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malvino
il blog di Luigi Castaldi


Diario


8 marzo 2010

Un decreto-legge del Governo in materia elettorale è illegale. Punto.

“Il Governo non può mediante decreto-legge […] provvedere nelle materie indicate nell’art. 72, quarto comma, della Costituzione” (legge n. 400 del 23.8.1988 – “Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri”) *. E il quarto comma dell’art. 72 della Costituzione recita: “La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale…” *.

“In materia elettorale”, senza specificare se la natura del provvedimento sia “innovativa” o “interpretativa”: la cosa spetta al Parlamento, il Governo non può.
Un decreto-legge del Governo in materia elettorale è illegale. Punto.




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8 marzo 2010

Sostanzialismo bipartisan. Segni particolari: buonsenso e ritorno d'utile.

“La sinistra poteva incassare, cuocere a fuoco lento l’avversario in disperata condizione di bisogno, e al momento giusto ripescarlo indebolito al punto giusto e salvarlo con un gesto di magnanimità repubblicana e di responsabile omaggio allo spirito pubblico, in perfetta intesa con il presidente della Repubblica, nel nome del buonsenso” (Il Foglio, 8.3.2010).
Questo è quanto sarebbe tornato in favore del Pd, secondo Giuliano Ferrara, in piena sintonia con Mario Adinolfi, che così consigliava alcuni giorni prima:
“Non sarebbe molto più utile politicamente sottolineare l’evanescenza, la sciatteria, l’incapacità della classe dirigente del centrodestra, che non riesce neanche a presentare correttamente le liste, dicendoci però disponibili a trovare una soluzione politica per il rispetto che dobbiamo ai cittadini di centrodestra che debbono essere liberamente essere messi in condizione di votare partiti e candidati di centrodestra?” (Europa, 6.3.2010).
È evidente che siamo di fronte ad una comune accezione di “buonsenso” che riesce a trovare il proprio “utile” (in questo caso, del Pd) omaggiando lo “spirito pubblico”, che sarebbe innatamente sostanzialista in quanto al rispetto delle regole. È una filosofia politica trasversale agli schieramenti, preponderante là, ma anche qua d’un qualche peso: è la tesi bipartisan dell’aggiustamento con lo strappo alla regola, la deroga per forza maggiore, il magnanimo riconoscere al tuo avversario che anche a te la lettera della legge provoca insofferenza.

Siamo fatti della stessa sostanza e perciò sappiamo cosa vuol dire sostanzialismo: ti vengo incontro perché ti capisco, e in più ci faccio pure bella figura. A proposito, a che ora se magna?




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8 marzo 2010

Ignorerò del tutto la notizia, per non commettere errore

“Nigeria, 500 morti in scontri interreligiosi”. Non voglio neanche leggerla questa notizia, evito di cliccare il link allegato al Google Alert che mi arriva nella posta, non mi interessa sapere chi abbia sgozzato chi, perché i credenti in questo o in quel Dio hanno motivi sempre assai discutibili per sgozzare o farsi sgozzare. Motivi che stanno sempre oltre la ragione, nella fede, qualunque sia il Dio. E che diritto avrei, io che non ho fede, di farmi un’idea, di esprimere un’opinione su questa ennesima carneficina? Sarebbe comunque un’opinione errata, anche se fosse dettata unicamente dalla compassione per le vittime: come una volta mi fece notare un cattolico – mi riprendeva per aver espresso compassione per i 20.000 catari sgozzati per ordine del papa – spesso gli sgozzati se lo meritano. Non condivido, protestai. Ma quello mi diede una lezione che ora mi fa spedire questo Google Alert nella Posta eliminata, al volo, fottendomene altamente: disse che erano stati i catari a provocare.
Stavolta non voglio essere ripreso da nessuno e giacché la responsabilità dello sgozzamento potrebbe essere degli sgozzati, e non voglio farmi estorcere compassione, ignorerò del tutto la notizia: “Nigeria, 500 morti in scontri interreligiosi”, cazzi loro, regolamento di conti fra irragionevoli.




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8 marzo 2010

Il coniglio, la volpe e l'ermellino


“Non solo l’analogia diagnostica si logora,
ma si modifica durante la verifica”
Luciano Canfora, L’uso politico dei paradigmi storici


Chi vorrà mai mettere in dubbio che Bruno Vespa non sappia cosa dica, e non faccia attenzione al come? Bene, Bruno Vespa dice: “Tutto per bene, alla fine. Ma prima della quiete di ieri sera, la tempesta abbattutasi tra palazzo Chigi e Quirinale ha fatto intravedere scenari drammatici. Nelle ore che hanno preceduto e seguito il colloquio di mercoledì sera con il capo dello Stato, Silvio Berlusconi ha seriamente pensato di far saltare il tavolo. […] Berlusconi si è molto arrabbiato, minacciando il ricorso alla piazza. La serata si è conclusa male, ma nella giornata di ieri Napolitano si è dimostrato favorevole a trovare una soluzione” (Il Giornale di Sicilia, 6.3.2010).
Chi vorrà mai mettere in dubbio che Giampaolo Pansa non sia persona qualificata a spiegare cosa possano significare “ricorso alla piazza” e “scenari drammatici”? Bene, Giampaolo Pansa dice: “Se la confusione non verrà evitata, la situazione diventerà pessima. […] Milioni di elettori si sentiranno privati del diritto di votare. E tra questi milioni qualche migliaio certamente reagirà. Non certo con comunicati di protesta. Bensì con azioni più decise: scontri di piazza, aggressioni ai candidati dell’opposizione, assalti ai seggi elettorali” (Libero, 5.3.2010).
Dovremmo dedurne che Silvio Berlusconi abbia posto un ultimatum a Giorgio Napolitano: firma o golpe. La situazione sarebbe quella descritta da Alessandro Gilioli: “L’immagine di questo vecchio debole che resta sveglio tra gli arazzi per obbedire a chi è più potente di lui ha trasmesso meglio di ogni altro particolare il segnale di un potere che si è fatto onnipotenza, che ha assuefatto e mitridatizzato abbastanza il Paese da potersi ormai permettere di tutto, ovunque, comunque” (Piovono rane, 8.3.2010).

Vespa, Panza, Gilioli – non so immaginarmi tre persone più diverse fra loro – concordi sullo stato di cose: Napolitano ha ceduto. Per uscire dall’impasse istituzionale (Vespa), per evitare una guerra civile (Pansa), perché impotente (Gilioli), secondo i gusti. Non c’è altra ragione? Ce n’è una che ho implicitamente configurato in due post di ieri.
Nel primo, ho citato una recentissima sentenza del Consiglio di Stato (Sez. VI, n. 8759 del 28.12.2009) per la quale “non può riconoscersi natura interpretativa alla disposizione che, riformulando in modo più chiaro ed appropriato una norma preesistente, la abroghi”
, e che inoltre dichiara incostituzionale tale disposizione se non “si limiti a chiarire la portata applicativa di una disposizione precedente, non integri il precetto di quest’ultima e, infine, non adotti un’opzione ermeneutica non desumibile dall’ordinaria esegesi della stessa”.
Nel secondo, ho riportato due passi del “decreto salvaliste” che così, secondo il parere del Consiglio di Stato, negherebbero la sua natura interpretativa e la sua legittimità costituzionale: “Le firme si considerano valide anche se l’autenticazione non risulti corredata da tutti gli elementi richiesti” (patente abrogazione della norma preesistente che fissa criterio del tutto diverso per definire autentica una firma); “La regolarità della autenticazione delle firme non è inficiata dalla presenza di una irregolarità meramente formale” (patente adozione di un’opzione ermeneutica del termine “regolarità” non desumibile dall’ordinaria esegesi dell’aggettivo “regolare”).
Ce n’è abbastanza – io penso – perché il giudice chiamato a decidere sull’ammissibilità dei ricorsi li possa rigettare. Contava e conta su questo, il Capo dello Stato? Sarà un giudice a dire l’ultima parola, e non necessariamente in favore della riammissione delle liste del Pdl?

