scoperta degli orchi: questo, lo sfortunato tragitto di un bambino napoletano, vittima delle leggi razziali e della colpevole indifferenza che lo circondò.
Oggi Sergio avrebbe più di 70 anni e il suo nome, come quello degli altri bambini ammazzati dai nazisti e dai fascisti, non riecheggerebbe nella sala dello Yad Vashem di Gerusalemme, dove i nomi di tutti i bambini vengono ogni giorno ricordati uno per uno, un milione e mezzo.
Sergio avrebbe avuto figli e nipoti, invecchiando serenamente.
Lo ricordiamo commossi e addolorati perché non avemmo il coraggio di proteggerlo, di accoglierlo e di amarlo come uno di noi: di razza umana.




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28 gennaio 2010

[...]

Ho avuto qualche problema con la posta, e mi scuso se ho mancato di rispondere alle e-mail arrivate in questi ultimi giorni (finivano tutte nella cartella spam, ancora non so perché).
Rispondere a tutti mi porterebbe via un mucchio di tempo, e ultimamente ne ho sempre meno: chiedo scusa e prometto che risponderò nel corpo dei post che tratteranno gli argomenti sollevati, quando sarà.

Devo una risposta tempestiva, invece, alla lettera di Alessandro D’Amato che mi segnala una pagina di Dagospia (26.1.2010) che riporta un articolo di Libero (stessa data) che ne riprende uno su Il Foglio (23.1.2010), chiedendomi un commento all’ipotesi costruita sul combinato: che a fottere Dino Boffo sia stata una lobby trasversale che lega alcune prestigiose firme del Corriere della Sera alla direzione de L’Osservatore Romano, in un piano di riconversione della politica della Cei che prevede l’accantonamento del modello ruiniano e lo smantellamento dei suoi fortilizi.
Inutile dire che – stante a questa ipotesi – il piano avrebbe preso le mosse dall’interno dei Sacri Palazzi, a conferma di quello che il caso Boffo era sembrato fin dall’inizio, e cioè una sporca faida interna. In questione vi sarebbe stato – e ancora vi sarebbe – il ridimensionamento del ruolo dell’episcopato locale nei rapporti Stato-Chiesa in favore della Segreteria di Stato, favorevole a incassare i risultati della stagione di Ruini, invece che giocarli al rialzo, ma soprattutto intenzionata ad accentrare, per tradurre collegialità in obbedienza.

Questo, ovviamente, secondo l’ipotesi costruita sul combinato delle interpretazioni giornalistiche. Il fatto è queste stanno in aria senza poggiare su nient’altro che indiscrezioni: sull’esistenza di un influente giro laico e postfemminista”, come lo definisce Il Foglio chiamando in causa Lucetta Scaraffia come link al Corriere della Sera, che abbia Gianni Maria Vian ad artefice e di esecutore di volontà esterne al Vaticano”, come Libero si spinge a sospettare. E io non ci credo.
Più tempo passa, più penso che le dimissioni di Dino Boffo fossero già previste:
la gigantomachia tra fazioni interne alla gerarchia ecclesiastica è una proiezione di piccoli maneggi. Boffo continua ad essere più utile oggi, da dimissionato.




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27 gennaio 2010

L'opposto del giustizialismo

Il giustizialismo è cosa brutta, lo dice la parola stessa, perché finisce in “-ismo”. E tuttavia, volendo scansarlo per stare in quel mezzo che l’Etica Nicomachea ci indica come virtuoso, dovremmo identificare il suo opposto. Ci aiuta Fabrizio Cicchitto, con una di quelle frasette che all’apparenza sembrano sceme, ma poi ti illuminano. Commentando le vicende bolognesi e le dimissioni di Delbono, ha detto: “Per restare giustizialista [il Pd] non difende neanche i suoi” (il Giornale, 26.1.2010).
Ecco l’opposto del giustizialismo: la “difesa dei suoi” – per il solo fatto che sono “suoi” – contro ogni istanza della giustizia, a prescindere. Siamo a un altro “-ismo” – il familismo – che strumentalmente sospende ogni istanza della giustizia in favore di un diritto superiore, quello dell’appartenenza a un gruppo.





Non sviluppo oltre, sennò arrivo tardi al lavoro.




