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malvino
il blog di Luigi Castaldi


Diario


20 febbraio 2010

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20 febbraio 2010

Segnalazione

Ieri sera ho visto Il Concerto di Radu Mihaileanu, un film che vi consiglio.


Aggiornamento
Lo ha visto pure Aronne, che ne parla
qui.




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19 febbraio 2010

Varie


1. La settimana scorsa ho parlato della tv di Ettore Bernabei, l’occasione mi è stata offerta da L’Osservatore Romano, che lo aveva intervistato alcuni giorni prima. Non si concedeva dal 2007, quando su Vanity Fair, come stavolta su L’Osservatore Romano, offrì il numero migliore del suo repertorio: l’elogio della sua tv, una tv che “arricchiva e confortava la gente comune”, perché imponeva la calzamaglia alle ballerine, sicché “all’italiano medio restava il dubbio su come fossero davvero le gambe della Kessler e tornava sereno dalla moglie cellulitica, e la famiglia era salva. Oggi devo tornare su Ettore Bernabei, perché l’ottimo Leonardo scrive che [il Festival di] Sanremo è roba da [tv] Bernabei”. Io non penso. Penso che Sanremo – il Festival di Sanremo, le canzoni e quanto se ne può trarre, il carotaggio sociologico sul palco dell’Ariston e tutto ciò gira attorno alla manifestazione canora – sia cambiato, com’è cambiata la tv: penso che Sanremo sia solo un medium che di anno in anno produce un metatesto del paese, e insieme al paese è cambiato anno dopo anno.
Da quando si sparla di Sanremo, si sparsa anche del paese. Quando seguire il Festival di Sanremo dal primo all’ultimo minuto non significava ancora essere un povero imbecille, ma solo un italiano medio (campana di Gauss molto larga e molto appiattita) e – soprattutto – con un solo canale televisivo a disposizione, allora l’Italia era ancora un paese contento di sé. La calzamaglia copriva una ipotetica cellulite delle gemelle Kessler e i fiori sul proscenio coprivano gli scandali politici ed economici. Poi ci fu il suicidio di Luigi Tenco, e il metatesto cominciò ad apparire di anno in anno sempre più inadeguato, scollando sempre più l’immagine del paese dal paese. Poi venne la tv di Berlusconi… Qui non si finirebbe più di dover dire, sicché sarà meglio tornare al post di Leonardo. Che scrive di “residui di benpensantismo” – da tv di Bernabei – nella Rai del 2010: lo dimostrerebbe il caso Morgan-Sanremo.
Scrive che a Morgan hanno vietato Sanremo perché questa “roba da Bernabei” che è la Rai è intenta al “disperato tentativo di mettere insieme un nuovo senso morale”. E scrive pure: “Invece di parlare di Morgan – che poi sembra di essere gli stronzi – perché non parliamo di Alessia Marcuzzi?”. Giacché di Morgan ho parlato proprio ieri, Leonardo mi fa sentire uno stronzo. Meno male che mi offre pure un’alternativa: la Marcuzzi.
“Nessuno ci crede veramente – scrive Leonardoche la Marcuzzi abbia tutti questi problemi intestinali o addominali”. Anche qui sono costretto a dissentire. La Marcuzzi è testimonial dell’Activia di Danone dal 2003, ma l’anno prima, nel corso di una puntata de Le Iene, aveva confessato di soffrire di disturbi intestinali (stitichezza e flatulenza). Sono certo che la confessione sia stata antecedente all’inizio della collaborazione professionale con la Danone, perché ricordo di aver letto – mannaggia a me, non ricordo più dove – che ai pubblicitari era venuta l’idea di scegliere lei proprio dopo aver visto quella trasmissione. In più, rammento a Leonardo che oltre il 30% delle donne soffre di quel genere di disturbi intestinali: perché non potrebbe valere pure per la Marcuzzi?

2. “Aldo Grasso ha in antipatia Pezzi e di conseguenza pure me”, scrive Mario Adinolfi. Errato: “di conseguenza” no, Grasso ha in antipatia Adinolfi a prescindere da Pezzi, come ha ampiamente argomentato qualche tempo fa su Magazine-Corriere della Sera, dove l’antipatia pareva più che altro profonda disistima con un pizzico di disprezzo.

3. Già mi pregusto il prossimo video di Zoro, c’è da scommettere che stavolta farà pisciare dal ridere, più del solito. Conoscerete Zoro, spero, conoscerete il suo spietato artiglio satirico quando gli arriva a tiro un pezzo grosso. Perciò a me piace Zoro, perché non fa sconti a nessuno, non guarda in faccia a nessuno. E qualche giorno fa era fra gli invitati alla consegna del Premio “Politico dell’anno” a Gianfranco Fini. Un sacco di pezzi grossi, e c’era pure Angelucci senior. Immagino e pregusto: “Tonino-o-o, vie’ qua, parlace de Marrazzo, parlace de Bonino…”. Povero Angelucci, Zoro gli starà cucendo addosso uno dei suoi video micidiali. Attendiamo.

4. La cura che Jimmomo mette per chiarire “dov’è l’imbroglio” del confondere «politica del fare» con «sistema gelatinoso», senza peraltro risultare convincente, mi fa temere che possa avere un piede nella gelatina.