Riprendiamo Bruno Vespa: La serata si è conclusa male, ma nella giornata di ieri Napolitano si è dimostrato favorevole a trovare una soluzione. Si è così distinto tra decreto «innovativo», che il Quirinale non avrebbe accettato e decreto «interpretativo» che verrà invece considerato con benevolenza. Ieri sera il Consiglio dei ministri ha scelto ovviamente la seconda strada per ottenere il risultato che avrebbe ottenuto con la prima”.
È possibile che, nel suggerire un decreto interpretativo, Napolitano abbia inteso rimettere alla magistratura l’ultima possibile interpretazione della legge 108 del 17.2.1968 dopo un decreto che di fatto non la interpreta ma la reinterpreta fino ad abrogarne i punti in base ai quali le liste del Pdl sarebbero fuori dalla competizione elettorale? Riporto uno scambio di battute tra Marco Pannella e Massimo Bordin (
Radio Radicale, 7.3.2010) che può in tal senso offrire una traccia.


Bordin: “In fondo, fino ad oggi, fino a qualche anno fa, la firma del Presidente della Repubblica sui decreti non impegnava il Presidente della Repubblica, impegnava il Governo. Era abbastanza scontato che qualsiasi decreto portasse la responsabilità politica del Governo, non del Presidente, che costituzionalmente irresponsabile e in qualche misura tenuto alla firma. Oggi la cosa è completamente cambiata di segno: sembra che il Presidente debba avallare…”.
Pannella: “No, vabbe’, però, un momento. Non è un notaio, […] non è solo una firma formale. Il Presidente della Repubblica, se ha un lontano fumus, un sospetto di non perfetta costituzionalità di un provvedimento…”
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Bordin: “Be’, però la Costituzione parla di «manifesta [incostituzionalità]» non di «fumus»…”.
E senza dubbio è così.

È possibile che, nel rimettere all’ermellino l’ultima interpretazione della legge 108 del 17.2.1968, Napolitano sia stato più volpe che coniglio?




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8 marzo 2010

[...]




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7 marzo 2010

Non ci resta che il paradosso

a Luca

“Per vivere bene non bisogna essere contemporanei”

Ennio Flaiano, Diario degli errori




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7 marzo 2010

La carenza non è di costituzionalità, ma di logica

Si porga attenzione all’indirizzo interpretativo che il legislatore dà a ciò che comunemente dovrebbe intendersi con convalida di autenticità: Le firme si considerano valide anche se l’autenticazione non risulti corredata da tutti gli elementi richiesti […] La regolarità della autenticazione delle firme non è inficiata dalla presenza di una irregolarità meramente formale”.
Le firme sono valide anche quando non valide, la regolarità è formalmente dichiarata anche in presenza di irregolarità formale: solo un giudice che abbia gorgonzola al posto del cervello potrà far proprio questo modo di interpretare gli aggettivi “valido” e “regolare.
Questo decreto non è carente di costituzionalità, ma di logica. La Corte Costituzionale può essere superflua, dunque, potrebbe bastare un giudice che voglia guardarsi allo specchio senza dover arrossire.  




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7 marzo 2010

Luca Telese, folle ingrato e ridicolo illuso




Qui sopra è riprodotta la lettera che Vittorio Feltri ha inviato l’altrieri a Luca Telese (il Giornale, 5.3.2010), mentre in coda al post metto gli insulti che gli arrivarono due anni fa da Giuliano Ferrara (Tetris, 7.3.2008). La costante – come lo stesso Telese fa notare in coda al video – è nel “solito trucco: personalizzare”. E però c’è una caratteristica particolare nel trucco usato dai servi di Berlusconi: nell’attacco alla persona che ha cambiato idea, e ha tradito la fede berlusconiana, si rivela il genere di persona che gli resta servo.
E così Feltri rimprovera a Telese di essere ingrato fino alla follia verso chi gli ha dato da mangiare, con ciò illuminando l’elemento psicologico che un’infanzia economicamente assai disagiata ha impresso in Feltri.
Diversamente, Ferrara gli dice che vale poco o niente, come mai avrebbe fatto ai tempi in cui Telese era a il Giornale: aver tradito il padrone lo priva di ogni qualità, fosse pure di quelle che ipocritamente si concedono tacendo ogni esplicito parere. E con ciò vediamo cosa del padrone venga al servo: prestigio e rispetto, protezione dalla violenza del mondo per il tramite della fidelizzazione a un potente.
Il folle ingrato diventa qui un ridicolo illuso: come osa pretendere rispetto, come osa pretendere prestigio, che protezione osa pretendere, uscito da sotto lala del potente?





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7 marzo 2010

Come usa




Questo blog compie sei anni.




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7 marzo 2010

[...]

Arriva per la prima volta in Italia (Gius. Laterza & Figli, 2010) Teogonia di Ludwig Feuerbach (Theogonie, nach den Quellen des klassischen, hebräischen un christlichen Altertums – 1857). A chi ha già letto Essenza del cristianesimo (1841) e Essenza della religione (1846) non potrà non apparire il migliore dei tre. Lo consiglio vivamente.




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7 marzo 2010

Consiglio di Stato, Sez. VI - 28.12.2009, n. 8759

Se non posso cambiare la legge vigente che non mi torna comoda, ne faccio una che mi consenta di interpretarla a mio comodo. Anzi, per meglio dire: che costringa il magistrato a interpretarla nel modo che mi torni comodo.
Attenzione, però. Se è vero che al legislatore è data prerogativa di dettare norme interpretative, l’atto dell’interpretazione spetterà sempre al magistrato e non può essere dato per scontato che esso sia aderente alla lettera della norma interpretativa, per la semplice ragione che anche quella è soggetta – come ogni norma – all’atto interpretativo, che qui implica un effetto retroattivo, e sulla retroattività torna utile considerare ciò che il Consiglio di Stato ha recentemente stabilito (sez. VI - 28.12.2009, n. 8759), come consiglia un mio lettore, Antonino Cascone, che assai utilmente – e lo ringrazio – ne riporta:

La giurisdizione comune può verificare se, anche a prescindere dall’esplicita autoqualificazione, un precetto legislativo si riveli come effettivamente idoneo ad assolvere una funzione interpretativa, e cioè come disposizione che non ha significato autonomo, ma lo acquista solo nel collegamento e nell’integrazione con precedenti disposizioni di cui chiarisce il senso e la portata, ovvero se difetti in realtà, nel meccanismo legislativo, quella necessaria saldatura fra precetti normativi, l’uno attributivo di significato, l’altro oggetto di quell’attribuzione, essendo finalizzato, dunque, il rilevamento del giudice, in questa seconda ipotesi, non già alla denuncia, di per sé, di un abuso di interpretazione, bensì all’accertamento circa la reale natura dell’intervento del legislatore e gli effetti che ne conseguono in relazione ai diritti tutelati.
La qualificazione di una legge come atto di interpretazione autentica di preesistenti norme giuridiche non può fondarsi sul mero titolo del testo legislativo o sui lavori preparatori, ovvero sull’intenzione del legislatore in sé considerata, ma presuppone una particolare struttura della fattispecie normativa, per la quale la legge medesima, essendo rivolta ad imporre una data interpretazione di una precedente norma, con efficacia retroattiva, non è suscettibile di applicazione autonoma, ma si integra con la norma interpretata, nel senso che la disciplina da applicarsi ai singoli casi concreti deve essere desunta cumulativamente da quest’ultima e dalla norma interpretativa. Pertanto, non può riconoscersi natura interpretativa alla disposizione che, riformulando in modo più chiaro ed appropriato una norma preesistente, la abroghi e provveda a regolare per il futuro ed in modo autonomo la stessa materia.
Affinché una norma interpretativa (e quindi retroattiva) possa essere considerata costituzionalmente legittima, è necessario che la stessa si limiti a chiarire la portata applicativa di una disposizione precedente; non integri il precetto di quest’ultima e infine non adotti un’opzione ermeneutica non desumibile dall’ordinaria esegesi della stessa. Fermo restando che l’efficacia retroattiva della legge di interpretazione autentica è soggetta al limite del rispetto del principio dell’affidamento dei consociati alla certezza dell’ordinamento giuridico, con la conseguente illegittimità costituzionale di una disposizione interpretativa che indichi una soluzione ermeneutica non prevedibile rispetto a quella affermatasi nella prassi.