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27 gennaio 2010

Consigli alla gioventù

“Io voto i radicali proprio perché considero il Partito radicale il partito più cristiano al momento presente in Italia. Infatti è quello che dà più attenzione a drogati, prostitute, carcerati, minoranze etniche, portatori di handicap, malati, ecc. Inoltre è un partito che assegna ai valori etici un posto fondamentale e non ha paura di farlo. Ed infine è un partito che mette sempre al centro la persona.
Siccome io ritengo che i punti fondamentali del messaggio cristiano siano: l’attenzione ai più deboli, ai peccatori, ai reietti, ai poveri; l’affermazione di una dimensione etica e spirituale irrinunciabile; la centralità della persona, con la sua coscienza, la sua fede e il suo libero arbitrio, come vede mi ritrovo a votare radicali.
Non saranno perfettamente cristiani, ma lo sono più degli altri e lo sono nei fatti di ogni giorno. Di modo che il mio strano caso di coscienza è tale per cui senza i radicali come cristiano avrei problemi a votare Pd: un partito che non vedo fare battaglie per i più deboli e che vorrebbe evitare i temi etici considerandoli patate bollenti...”
.

Pietro Agriesti, e-mail a Europa, 26.1.2010


[Google mi certifica che Pietro Agriesti esiste davvero e che davvero è un giovane simpatizzante radicale. Non riesco a trovare in giro il suo indirizzo di posta elettronica e gli mando da qui questo messaggio, sperando che in qualche modo gli arrivi.]


Giovinotto, mi stia a sentire bene, perché parlo del suo avvenire: non la sto prendendo per il culo, lo giuro, mi ascolti attentamente.
La sua lettera a Europa rivela una coincidenza davvero impressionante con quello che Marco Pannella manda a dire ai cattolici italiani da cinquant’anni e più, ma lei lo dice assai meglio. Lei vale – lo dico col cuore in mano – cento volte la foto dell’udienza che Giovanni Paolo II concesse a Pannella e a Bonino.
Lei si trova ad essere – sua sponte, senza sforzo ideologico, con bella prova d’indole e ragione – il prototipo di un radicale nuovo e, insieme, di un radicale com’era fin dall’inizio: cristiano del modernismo e del personalismo, in qualche modo socialista, in qualche modo missionario di un’etica, anzi, come scrive lei, di “valori etici”, che sono prefigurati nella struttura stessa della politica radicale…
Bene, vengo al dunque. Vada in via di Torre Argentina, ci rimanga il necessario per farsi notare e intanto sviluppi il nucleo di argomentazioni che sono in embrione nella sua strepitosa lettera (si procuri gli scritti di Romolo Murri, le saranno di grande aiuto). Lei – mi creda – può diventare in pochi anni un importante interprete della politica radicale.
Se la Bonino vince nel Lazio, Vendola vince in Puglia, il Pd ne trae la dovuta lezione e Berlusconi muore, il manifesto in nuce alla sua lettera farebbe di lei un dirigente radicale di primo piano, un importante interlocutore della Cei post-ruiniana. Si fidi: col concorso di eventi tuttaltro che impossibili, l’attende un roseo avvenire.




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27 gennaio 2010

27 gennaio




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26 gennaio 2010

Fugace

Berlusconi è stato sottoposto ad un accertamento medico-legale disposto dai magistrati che dovranno giudicare lo squilibrato che gli ha fatto bua. Bocca spalancata, una piccola torcia elettrica a frugarci dentro, “sollevi la lingua, per piacere, ora l’abbassi”, e mi è tornato in mente il video di Saddam Hussein subito dopo la cattura. Fugace, un brivido di piacere.




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26 gennaio 2010

Déjà senti

All’Angelus, ieri, Benedetto XVI ha detto: “La Chiesa è concepita come il corpo, di cui Cristo è il capo, e forma con Lui un tutt’uno. Tuttavia ciò che all’Apostolo preme comunicare è l’idea dell’unità nella molteplicità dei carismi, che sono i doni dello Spirito Santo. Grazie ad essi, la Chiesa si presenta come un organismo ricco e vitale, non uniforme, frutto dell’unico Spirito che conduce tutti ad unità profonda, assumendo le diversità senza abolirle e realizzando un insieme armonioso. Essa prolunga nella storia la presenza del Signore risorto, in particolare mediante i Sacramenti, la Parola di Dio, i carismi e i ministeri distribuiti nella comunità. Perciò, è proprio in Cristo e nello Spirito che la Chiesa è una e santa, cioè un’intima comunione che trascende le capacità umane e le sostiene”.

Nessuno ha fatto notare che lo stato etico, organico e corporativistico dell’ultimo Julius Evola è tale e quale.




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26 gennaio 2010

[...]

