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malvino
il blog di Luigi Castaldi


Diario


28 febbraio 2010

Chi non salta impuro è

“Unico «romano de Roma» che oggi figura nel collegio cardinalizio, novantaquattro anni da compiere il prossimo mese di agosto”, il cardinale Fiorenzo Angelini si racconta in una lunga intervista, che chiude con una palpitante professione di fede (giallorossa) e un dolente cruccio sul degrado che travaglia il mondo (del calcio): “Quando lei pensa che in una squadra – non voglio fare nomi per non suscitare polemiche – giocano solo giocatori di altre nazionalità e anche gli allenatori, quando non gli stessi proprietari e presidenti, sono stranieri, allora lei capisce bene che per quanti hanno vissuto la purezza di questo sport non può essere la stessa cosa” (L’Osservatore Romano, 27.2.2010).
Qui si rende conto che può essere frainteso: “Le assicuro che qui non c’entra nulla il razzismo né la xenofobia”, e però non spiega quale tipo “purezza” possa essere andata persa da quando scendono in campo calciatori e allenatori stranieri [*]. “Se scrive queste cose – aggiunge – diranno che sono un vecchio arroccato su posizioni passate e sepolte, che sono fuori del tempo”. Non è così, parrebbe, è solo che “non rinnego – afferma – i valori per i quali ho vissuto una vita intera”. E quali sarebbero questi valori che allegano purezza a nazionalità? Non lo dice. Temo non possa.





[*] Di fatto, per depurare la squadra per la quale Sua Eminenza pare vada matto, dovrebbero essere ceduti: Bogdan Lobont, Artur Guilherme Gusmao Moraes, Julio Sergio Bertagnoli, Donieber Alexander Marangon, Mirko Vucinic, Julio Cesar Baptista, Jeremy Menez, David Marcelo Cortes Pizarro, Ricardo Faty, Juan Silveira Dos Santos, Philippe Mexes, John Arne Riise.




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28 febbraio 2010

Protégez-vous




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28 febbraio 2010

Mi sta da paradigma

Il disagio che la modernità dà all’uomo non viene dalle troppe responsabilità che s’è preso, per le troppe libertà che s’è concesso, ma dai potenti colpi di coda delle antiche schiavitù che sequestravano le sue libertà e relative responsabilità, in cambio di malcerte protezioni terrene e sudate speranze ultraterrene. Se così per l’idea di Dio, non da meno per l’idea di Stato e, prim’ancora, per l’idea di norma di convivenza, che fra i suoi momenti ha il mercato.

In ciò che Antonio Martino dice riguardo al mercato, nel corso del convegno «Placata la bufera, torniamo al libero mercato» (Milano, 27.2.2010), io vedo l’impossibilità di essere liberali senza essere liberisti: uno Stato che sequestri all’uomo la libertà economica, e la relativa responsabilità, non può essere suo nemico più del Dio che gli neghi il diritto di autodeterminazione su procreazione, vita e morte. E allora non capisco che ci sta a fare, Antonio Martino, in un centrodestra sempre più statalista e sempre meno mercatista, sempre meno liberale (se mai lo fu davvero) e sempre più clericofascista (salvo discussione sulla scelta del termine).
Non fa fatica a riconoscere che le idee con le quali Forza Italia scese in campo nel 1994 sono sempre rimaste sulla carta del programma. E non dovrebbe faticare troppo a comprendere che l’individuo non è solo persona economica. Sicché dovrebbe essergli chiaro che sta in un centrodestra coerentemente poco liberista perché poco liberale. E aggiungo: scapparne via.

E però non so essere severo, perché voglio bene ad Antonio Martino. Odora di pulito, di onesto, di intellettualmente retto. E mi pare persona bella, schietta, amabile. Di quelle che, quando parlano, ti piglia voglia di sbobinarli, deliziandoti:
“Non è vero ciò che ci è stato detto, e cioè che questa crisi è stata dovuta al fallimento del mercato, che siano stati l’avidità e l’egoismo degli operatori economici a dar vita a questo disastro… Si è trattato di un fallimento della politica: la politica ha impedito ai mercati di funzionare, determinando la crisi…”.
Mi sta da paradigma: il disagio che la modernità dà all’uomo non è la punizione per il suo poco timor di Dio, ma il senso di colpa per il troppo che ne resta.




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28 febbraio 2010

Dottrina morale a pelle di leopardo

Nel dicembre del 2008, in Belgio, il parlamento approvò una legge che, sulla falsariga degli analoghi già in vigore in Spagna e nel Regno Unito, consentiva l’uso di embrioni umani a fini scientifici. La Conferenza episcopale belga non tardò a lagnarsene con un comunicato ufficiale dal quale “traspar[iva] l’amarezza per il comportamento del re Alberto II, che non [aveva] rifiutato la sua firma alla nuova legge, e si ricorda[va] l’atteggiamento di suo fratello, re Baldovino, che preferì abdicare per due giorni nel 1989 piuttosto che firmare la legge sull’aborto” (radiovaticana.org, 14.1.2009).
In realtà, “re Baldovino né si dimise né abdicò temporaneamente, ma fu esautorato per una giornata dalle sue prerogative” (1). E tuttavia, di là dalle questioni meramente formali, stupisce l’atteggiamento assunto dalla Conferenza episcopale spagnola, oggi, riguardo a ciò che ci si aspetta da re Juan Carlos I, dinanzi ad analoga scelta.
Il parlamento spagnolo ha, infatti, approvato una legge che amplia i limiti posti al diritto di interrompere una gravidanza, e il re la firmerà (oh, se la firmerà!), e però il portavoce dei vescovi di Spagna riesce a fare un distinguo che salva l’anima a Juan Carlos I: “Non è la stessa cosa, in quanto la situazione del re, legata alla firma del provvedimento, è unica e per lui valgono considerazioni diverse e una qualifica morale distinta rispetto a un parlamentare che dà il suo voto alla legge potendo non darlo” (L’Osservatore Romano, 27.2.2010).
Un distinguo di natura morale tra approvazione e promulgazione, che vale per Juan Carlos I, ma non vale per Alberto II (2). Dottrina morale a pelle di leopardo: fare il re cristiano è cosa seria in Belgio, in Spagna l’è una pacchia.