Non è detto, dunque, che il decreto scacazzato dal Governo debba trovare effetto sicuro, né che abbia i requisiti di costituzionalità che il Capo dello Stato ci assicura abbia. Insomma, nulla è sicuro a partire da questo decreto, men che meno che la norma possa essere piegata ad una opzione ermeneutica non desumibile dall’ordinaria esegesi della stessa”.




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7 marzo 2010

Ma

Nel ricordare Beniamino Placido, amico della Bibbia (Avvenire, 5.3.2010) monsignor Gianfranco Ravasi scrive che “incarnava gli ideali alti ma «laici» del Partito d’Azione”.
Non ho voglia di intrattenermi troppo su quel ma, né a discutere dei piani altimetrici ai quali viaggiano gli ideali laici e quelli clericali, perché stamane mi sento leggero, per nulla pedante: mi limito a invitare Sua Eccellenza ad andare a far pompini ai cani.




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6 marzo 2010

[...]

Sulla questione delle liste bocciate non volano gli stracci solo nel Pdl, che ormai scricchiola, minacciando di spaccarsi: le fibrillazioni pigliano pure la lobby di Lotta Continua. Per un editoriale tutto sommato conciliante, e perfino un po’ moscio, Adriano Sofri si becca da Andrea Marcenaro un paragone che è peggio di un insulto: sembrava scritto da Eugenio Scalfari.




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6 marzo 2010

“In carcere l'imprenditore che raccontò al telefono di aver riso durante il sisma dell'Aquila” (Ansa, 5.3.2010)

L’Aquila: “Ridi adesso, stronzo”.




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6 marzo 2010

Manigoldi

“Il Consiglio dei Ministri – annuncia Roberto Maroni in conferenza stampa, alle 21,53 del 5.3.2010 – ha approvato un decreto legge di interpretazione autentica di alcune disposizioni del procedimento elettorale, e in particolare l’art. 9 e l’art. 10 della legge 17.2.1968, n. 108.
Tra poco vedremo cosa recitano, questi articoli, e cercheremo di capire se, e dove, siano stati interpretati male, e da chi. D’intanto prendiamo atto che quelle varate dal governo sarebbero “norme interpretative”. Infatti il signor ministro tiene a precisare: “Nessuna modifica alla legge elettorale, nessuna modifica alle procedure elettorali in corso, nessuna riapertura di termini, nessuna remissione in termini”.
Il decreto legge si sarebbe reso necessario – spiega – a fronte di “interpretazioni difformi che hanno creato situazioni contestate presso la giustizia amministrativa”, sicché s’è posta urgenza “di dover dare, così come prevede la Costituzione, un’interpretazione autentica e corretta delle norme di legge vigenti, senza modificarle – lo sottolineo – per consentire ai giudici del Tar, che nei prossimi giorni dovranno valutare il comportamento degli organi che hanno escluso alcune liste, di applicare la legge in modo corretto secondo l’interpretazione che il legislatore – in questo caso, il Governo – dà della stessa legge”. “Noi riteniamo – prosegue – che alcune di queste norme siano state interpretate in modo non corretto”, ma “non è il Governo che decide: «Queste liste rientrano»”: il decreto legge si limita a dare la corretta interpretazione di una legge che per 42 anni è stata male interpretata.

Già qui sorgono i primi dubbi. Innanzitutto: se è vero, infatti, che il potere di interpretazione di una legge non è riservato esclusivamente al giudice, né tanto meno è sottratto alla potestà normativa degli organi legislativi” (Corte Costituzionale, sent. 311/1995), è pur vero che “la funzione dell’interpretazione autentica è quella di chiarire il senso di norme preesistenti, ovvero di imporre una delle possibili varianti di senso compatibili con il tenore letterale” (Corte Costituzionale, sent. 397/1994), basta che “la scelta ermeneutica imposta dalla legge interpretativa rientri fra una della possibili varianti di senso del testo interpretato, cioè stabilisca un significato che ragionevolmente poteva essere ascritto alla legge anteriore (Corte Costituzionale, sent. 455/1992), ma non è ammesso che il ricorso da parte del legislatore a leggi di interpretazione autentica [sia] utilizzato per mascherare norme effettivamente innovative dotate di efficacia retroattiva, in quanto, così facendo, la legge interpretativa tradirebbe la funzione che le è propria” (Corte Costituzionale, sent. 397/1994).
In secondo luogo – e qui i dubbi investono l’intera filosofia costituzionale di questo centrodestra – c’è la solita questione della legiferazione per decretazione governativa, una tendenza – ma forse sarebbe meglio dire: una tentazione – che con Silvio Berlusconi è diventata abuso, anche stavolta col chiaro fine di sminuire fino a esautorare la funzione legislativa che la Costituzione affida al Parlamento
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Ma, poi, questo decreto interpreta o stravolge l’art. 9 e l’art. 10 della legge n. 108 del 17.2.1968? Su questi articoli opera una scelta ermeneutica compatibile coi limiti posti dalle deliberazioni della Corte Costituzionale o maschera un quid novum che retroattivamente li straccia? Vediamo come recitano letteralmente riguardo ai punti che in questi giorni hanno tanto fatto soffrire Renata Polverini, Roberto Formigoni e tutto il centrodestra.
Art. 9 (Liste dei candidati): “Le liste dei candidati per ogni collegio devono essere presentate alla cancelleria […] dalle ore 8 del trentesimo giorno alle ore 12 del ventinovesimo giorno antecedenti quelli della votazione; a tale scopo, per il periodo suddetto, la cancelleria del tribunale rimane aperta quotidianamente, compresi i giorni festivi, dalle ore 8 alle ore 20”. Quale ermeneutica può tradurre “entro le ore 12” con “quando cazzo pare e piace al Pdl”?
Ancora art. 9: “La firma degli elettori deve avvenire su apposito modulo recante il contrassegno di lista, il nome e cognome, il luogo e la data di nascita dei candidati, nonché il nome, cognome, luogo e data di nascita del sottoscrittore e deve essere autenticata da uno dei soggetti di cui all’art. 14 della legge 21 marzo 1990, n. 53; deve essere indicato il comune nelle cui liste l’elettore dichiara di essere iscritto. […] Di tutti i candidati deve essere indicato cognome, nome, luogo e data di nascita, e la relativa elencazione deve recare una numerazione progressiva secondo l’ordine di presentazione”. Tutto questo in quale altro modo può essere interpretato se non in quello letterale?
Art. 10 (Esame ed ammissione delle liste - Ricorsi contro l’eliminazione delle liste o di candidati): “L’Ufficio centrale circoscrizionale, entro ventiquattro ore dalla scadenza del termine stabilito per la presentazione delle liste dei candidati, verifica se le liste siano state presentate in termine [e] dichiara non valide le liste che non corrispondano a queste condizioni”. Quale “norma interpretativa” – quale “variante di senso compatibile con il tenore letterale” – può consentire la riammissione di una lista presentata con più del 30% di firme irregolari (per non dire false)?
No, questo decreto non interpreta, ma stravolge. Non è la prima volta, non sarà l’ultima, perché questo Governo non ha alcuna cultura del diritto: si tratta di manigoldi che hanno occupato il potere con l’inganno e lo mantengono con la prepotenza. 