5. Aggiornamento sul caso Ashfield, la casa produttrice di capi d’abbigliamento di cui Sybelle ha avuto l’ardire di criticare la campagna pubblicitaria, beccandosi per questo una diffida: alla blogger arriva una e-mail dal titolare dell’azienda. Nulla di nuovo – ripete quanto ha fatto dire dagli incaricati a diffidare Sybelle, ma facendo balenare lusinghe fra le minacce – se non fosse per la chiusa della lettera. La vorrei estrapolare dal testo e dal contesto (qui la copia cache del post rimosso e qui il post di Alessandro Gilioli che ha informato sul caso, per chi volesse approfondire), perché mi pare una lezione di vita. Non delle più originali, in verità, anzi, diciamo che si tratta della solita lezioncina che viene somministrata a chi critica, quando si vuole rimuovere gli argomenti della critica, altrimenti irremovibili, eludendo il merito e facendo una questione di metodo, anzi, di filosofia di vita: facile star lì a distruggere – recita la lezioncina – non sarebbe più remunerativa una critica costruttiva?
Ma è meglio dare voce al maestro di vita, incidentalmente proprietario della John Ashfield: Se posso darLe un mio consiglio per il futuro, Le dico che nella vita non basta aprire un blog per realizzarsi criticando quello che fanno gli altri, perché, come Lei saprà, lavorando si può anche sbagliare, ma forse è meglio investire le proprie energie cercando di creare un proprio progetto facendolo con passione e sacrificio come io ho sempre fatto in questi anni.
Ho già detto che voglio tener da parte il caso, ma è dal caso che devo giocorza muovere per criticare irremovibilmente questa filosofia di vita. E dunque chiedo: se i capi della Ashfield mi fanno cagare, lo posso dire? Mi è lecito dichiarare che li trovo deliziosi, nel caso, nessuno m’invierà un’e-mail di diffida, ma perché non il contrario? Certo, tu puoi aver buttato l’anima nel disegnare, produrre, distribuire e pubblicizzare quelle magliette, ma questo deve bastare a farmele piacere o almeno a tacere se non mi piacciono? Che mi rimarrebbe? La cosiddetta critica costruttiva. In che consisterebbe, prego? Vi invio suggerimenti su come vorrei le magliette della Ashfield, e voi mi accontentate, in modo da impormi un giudizio benevolo? Se è così, chi tiene questa lezioncina vuol comprarmi: non era venuto per vendere? Sicché esco dal caso Ashfield e vorrei spendere due parole su questi maestri di vita – li trovi dappertutto, ti seguono per tutta la vita, fino a quando muori – che ti tengono la lezioncina su critica distruttiva e critica costruttiva, severi verso la prima, vaghissimi sulla seconda.
Faccio un esempio. L’ultima volta che ho ricevuto questa lezioncina è stato un anno fa, più o meno, da Marco Cappato. Non mi piaceva la sua casacca da pannelliano, gliel’ho detto, e in sintesi – che a me risulta sempre difficile, ma lì sono stato toccato dalla grazia e ci ho messo solo due minuti – gli ho detto quello che non mi sta bene del pannellismo. Cappato è un campione della nonviolenza e non mi dato una testata in bocca, non ha minacciato querele, ma mi ha fatto un discorsetto Ashfield style. Nella vita – prendo le parole del Celli – non basta aprire un blog per realizzarsi criticando Pannella, e – ancora per esprimerci come il Celli – è meglio investire le proprie energie… e qui Cappato ha messo il pilota automatico al suo miglior repertorio di reclutatore d’anime (fermo eppur vibrante). Comincia con l’apprezzare lo sforzo di passione e sacrificio, e finisci con una maglietta Ashfield addosso.




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18 febbraio 2010

Bravo

Leggi che il Papa ha tenuto una lectio al clero della diocesi di Roma, e che ha preso spunto da alcuni passi della Lettera agli Ebrei, precisamente dai capitoli 5, 7 e 8. D’istinto ti vien da chiedere: perché ha saltato il capitolo 6? C’è una ragione.
Qui l’Apostolo invita alla conversione dall’antica alla nuova fede, ed è il punto in cui, dopo aver affermato che “Cristo è superiore a Mosè” (Eb 3, 1-19), riservandosi di darne estesa argomentazione “perché siete diventati lenti a capire” (Eb 5, 11), afferma che quanti rifiutano la conversione “crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio” (Eb 6, 6), meritando così d’essere maledetti e “arsi dal fuoco” (Eb 6, 8). È uno dei passi del Nuovo Testamento dai quali furono tratte le ragioni dell’odio verso gli ebrei: per il solo fatto di voler rimanere ebrei, e di non voler diventare cristiani, deicidi ancora e sempre, crocifissori di Cristo per sempre.
E si può capire perché il Papa abbia saltato il capitolo. Bravo.




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18 febbraio 2010

+ 33




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18 febbraio 2010

Gli obblighi del blogger velleitariamente generalista

Dove Emanuele Filiberto di Savoia spera in un ripescaggio, Luigi Tenco si sarebbe già tirato un colpo. E questo è tutto quello che ho da dire sulla 60a edizione del Festival di Sanremo. Ciao.




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18 febbraio 2010

Mutande di alluminio, Tarquinio

Martedì 16 febbraio – segnatevi questa data – Avvenire ha ufficialmente annunciato che tipo di posizione assumerà sulla candidatura di Emma Bonino nel Lazio. Non poteva essere favorevole, naturalmente, però rimaneva da decidere come schierarsi contro.
La contrarietà poteva rimanere il mugugno delle passate settimane, ma adesso è chiaro che s’è scelto il rogo per la candidata super-abortista ed iper-liberista, e la scomunica per chi la vota.
La stessa posizione de Il Foglio, insomma, ma senza le escandescenze isteriche de Il Foglio, roba più misurata, livore morbido, da preti.