(1) Così Paolo Picco, che rimproverando a Sandro Magister d’essersi bevuto pure lui la vulgata, scriveva nel gennaio del 2009: “Durante la seconda guerra mondiale il Belgio, in seguito all’invasione tedesca del 1940, si era trovato con il re espatriato o imprigionato, che non poteva comunicare in alcun modo con il suo paese. La costituzione non prevedeva il caso di assenza del re, e quindi, finita la guerra, per colmare tale lacuna, fu emendata, inserendo la norma che nel caso di «impossibilità» del re a svolgere le sue funzioni sarebbe stato il parlamento a supplire. Nel 1989 il parlamento, visto l’assoluto rifiuto di Baldovino di promulgare una legge che liberalizzava l’aborto, dichiarò che il re era nella «impossibilità morale» di svolgere le sue funzioni. In questo modo si sostituì a Baldovino per una giornata, reintegrandolo subito dopo. Cioè dopo aver promulgato la legge che Baldovino mai avrebbe sottoscritto. Ma nella costituzione il concetto di «impossibilità» è privo di qualsiasi aggettivo, e si riferisce a un’impossibilità reale e attuale, come quella occorsa nel 1940. Inserire l’aggettivo «morale» è stato uno stravolgimento evidente dello spirito della costituzione. È giusto, quindi, parlare non di abdicazione, ma di esautorazione del re”.
(2) A parte, il buon Baldovino è un sant’uomo sull’insussistenza morale di questo distinguo.




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27 febbraio 2010

Pizzino

a Marcello Junio Clerici

Il centrodestra molla Di Girolamo, in culo all’amicizia e soprattutto in culo alle questioni di principio. Uno: le intercettazioni telefoniche non sono una intollerabile violazione della privacy? Due: l’eletto del popolo non è sacro? Tre: il primato della politica non va a puttane quando la magistratura calpesta lo stato di diritto, ecc.?




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27 febbraio 2010

Ritorno in cassa

Fastidio acustico come da ritorno in cassa: Berlusconi usa lo stesso lessico del suo portavoce Capezzone. E all’andata faceva ridere, al ritorno fa paura.




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27 febbraio 2010

A margine

All’opposto dell’utopia, intesa come negazione della realtà (e spiegherò subito quale realtà), c’è senza dubbio il realismo, che ne afferma la natura cogente, incompatibile con altre realtà, e perciò tesa a escluderle. Sì, ma quale realtà? Quella che trova ragione (reale = razionale) nell’impossibilità di tenere omogeneo un campo di forze: il potere politico, il potere economico, l’egemonia culturale – una qualsiasi forza in campo sociale – non possono mai rimanere troppo a lungo omogeneamente diffusi, quand’anche fosse realmente possibile, perché tendono razionalmente ad addensarsi in aggregati che si misurano l’uno sull’altro, con la prevalenza del più forte (del più grosso, del più adatto, di quello con maggiore forza aggregante). Sto dicendo di utopia e realismo dinanzi all’idea di democrazia: l’utopia non può spingerla che verso le forme estreme di egalitarismo che è possibile mantenere solo con l’esercizio della violenza, il realismo non può che spingerla verso la legge della giungla dove l’esercizio della violenza è legittimo. Pensare che in un campo di forze si possa neutralizzare in modo definitivo la tendenza spontanea al formarsi di attrazioni e legami che danno vita a poli d’attrazione, e a concentrazioni (di affetti, di soldi, di cognizioni, ecc.), e che questo si possa appunto neutralizzare, per sempre, semmai con una palingenetica tabula rasa della natura umana prim’ancora che della storia dell’uomo – pensare questo, dico – è all’opposto del pensare che è impossibile, e che perciò la democrazia non potrà mai dare ciò che promette, se non in apparenza. A pretendere che l’apparenza corrisponda al reale c’è bisogno di altra violenza, e la contesa sarebbe chiusa in favore del realismo, contro ogni utopia. La sola democrazia possibile, dunque, sarebbe quella in qualche modo necessaria a chi reputa che essa sia realmente impossibile (perché razionalmente impossibile), e tuttavia utile. In quale modo? Quello che fa necessario l’utile: difendere lo statu quo, anche a costo di occultarlo. Una democrazia sulla quale potremmo infine convenire tutti, almeno per non essere marchiati a fuoco come seguaci del comunismo più ostile all’intrinseco potenziale antisociale posto nell’individuo, da un lato, o come ottusi adoratori del capitalismo più selvaggio che cosifica l’uomo, dall’altro. Sarebbe utile e perfino necessario, insomma, accettare come sola democrazia possibile questa democrazia apparente, dove gli strumenti della democrazia operano a vuoto, illudendo le masse di esercitare un potere che non detengono, ma nel quale sono detenute. Sarebbe necessario e potrebbe tornarci addirittura utile, insomma, accettare che il sempre perfettibile e perfezionando menopeggio non migliori troppo. E questo sarebbe realismo.

Non so dove mi porterà, Luciano Canfora. So solo che sarà un viaggio oscuro e doloroso, se già a pag. 19 di questo suo La natura del potere (Gius. Laterza & Figli, 2009) mi devo fermare un attimo a trattenere il fiato e poi a sbuffare in questo modo. Sono alla rilettura, che ho iniziato subito dopo averlo letto, e sì, avevo capito bene, Luciano Canfora mi vuole irritare: vuole dirmi che la liberaldemocrazia mostra i suoi limiti strutturali nel doversi vendere come manifesto di oligarchie affaristiche sovranazionali che adorano la legge della giungla. Dalla utopistica illusione che ci possa esser norma capace di rendere libero l’individuo, tranne che di levare libertà ad altri individui, io liberale dovrei uscire scornato, rosso in viso, a mani alzate, per consegnarmi al realismo di chi – come Luciano Canfora – mi vuole convincere che Stalin riassumeva il menopeggio del realismo a fronte del mio inguaribile utopismo di liberaldemocrazia sostanziale.




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26 febbraio 2010

"Quando lo si ascolta parlare, con quella sua voce bassa e appena rauca..."