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6 marzo 2010

“Non sono a conoscenza di alcun caso di abusi sessuali”, dice


Georg Ratzinger è palesemente omertoso sugli abusi sessuali che due religiosi hanno consumato ai danni di alcuni componenti del coro di voci bianche da lui diretto a Ratisbona dal 1964 al 1993, e tuttavia può darsi che non sia complice, anzi, personalmente penso non lo sia.
Certo, omertà e complicità sfumano l’una nell’altra sul piano morale, ma qui sono in questione i crimini commessi da due preti tra il 1958 e il 1973. Uno fu subito rimosso, prima che Georg Ratzinger prendesse la direzione del coro, e dunque una sua corresponsabilità non è materialmente possibile in questo caso, ma tuttavia è credibile che in 30 anni di direzione del coro non gli siano mai arrivate voci all’orecchio sui fatti?
Non sono a conoscenza di alcun caso di abusi sessuali”, dice. Se in questo primo caso la cosa è virtualmente possibile (ammettendo in premessa l’inverosimile), nel secondo caso l’affermazione del fratello di Sua Santità è davvero incredibile (assolutamente priva di credibilità), perché il prete pedofilo, qui, era il direttore del collegio annesso al ginnasio del coro, condannato nel 1971, quando Georg Ratzinger dirigeva quel coro da ben 7 anni.
Avrebbe potuto dire: “Fu una condanna ingiusta, era innocente, non c’era stato alcun abuso”. Oppure: “Quando mio fratello ha lamentato: «Quanta sporcizia nella Chiesa!» si riferiva pure a roba come quella, ma sia chiaro: io non sapevo cosa mi accadesse sotto gli occhi”. Ma
non sono a conoscenza di alcun caso di abusi sessuali” è affermazione sfacciatamente omertosa: come a negare i fatti, tirandosene fuori perfino da osservatore, presumibilmente privilegiato (due volte dentro i fatti, perché insegnante dei bambini abusati e confratello dei pedofili).

Detesti la sfacciataggine di chi mente sapendo che la sua è menzogna palese a tutti, fottendosene? Be’, non puoi farci nulla: al fratello del Papa è consentita la sfacciataggine, e dargli del pezzo di merda configurerebbe gli estremi di “odio anticristiano”, desisti. E perché il tuo sdegno non stia troppo fuori proporzione, inserisci i fatti nel contesto, e pensa ai coristi castrati del Seicento e del Settecento: cinque o sei culetti rotti a Ratisbona ti sembreranno inezia.
Per sbollire la tua ira su quello che lì può essere accaduto tra coro e collegio, e tra collegio e coro, pensa al girone infernale fatto di fame nera, di figli portati a castrare pur di poter dar loro pane e una qualche speranza di futuro a libro paga del cardinale amante delle celestiali voci tanto simili a quelle dei suoi angeli in sogno. Pensa a ciò che subiva, allora, un bambino, sempre per dare godimento a un prete. Contestualizza, fai le dovute proporzioni, pensa al castrato che inoltrò a
Innocenzo XI la supplica per ottenere il permesso di sposarsi (ai castrati non era permesso), adducendo a ragione il fatto che la castrazione era stata incompleta, e pensa a Innocenzo XI che gli respinse la supplica annotandovi: “Che si castri meglio”. Pensa a questo, e chiediti: sì, vabbe’, ma poi a Ratisbona che sarà mai successo? Quasi nulla, praticamente nulla.
E infatti Georg Ratzinger che ha detto?




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5 marzo 2010

Non me lo so spiegare


Nel dare la notizia che Karol Wojtyla non sarà fatto santo subito, fra le migliaia a disposizione, ansa.it sceglie la foto qui sopra, di beatificando con cerottino.




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5 marzo 2010

Ma allora ditelo che ci volete beceri, laicisti e ottocenteschi

C’è materiale per un bel romanzone ottocentesco, uno di quei feuilleiton laicisti dai quali Gide trasse Les Caves du Vatican. Non già un capolavoro come Les Caves du Vatican, dunque, ma lettura da dopolavoro, a svago del buon borghese della Terza Repubblica (però quella francese), insomma, becero laicismo ottocentesco.
Trama così inverosimile che solo la realtà riesce a inventarsene di simili: il Gentiluomo della Casa Pontificia dai loschi traffici è un pederasta che in Vaticano rimorchia da Dio, gli dà una mano un giovane corista nigeriano della Cappella Giulia che organizza festini gay riciclando seminaristi. Romanzone docile alla sceneggiatura, se ne caverebbe un filmone, buono a soddisfare i più morbosi appetiti dello spettatore.





[Vale come commento alla segnalazione che mi fa 18 brumaio.]




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4 marzo 2010

Strazzullarselo

Se consentite, io mi strazzullerei il Cazzullo. “Silvio non sembra più lui. Per esempio, sorride poco” (Sette, 4.3.2010). In questo starebbe la crisetta di Silvio, ergo del centrodestra, ergo del paese: il Re è giù di tono, perciò va tutto storto. Mica viceversa. Da strazzullarselo.




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4 marzo 2010

Che sagome

Da un giretto fatto nella blogosfera clericofascista e nel cattoweb più integralista deduco che vi regni un po’ di confusione: Strasburgo non ha detto che Roma può decidere per sé e da sé l’obbligo di crocifisso in classe, ha detto che a breve riconsidererà la sentenza che ha definito violazione di un diritto quello di vedersi imporre il simbolo di una fede non accolta. Si tratta dell’ammissione di un ricorso, quasi certamente per confermare – e stavolta in modo definitivo – le ragioni che stavano nella censura posta a Roma riguardo alla vicenda di Abano Terme, ma di là, fra i figli di Maria e i papaboys, si fa festa: come se fosse tornato in vigore lo Statuto albertino.
Che sagome, si gasano come dannati.




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4 marzo 2010

Segni di una rete che si lacera, forse

Il “caso Conte” è l’altra faccia del “caso Polverini” e del “caso Formigoni”.
Roberto Conte è un condannato in primo grado per concorso esterno in associazione camorristica e si ritrova in una delle liste collegate al Pdl nella tornata elettorale del 28-29 marzo, senza che l’abbiano voluto – a sentir loro – né Stefano Caldoro, candidato alla presidenza della Regione Campania per il cartello del centrodestra e affini, né Nicola Cosentino, che s’è mormorato fosse suo sostenitore per affettuosità di cosca, e Italo Bocchino, il vergine e adamantino Italo Bocchino, ne rifiuta addirittura i voti: “La candidatura di Conte in Campania è un caso di infiltrazione fraudolenta che va condannata politicamente e che deve essere attenzionato anche dalla magistratura. I voti dei suoi elettori, noi non li vogliamo” (il Riformista, 3.3.2010).
E tuttavia quei voti saranno mai scorporabili dall’esito elettorale? E come si può definire la mancanza di attenzione che l’ha portato a correre di fatto per il centrodestra e con il centrodestra? Nel prepararsi ad andare alle urne, cosa distrae il Pdl al punto da fargli commettere errori tanto ingenui, causa di tanti imbarazzi e, secondo alcuni, preoccupanti segnali di imminente sfacelo?

È che ha ragione Ernesto Galli della Loggia, forse. Forse siamo davanti a uno schieramento che si dimostra sempre più “somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz’ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica. E tra loro, mischiati alla rinfusa […], gente dai dubbi precedenti” (Corriere della Sera, 3.3.2010).
Nelle consuetudini della prima Repubblica erano proprio costoro ad essere delegati dal centro a raccogliere le firme necessarie per la presentazione dei simboli e dei candidati, a stabilire i collegamenti con le liste locali e, insomma, a dar ragione della loro presa sul territorio: quand’anche nella patente violazione delle norme, a cominciare da quelle di autoregolamentazione “etica” nella scelta dei propri rappresentanti locali e dei loro alleati, il raggiungimento del dettaglio tecnico che sanciva candidabilità ed eleggibilità erano la garanzia del consenso che i potentati locali offrivano al centro, e l’intera macchina reggeva su questa rete.
Erano figure semisconosciute e potentissime a costruire la trama entro la quale la violazione o l’aggiramento fraudolento della norma sono diventati “dettaglio burocratico”: da quando la burocrazia deve dar conto di se stessa a se stessa, è diventata odiosa innanzitutto ai burocrati, che la considerano cosa pesante e superflua. Dacché era legge, e a sentir loro che stabilivano il prezzo per aggirarla in virtù del favore clientelare.