Aspetto che su radioradicale.it sia disponibile l’audiovideo della Direzione nazionale di Radicali italiani tenutasi a latere del Comitato nazionale del 10-12 gennaio, che c’è da ritenere interessantissima, perché all’ordine del giorno v’era senza dubbio quanto attorno alle elezioni regionali. Ho scommesso con me stesso che l’audiovideo sarà reso disponibile solo dopo le elezioni regionali.
La regola della trasparenza che i radicali si danno per fondamento morale – a mio parere, un po’ strumentalmente – sarà allora formalmente rispettata, però il documento non sarà più politico, ma storico. Come da voce di stampa, la storia potrebbe rivelarci che Pannella avrebbe preferito una Bonino in corsa solitaria, mirando a un bel 3% (tanto meglio quanto di più).
Presentiva che, se il Pd avesse abboccato all’ennesimo rischiatutto, doveva giocoforza mettersi un po’ da parte? La metto in quest’altro modo: c’è in quella Direzione nazionale qualcosa che possa far prevedere, da qui al voto, qualche prova della formidabile pulsione autodistruttiva di Pannella che scatta quando il suo narcisismo va in sofferenza? Quando quell’audiovideo ci consentirà di farcene un’idea, Pannella avrà già combinato il guaio?
Saperlo dopo sarà inutile. Fossi in Bersani, giusto per parare il culo, avanzerei una rogatoria: fuori l’audiovideo.   




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25 gennaio 2010

reader/listener




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25 gennaio 2010

Mosso da pena, segnalo

[Voglio fare a Camillo l’elemosina di un link, perché laggiù, al 141° posto della classifica di BlogBabel, mi fa una grande pena.]


Camillo
, si sa, è juventino. Premetto che sono poco informato, ma mi sembra di aver capito che ci sono juventini che odiano soprattutto la Roma, juventini che odiano soprattutto la Fiorentina, ecc. Bene, Camillo è senza dubbio uno di quei juventini che odia soprattutto l’Inter. Parlare di odio è esagerato? Leggiamo.
“Il rivoltante spettacolo offerto dagli indossatori di scudetti altrui dopo la strameritata vittoria contro il Milan di ieri sera dimostra l’assoluta inadeguatezza della seconda squadra di Milano a guidare il nostro calcio. Sono ridicoli. Non ci sono altri aggettivi a disposizione. Invece che essere orgogliosi di quello che hanno fatto sul campo, e avrebbero dovuto esserlo, hanno cominciato a lagnarsi come sempre, a parlare di complotti e di altre stupidaggini a conferma del loro complesso di inferiorità. A loro il campo non interessa. Non sono sportivi. Non sanno di calcio. Vogliono vincere a tavolino anche quando non hanno avversari”
.
Non so voi, a me non pare affatto cordiale. Anzi, il post mi pare assai offensivo nei confronti degli interisti.
“Gli indossatori di scudetti altrui soffrono di un complesso di inferiorità e sanno che i loro incontestabili successi di questi anni nascono dalla falsificazione dei campionati nell’estate del 2006 e dai giganteschi favori ricevuti dalla federazione di Guido Rossi. Vinceranno ancora a lungo, razzieranno ancora i mercati, ma sono consapevoli che alla base c’è un vizio originale. Non lo vogliono ammettere, non possono farlo, meglio gridare al complotto
.
La penna con la quale Christian Rocca scrive dell’Inter è intinta nello stessa bile nella quale è intinta la penna di Giuliano Ferrara quando scrive di Emma Bonino, in filigrana si legge il marchio d.o.c.: l’insistenza coatta sulla perifrasi sprezzante (“indossatori di scudetti altrui”), l’accusa di vittimismo come vizio mentale (“soffrono di un complesso di inferiorità”), la dolente profezia che il torto avrà ragione sulla ragione (“vinceranno ancora a lungo, razzieranno ancora i mercati”), il mancato controllo dell’infundibolo colecistico (“non ci sono altri aggettivi a disposizione”, e farne seguire due dozzine) – tutto questo è assai fogliante. Per di più, è a gratis. Merita attenzione.