La pagina risulta «non disponibile», pare sia «in aggiornamento», e vedremo come sarà aggiornata, soprattutto se sarà aggiornata. E tuttavia ne è disponibile la copia cache, almeno al momento, domani chissà. Parlo dell’intervista che Philip Roth avrebbe concesso a Tommaso Debenedetti (Libero, 22.11.2009), ma che lo scrittore nega di aver mai concesso: “È grottesco. Scandaloso. È tutto il contrario di quello che penso. […] Sono molto seccato per queste dichiarazioni che mi vengono attribuite: non ho mai parlato con questo Libero” (il venerdì di Repubblica, 26.2.2010).

Aspettando che Libero trovi modo di darci la sua versione dei fatti, io mi permetterei di suggerire a chi ne ha i mezzi di mettersi in contatto con John Grisham, per sapere se conferma quanto avrebbe affermato – a questo punto il condizionale è d’obbligo – in un’intervista concessa allo stesso Debenedetti (Il Giorno, 21.1.2010).
L’intervista a Grisham (1) sembra una copia di quella a Roth (2). C’è un burlone che da qualche tempo sta pigliando per il culo Debenedetti? O è Debenedetti che da qualche tempo sta pigliando per il culo i suoi lettori?


(1) «L’entusiasmo di un anno fa è lontanissimo, ora la gente, qui, ha rabbia verso Obama, gli rimprovera di aver fatto poco o nulla edi aver promesso troppo». John Grisham, il romanziere maestro del legal thriller e autore di best seller quali Il cliente, Il socio, Il rapporto Pelikan, già deputato al Congresso per i democratici, non nasconde il suo giudizio severissimo sul primo anno della presidenza Obama...

(2) «Obama? Una grandissima delusione Sono stato fra i primi a credere in lui, ad appoggiarlo, ma adesso devo confessare che mi è diventato perfino antipatico». Philip Roth, forse il più illustre dei narratori americani d’oggi, autore di capolavori quali Lamento di Portnoy, Pastorale americana, Zuckerman scatenato e, da poco uscito in Italia, Indignazione, esprime con forza, per la prima volta, il suo giudizio fortemente negativo sull’attuale Presidente Usa...


[grazie alla segnalazione di Luca Massaro]




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26 febbraio 2010

Forza, Julia!

Sandro Magister ci dà notizia che il «Cortile dei gentili» (*) ha già una sede (Parigi) e un presidente (Julia Kristeva). Giacché su queste pagine ho cominciato a scriverne fin da quando questa fondazione era solo un’idea (**), mi sembra doveroso un commento. E qui mi si aprono due vie: una battuta (del tipo “chissà come staranno a rodersi il cazzo, Ferrara e Pera”) oppure un post (sulla Kristeva, la maoista che d’un tratto s’è sentita reincarnazione di Teresa d’Avila). E sono assai indeciso.
Faccio una cosa metà e metà: segnalo qui un intrigante profilo della Kristeva (Gabriella Bosco – La Stampa, 11.6.2008) e sopra ci scuoto il capo, senza aggiungere altro al momento. E però col presentimento che il Pontificio Consiglio per la Cultura abbia pestato una merda. (Forza, Julia, imbarazzali a morte, sai come fare!)

Pure questa, però, non male. E questa, poi, mi pare la miglior asola al bottone. 





(*) Si tratta della fondazione cui il Pontificio Consiglio per la Cultura ha dato vita ispirandosi a un’idea venuta a Benedetto XVI: “Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di «cortile dei gentili» dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa” (Discorso alla Curia, 21.12.2009).
(**) Ne ho già parlato qui, qui e qui.




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26 febbraio 2010

Mia figlia mi invia questa foto...


… in allegato ad affettuoso consiglio: “Controlla la scadenza dello yogurt, sennò diventi così”.




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26 febbraio 2010

Buone notizie per Red Tv, e però che schifo


Buone notizie per Red Tv, almeno stando a quanto annuncia Mario Adinolfi, perché non trovo riscontro altrove: “I giornalisti di Red Tv lunedì non andranno in cassa integrazione, ma in ferie, preparando i contratti di solidarietà e garantendo la continuità editoriale”. È senza dubbio una buona notizia, perché era in gioco il posto di lavoro di una dozzina di poveri cristi che dall’oggi al domani si sarebbero trovati in mezzo a una strada. Tra qualche ora, al massimo domani, dovremmo avere l’annuncio ufficiale, così conosceremo i dettagli dell’operazione di salvataggio, e tuttavia fin d’ora mi pare possa dirsi sorga un problema: Mario Adinolfi può continuare a mantenere la carica di vicedirettore dell’emittente, dopo quanto egli stesso ha dichiarato nei giorni scorsi?
In realtà il problema è doppio. Con quale rispetto per la sua dignità professionale Mario Adinolfi può continuare a lavorare per un editore che ci ha descritto come concentrato del peggio, alle dipendenze di un management di “servi vili” e come vice di uno che “di tv capisce zero”? E con quale rispetto per la propria onorabilità editore, management e direttore possono confermargli la fiducia in quel ruolo?

Lo so, mi pongo delle questioni che avrebbero un senso altrove che in Italia, mi faccio domande che sarebbero legittime in Inghilterra, negli Stati Uniti o in un qualsiasi altro paese nel quale il giornalismo non sia ciò che è da noi. Qui in Italia sono domande oziose, anzi provocatorie, forse offensive. E infatti sul salvataggio di quella dozzina di posti lavoro Mario Adinolfi può appendere il cappello, come se fosse stato lui a trovare il modo di salvarli: Ricordatevi: quando vi dicono che dovete stare zitti e buoni, è quello il momento in cui dovete cominciare a lottare”.
State sicuri che nessuno riuscirà a dimostrargli che non è vero. D’altra parte è possibile sia vero: se l’editore è davvero quella merda d’uomo descrittaci da Mario Adinolfi, se il management di Red Tv è davvero e solo lo strumento di quel “meccanismo fondi pubblici-anticipazione bancarie che Mario Adinolfi ci ha spiegato così bene, se chi continuerà ad averlo come proprio vice inconsciamente condivide il giudizio che Mario Adinolfi ha espresso nei suoi confronti, non c’è “lotta” più efficace di quella che oggi egli può millantare di aver vinto.
Con un editore, un management e un direttore come quelli descritti da Mario Adinolfi, un vicedirettore come lui ci sta a fagiolo. E però che schifo. Anzi no: “Ricordatevi.