Tutto legittimo, naturalmente. Anzi, a me già sale una potente erezione all’idea di leggere Avvenire fino al voto, e soprattutto dopo. Il problema non riguarda la mia umile personcina di lettore, ma riguarda l’autorevole personaggione del direttore del giornale dei vescovi, inteso come posto dove stava Dino Boffo. E mi spiego subito.
Anche qui, come con Dino Boffo, il direttore del giornale della Cei – la stessa Cei – assume posizioni non concordatarie con la politica, anche qui, come lì, in virtù di un principio morale: lì lo scandalo pubblico di un Silvio Berlusconi che commette peccato verso il sesto comandamento, qui lo scandalo pubblico di una Emma Bonino che è insulto vivente al quinto. In cazzuto assetto di difesa dei valori etici non negoziabili, allora come ora.
Ma Boffo fu fottuto per questo, almeno secondo quando emergerebbe dalle ricostruzioni fatte da chi ci ha spiegato che sarebbe in atto uno scontro tra due opposte linee politiche che si sgozzano in Vaticano. Il buon Tarquinio avrà considerato le conseguenze di questa posizione, nel malaugurato caso in cui Emma Bonino dovesse diventare presidente della Regione Lazio?

Con il super-abortista ed iper-liberista presidente della Regione Lazio potrebbe diventare necessario convivere, e allora potrebbe saltare fuori un Vian: “Tarquinio non è stato prudente, si è esposto, si è sbilanciato, facendo esprimere alla Cei [qui a Vian concedo un tocco di classe che non so se avrebbe] un ruolo che non le compete. La politica spetta alla Segreteria di Stato, i vescovi pensino a evangelizzare. E Tarquinio si limiti a informare i cattolici su quanto attiene alle scadenze liturgiche”. Se non così, più o meno.
Un umile consiglio al direttore di Avvenire: mutande di alluminio.




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18 febbraio 2010

La scrittura pubblica di massa

Non è che i social network si stiano mangiando la blogosfera, è che i blogger che non si servono dei social network per autopromozionarsi vanno un po’ in sofferenza di visibilità, peraltro solo relativa. Nessuna sofferenza ucciderà mai la blogosfera, per ciò che è. Per ciò che sono, saranno i social network a morire di successo. L’immediatezza della comunicazione è quasi sempre direttamente proporzionale alla sua urgenza, ma quasi sempre è inversamente proporzionale alla sua necessità, perché urgenza e necessità raramente coincidono e, quando coincidono, il mezzo scelto non fa differenza, è roba che leggi on line e su carta, che senti alla tv o in metrò. Consumarsi nel mezzo che si usa non paga niente, neanche l’illusione di essere comunicati.
La scrittura pubblica di massa è ormai già diventata rumore di fondo. Riempie le orecchie, senza dubbio, ma rimarrà sempre un luogo tranquillo dove parlare. Anche da soli, anche solo per riuscire ad ascoltare la propria voce.




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18 febbraio 2010

Ennesima cover di Morgan, ennesimamente infelice

Frequenta postacci, bisogna dire. L’avevo lasciato a Porta a porta, forse una settimana fa, e me lo ritrovo su il Giornale, ieri. “Curiosando su internet – si legge – ha trovato un’intervista del 1967 a Paul McCartney nella quale il Beatle diceva di fare uso di droga e di non temere di influenzare i fan. Morgan assicura che presto metterà sul suo sito il video di McCartney”.
Ho seguito con distacco la vicenda, ma dovrebbe trattarsi della quarta virata, se non me ne sono perso altre: in prima battuta, c’era stata la smentita di quanto affermato nell’intervista a Max; poi, la conferma seguita da scuse; poi, ancora, un chiarimento su quelle scuse, trasformandole in un atto d’accusa all’ipocrisia perbenista; ed ora ecco l’ennesimo cambio di rotta, con un messaggio che “non c’è bisogno di spiegare e neanche di condividere”, perché mutuato da una esemplare esperienza umana e professionale, quella del Beatle meglio sopravvissuto ai Beatles. Navigazione a vista, di boa in boa, cercando di accostare quella che di volta in volta, in lontananza, pare meglio ancorata. Con poca fortuna anche stavolta, povero Morgan, perché ciò che McCartney diceva 43 anni fa poteva avere un senso 43 anni fa, e in ordine a fatti e contesto del tutto diversi: “Faccio uso di Lsd e quando me lo chiedono ho solo il dovere di essere onesto”. Quale onestà in Morgan?
Nessuno gli ha chiesto niente, nemmeno chi lo intervistava per Max: la confessione – se così vogliamo considerarla – era un inciso, un accessorio dandy. Anche Camillo Langone ha rivelato in due o tre occasioni di fare uso di oppio, ma chi se l’è cagato?

Ancora una volta, come peraltro da sempre sul piano musicale, Morgan ha ben poco da dire di suo, e si limita a citazioni, di cover in cover. Nel costruire il personaggio senza il quale il suo discutibilissimo talento non avrebbe avuto gambe per camminare da solo fin qui, Morgan ha pigliato pezzi e li ha assemblati, anche un po’ alla rinfusa, con continui ripensamenti e rimaneggiamenti, che hanno finito per togliere ogni credibilità al manifesto artistico più volte sbandierato, peraltro con una incredibile spocchia, e che è sempre parso più azzardo che ragionevole scommessa: Morgan non ha mai promosso una cultura musicale, ma ha sempre e solo promozionato se stesso come cultore dei filoni musicali che intendeva rivisitare. Un’operazione del genere può anche avere un senso, ma senza autoironia e umiltà non regge.
Lo stesso vale per ciò che del privato diventa pubblico, quando la persona deve vestirsi di personaggio: o c’è una confessione che non ammette giudizio, perché già se ne è composto uno interiore, superiore e indifferente ad ogni conseguenza; o c’è una posa di cui diventa maledettamente difficile disfarsi quando scomoda.
Morgan non mi è mai piaciuto, né come artista, né come persona. Si tratta di una persona fragile e insicura, che non s’è mai fatta scrupolo di usare le sue debolezze, per estorcere simpatia e tenerezza. Anche il modo in cui ha usato le personali vicende private (il suicidio del padre e il fallimento del matrimonio) rivelano un atteggiamento che personalmente detesto, e che è sta nel chiedere un risarcimento al mondo.
Stavolta ha commesso l’errore di poggiare la leva su un fulcro che si è rivelato friabile, e insiste a spingere. Chi gli vuole bene gli consigli di sparire per due o tre anni.