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25 gennaio 2010

Leggenda nera, un cazzo

Chi sostiene che solo dopo il 1963 si sia cominciato a rimproverare a Pio XII i suoi silenzi su quanto andava accadendo agli ebrei in tutta Europa, anche sotto le sue finestre – solo dopo Il Vicario di Rolf Hochhuth, che avrebbe dato sostanza alla leggenda nera divulgata dai comunisti – chi sostiene questo trova un’altra smentita: in due brani di Albert Camus, trovati da Franck Nouchi (Le Monde, 20.1.2010) in un numero di Combat del 29 dicembre 1944 e ne Lincroyant et les chrétiens (Actuelles) che è del 1948.
Appena un anno dopo il rastrellamento nel Ghetto di Roma, scriveva: “Da anni aspettavamo che la più grande autorità spirituale dei nostri tempi si decidesse a condannare con parole chiare i misfatti delle dittature […] Segretamente desideravamo che queste parole chiare fossero pronunciate nel momento stesso in cui il male trionfava […] Diciamolo chiaramente, avremmo voluto che il papa prendesse posizione, proprio in quegli anni vergognosi, e denunciasse quello che bisognava denunciare”.
Quattro anni dopo, ma quindici prima del 1963: “In quegli anni spaventosi ho atteso a lungo che una grande voce si levasse da Roma […]
Successivamente mi hanno spiegato che una condanna era stata emessa, ma che era stata espressa nel linguaggio delle encicliche che non è affatto chiaro […] Quello che il mondo si aspetta dai cristiani è che i cristiani parlino a voce alta e chiara, e che esprimano la loro condanna in modo tale che mai nel cuore dell’uomo più semplice possa sorgere un solo dubbio”.
Si tratta di rimproveri, mi pare che non si possano chiamare in altro modo. E sono ben antecedenti al 1963. E tutto si può dire, tranne che Camus fosse un comunista.




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25 gennaio 2010

Riparliamone




“Io non ho mai perso un’elezione, non ho mai perso un congresso.
Aspettiamo di vedere come va a finire e poi ne riparliamo”




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25 gennaio 2010

Esercizi di composizione / 1

Cose che fanno incazzare Pannella fino a fargli dimenticare di essere nonviolento: (1) dire che i radicali “protestano” (non è mai “protesta”, è sempre “proposta”); (2) usare l’aggettivo “radicale” per indicare la sinistra comunista (la cosiddetta “sinistra radicale”); (3) far confusione tra “riformista” e “riformatore”; (4) dire che “sono tutti ladri” senza aggiungere “eccetto i radicali”; (5) dirgli che è dépassé, démodé, au dehors du milieu, ecc. (importante usare un termine francese); (6) far cenno alla sua morte (anche in una ipotetica del terzo tipo); (7) ricordargli che ha creato Capezzone (importare usare il verbo “creare”, sennò non funziona).

Esercizio: costruire una frase che le contenga tutte e che sia al di sotto delle 750 battute (spazi inclusi).




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(11.4.2007)

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(2.10.2006)

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(29.9.2006)

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(27.9.2006)

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(25.9.2006)

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(21.9.2006)

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(19.9.2006)

131.
Un tranquillo weekend di paura
(18.9.2006)

130.
La teologia nell'universitas scientiarum
(14.9.2006)

129.
“In fondo la Cisa vende serrature”
(13.9.2006)

128.
Limature
(12.9.2006)

127.
Auflegen, befehlen o gebieten?
(11.9.2006)

126.
Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia
(6.9.2006)

125.
James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre
(5.9.2006)

124.
Il caso Robert Lanza, ennesima svista del Foglio
(1.9.2006)

123.
Caro Pullia
(31.8.2006)

122.
Pannella si è fermato a Bose
(29.8.2006)

121.
Dobbiamo avere una grande pazienza
(28.8.2006)

120.
Trittico libanese
(24.7.2006)

119.
Schola Scholae
(19.7.2006)

118.
“Drogarsi non è un diritto”
(14.7.2006)

117. 
Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
[con Federico Punzi]
(6.7.2006)

116.
Comunitari o liberal?
(29.6.2006)

115.
Di cani e di figli
(27.6.2006)

114. Una fiction, neh
(23.6.2006)

113. Signore, signori, malgiogli assortiti...
(21.6.2006)

112.
Lobby? Andiamo piano con le parole
(16.6.2006)

111.
“Talora la stampa si presta…”
(13.6.2006)

110.
Negli assolutismi accade
(8.6.2006)

109.
La “libertà di vietare”
(7.6.2006)

108. Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile
(30.5.2006)