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26 febbraio 2010

Alva Noto - Prototype 6 - 2000




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25 febbraio 2010

Bluff sporco

“Il nostro dicastero – annuncia monsignor Gianfranco Ra­vasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Culturasta organizzando una fondazione intitolata «Il cortile dei gentili» che si i­spira al discorso del Papa alla Curia a dicembre” (Avvenire, 25.2.2010).
“Anche le persone che si ritengono agnostiche o atee –aveva detto Benedetto XVI in quella occasione – devono stare a cuore a noi come credenti”, e già questo puzzava. Infatti commentavo: “Come sarebbe a dire «che si ritengono»? Sono persone agnostiche o atee, e si dichiarano agnostiche o atee, perché averle a cuore «come credenti»? […] A chi ha fede non risulterebbe offensiva da parte di un ateo o di un agnostico la definizione di «credente» come «uno che ritiene di credere»?”.
Pregiudizialmente sospettoso? A leggere che genere di fondazione ha in mente monsignor Ravasi, non mi pare: “il dialogo [che Benedetto XVI auspicava] con coloro per i quali la religione è una cosa estranea [e che] non vogliono vedere se stesse come oggetto di missione, né rinunciare alla loro libertà di pensiero e di volontà” si rivela un bluff (pure abbastanza sporco, direi). Infatti, Sua Eccellenza dice: “Vo­gliamo avviare contatti con or­ganizzazioni a­tee per avviare un confronto, dal quale comincia subito ad escludere gli atei che non gli vanno a genio: “Non certo con l’Uaar italiana, che è folcloristi­ca, né con quanti sposano l’atei­smo ironi­co-sarcastico di Onfray, Dawkins e Hit­chens, tanto meno con quegli atei che verso Dio nutrono quella in­differenza assoluta [che è] figlia della secolarizzazione.
Di grazia, allora, con quali atei si ritiene possibile il confronto? Presto detto: con quelli che si trovano “i
n alcuni ambienti [dove] atei­smo e fede [già] si incrociano. Gli «atei devoti», presumibilmente. Ma c’è bisogno di un confronto con costoro? Già leccano il culo al Papa con fervore, che altro ci si può aspettare da essi, se non la conversione?




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25 febbraio 2010

Non sono un umanista

Una ventina d’anni fa avevo una radio della Grundig che captava telefonate da cordless e cellulari, poi dall’analogico si passò al digitale e mi si ammutolì sempre di più, fino a tacere. Provavo grandi sensi di colpa nell’ascoltare quei frammenti di conversazione, che a volte nemmeno si potevano definire tali perché la radio captava la voce di uno solo degli interlocutori, ma li tenevo a bada con un sotterfugio morale: erano voci senza un nome e senza un volto, quel privato era l’humanum che non poteva essere troppo mihi alienum, e dunque non stavo violando alcuna privacy – mi dicevo – semmai studiavo l’uomo, da umanista. Poi c’era il fatto che quel modello della Grundig era regolarmente in commercio… Insomma, me ne vergogno ancora, perché ancora accampo scuse, come ho fatto fin qua.
Perché riesco a scrivere di questo solo oggi? Perché a differenza delle tante trascrizioni di intercettazioni telefoniche che ho letto sui giornali da quando li leggo, il dialogo tra Gennaro Mokbel e Nicola Di Girolamo me ne ha richiamato alla memoria uno in tutto simile per la natura dei contenuti e per il tono. E mi ha profondamente scosso. Era qualcosa del tipo: “A me non me ne frega un cazzo di quello di quello che dici tu, nel senso che tu sei uno schiavo mio”, e rammento bene che non riuscivo ad ascoltare cosa ribattesse lo schiavo, ma era evidente che non dovesse ribattere troppo, proprio come Di Girolamo.

Tra le cose che maggiormente detesto c’è il tono degli schiavisti, tra le cose che maggiormente mi addolorano c’è la passività degli schiavi: anche oggi, come quella volta, ho dovuto distogliere l’attenzione e, come lì spensi subito la radio, qui ho accartocciato il giornale e l’ho buttato via, molto lontano da me. Il critico mi rinfaccerà: e l’umanesimo? Sarei portato ad obiettare: possiamo ancora definire humanum, tutto questo? E lui a me: ma certo, la relazione padrone-servo è cosa eminentemente umana. E lì dovrei tacere, scornato.
È che non sono un umanista, evidentemente.




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25 febbraio 2010

Vedo gente, faccio cose, piglio aperitivi, invento lemmi…




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24 febbraio 2010

La cozza

Roman Jakobson ci ha insegnato che gli elementi da considerare nel linguaggio – in ogni linguaggio – sono l’emittente, il ricevente, il messaggio, il referente, il codice, il canale e il contesto. Quando ci sono chiari i caratteri di questi elementi, nessun tipo di linguaggio ci può ingannare, consentendoci così di riconoscerne le sue funzioni – quella referenziale, quella emotiva, quella conativa, quella fàtica, quella metalinguistica e quella poetica – e la reale natura del messaggio.
Vale anche per le conversazioni telefoniche? Anche per quelle.

Questo in estrema sintesi è lo schema sul quale Jakobson sviluppa i suoi Saggi di linguistica generale (Feltrinelli, 1966), un libro che Giuliano Ferrara ha letto a cazzo di cane. Infatti, nel tentativo di banalizzare il marcio che trabocca dalle trascrizioni delle conversazioni telefoniche che da qualche tempo riempiono le pagine dei quotidiani nazionali, afferma: “Il grande Roman Jakobson parlava delle conversazioni telefoniche come «metalinguaggio»” (Il Foglio, 13.2.2010). Immensa cazzata.

A differenza del “«linguaggio-oggetto», che parla degli oggetti”, il “«metalinguaggio» parla del linguaggio stesso” (un esempio di metalinguaggio è quello usato nei libri di grammatica), mentre la funzione che può essere considerata propria delle conversazioni telefoniche è quella fàtica, che mira a “stabilire, prolungare o interrompere la comunicazione, a verificare se il canale funziona […], ad attirare l’attenzione dell’interlocutore o ad assicurarsi della sua continuità […], [per ottenere una] accentuazione del contatto [con] uno scambio sovrabbondante di formule stereotipate, a interi dialoghi il cui unico scopo è [quello] di prolungare la conversazione”.