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17 febbraio 2010

L'amicizia

“Non mi sembra reato di corruzione raccomandare gli amici e le loro ditte, fare gruppo di pressione e promuovere funzionari di un giro amico alla testa delle diverse branche della pubblica amministrazione”. Chi l’ha detto? Non ha importanza, consideriamo solo i termini della questione.
C’è l’amministrazione della cosa pubblica, e c’è chi ha il potere di affidarne pezzi ad amici e ad amici di amici. Come? Raccomandandoli, assicurando loro un trattamento di favore rispetto ai concorrenti, e cioè favorendoli in virtù del solo fatto di appartenere a questo giro amico. Così facendo, starò abusando del mio potere? Una cosa è certo: non sarebbe corruzione. Infatti: “Prendere una percentuale sì, quello è poco carino”. Non già reato, diciamo solo che non è cosa elegante.
Ancor più che tra lecito e illecito, a far la differenza tra bello e brutto – è del tutto evidente – è il motivo che spinge a favorire questi, a discapito di quelli: la mazzetta non è una cosa carina, forse è pure illecita su qualche piano, e chissà, forse su quello penale; l’amicizia no, quella è un motivo nobile.

Dipende da come lo si vuole leggere, questo pezzullo de Il Foglio in difesa di Denis Verdini: tanto può essere un elogio dell’amicizia, tanto può esserlo della consorteria affaristica che riesce a mangiarsi risorse pubbliche levandole di bocca ai concorrenti, con la forza dell’organizzazione, dell’associazione in interesse amicale, che altera le regole di qualsiasi civile concorrenza...

Bah, meno male che devo lasciare la questione perché sennò faccio tardi al lavoro.




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16 febbraio 2010

Da mandar fumo


Sandro Magister ci informa: “Il 15 e il 16 febbraio 2010, il Santo Padre ha incontrato i vescovi irlandesi e membri di alto rango della curia romana per discutere della grave situazione emersa nella Chiesa in Irlanda. Insieme hanno esaminato il fallimento, per anni, delle autorità ecclesiastiche irlandesi nell’agire efficacemente riguardo casi che coinvolgono l’abuso sessuale di giovani perpetrato da alcuni sacerdoti e religiosi irlandesi. Tutti i presenti hanno riconosciuto che questa grave crisi ha portato a un crollo della fiducia nella guida della Chiesa e ha danneggiato la sua testimonianza del Vangelo e il suo insegnamento morale. L’incontro si è svolto in uno spirito di preghiera e di fraternità collegiale…” *.

Ecco, è qui mi sale la nausea. Perché un giornalista serio dovrebbe risparmiarsi la mastodontica cazzata dello “spirito di preghiera e di fraternità collegiale”. Con quello che c’è scritto nel dossier Murphy e col botto di soldi che la Chiesa corre il rischio di lasciare in Irlanda, un giornalista serio scrive: “A Sua Santità saranno girati tanto da mandar fumo”.




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16 febbraio 2010

Il grafico pubblicitario di Roberto Formigoni

L’immagine qui sopra è relativamente nota ed è stata realizzata disponendo a mosaico (40 x 48 =) 1.920 fototessere di soldati americani morti in Iraq, a comporre un primo piano di George W. Bush. L’effetto è di grande impatto, qui drammaticamente polemico. In generale, tuttavia, questa tecnica di fotocomposizione può ottenere una forte risposta emotiva anche di altro segno.
È quello che deve aver pensato il grafico pubblicitario che cura la campagna elettorale di Roberto Formigoni, che ha ritenuto di dar corpo allo slogan “Roberto, uno di noi” con un’analogia d’immagine, quella qui sotto.

Anche un’occhiata superficiale rivela che qui la tecnica è solo scimmiottata. Le foto di quelli che lo slogan suggerisce siano gli elettori di Formigoni sono disposte a caso, senza alcun criterio compositivo che sfrutti le caratteristiche di ciascuna come tessera di mosaico funzionale all’insieme, e infatti solo la sovrimpressione di una sua foto consente di ricavarne il volto.
Ma scimmiottatura forse è ancora un complimento, perché qui non s’è avuto neanche un po’ di garbo per l’occhio di chi guarda. Infatti, solo sottraendo risalto al fondo di fototessere – per accentuare quello della foto sovraimpressa – si riesce ad evitare che la trama del fondo non disturbi i tratti del volto del governatore uscente e entrante, uscente e entrante, uscente e quasi certamente ancora entrante.
Neanche s’è ritenuta necessaria la buona grazia di addolcire il pateracchio aumentando il numero di fototessere per unità di spazio, per dare ambiguità alla risoluzione: solo (22 x 17 =) 374 fan, sbiaditi, e per giunta duplicati, triplicati, perfino quadruplicati, come metto in evidenza qui sotto.

Ma Formigoni non era contro la clonazione? E soprattutto, con quel gran mucchio di soldi e di intelligenze che gli stanno sopra, sotto, avanti, dietro e ai lati, non può spendere due euro in più per un grafico pubblicitario appena più decente? Perfino chi ne fa la parodia, parodiando pure la scimmiottatura del mosaico, riesce ad ottenere un risultato esteticamente più gradevole. E sì che Formigoni è una potenza…