107.
Rispiegare la modernità?
(26.5.2006)

106.
Zuavi in Parlamento
(22.5.2006)

105.
A chi spetta?
(19.5.2006)

104. Ancora su Marcello Pera
(18.5.2006)

103.
Dopo la famiglia, lo Stato
(16.5.2006)


102. Occhio, fratres!
(8.5.2006)

101. Diciotto volte Emma Bonino, fino alla fine
(5.5.2006)

100. 
Il cardinal Martini e la "resa alla modernità"
(2.5.2006)

99.
Un'altra trappola: il Manifesto di Euston
(27.4.2006)

98.
Faranno al cardinal Martini un trattamento alla Milingo?
(24.4.2006)

97.
Dopo Rocca, Ferrara manda Bellasio
(21.4.2006)

96.
"C'è un'Italia reale e un'Italia virtuale"?
(19.4.2006)

95.
I piccoli exit poll di Christian Rocca
(13.4.2006)

94.
Il giorno dopo
(11.4.2006)

93.
Viva Romano Prodi!
(10.4.2006)

92.
Lectio magistralis
(5.4.2006)

91.
Not negotiable
(4.4.2006)

90.
L'Appello a Prodi: il bluff della guerra civile
(31.3.2006)

89.
Il gentilissimo Christian Rocca
(28.3.2006)

88.
Bastardo sarà lei!
(27.3.2006)

87.
Ruini non fa ingerenza, rimanda a quella di sempre
(21.3.2006)

86.
Divertente come la catastrofe
(20.3.2006)

85.
Mutua comprensione tra integralismi?
(13.3.2006)

84.
Benedetto figliolo!
(7.3.2006)

83.
Quel che trattiene Magdi Allam
(1.3.2006)

82.
Vieni, Gunther, qui c'è un albero, è un pero
(27.2.2006)

81.
Un editoriale che vorrei lasciare incompiuto e senza titolo
(21.2.2006)

80.
Cavar soldi dal “matto”: in Vaticano ci si fa un pensierino
(17.2.2006)

79.
Escludendo che monsignor Maggiolini si sia presa una cotta per la Bonino
(9.2.2006)

78.
La questione è la libertà di espressione
(7.2.2006)

77.
Si tratta pur sempre di un sant’uomo
(1.2.2006)

76.
“La verità, vi prego, sulla carità”
(31.1.2006)

75. Ci dica l’ottimo Panebianco…
(23.1.2006)

74.
La figlia del console
(19.1.2006)

73.
Ratzinger e il decalogo
(18.1.2006)

72. “Il vero Israele” 
(17.1.2006)

 

71. Una dimenticanza di Angelo Panebianco

(16.1.2006)

70. Bonino o Santanché?
(10.1.2006)

69. Niente antidepressivi, grazie!
(4.1.2006)

68. “Ah, se Dio sopprimesse i peccatori!”
(2.1.2006)

67. Del Concilio Vaticano II non avete capito niente, gonzi!
(27.12.2005)

66. Un’altra mina l’Occidente: la pornografia
(23.12.2005)

65. “Fratello spermatozoo”
(20.12.2005)

64.
La mia superstizione è migliore della tua
(19.12.2005)

63. Riforma della Curia, anno 0
(14.12.2005)

62.
La goccia di veleno
(12.12.2005)

61. Non lo fo’ per piacer mio…
(Lettera aperta a Carlo V)
(6.12.2005)

60. Venerdì, sabato e domenica
(5.12.2005)

59.
Contrordine, figlioli, il limbo è una cazzata!
(2.12.2005)

58.
Tomista quanto non mai, il Ratzinger. Anzi assai tomo.
(28.11.2005)

57. Il seminarista sia munito di certificato medico

(24.11.2005)

56. Scherziamo? Scherziamo
(21.11.2005)

55.
La pazienza degli italiani
(17.11.2005)

54. Il fuoco amico di Croce e Gramsci
(16.11.2005)

53. Marcello Pera, croque-mort
(15.11.2005)

52. Semo romani, damose da fa’
(11.11.2005)

51. Coi soldi di Sir Templeton
(8.11.2005)

50.
La Chiesa è sempre uguale a sé stessa
(27.10.2005)

49. Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?
(20.10.2005)

48.
Sua Santità, Anacoluto I
(17.10.2005)

47.
Un dubbio: mettere in dubbio il dubbio?
(14.10.2005)

46.
Capriccio
(10.10.2005)

45.
Buona conversione!
(7.10.2005)

44. Se il legislatore non è un fesso (e non è un fesso)
(4.10.2005)

43. L’orecchio di Dionigi
(29.9.2005)

42. Fiuggi: i tg di prima sera non possono più glissare
(26.9.2005)

41. La colomba e il leopardo
(21.9.2005)

40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
(19.9.2005)

39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
(15.9.2005)

38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
(12.9.2005)

37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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per saperne
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