Il marcio che trabocca dalle trascrizioni delle conversazioni telefoniche che da qualche tempo riempiono le pagine dei quotidiani nazionali, dunque, non c’entra una beneamata mazza col metalinguaggio, e quanto cè di fàtico sta solo di contorno al marcio.
E allora perché citare Jakobson, per giunta a sproposito? Mi pare non ci siano dubbi: il molto approssimativo approccio alla linguistica serve a manipolare la natura del messaggio, neutralizzandone i contenuti. È il trucco del cucinare il pesce andato a male insieme a una cozza: il cattivo odore scompare.




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24 febbraio 2010

[...]

“Quanti sacerdoti ci saranno in Europa tra quaranta, cinquant’anni? A leggere i dati diffusi due giorni fa dal Vaticano e desunti dall’annuario pontificio 2010, ce ne saranno molto pochi. Un minimo storico che non può che preoccupare”. Così, secondo Paolo Rodari, in quota Ruini.
E però, stando a L’Osservatore Romano di Gian Maria Vian, in quota Bertone, dall’annuario si evincerebbe che l’“e
voluzione [è] positiva, [anche se] moderata, e comunque attorno all’1% nel periodo 2000-2008”, insomma, “i sacerdoti, sia diocesani che religiosi, [sono] aumentati nel corso degli ultimi nove anni, da 405.178 nel 2000 a 408.024 nel 2007 e a 409.166 nel 2008”.
Preoccupante minimo storico o evoluzione positiva seppur moderata? Ruiniani e bertoniani si saranno mica messi d’accordo per costringerci a comprare l’annuario pontificio?




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24 febbraio 2010

I credenti - senza distinzioni, non ho pregiudizi - sono tutti gran teste di cazzo

Spetta solo ai cristiani definire idoli le divinità altrui, quando danno dell’idolo a Cristo s’incazzano come i buddisti quando gli usi il Buddha come fermacarte.




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24 febbraio 2010

Tutto quello che non sapevate di Red Tv (*)


Red Tv chiude. Anzi no, formalmente non è chiusura, perché il satellite continuerà a trasmettere il suo segnale. Più correttamente, Red Tv si ritrova senza soldi.
Pigliava dallo Stato un contributo annuo di 3.594.846,30 euro (poco più di 7 miliardi delle vecchie lire), che adesso le vengono meno – salvo proroghe, deroghe o similari – per i tagli al fondo per l’editoria deciso dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Chi lavorava a Red Tv si trova licenziato, e a loro dà voce Mario Adinolfi, chissà se delegato: “La responsabilità di questa chiusura? Certamente di Giulio Tremonti e dei suoi tagli al fondo sull’editoria. Ma qualcuno mi deve ancora spiegare perche Red Tv, la tv di Massimo D’Alema, sia l’unica delle testate coinvolte dal taglio a mandare subito i suoi dipendenti in cassa integrazione.

Già qui restiamo confusi. Il 27 agosto 2009, infatti, e cioè meno di sei mesi fa, Mario Adinolfi scriveva: “Non è vero che Red Tv sia la televisione di Massimo D’Alema”.
Si trasale. Come ha fatto a diventarlo? E quando? E perché Mario Adinolfi non ce ne ha dato notizia. Che gli costava una breve, en passant, tra un post fantacalcistico e una puntata dell’automitobiografia?
“Qualcuno mi deve ancora spiegare…”, dice, ma è retorica da talk show, nel senso che a Mario Adinolfi non deve spiegarlo nessuno, è lui che lo spiega noi: “Una spiegazione tecnica c’è: gli «imprenditori» che in questi anni hanno lavorato sul meccanismo fondi pubblici-anticipazione bancarie per via del diritto soggettivo, in assenza di tale diritto non vogliono mettere a rischio dei denari loro per tenere in vita e in efficienza il canale. E allora, via alla cassa integrazione, pagata da Pantalone.

Cazzarola, sono parole pesanti, almeno rispetto a quelle leggerissime di neanche sei mesi fa: “Red Tv è la televisione fondata da un gruppo di imprenditori sotto il marchio Nessuno Tv. La Nessuno Tv spa l’anno scorso ha stretto un’alleanza operativa con la Fondazione Italianieuropei, che esprime due consiglieri d’amministrazione di minoranza”.
In meno di sei mesi gli imprenditori si ritrovano tra virgolette, loschi, di botto. Che avranno combinato in questi sei mesi? Mario Adinolfi non lo dice.
Si trasale ancora, ma questo non è ancora niente. Perché quella che a fine agosto è “un’alleanza operativa” – be’, non dico altro, do voce a lui: “Con la promessa della «copertura politica» (finalizzata ovviamente all’ottenimento dei fondi) D’Alema si prese due membri del consiglio d’amministrazione, cambiò il nome al canale, a giugno ottenne la sostituzione del direttore: Claudio Caprara, dalemiano sì ma poco ortodosso, venne ringraziato e al suo posto arrivò Francesco Cundari. «Direttore» assolutamente osservante, imitazione vivente del Capo che venera…”.

Non so voi, io ci sento il ritmo del romanzo criminale. Pure direttore sta tra virgolette, come titolo usurpato, millantato o chessò cosa, come se chiamasse una pernacchia.
Il Cundari. Sei mesi fa, era “un collega di valore”; oggi, “di tv capisce zero, non ha un curriculum particolarmente brillante: fa fatica a scuola, bocciato all’esame da giornalista, laurea manco a parlarne, ma questo è un punto d’onore per i dalemiani, il Capo non s’è laureato dunque manco loro”. Una chiavica, da un giorno all’altro. Povero Ciccio.
Non è il pupazzo descritto dal Giornale, sei mesi fa. Ora lo è diventato, è una pedina di D’Alema. Sei mesi fa non lo era.

Sei mesi fa, Mario Adinolfi riusciva a concepire “una differenza tra il dalemismo editoriale e culturale, aperto alla dimensione plurale e dialettica, e il dalemismo politico-partitico”. Oggi che il dalemismo editoriale e culturale è al verde, e non riesce più ad aprirsi a quella dimensione plurale e dialettica che le era intrinseca per lo stipendio dato a Mario Adinolfi, oggi – dicevo – la differenza scompare: c’è solo il dalemismo politico-partitico.
Se così fosse stato – diceva in agosto – “non dovrebbero neanche affaticarsi a cacciarmi, saprei trarne le conseguenze”. Diciamo che non gli hanno dato modo.