Appendice

Roberto Formigoni – se Wikipedia non racconta balle – è figlio di Emilio Formigoni, comandante della brigata fascista responsabile dell’eccidio di Valaperta (3 gennaio 1944), e da padre fascista mi nasce ciellino, della covata di don Luigi Giussani. L’impegno sociale lo piglia precocemente e fonda Movimento popolare, embrione del braccio politico-finanziario di Comunione e liberazione, ma questo lo aggiungo io, qui. Con lui, insomma, siamo agli albori di quella che oggi è una potentissima lobby, che ha più d’un referente nell’attuale gabinetto, discreta capillarità territoriale e soprattutto una miliziana fede in Cristo, insieme ai favori di almeno un terzo dell’episcopato italiano.
Parliamo di diocesi, delle attività economiche correlate, di privilegi assai fruttiferi, di masse di denaro che hanno la gran virtù di essere intrinsecamente discrete, prudenti, sagge. È la saggezza della destra cattolica italiana: laboriosa, maneggiona, tra stato e parastato. Contraltare, ma giustapposto, della saggezza dei comunisti delle regioni rosse, e della loro potentissima lobby, che controlla il lavoro cooperativo, e cioè impiego, commesse, risparmio, come la mafia di Sam Giancana controllava il sindacato di Jimmy Hoffa. Divagavo, come sempre. Torno a Formigoni.
Bene, un pezzo d’Italia sta in mano a quest’uomo, che si appresta ad avere l’ennesimo mandato – se n’è perso il conto – di Governatore della Lombardia, regione nella quale gira un gran fottio di denaro pubblico e privato. Una stella medio-grossa del firmamento politico italiano, non penso di esagerare. Da sequestrato, ad occhio e croce, mi varrebbe non meno di 200 milioni di euro di riscatto, giusto per dargli una stima sul mercato delle referenze di giro (e mi scuso per la crudezza dell’esempio). Ciò considerato, ripeto: non può spendere due euro in più per un grafico pubblicitario appena più decente?




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15 febbraio 2010

“There’s a big dilemma / for Big Leg Emma”



Massimo Bordin: In una situazione del genere
– se si chiede asilo politico a un altro Stato –
è difficile nel contempo andare a votare.
Ed è ancor più difficile presentarsi.
Ed è ancor più difficile presentarsi in coalizione.
Marco Pannella: Le cose difficili sono fatte
per essere affrontate.
Massimo Bordin: Diciamo.

radioradicale.it, 14.2.2010



“… per assicurarsi la morte facevano tutto quello
che solitamente si fa per assicurarsi la vita…”

Michel de Montaigne, Essays, II, 3




Nel 1967, in Absolutely free, Frank Zappa sceglie un arrangiamento folk per una canzone demential-pop, portata al successo da The Tokens una decina d’anni prima, dal titolo Big Leg Emma, che cantilena ad libitum: “There’s a big dilemma / for Big Leg Emma”. Non è tra le cose migliori di Zappa, ma sarebbe il soundtrack perfetto per un cortometraggio sul Pannella che in queste ultime settimane rosica per la visibilità che la Bonino sta pigliando – così pensa, lo rivela con un lapsus dopo l’altro – a suo naturale discapito.
Emma corre, gira, appare, parla, è ascoltata e – soprattutto – pare venga anche capita: per il vanitosissimo vecchiaccio sono giorni terribili e, come apre bocca, gli scappano sentimenti poco edificanti, come se bruciasse di molto il culo. Come temevo – l’ho pure scritto – Pannella va in pressione nel vedersi impallato, e tra poco sfogherà in qualche modo. Devastante, com’è nel suo stile.
Dovessi fare un’ipotesi, direi che la catastrofe piglierà le mosse dalla violenza che la partitocrazia esercita su Pannella privandolo del suo diritto di elettorato passivo. Da anni, ma adesso la violenza è più sentita, chissà perché, e allora potrebbe finire con la pretesa che la Bonino si ritiri in corsa o si dimetta subito dopo essere stata eletta.

Ascolto la consueta conversazione domenicale – sento che in Pannella cresce la sofferenza – e avverto che “there’s a big dilemma / for Big Leg Emma”.




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15 febbraio 2010

I numeri

Sciagura ferroviaria in Belgio, 25 pendolari morti e ingenti danni. E tuttavia possiamo dire che in Belgio si è così registrato un pur lievissimo incremento del Pil e un pur lievissimo calo della disoccupazione.




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15 febbraio 2010

Piero Welby - La noia delle cose - 29.4.2004

Morivo nella noia della prima elementare.
Morivo trattenendo il fiato e stringendo il naso tra le dita.
Morivo ogni notte, imprigionato nella ragnatela dell’Angelus.
Io morivo e nessuno se ne accorgeva!
Nessuno mi chiedeva perché muori? Nessuno!
- Guarda, coglione! Quelle luci impressioniste,
- quelle dodecafonie alla Schoenberg, quegli urli alla Muench,
- quelle ombre surrealiste dove si consumano gli spasimi degli stupri dimenticati,
- quei cul de sac di vomito rappreso
- e lattine di Nastro-Azzurro infilzate con icogamma insanguinate,
- quella è –la vita– quello è il trapezio senza rete che domani dovrai affrontare.
- Quello è il corridoi buio che ti terrorizzava,
- quello è il fruscio notturno sulle costole delle persiane,
- quella è la soffitta dei mutismi celati, delle voci librate.
- Allora? Smetti di succhiarti il pollice e dimmi cosa hai deciso!-




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15 febbraio 2010

Didaché


La Didaché è fra i testi antichi che imbarazzano maledettamente la Chiesa di Roma, costringendo il suo intellettuale collettivo a sforzi sovrumani di argomentazione contro l’evidenza. Naturalmente, parlo dei testi che ci sono pervenuti, perché chissà quanti altri – e chissà quanto imbarazzanti – saranno stati distrutti lungo i secoli in cui la Chiesa di Roma fu incontrastata egemone culturale. L’imbarazzo, così, nasce in età moderna, quando gli umanisti, da Petrarca a Schliemann e oltre, vanno scavare in ciò che è scampato al setaccio dei chierici, e ne cavano testi – cristiani e pre-cristiani – che mettono seriamente in discussione il fatto che la Chiesa di Roma stia davvero tramandando una verità. La Didaché è uno di questi.
Indubitabilmente cristiano. Indubitabilmente del I secolo. Indubitabilmente coerente ai più o meno coevi vangeli di Matteo e di Marco. Eppure il Didachista descrive un’eucaristia che tutta un’altra cosa rispetto a ciò che sta nel dogma dell’ostia come vera carne e vero sangue del Cristo vivente: nella Didaché l’eucaristia è una tavolata alla memoria del fondatore della setta, non il mangiarselo a comunione.