Ma oggi il centro ha arrogato a sé buona parte del potere che genera consenso, e non l’ha ridistribuito in visibilità. I semisconosciuti potentissimi non pagano più solo per se stessi, ma spendono consenso che dalla periferia s’è spostato al centro. [Basti pensare all’impegno che il leader massimo spende in ogni competizione elettorale locale: se il nome di Silvio Berlusconi sta pure su una lista comunale del Pdl, e se in una lista civica collegata ci sta un delinquente, vince la crudele logica del “non poteva non sapere” – e lì tutto sta nel vedere se il delinquente riesce a non essere riconosciuto tale.]
Un consenso raccolto fuori e contro la norma è di fatto un furto di diritto, sicché quando si accusano i radicali di “cavillocrazia”, com’è stato nel “caso Polverini” e nel “caso Formigoni”, si rivela una incoercibile tendenza a considerare impossibile un’altro tipo di Repubblica diverso dalla prima.

Ora,
Ernesto Galli della Loggia scrive che “a partire dalla primavera dell’anno scorso si stanno ordendo a ripetizione intrighi, organizzando giochi e delazioni, quando non vere e proprie congiure, allo scopo di trovarsi pronti, con i collegamenti giusti, quando sarà giunto il momento, da molti dei cortigiani giudicato imminente, in cui [Silvio Berlusconi] sarà costretto in un modo o nell’altro a lasciare il potere” (ibidem).
Trovarsi firme fasulle sui moduli, arrivare tardi a presentare le liste, trovarsi in corsa insieme a un camorrista: segni di una rete che si lacera, almeno secondo l’autorevole parere del prestigioso editorialista del Corriere della Sera.




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4 marzo 2010

Neanche varrebbe la pena di ripeterlo

Neanche varrebbe la pena di ripeterlo, ma porsi alla fine di un processo di cui si è parte, e considerarne necessarie le cause, lo fa apparire teleologicamente guidato da una superiore intelligenza: non c’è possibilità di controprova, naturalmente, e allora del Big Bang si può arrivare a dire che in gioco c’era “una causalità troppo intelligente per essere casuale” (L’Osservatore Romano, 3.3.2010). Il fatto è che la possibilità di chiamarla “intelligente” sta tutta dentro all’intelligenza che la definisce tale, e che è parte del processo che dal Big Bang in qua ha portato all’uomo. È il cortocircuito – il solito – che nell’uomo crea l’idea di Dio come intelligenza ordinatrice. È la teleologia del tautologico, come nel caso del cosiddetto “sciovinismo del Carbonio”, che esclude la possibilità di vita biologica dando analogo ruolo ad altri elementi. Eppure, nel ruolo che il Carbonio ha nella vita biologica come la conosciamo, il Silicio, il Boro, il Fosforo, l’Azoto hanno caratteristiche tali da rendere possibile un’altra biochimica. Mettersi alla fine della catena che qui ha usato il Carbonio, considerandolo necessario e insostituibile a generare vita (come la conosciamo), dimostra il limite intrinseco all’idea di Dio: è indispensabile a spiegare tutto – come il Carbonio – solo dopo, solo dal di dentro, solo per trovare spiegazione a quel particolare “perché così e non altrimenti”. È che un “altrimenti” non si può escludere, anche quando non ce n’è controprova. Fiero di aver creato Dio, l’uomo vanta sciovinisticamente la sua necessità contro il caso.




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3 marzo 2010

Chiunque può svegliarsi una mattina...

Ferruccio de Bortoli offre ai suoi lettori una versione che potrebbe anche reggere: “Per un errore tecnico, la testata on line del Corriere della Sera ha riportato ieri, per alcune ore, questo articolo di Ernesto Galli della Loggia che la direzione aveva deciso, nella tarda serata di lunedì, di rinviare di un giorno per lasciare spazio a un editoriale di Sergio Rizzo sul disegno di legge anticorruzione appena approvato dal governo. Il rinvio era stato concordato con l’autore. Sempre per lo stesso errore tecnico, è stata inviata a Sky, nella notte di lunedì per la rassegna stampa di ieri, una bozza provvisoria della prima pagina, poi cambiata, che non è mai stata data alle stampe nelle edizioni italiane. Un numero limitato di copie è stato tuttavia stampato nelle tipografie estere…”. Potrebbe reggere [1]. Almeno in teoria, potrebbe. Se non fosse che proprio in chiusa rovina tutto: La direzione, assumendosene la responsabilità, si scusa con i lettori e con l’autore”.
Che bisogno c’è di scusarsi con l’autore? Il rinvio non era stato concordato
? Scusarsi di cosa, allora? È qui che la versione mostra il suo punto debole, dando corpo ai sospetti avanzati fin dalla prima segnalazione del cambio in pagina [2].

Ma questo è quanto a margine. Nella sostanza, l’editoriale di Galli della Loggia è un duro attacco al centrodestra, al governo e a Silvio Berlusconi. Di una durezza che acquista un particolare significato perché gli argomenti in esso contenuti mettono in discussione la natura stessa del Pdl, e ne dichiarano il fallimento. Ma questo non impegna il Corriere della Sera e – paradossalmente – nemmeno lo stesso Galli della Loggia.
Chiunque può svegliarsi una mattina, aprire gli occhi e capire, trovare il coraggio di dire ciò che pensa e scrivere cose che sembrerebbero bruciargli i ponti dietro le spalle. Ma poi c’è sempre modo di rimangiarsi ciò che si è scritto, pezzettino dopo pezzettino [3]. Soprattutto quando a mantenere il punto la censura non sarebbe più occasionale e sul pezzo, ma definitiva e sulla persona. Chi vive di ciò che scrive deve pur vivere. 




[1]
Potrebbe reggere anche all’obiezione sollevata da Piovono rane: “Il medesimo pezzo di Rizzo in prima pagina stava già, nella prima edizione, in alto a destra”. Infatti, volendo pubblicare entrambi gli editoriali sullo stesso numero, uno dei due sarebbe stato giocoforza sacrificato dal rimando di gran parte del testo alle pagine interne: se si intendeva dare a entrambi il massimo rilievo, la scelta di rinviare la pubblicazione di uno dei due era legittima, e la pubblicazione dell’editoriale di Galli della Loggia, ancorché dovuta a fronte del sospetto di censura, rende indimostrabile il contrario.
[2] Lost in politics, 2.3.2010.
[3] Un esempio? Questo è quanto scriveva Giuliano Ferrara, il 28 maggio 2004: “Gentile presidente, […] c’è che lei non guida il paese entro una misura minima di ordine politico, e la sua coalizione e perfino il suo movimento le si sottraggono o le si sottomettono, ma non fanno luce, non producono un linguaggio nuovo, non sono ancorati a null’altro che non sia un rapporto nevrotico con la sua capricciosa personalità […] C’è che lei ha prodotto una classe dirigente cui continua a mancare, salvo rarissime eccezioni, l’amore per la cultura e per la politica stessa, cioè una cura minima del senso di marcia di un’opera che dovrebbe essere collettiva e pensante, ma risulta invece in moltitudine sparsa a caccia di varie ed effimere convenienze. […] Lei, gentile presidente, continua a nutrire l’illusione che si possa stare in politica da imprenditore curando di diventare sempre più ricchi e sempre più indifferenti alla soluzione di un gigantesco conflitto di interessi che i suoi nemici attaccano per le ragioni sbagliate, e con la coda di paglia, ma che per i suoi amici non ossequienti esiste, ed esiste anche per lei. […] Lei pensa che la riforma della giustizia sia l’aspetto vano e astratto della concreta e sacrosanta battaglia per bloccare coloro che le scaraventano addosso personalmente la giustizia politica: gli altri, e i loro diritti civili, vengono tanto dopo che non si vedono più. Lei pensa che si possa tirare avanti con la neutralizzazione dell’informazione e della discussione pubblica, lasciando più o meno ai suoi avversari le loro caselle, eliminandone alcune con censure goffe, conquistandone altre nella logica della solita blandizie verso il potere, non producendo niente di serio e di nuovo, e cioè nuovi spazi di libertà politica, in attesa che qualche nuovo potere editoriale arrivi e pieghi le ginocchia a lei personalmente, come fanno (con la riserva di rivoltarsi al momento giusto) i soliti padrinati dell’emittenza pubblica. Lei pensa che tutto le sia dovuto, che gli alleati siano azionisti di minoranza della sua azienda, che gli amici siano famigli o strumenti, che le idee contano solo se si traducano in scoop vincenti nel mercato dell’immagine personale del leader. Lei rifiuta categoricamente di comprendere l’altra parte del paese nelle sue sfumature e diversità, e ritiene che basti staccare la cedola dell’incomunicabilità e della reciproca delegittimazione ideologica, magari teorizzando l’amore contro l’odio: così tutto si semplifica in modo avvilente, le istituzioni si irrigidiscono in una contesa corporativa di un tedio bestiale, e la società non è scossa e rivoluzionata da idee nuove e dalla passione di governare, persuadere, spiazzare, sorprendere. Insomma, oltre una certa soglia la sua simpatia, il suo genio e talento personale, la sua cocciutaggine e libertà di tono, anche nelle peggiori gaffe, diventano un materiale povero, una ripetizione coatta di automatismi senza più senso. Non c’è pregiudizio né gnagnera moralistica in tutto questo nostro dire: c’è un senso di sbadiglio che vorremmo allontanare. Siamo stati cantori del berlusconismo e della sua autoironia, su spartito scritto da noi stessi, e di fronte alle sue vanità o al grottesco culto spirituale del Capo ci siamo anche compiaciuti di dire che lei andava accettato così com’è: non è il presidente del Consiglio, è Berlusconi. Ora non ci fidiamo più di lei”. Che ne è stato? 