(*) Tranquilli, non lo sapeva neanche Mario Adinolfi.




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24 febbraio 2010

Mozione

S’io fossi fra gli alti vertici della gerarchia che governa la galassia radicale, butterei lì una mozione: un finto sequestro di Marco Pannella (rilascio senza riscatto all’indomani delle elezioni). Giacché sono un inguaribile romantico, vorrei fosse messa ai voti con procedura d’urgenza.
Se la mozione non passasse, mi lascerei morire di inedia, e guai a chi me lo volesse impedire. Se passasse, avremmo un Marco Pannella davvero finalmente tutto zitto, perfetta rappresentazione della strage di diritto, eccetera. Sarebbe un momento di altissima drammaticità, gli si faccia presente quanti orgasmi potrebbe cavarne.
Faccia il calcolo di quanto avrebbe da parlare dopo (ospitate, interviste, memoriali e quant’altro), gli si conceda di scegliere l’identità socioculturale dei suoi sequestratori (per facilitargli la lectio che dovrà tenerci sul sequestro), lo si implorasse di accettare l’estremo sacrificio (quello di non rompere il cazzo per tre o quattro settimane).
Ovvio che in archivio rimarrebbe prova che ha deciso tutto lui, nessuno vuol togliergli la soddisfazione dell’autodenuncia per simulazione di reato, nel caso volesse giocarsi il tutto come una provocazione. Gli si faccia comprendere la cangiante infinità di argomenti che potrebbe donare al mondo.




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23 febbraio 2010

Quando uno ha le idee chiare

Sono appassionato di filosofia. Prediligo in particolare Marx e Nietzsche”

Luigi De Magistris, Diva e Donna, 24.2.2010




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23 febbraio 2010

"Donarsi"


È boom di emodonazioni da parte degli immigrati in Italia, “un fenomeno che dimostra integrazione” secondo Avvenire. Ho molte perplessità al riguardo, a cominciare dall’uso del termine “boom”: fra gli immigrati (circa 4.279.000, secondo il rilevamento dell’Istat al 1° gennaio 2010) i donatori sono intorno ai 40.ooo (meno dell’1%), mentre fra gli autoctoni la percentuale è intorno al 3% (nel resto d’Europa è al 5%). Ma la perplessità maggiore riguarda il significato che il giornale dei vescovi dà al fenomeno: la voglia di “donarsi”.
Ritengo che si sottovaluti il significato simbolico che il sangue ha come elemento identitario: donare il proprio sangue a un individuo etnicamente distante accorcia la distanza tra le due etnie, perché l’una si contamina dell’altra, in un immaginario che è comune all’inconscio collettivo di ogni cultura (un boom di emodonazioni da parte degli immigrati turchi si ebbe in Germania negli anni ’70, provocando reazioni isteriche dei gruppuscoli neonazisti).
Il boom di emodonazioni non dimostra una già piena integrazione (almeno di chi doni il sangue), ma al contrario un forte desiderio di integrazione (sociale, culturale, politica, ecc.) che con la diluizione di due diversi sangui è almeno simbolicamente raggiunta.




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23 febbraio 2010

Un imbroglione può anche aver ragione



Nel 1936 il genetista Ronald Fisher dimostrò che il padre della genetica aveva manipolato i risultati delle sue ricerche sugli incroci tra diverse varietà di piselli per farli aderire meglio all’ipotesi scientifica che intendeva dimostrare: l’ipotesi era corretta, ma Gregor Mendel aveva commesso una frode scientifica per dimostrarla tale. Diciamo meglio: quando l’ipotesi mendeliana s’era già rivelata corretta da qualche tempo, si scoprì che Mendel aveva imbrogliato.
Voglio parlare di global warming, suppongo che il lettore l’avrà intuito. Non ho competenze in materia, dunque non entrerò nel merito e sarò brevissimo.

Il Saggio sugli ibridi vegetali di Mendel è del 1866, ma solo nel 1900 fu chiaro che la teoria dei geni fosse già tutta esposta lì, quando altri scienziati (Carl Correns, Hugo de Vries, ecc.) arrivarono a formularla per altre vie: 35 anni per capire che la teoria di Mendel era giusta, 35 anni per capire per era stata dimostrata manipolando un poco i risultati.
Immaginiamo, invece, che il lavoro di Mendel avesse avuto l’attenzione del mondo scientifico da subito, e che l’imbroglio fosse stato scoperto di lì a poco. Possiamo ragionevolmente supporre che alla dimostrazione dell’esistenza dei geni e alle leggi che regolano la loro trasmissione saremmo arrivati prima o dopo il 1900? Ma soprattutto chiedo (e mi auguro si colga il senso vero della domanda): che fretta c’era?

Bene, non penso di poter dire altro sul global warming e sulle polemiche che vi stanno d’attorno, non ho le competenze e me ne sono interessato poco. Chiedo, ed è domanda retorica ovviamente, che fretta ci sia nel sapere se la teoria del global warming è corretta o no.
Attardiamoci – giustamente attardiamoci, ne va della faccia che la scienza deve mostrare a se stessa – nel sacrosanto inferire sul ritocco farlocco, ma non dimentichiamo che un imbroglione può anche aver ragione. Certo, deve dimostrarcelo. Sennò è un imbroglione, e in quanto tale ha torto pure se ha ragione. Sia maledetto mille volte, perché ci svia dal vero.
E però – qui chiudo – può aver ragione pure se ha torto. Nel maledirlo, non dimentichiamolo.