Il testo è questo: Per quanto riguarda l’Eucaristia rendete grazie così. Dapprima per il calice: «Ti rendiamo grazie, o Padre nostro, per la santa vite di David tuo servo, che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo figlio; a te gloria nei secoli». Poi, allo spezzare del pane: «Ti rendiamo grazie, o Padre nostro, per la vita e per la scienza che ci hai rivelato per mezzo di Gesù, tuo figlio; gloria a Te nei secoli. Come questo pane fu dapprima grano sparso sui monti e poscia raccolto divenne uno, così si raduna la tua Chiesa dai confini della terra nel tuo regno: poiché tua è la gloria ed il potere per Gesù Cristo nei secoli». Nessuno poi mangi o beva della vostra Eucaristia, se non quelli che abbiano ricevuto il battesimo nel nome del Signore. Poiché a questo riguardo il Signore disse: non date ciò che è santo ai cani”.
Di grazia, dove starebbe la cosa più importante, il dogma, e cioè che pane e vino sono carne e sangue? Zero, neppure la più lontana allusione.
Di più: in nessun punto della preghiera di ringraziamento si fa cenno all’ultima cena o alla morte di Gesù, così fa notare Manlio Simonetti (L’Osservatore Romano, 13.2.2010).

Dal 1883 ad oggi, lo sforzo dell’intellettuale collettivo è stato sovrumano, per lo più nel glissare sulla questione, dirottando l’attenzione su altre, di assai minore rilevanza (cosa c’è di più importante che quel dogma?), e tutte concordanti, indubitabilmente, sulla natura cristianissima del testo. Come nel gioco dell’oca, ogni volta l’intellettuale collettivo torna alla casella di partenza: alla fonte primigenia il dogma manca, vuoi vedere che è posticcio alla fede vera? E si può capire l’imbarazzo. Ultimo giro del gioco, su L’Osservatore Romano, col succitato Simonetti.
La Didaché è cristianissima, per carità, ci mancherebbe, il Simonetti non si permette di mettere in discussione. Ed è un testo scritto praticamente a cadavere caldo (o come vuole la vulgata: risorto or ora). E di carne e sangue a cena, zero. Ed ecco lo sforzo sovrumano di Manlio Simonetti: “A molti è parso sconcertante”.
Ok, vogliamo analizzare la cosa? Macché, parliamo d’altro…




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15 febbraio 2010

Entr'acte







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15 febbraio 2010

Chiamate il 118!

Sono seriamente preoccupato per le condizioni cliniche di Giuliano Ferrara – be’, sì, io tengo molto ai miei passatempi – perché solo una glicemia superiore ai 250 mg/dl, una colesterolemia superiore ai 500 mg/dl e un indice di pulsatilità sul sifone carotideo superiore a 2 può giustificare roba del genere: Il Papa predica il senso comune e i suoi fastigi (Il Foglio, 15.2.2010).
Che c’è di più relativistico del senso comune? Il senso comune non è altro che “l’insieme delle evidenze più immediate e spesso illusorie” (Pierre Bordieu, Ragioni pratiche, Il Mulino 1995) e infatti “cambia drammaticamente da un popolo all’altro e da un’epoca all’altra” (Clifford J. Geertz, Anti-anti-relativismo, Ed. Il Mondo3 1994).
Niente di più relativistico del senso comune, e il povero scompensato ne attribuisce la predicazione al campione dell’antirelativismo. Consiglio il ricovero immediato.

Stabilizzato il quadro clinico, consiglierei un’adeguata terapia di mantenimento.
Niente di pesante: giusto il necessario in quanto a farmaci, per il resto un po’ di severità sulla dieta, una drastica riduzione del fumo e soprattutto – categoricamente – divieto di sniffare colla.
Perché di questo vizietto v’è prova certa nell’attribuzione a Thomas Paine di un common sense dello stesso tipo di quello predicato da Benedetto XVI. E stiamo parlando del Thomas Paine che schifava ogni monarchia e ogni confessione religiosa come oltraggi al senso comune.




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15 febbraio 2010

“Perché i fedeli non siano turbati dai rumori mass-mediatici”


ad Andrea Zanchi


Il cardinal Carlo Caffarra firma una Nota dottrinale su matrimonio e unioni omosessuali che merita attenzione a cominciare dal fine dichiarato: “perché i fedeli non siano turbati dai rumori mass-mediatici”. Lo scandalo cui la dottrina intende mettere riparo è il fatto che si parli di unioni omosessuali: è scandalo già il solo fatto che se ne parli, già il solo fatto che queste unioni esistano di fatto, e che i mass-media ne prendano atto. Già solo questo può turbare il gregge, ma una Nota dottrinale del pastore può mettervi rimedio. Non solo: Oso sperare – dice Sua Eminenza – che sia presa in considerazione anche da chi non-credente intenda fare uso, senza nessun pregiudizio, della propria ragione”.
È manierismo di scuola ratzingeriana: all’esposizione dell’argomento dottrinale si premette che è perfettamente razionale, sicché contestarlo sarebbe irrazionale. Non contro la dottrina, chi è contro la dottrina, ma contro la ragione. Vediamo.