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3 marzo 2010

Pure Mario Adinolfi ha qualche speranza

Quante cazzate scrive, Mario Adinolfi. Su Europa, ieri: “Sono convinto che escludere il Pdl dalle elezioni regionali a Roma sia un errore politico colossale per il Partito democratico e per il centrosinistra, l’ennesimo di questa campagna elettorale tutta sbagliata nel Lazio”. Ma “escludere il Pdl dalle elezioni” non è nelle possibilità del Pd e del centrosinistra, perché è cosa che spetta alla magistratura, nel caso lo ritenga giusto. “Un errore politico colossale” potrebbe essere il chiederlo, ma nessuno lo sta facendo: si chiede, invece, che la legge venga rispettata, e che il Pdl paghi le conseguenze del non averla rispettata, se così la magistratura dovesse arrivare ad accertare.
Sicché non sta né in cielo né in terra scrivere: “Prima della burocrazia viene la democrazia e se la raccolta firme e tutto ciò che ne consegue in termini di norme serve a dimostrare la reale soglia di minima consistenza di un raggruppamento politico, questa soglia di minima consistenza il primo partito di Roma la supera ampiamente”. Se è nel rispetto di quelle norme che deve essere dimostrata la “soglia di minima consistenza”, come peraltro si è disposti a concedere in premessa, il mancato rispetto evidentemente non lo dimostra, almeno sul piano formale. D’altro canto, una norma senza forma è possibile?
Del tutto sgangherato, dunque, porre la questione nei seguenti termini: “Mi meraviglio di Emma Bonino […] Ma come, ti batti (giustamente) per il tuo diritto a presentare la tua lista e poi fai di tutto per impedire la presentazione di liste altrui, ampiamente legittimate dal punto di vista democratico?”. Perché Emma Bonino non sta cercando di impedirlo, ma solo di dimostrare che una norma deve porre doveri uguali per tutti, e che essi stanno nel rispetto della lettera: dura lex sed lex, per tutti, così chiamati a cambiarla, non a violarla. I radicali hanno mille altri difetti – se Mario Adinolfi volesse spettegolare su quelli personali mi telefonasse, passeremo ore e ore, senza mai annoiarci – ma non quello di “battersi solo (e rumorosamente) per i propri interessi”: gli interessi per i quali essi si battono sono sempre generali, ciò che fa “rumore” nelle loro battaglie è appunto questo porli nel diritto, e chiedono che sia la legge a tutelare l’interesse che, se non è di tutti e di ciascuno, non può essere di alcuno.

Per infelice conseguenza, dunque, è del tutto errato ciò che scrive oggi sul suo blog: “Mi pare sempre più strano che Emma Bonino, quella che usava la pompa della bicicletta per far abortire le donne quando l’aborto era illegale, sostenendo che la legge non era adeguata alla realtà, ora sia diventata una che invoca la supremazia della legge sulla realtà, con tutti i radicali, quelli che vogliono l’eutanasia perché intanto si pratica silenziosamente negli ospedali, la droga libera perché tanto tutti si drogano e via andare”. Emma Bonino e i radicali si sono sempre autodenunciati, su aborto, su droga, ecc. Hanno attirato su se stessi le sanzioni poste dalla legge per testimoniare la sua ingiustizia e porre la questione del cambiarla. Non hanno mai chiesto che l’aborto restasse illegale e che si chiudesse un occhio su chi abortisse.
Meno male, però, che Mario Adinolfi intuisce qualcosa e chiude così: “Comunque, sbaglierò io”. Senza dubbio, ed è bello che almeno se ne abbia intuizione. Non resta che applicarsi nella cultura del diritto, uscendo da quella del “si può fare, basta non dirlo” – e pure Mario Adinolfi ha qualche speranza. Però bisogna impegnarsi, invece che sprecare tempo col poker e le corse dei cani.




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2 marzo 2010

E si può capire

Christian Rocca tarda a dare l’annuncio ufficiale che ha lasciato Il Foglio per andare a Il Sole-24Ore, è probabile abbia difficoltà a trovare una formula che non sia automaticamente traducibile in “meglio di Ferrara non meritavo che Riotta”. E si può capire.




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2 marzo 2010

Catechismo, 2464

“Dopo l’incontro fra il presidente del Consiglio e il cardinal Camillo Ruini nel corso del quale è stato molto probabilmente sciolto il nodo dell’alleanza Udc-Pdl nel Lazio in chiave anti-Bonino, dopo l’attacco di Avvenire al Pd, accusato di subire una «deriva laicista» per aver sostenuto la candidatura della leader radicale (definita «superabortista e iperliberista» dal direttore Marco Tarquinio, è stato questa volta il Segretario di Stato, cardinal Tarcisio Bertone, ad offrire un pubblico riconoscimento piuttosto irrituale ad un politico impegnato già da diverse settimane in campagna elettorale. Il politico in questione è il potente governatore uscente della Regione Lombardia, nonché ciellino doc, Roberto Formigoni, che dal 19 al 21 febbraio scorsi ha chiamato a raccolta a Rimini la sua Rete Italia, circuito di politici e amministratori cattolici di area Cl e targato rigorosamente Pdl […] Il card. Bertone ha aperto il convegno con una lezione intitolata «La dottrina sociale della Chiesa interpella le nuove generazioni di politici cattolici»”

Adista, 2.3.2010



- Pronto…

     - Roberto?

- Eminenza, che piacere…

     - Un cazzo, Roberto…

- Prego?

     - Roberto, tu impegni la Segreteria di Stato Vaticana…

- La fiducia di Sua Eminenza non andrà delusa…

     - Non è questo il punto, Roberto, è che con questa storia delle 514 firme fasulle tu esponi la Chiesa…

- Non capisco…

     - Roberto, avrai mica bisogno di una rinfrescatina di Catechismo?

- Eminenza, mi scusi, continuo a non capire…

     - Ottavo comandamento, Roberto. “L’ottavo comandamento proibisce di falsare la verità nelle relazioni con gli altri” (Catechismo, 2464): ci sta dentro la falsa testimonianza, ma non solo...

- Estensivamente…?

     - Appunto. Avremmo dato copertura politica a un altro peccatore?