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22 febbraio 2010

Stati dell'organico nella teoria di un grande contemporaneo

Zygmunt Bauman è quel tale che associa alla postmodernità l’immagine del liquido in contrapposizione a quella del solido dei bei tempi andati, e lamenta: Oggi si esalta il «qui e ora» e si vive nell’eterno transitorio”, però senza disperare: “Nella fede c’è un argine a questa deriva”.
In un’altra intervista chiarisce:
Ho usato la metafora della liquidità per una caratteristica di base dei liquidi fluidi: non possono mantenere una forma da soli, hanno una coesione interna, un’integrazione, un’attrazione davvero minima. Così finché non li metti in contenitori, in forme esterne, non conservano la stessa forma per molto tempo. E questa è esattamente la caratteristica della nostra vita. Non puoi affidarti a qualcosa che conservi la propria forma finché non le metti qualcosa intorno”. Qualcosa che argini. La fede, avevamo detto.

Bene, oggi mi è capitato sotto gli occhi un articolo di Zygmunt Bauman, vi lascio immaginare su quale quotidiano: Potremmo dire – diceva – che la cultura sia attualmente in una fase liquido-moderna, fatta a misura della libertà individuale di scelta (volontariamente perseguita o sopportata in quanto obbligatoria) e concepita per servire tale libertà, per assicurarsi che tale scelta rimanga inevitabile – una necessità a vita, un dovere – e che la responsabilità, la compagna inalienabile della libera scelta, rimanga dove la modernità liquida l’ha costretta: sulle spalle dell’individuo, ora designato come il solo manager della «politica della vita». La cultura di oggi è fatta di offerte, non di norme” (Avvenire, 21.2.2010).

Il resto potrete ricavarvelo da soli, anche senza leggerlo, però se vi tenete bene aderenti alle metafore: (a) solido = sicuro = fede; (b) liquido = eterno transitorio = deriva verso lautodeterminazione.
Per quanto possa sembrare paradossale, tenere bene a mente: liquido è cacca, solido no.




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22 febbraio 2010

#

Quando questa piattaforma va in tilt, come è accaduto ieri pomeriggio, posto sul retro.




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21 febbraio 2010

[...]

Cristiano De Andrè che canta le canzoni di suo padre mi fa la stessa tenerezza che mi fa Luca Sofri quando si atteggia a opinion-maker e a capo-branco.




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21 febbraio 2010

Dvar - Laali - 2005




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21 febbraio 2010

[...]

Domani pomeriggio sarò a Roma, alla presentazione del libro postumo di Piero Welby (Ocean Terminal, Castelvecchi 2009), invitato a dire due parole. All’imbarazzo del parlare in pubblico, che in me scatta appena ho davanti più di tre persone, si aggiungerà quello dell’esser lì in qualità di “poeta e amico dell’autore”, e ho già spiegato il perché. E tuttavia, salvo estremo ripensamento, credo che andrò, berrò l’amaro calice e, dopo aver balbettato che non sono affatto un poeta, balbetterò qualcosa su ciò che ci legava. Preferirei chiamarla complicità piuttosto che amicizia. Nella complicità ho sempre creduto.




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21 febbraio 2010

Metter pace

È vero che John Henry Newman “non approvava il dogma dell’infallibilità papale”, come sta scritto su Il Foglio (17.2.2010), o è spararla “grossa”, come sta scritto su Avvenire (21.2.2010)?
Cerchiamo di metter pace tra il giornale dei teocon e quello dei vescovi, e diciamo che, a caldo e in privato, Newman scrisse che il modo in cui s’era arrivato a quel dogma era uno “scandal” (The letters and diaries of John Henry Newman, Londra 1961 ss., vol. XXV, pag. 262), per poi cambiare idea e scrivere che “è a un uso dogmatico della storia da parte della Chiesa che crede il cattolico” (Lettera aperta al duca di Norfolk, 1875). A caldo e in privato non l’approvò, e qui ha ragione Il Foglio, ma a freddo e pubblicamente ne sostenne le ragioni, e qui è Avvenire ad essere nel giusto.
Hanno ragione entrambi, dunque, ma è che parlano di due persone diverse che in un cattolico possono perfettamente coincidere.




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20 febbraio 2010

La verità

Povia canta la sua canzone mimandola a beneficio dei non udenti e, quando arriva a «verità», il gesto è interrogativo, la smorfia è beffarda e i non udenti si fanno l’idea che per Povia la verità non esista. Anche per questo non si capisce che ci stia a fare quel crocifisso a vista, peraltro pure bello grosso, al collo di Povia. Lo sciacalluzzo non sa che la «verità» dovrebbe stare appesa proprio lì? Perché confondere le idee ai non udenti?




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Gli editoriali per Notizie Radicali


172. Urbi et orbi, la Marcia di Pasqua è inesistente
(11.4.2007)

171.
Addio, radicali. Arrivederci, liberali
(4.4.2007)

170.
La materia oscura
(30.3.2007)

169.
L’eroica lotta del prode Bandinelli
(20.2.2007)

168.
E a questo stiamo
(19.2.2007)

167.
Tra il sacro e la secolarizzazione
(16.2.2007)

166.
La smetta, Binetti, si curi!
(31.1.2007)

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Ignobile scoop
(29.1.2007)

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In memoria di Alfredo Ormando, ex seminarista, gay, arso vivo
(12.1.2007)

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Per ogni Popieluszko c’è sempre almeno un Wielgus
(10.1.2007)

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Le esequie ecclesiastiche a Gabriele Cagliari
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Assuntina Morresi davanti a Piergiorgio Welby
(20.12.2006)

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(11.12.2006)

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148.
L’olio e le erbe medicamentose di San Francesco
(20.11.2006)

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Chissà se il mercato globalizzato accetterà l’authority della Chiesa
(15.11.2006)

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La Curia di Bologna
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Lo spazio dove stanno i radicali
(17.10.2006)

142.
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(12.10.2006)

141.
Capolavoro di ipocrisia!
(10.10.2006)

140.
La radice dell’antisemitismo è più cristiana o più musulmana?
(9.10.2006)

139.
Nessuna paura d’aver paura
(5.10.2006)

138.
Nessuna costrizione nelle cose di fede?
(2.10.2006)

137.
“Lucidamente Piergiorgio Welby chiede…” 
(29.9.2006)

136. 
Ipotesi su Milingo
(27.9.2006)

135.
Ohilà, nequiziosi!
(26.9.2006)

134.
Come il tassidermista riempie di paglia la carogna
(25.9.2006)

133.
Ignoranza o mistificazione?
(21.9.2006)

132.
O secolarizzazione o violenza
(19.9.2006)

131.
Un tranquillo weekend di paura
(18.9.2006)

130.
La teologia nell'universitas scientiarum
(14.9.2006)

129.
“In fondo la Cisa vende serrature”
(13.9.2006)