“In Occidente l’istituzione matrimoniale sta attraversando forse la sua più grave crisi. Non lo dico in ragione e a causa del numero sempre più elevato dei divorzi e separazioni; non lo dico a causa della fragilità che sembra sempre più minare dall’interno il vincolo coniugale; non lo dico a causa del numero crescente delle libere convivenze. Non lo dico cioè osservando i comportamenti. La crisi riguarda il giudizio circa il bene del matrimonio. È davanti alla ragione che il matrimonio è entrato in crisi, nel senso che di esso non si ha più la stima adeguata alla misura della sua preziosità. Si è oscurata la visione della sua incomparabile unicità etica”.
Pura tautologia. Se al matrimonio fosse riconosciuta la sua incomparabile unicità etica, avremmo un numero così elevato di divorzi e separazioni? Avremmo tante libere convivenze? Sarebbe così fragile, l’istituzione matrimoniale, se fosse considerata un bene tanto incontestabile? È evidente che qui si operi un’inversione di causa ed effetto, come se il matrimonio fosse un bene in sé, superiore e anteriore al bene dei coniugi.
Questo, naturalmente, può valere per la dimensione sacramentale del matrimonio religioso, e dunque già escluderebbe il matrimonio civile, ma come può valere nella dimensione laica del patto? Sua Eminenza si appresta a negare un riconoscimento legale alle unioni omosessuali, mentre la dottrina gli concederebbe di negare solo la somministrazione del sacramento matrimoniale a due gay. Ma i gay non chiedono di sposarsi in chiesa. Come se la cava, Sua Eminenza? Un altro trucchetto di scuola ratzingeriana: invoca una natura sacramentale della società (il bene comune diventa una esigenza superiore e antecedente a ciascuno e a tutti) e fa coincidere questo sacro a ciò che è sacro secondo dottrina.
Sillogismo a cazzo di cane. Però onestamente si ammette che a uso di “quei credenti cattolici che hanno responsabilità pubbliche di ogni genere, perché non compiano scelte che pubblicamente smentirebbero la loro appartenenza alla Chiesa”: se si ha a cuore la dottrina, si possono sacrificare le regole della logica.

“L’equiparazione in qualsiasi forma o grado della unione omosessuale al matrimonio avrebbe obiettivamente il significato di dichiarare la neutralità dello Stato di fronte a due modi di vivere la sessualità, che non sono in realtà ugualmente rilevanti per il bene comune”. Almeno implicitamente, per Sua Eminenza, lo Stato dovrebbe dettare norme etiche in campo sessuale. E si capisce perché, ogni volta che l’omosessualità sta per essere depenalizzata in qualche paese, la conferenza episcopale del luogo è contraria. Cioè, in realtà, non si capisce perché non chieda che l’omosessualità venga considerata reato nei paesi in cui non è considerata tale.
“Mentre l’unione legittima fra un uomo e una donna assicura il bene – non solo biologico! – della procreazione e della sopravvivenza della specie umana, l’unione omosessuale è privata in se stessa della capacità di generare nuove vite”. Ma allora un matrimonio fra due sterili, se pure maschio e femmina, è da considerare un “danno” per la società, al pari di un matrimonio gay, per il solo fatto che non assicura un’adeguata provvigione di nuove vite? Un maschio e una femmina sterili possono adottare e allevare bambini di cui non sono genitori biologici e, oplà, la loro unione produce un bene – non solo biologico! – in favore della società. Perché non una coppia gay? “È dimostrato che l’assenza della bipolarità sessuale può creare seri ostacoli allo sviluppo del bambino eventualmente adottato da queste coppie”. In realtà, è dimostrato proprio il contrario (per favore, regalate a Sua Eminenza l’ultimo libro di Chiara Lalli).
“La società deve la sua sopravvivenza non alle unioni omosessuali, ma alla famiglia fondata sul matrimonio”, ma in realtà più di un terzo dei nati in Italia sono figli di non coniugati e solo poco più di un terzo nasce da una coppia unita in matrimonio da un prete (Istat, 2008). E allora che cazzo blatera, il Caffarra?

“Se l’unione omosessuale fosse equiparata al matrimonio, questo sarebbe degradato ad essere uno dei modi possibili di sposarsi, indicando che per lo Stato è indifferente che l’uno faccia una scelta piuttosto che l’altra”. Come sopra: per Sua Eminenza, lo Stato dovrebbe discriminare tra i cittadini con una preferenza sessuale e quelli che ne hanno un’altra, ed è solo da questo che poi discenderebbe – di conseguenza – il negare un qualsiasi riconoscimento legale ad una unione omosessuale.
Discriminare è un termine odioso? Basta tradurlo in latino – discriminatio – e dargli un santo patrono: “L’uguaglianza che caratterizza la giustizia distributiva consiste nel conferire a persone diverse dei beni differenti in rapporto ai meriti delle persone: di conseguenza se un individuo segue come criterio una qualità della persona per la quale ciò che le viene conferito le è dovuto non si verifica una considerazione della persona ma del titolo” (Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, 2,2, q.63, a. 1c). Suona benino, fu usato pure dagli schiavisti della Virginia, contro Abramo Lincoln.

Ma qui – quasi alla fine della sua Nota dottrinale – il Caffarra si accorge d’aver cagato forse un po’ troppo fuori dal vasino e cerca aggiustare il tiro: “L’obbligo dello Stato di non equiparare non trova il suo fondamento nel giudizio eticamente negativo circa il comportamento omosessuale: lo Stato è incompetente al riguardo. Nasce dalla considerazione del fatto che in ordine al bene comune, la cui promozione è compito primario dello Stato, il matrimonio ha una rilevanza diversa dall’unione omosessuale. Le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l’ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, e pertanto il diritto civile deve conferire loro un riconoscimento istituzionale adeguato al loro compito. Non svolgendo un tale ruolo per il bene comune, le coppie omosessuali non esigono un uguale riconoscimento”. In realtà, lo esigono, nel senso che lo chiedono, e il no dello Stato non può trovare altro fondamento che in una discriminatio.
D’altra parte – non dimentichiamolo – la Nota dottrinale era indirizzata principalmente “al credente che ha responsabilità pubbliche, di qualsiasi genere”, e cioè al politico sedicente cattolico. Infatti, “oltre al dovere con tutti condiviso di promuovere e difendere il bene comune, il credente ha anche il grave dovere di una piena coerenza fra ciò che crede e ciò che pensa e propone a riguardo del bene comune, [perché] è impossibile fare coabitare nella propria coscienza e la fede cattolica e il sostegno alla equiparazione fra unioni omosessuali e matrimonio: i due si contraddicono”.
Perché non sorga contraddizione fra coscienza e fede, il sedicente cattolico dato alla politica deve accettare la dottrina come declinazione della ragione, e pretendere che tutti – cattolici e no – si adeguino a questa rappresentazione del raziocinio. Parafrasando Hegel, tutto ciò che piace alla Chiesa è razionale, ciò che non le piace è irrazionale.