- Eminenza, noi dimostreremo che si è trattato solo…

     - 514 Pater e 514 Ave, Roberto. E fai in modo che tutto fili liscio, sennò dovremo scaricarti…

- Non tema, Eminenza…

     - Non sono io quello che ha temere, Roberto…

- Capisco…

     - Ti impartisco la mia benedizione, testa di cazzo…




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2 marzo 2010

La ricetta di Esprit

L’eresia non mira allo scisma, ma a diventare nuova ortodossia, per riformare la vecchia. L’eresia dà corpo ad uno scisma quando non è abbastanza forte per riuscirci, ma non così debole da essere spazzata via. Evento terribile, lo scisma, sicché “scisma sommerso” è una specie di ossimoro.
L’espressione ha un padre, il filosofo cattolico Pietro Prini, e sta a titolo di un suo libro, del 1998, più citato che letto. Qui l’ossimoro sta a indicare lo stato di cose in cui versa la Chiesa a causa dell’eresia modernista, mai spazzata via – da cent’anni e più che fu condannata – ma nemmeno causa di alcunché di terribile, e però capace di bacare l’ortodossia tridentina dal di dentro con la sua declinazione personalistica, che è eretica per eccellenza, perché “eresia” viene da airesis, cioè (libera) scelta, e “il personalismo non è un sistema – come diceva Emmanuel Mounier – ma è una filosofia” (filosofia e teologia vanno d’accordo solo fino a quando la scelta non è troppo libera, e la persona tende sempre a prendersi troppe libertà: non quante se ne prende l’individuo, ma certamente più di quante se ne prenda la creatura).
Il cattolicesimo è bacato da uno “scisma sommerso” perché il personalismo incrina, anche quando non spacca e separa, perché s’insinua ma non lacera, e arriva fin dentro il corpo vivo di un concilio ecumenico, fin dentro la dottrina sociale della Chiesa, facendosi riforma dell’ortodossia, lenta ma inesorabile. Da Mounier a Maritain, ma pure a Guardini e al Persona e atto di Wojtyla, e perfino all’Introduzione al Cristianesimo di Ratzinger (per quanto vi giunga stravolto), il personalismo penetra, perché non ha i punti deboli di ogni sistema, e una qual certa sua ambiguità lo rende pleomorfo e insinuante: possiamo dire che la creatura è già abbondantemente riformata in persona, anche nei settori più tradizionalisti.
Il personalismo s’insinua ma non lacera ed è tanto più forte quanto più trova la carie molle di quel “declino del cattolicesimo” (Esprit, 2/2010) che lamenta e denuncia, di fatto riproponendo il solito rimedio dei Loisy e dei Buonaiuti, tutt’al più riproponendolo come “post-modernismo” (Dossetti).
Ogni tanto, però, si esagera. Il rimedio al “declino” – la proposta di riforma – finisce per diventare più insopportabile del “declino” stesso, come è in ciò che Stefano Ceccanti (Europa, 2.3.2010) riassume della proposta culturale e politica in questo ultimo numero di Esprit: “«Ciò che conta alla fine è la capacità di ricostruire un’opposizione a vocazione maggioritaria... attrice innovativa di una democrazia dell’alternanza». Si tratta di mettere insieme l’intervento pubblico per l’uguaglianza, caro alla tradizione della «socialdemocrazia» depurato però dallo statalismo, grazie a culture liberali e cristiane più «vicine» agli insegnamenti del «1989». E infine di mescolarsi con le componenti libertarie più vicine alle innovazioni culturali positive del ’68. […] L’ha detto […] il sociologo francese Viard su Esprit di febbraio, la prestigiosa rivista di Emmanuel Mounier”.
Un gran bel minestrone di cose assai diverse. Per ciò che potrebbe essere in Italia, l’ho definito “formidabile Qualcosone”, e come possibile catalizzatore ho visto la vittoria di Emma Bonino, naturale anello di congiunzione tra l’eresia cristiana di Marco Pannella (modernismo del Buonaiuti e personalismo del Mounier) e quel pentolone socialdemocratico e cristianosociale che è il Pd.
Tornando a ciò che Ceccanti ha trovato nell’ultimo numero di Esprit, accanto a questa proposta culturale e politica, quasi a motivarla, le cifre impressionanti sul “declino” (almeno per ciò attiene al cattolicesimo in Francia): “Jean-Louis Schlegel parte dalla Francia dove la pratica religiosa regolare è sotto il 5 per cento e dove la caduta verticale del numero di sacerdoti pone problemi serissimi, anche perché l’assenza di mediatori quotidiani di un’istituzione sempre più centralizzata mediaticamente con Giovanni Paolo II, distorce i messaggi, li trasforma una somma di «proibizioni», eliminando le sfumature. La debolezza è legata più che ad alcuni contenuti a «un modo – segreto – di elaborazione dei grandi testi, alla loro universalità astratta, lontana da ogni vita quotidiana così come l’arroganza che a volte li accompagna » stimolando per reazione «la violenza dei media»”.
Il nervo scoperto toccato da Esprit è quello delle «proibizioni» che preserverebbero i valori «non negoziabili»: “Cathérine Gremion fa […] vedere come sia rispetto all’Humanae Vitae sia al documento Donum Vitae del 1987 sulla procreazione assistita le chiusure finali siano apparse in repentina e immotivata contraddizione non solo con attese dotate di forti motivazioni bibliche e teologiche, ma soprattutto per la smentita di posizioni ufficiose o addirittura ufficiali di poco precedenti. […] Un seguito di docce fredde che arrivano fino alle note posizioni del vescovo di Recife a proposito di un aborto di una minorenne violentata, dove la madre e i medici sono accusati di essere peggiori del violentatore, parlando di scomunica mentre essa veniva tolta al negazionista Williamson”.
Come non riconoscervi gli argomenti di chi ritiene che il cattolicesimo possa misurarsi con la modernità senza protestantizzarsi?




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2 marzo 2010

Toglietevi dalla testa lo scolapasta, lepantisti

“Si è svolto al Cairo, il 23 e il 24 febbraio scorsi, l’incontro annuale del Comitato congiunto per il dialogo del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e il Comitato permanente di Al-Azhar per il Dialogo tra le Religioni Monoteistiche, […] sotto la presidenza congiunta dello sceicco Muhammad Abd al-Aziz Wasil, wakil di al-Azhar e presidente del Comitato permanente di al-Azhar per il Dialogo con le Religioni Monoteistiche, e del cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso” (zenit.org, 1.3.2010).

Chi avesse ancora nelle orecchie le stronzate bizantine di Manuele II Paleologo – “mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava” – sappia che Benedetto XVI, a Ratisbona, sembrava voler dire che la violenza è connaturata all’islam, ma non ci credeva, anzi, civettava. Toglietevi dalla testa lo scolapasta, lepantisti, coi musulmani si va a tarallucci e vino (ops, vino no): quella era una tattica seduttiva. 
Avete presente quando lei non vede l’ora di darvela, ma deve prima rimproverarvi un poco del fatto che siete sempre così brutali, perché è timida, e ha vergogna a dirvi che le piace? Bene, quando li sentirete insieme, cristiani e musulmani, dire: “Dio, Dio, Dio…”, la tattica serviva a quello.




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2 marzo 2010

1982




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2 marzo 2010

Presto, il vescovo

Ci sarebbe questa tredicenne pugliese stuprata da nonno e zio, e ora incinta. Presto, chiamate il vescovo, urge il solito fervorino agrodolce sulla sacralità dell’embrione, urge la consueta minaccia di scomunica latae sententiae, presto. 