128.
Limature
(12.9.2006)

127.
Auflegen, befehlen o gebieten?
(11.9.2006)

126.
Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia
(6.9.2006)

125.
James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre
(5.9.2006)

124.
Il caso Robert Lanza, ennesima svista del Foglio
(1.9.2006)

123.
Caro Pullia
(31.8.2006)

122.
Pannella si è fermato a Bose
(29.8.2006)

121.
Dobbiamo avere una grande pazienza
(28.8.2006)

120.
Trittico libanese
(24.7.2006)

119.
Schola Scholae
(19.7.2006)

118.
“Drogarsi non è un diritto”
(14.7.2006)

117. 
Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
[con Federico Punzi]
(6.7.2006)

116.
Comunitari o liberal?
(29.6.2006)

115.
Di cani e di figli
(27.6.2006)

114. Una fiction, neh
(23.6.2006)

113. Signore, signori, malgiogli assortiti...
(21.6.2006)

112.
Lobby? Andiamo piano con le parole
(16.6.2006)

111.
“Talora la stampa si presta…”
(13.6.2006)

110.
Negli assolutismi accade
(8.6.2006)

109.
La “libertà di vietare”
(7.6.2006)

108. Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile
(30.5.2006)

107.
Rispiegare la modernità?
(26.5.2006)

106.
Zuavi in Parlamento
(22.5.2006)

105.
A chi spetta?
(19.5.2006)

104. Ancora su Marcello Pera
(18.5.2006)

103.
Dopo la famiglia, lo Stato
(16.5.2006)


102. Occhio, fratres!
(8.5.2006)

101. Diciotto volte Emma Bonino, fino alla fine
(5.5.2006)

100. 
Il cardinal Martini e la "resa alla modernità"
(2.5.2006)

99.
Un'altra trappola: il Manifesto di Euston
(27.4.2006)

98.
Faranno al cardinal Martini un trattamento alla Milingo?
(24.4.2006)

97.
Dopo Rocca, Ferrara manda Bellasio
(21.4.2006)

96.
"C'è un'Italia reale e un'Italia virtuale"?
(19.4.2006)

95.
I piccoli exit poll di Christian Rocca
(13.4.2006)

94.
Il giorno dopo
(11.4.2006)

93.
Viva Romano Prodi!
(10.4.2006)

92.
Lectio magistralis
(5.4.2006)

91.
Not negotiable
(4.4.2006)

90.
L'Appello a Prodi: il bluff della guerra civile
(31.3.2006)

89.
Il gentilissimo Christian Rocca
(28.3.2006)

88.
Bastardo sarà lei!
(27.3.2006)

87.
Ruini non fa ingerenza, rimanda a quella di sempre
(21.3.2006)

86.
Divertente come la catastrofe
(20.3.2006)

85.
Mutua comprensione tra integralismi?
(13.3.2006)

84.
Benedetto figliolo!
(7.3.2006)

83.
Quel che trattiene Magdi Allam
(1.3.2006)

82.
Vieni, Gunther, qui c'è un albero, è un pero
(27.2.2006)

81.
Un editoriale che vorrei lasciare incompiuto e senza titolo
(21.2.2006)

80.
Cavar soldi dal “matto”: in Vaticano ci si fa un pensierino
(17.2.2006)

79.
Escludendo che monsignor Maggiolini si sia presa una cotta per la Bonino
(9.2.2006)

78.
La questione è la libertà di espressione
(7.2.2006)

77.
Si tratta pur sempre di un sant’uomo
(1.2.2006)

76.
“La verità, vi prego, sulla carità”
(31.1.2006)

75. Ci dica l’ottimo Panebianco…
(23.1.2006)

74.
La figlia del console
(19.1.2006)

73.
Ratzinger e il decalogo
(18.1.2006)

72. “Il vero Israele” 
(17.1.2006)

 

71. Una dimenticanza di Angelo Panebianco

(16.1.2006)

70. Bonino o Santanché?
(10.1.2006)

69. Niente antidepressivi, grazie!
(4.1.2006)

68. “Ah, se Dio sopprimesse i peccatori!”
(2.1.2006)

67. Del Concilio Vaticano II non avete capito niente, gonzi!
(27.12.2005)

66. Un’altra mina l’Occidente: la pornografia
(23.12.2005)

65. “Fratello spermatozoo”
(20.12.2005)

64.
La mia superstizione è migliore della tua
(19.12.2005)

63. Riforma della Curia, anno 0
(14.12.2005)

62.
La goccia di veleno
(12.12.2005)

61. Non lo fo’ per piacer mio…
(Lettera aperta a Carlo V)
(6.12.2005)

60. Venerdì, sabato e domenica
(5.12.2005)

59.
Contrordine, figlioli, il limbo è una cazzata!
(2.12.2005)

58.
Tomista quanto non mai, il Ratzinger. Anzi assai tomo.
(28.11.2005)

57. Il seminarista sia munito di certificato medico

(24.11.2005)

56. Scherziamo? Scherziamo
(21.11.2005)

55.
La pazienza degli italiani
(17.11.2005)

54. Il fuoco amico di Croce e Gramsci
(16.11.2005)

53. Marcello Pera, croque-mort
(15.11.2005)

52. Semo romani, damose da fa’
(11.11.2005)

51. Coi soldi di Sir Templeton
(8.11.2005)

50.
La Chiesa è sempre uguale a sé stessa
(27.10.2005)

49. Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?
(20.10.2005)

48.
Sua Santità, Anacoluto I
(17.10.2005)

47.
Un dubbio: mettere in dubbio il dubbio?
(14.10.2005)

46.
Capriccio
(10.10.2005)

45.
Buona conversione!
(7.10.2005)

44. Se il legislatore non è un fesso (e non è un fesso)
(4.10.2005)

43. L’orecchio di Dionigi
(29.9.2005)

42. Fiuggi: i tg di prima sera non possono più glissare
(26.9.2005)

41. La colomba e il leopardo
(21.9.2005)

40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
(19.9.2005)

39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
(15.9.2005)

38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
(12.9.2005)

37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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