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Gli editoriali per Notizie Radicali


172. Urbi et orbi, la Marcia di Pasqua è inesistente
(11.4.2007)

171.
Addio, radicali. Arrivederci, liberali
(4.4.2007)

170.
La materia oscura
(30.3.2007)

169.
L’eroica lotta del prode Bandinelli
(20.2.2007)

168.
E a questo stiamo
(19.2.2007)

167.
Tra il sacro e la secolarizzazione
(16.2.2007)

166.
La smetta, Binetti, si curi!
(31.1.2007)

165.
Ignobile scoop
(29.1.2007)

164.
In memoria di Alfredo Ormando, ex seminarista, gay, arso vivo
(12.1.2007)

163.
Per ogni Popieluszko c’è sempre almeno un Wielgus
(10.1.2007)

162.
La pieta e la chiarezza di Francesco D’Agostino
(9.1.2007)

161.
Bernard-Henry Levy e i blog
(8.1.2007)

160.
Le esequie ecclesiastiche a Gabriele Cagliari
(2.1.2007)

159.
Assuntina Morresi davanti a Piergiorgio Welby
(20.12.2006)

158.
Ratzinger e i «terminali»
(18.12.2006)

157.
Il concubinaggio
(14.12.2006)

156. La «sana laicità»
(11.12.2006)

155.
Cantalamessa
(6.12.2006)

154.
Lo Sdi e la massa critica
(4.12.2006)

153.
Caro Punzi
(28.11.2006)

152.
Il diabete dell’ateo devoto
(27.11.2006)

151.
Alasciarli dire, a lasciarli fare
(24.11.2006)

150.
Il metodo di Antonio Socci
(23.11.2006)

149.
Salvo forellini
(22.11.2006

148.
L’olio e le erbe medicamentose di San Francesco
(20.11.2006)

147.
Chissà se il mercato globalizzato accetterà l’authority della Chiesa
(15.11.2006)

146.
La Curia di Bologna
(10.11.2006)

145.
Simpatica carognetta
(8.11.2006)

144.
Una sana competizione inter-religiosa
(23.10.2006)

143.
Lo spazio dove stanno i radicali
(17.10.2006)

142.
Si accettano scommesse
(12.10.2006)

141.
Capolavoro di ipocrisia!
(10.10.2006)

140.
La radice dell’antisemitismo è più cristiana o più musulmana?
(9.10.2006)

139.
Nessuna paura d’aver paura
(5.10.2006)

138.
Nessuna costrizione nelle cose di fede?
(2.10.2006)

137.
“Lucidamente Piergiorgio Welby chiede…” 
(29.9.2006)

136. 
Ipotesi su Milingo
(27.9.2006)

135.
Ohilà, nequiziosi!
(26.9.2006)

134.
Come il tassidermista riempie di paglia la carogna
(25.9.2006)

133.
Ignoranza o mistificazione?
(21.9.2006)

132.
O secolarizzazione o violenza
(19.9.2006)

131.
Un tranquillo weekend di paura
(18.9.2006)

130.
La teologia nell'universitas scientiarum
(14.9.2006)

129.
“In fondo la Cisa vende serrature”
(13.9.2006)

128.
Limature
(12.9.2006)

127.
Auflegen, befehlen o gebieten?
(11.9.2006)

126.
Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia
(6.9.2006)

125.
James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre
(5.9.2006)

124.
Il caso Robert Lanza, ennesima svista del Foglio
(1.9.2006)

123.
Caro Pullia
(31.8.2006)

122.
Pannella si è fermato a Bose
(29.8.2006)

121.
Dobbiamo avere una grande pazienza
(28.8.2006)

120.
Trittico libanese
(24.7.2006)

119.
Schola Scholae
(19.7.2006)

118.
“Drogarsi non è un diritto”
(14.7.2006)

117. 
Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
[con Federico Punzi]
(6.7.2006)

116.
Comunitari o liberal?
(29.6.2006)

115.
Di cani e di figli
(27.6.2006)

114. Una fiction, neh
(23.6.2006)

113. Signore, signori, malgiogli assortiti...
(21.6.2006)

112.
Lobby? Andiamo piano con le parole
(16.6.2006)

111.
“Talora la stampa si presta…”
(13.6.2006)

110.
Negli assolutismi accade
(8.6.2006)

109.
La “libertà di vietare”
(7.6.2006)

108. Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile
(30.5.2006)

107.
Rispiegare la modernità?
(26.5.2006)

106.
Zuavi in Parlamento
(22.5.2006)

105.
A chi spetta?
(19.5.2006)

104. Ancora su Marcello Pera
(18.5.2006)

103.
Dopo la famiglia, lo Stato
(16.5.2006)


102. Occhio, fratres!
(8.5.2006)

101. Diciotto volte Emma Bonino, fino alla fine
(5.5.2006)

100. 
Il cardinal Martini e la "resa alla modernità"
(2.5.2006)

99.
Un'altra trappola: il Manifesto di Euston
(27.4.2006)

98.
Faranno al cardinal Martini un trattamento alla Milingo?
(24.4.2006)

97.
Dopo Rocca, Ferrara manda Bellasio
(21.4.2006)

96.
"C'è un'Italia reale e un'Italia virtuale"?
(19.4.2006)

95.
I piccoli exit poll di Christian Rocca
(13.4.2006)

94.
Il giorno dopo
(11.4.2006)

93.
Viva Romano Prodi!
(10.4.2006)

92.
Lectio magistralis
(5.4.2006)

91.
Not negotiable
(4.4.2006)

90.
L'Appello a Prodi: il bluff della guerra civile
(31.3.2006)

89.
Il gentilissimo Christian Rocca
(28.3.2006)

88.
Bastardo sarà lei!
(27.3.2006)

87.
Ruini non fa ingerenza, rimanda a quella di sempre
(21.3.2006)

86.
Divertente come la catastrofe
(20.3.2006)

85.
Mutua comprensione tra integralismi?
(13.3.2006)

84.
Benedetto figliolo!
(7.3.2006)

83.
Quel che trattiene Magdi Allam
(1.3.2006)

82.
Vieni, Gunther, qui c'è un albero, è un pero
(27.2.2006)

81.
Un editoriale che vorrei lasciare incompiuto e senza titolo
(21.2.2006)

80.
Cavar soldi dal “matto”: in Vaticano ci si fa un pensierino
(17.2.2006)

79.
Escludendo che monsignor Maggiolini si sia presa una cotta per la Bonino
(9.2.2006)

78.
La questione è la libertà di espressione
(7.2.2006)

77.
Si tratta pur sempre di un sant’uomo
(1.2.2006)

76.
“La verità, vi prego, sulla carità”
(31.1.2006)

75. Ci dica l’ottimo Panebianco…
(23.1.2006)

74.
La figlia del console
(19.1.2006)

73.
Ratzinger e il decalogo
(18.1.2006)

72. “Il vero Israele” 
(17.1.2006)

 

71. Una dimenticanza di Angelo Panebianco

(16.1.2006)

70. Bonino o Santanché?
(10.1.2006)

69. Niente antidepressivi, grazie!
(4.1.2006)

68. “Ah, se Dio sopprimesse i peccatori!”
(2.1.2006)

67. Del Concilio Vaticano II non avete capito niente, gonzi!
(27.12.2005)

66. Un’altra mina l’Occidente: la pornografia
(23.12.2005)

65. “Fratello spermatozoo”
(20.12.2005)

64.
La mia superstizione è migliore della tua
(19.12.2005)

63. Riforma della Curia, anno 0
(14.12.2005)

62.
La goccia di veleno
(12.12.2005)

61. Non lo fo’ per piacer mio…
(Lettera aperta a Carlo V)
(6.12.2005)

60. Venerdì, sabato e domenica
(5.12.2005)

59.
Contrordine, figlioli, il limbo è una cazzata!
(2.12.2005)

58.
Tomista quanto non mai, il Ratzinger. Anzi assai tomo.
(28.11.2005)

57. Il seminarista sia munito di certificato medico

(24.11.2005)

56. Scherziamo? Scherziamo
(21.11.2005)

55.
La pazienza degli italiani
(17.11.2005)

54. Il fuoco amico di Croce e Gramsci
(16.11.2005)

53. Marcello Pera, croque-mort
(15.11.2005)

52. Semo romani, damose da fa’
(11.11.2005)

51. Coi soldi di Sir Templeton
(8.11.2005)

50.
La Chiesa è sempre uguale a sé stessa
(27.10.2005)

49. Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?
(20.10.2005)

48.
Sua Santità, Anacoluto I
(17.10.2005)

47.
Un dubbio: mettere in dubbio il dubbio?
(14.10.2005)

46.
Capriccio
(10.10.2005)

45.
Buona conversione!
(7.10.2005)

44. Se il legislatore non è un fesso (e non è un fesso)
(4.10.2005)

43. L’orecchio di Dionigi
(29.9.2005)

42. Fiuggi: i tg di prima sera non possono più glissare
(26.9.2005)

41. La colomba e il leopardo
(21.9.2005)

40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
(19.9.2005)

39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
(15.9.2005)

38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
(12.9.2005)

37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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