Ci vuole una gran faccia di culo, ma il Caffarra ce l’ha, e ne dà prova in chiusa: “Siate liberi nei vostri pensieri e non lasciatevi imporre il giogo delle pseudo-verità create dalla confusione mass-mediatica”. Sono i mass-media a imbrogliare, a diffondere scandalose pseudo-verità, ma per fortuna c’è la potente logica di Sua Eminenza che viene in soccorso degli scandalizzati. E abbiamo visto come.




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14 febbraio 2010

Nauseatissimo

Nessuno s’è accorto che la lectio magistralis tenuta giorni fa in Polonia dal cardinal Tarcisio Bertone è mera scopiazzatura di un’altra sua lectio magistralis, tenuta a Venezia, nel 2008. Direi cada l’ipotesi, avanzata da alcuni illustri commentatori di cose vaticane, che un passaggio del testo letto quattro giorni fa all’Università di Wroclaw farebbe allusione al caso Boffo, perché tale passaggio è in tutto uguale, fino all’ultima virgola, a quello letto due anni fa.
Sul passo in questione, però, c’è da fare un’altra considerazione, però non prima di rileggerlo ancora:
All’interno della Chiesa – dice il Bertone – il problema di una necessaria e ordinata ripartizione delle competenze non può mai coincidere, come ultimamente avviene all’interno dell’ambito statale, con il problema del possesso di una porzione più o meno grande del potere, perché il potere (se per potere si intende la responsabilità ultima e perciò il servizio specifico dei Vescovi di fronte alla vita della Chiesa) non è divisibile”.
Non c’è soltanto una orgogliosa rivendicazione della natura intrinsecamente antidemocratica e illiberale della Chiesa, ma pure l’arrogante giustificazione di tale natura con la coincidenza della natura del potere dato al pastore dal gregge. Chi riusciamo a far pecora ci autorizza a trattarlo tale, e questa autorità è diritto.

Dite quel che volete, sarà che avete impresso in mente il Bertone che faceva le telecronache a Quelli che il calcio (non ricordo più se tifasse Genoa o Sampdoria) e non riuscite a immaginarvelo come campione di filosofia politica, e però, ecco qua, questo salesiano dal bel midollo si rivela perfetto ideologo dell’autocrazia, e dice cose di una gravità inaudita (almeno dalla morte di De Maistre in qua), e nessuno dice niente: tutt’al più ci leggono una frecciatina alla Cei.
Sua Eminenza avrebbe voluto ribadire la legittimità della primato petrino sulle deleghe regionali. Ci vedono un altro colpo dei salesiani ai ruiniani, ‘sti coglioncini da redazioncella.
In realtà, il Bertone espone per lennesima volta il manifesto politico della sua Chiesa, lo stesso da sempre. E dentro, per quanto ci riguarda, ci sta l’insulto all’umanesimo e all’illuminismo, alla democrazia e al liberalismo.
Lo stesso insulto fatto due anni fa. E però gli illustri commentatori di cose vaticane dei miei stivali ci leggono un messaggio a Bagnasco e a Ruini, per aggiornare l’ultimatum a mollare i contatti con la politica italiana. Inaudito. Nel senso che la volta scolta non fu udito.

Il potere che si dichiara indivisibile. E gli esperti di cose vaticane, poi, così invischiati di esperienza da ritenere superflua una controllatina su Google. Sarò ipersensibile, lo so, ma a me queste cose danno la nausea.
Di me stesso che passo il tempo sui discorsi di Bertone, che magari manco scrive lui... orrore, passo il tempo su testi scritti da Vian? –  nauseatissimo. 




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14 febbraio 2010

Premonizioni altamente qualificate

La senatrice Paola Binetti lascia il Pd. Aveva detto che l’avrebbe fatto solo nel caso in cui Emma Bonino avesse vinto nel Lazio. Avrà avuto premonizione che è così sarà, senza meno. 




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14 febbraio 2010

Before I sputter out




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14 febbraio 2010

Verso i social network

Negli ultimi tre giorni ho postato su facebook, friendfeed, e buzz, scrive Massimo Adinolfi, che da qualche tempo è assai incostante nella cura del suo Azioneparallela (anche meno di un post a settimana, talvolta), e “insomma – si scusa – di cose per far campare questo blog ce n’erano, però qui è come se mi sentissi in dovere di spiegare, per ogni link e ogni citazione il perché e il percome, mentre nei social network a componente di cazzeggio elevata non avverto la stessa necessità, e faccio prima”.
Mi pare di poter dire che qui, con felicissima sintesi, siamo di fronte alla spiegazione – sufficiente, se non necessaria – di una tendenza che i più attenti analisti danno ormai come già ampiamente radicata, che in apparenza sta nello spostarsi della scrittura pubblica dai blog ai social network, ma che in pratica consiste nel non sentire più la necessità di dare un perché e un percome a ciò che si intende comunicare. Paradossalmente, così, la comunicazione si spersonalizza proprio nella misura in cui la persona intende darsi con immediatezza, per far prima, a una più ampia platea di lettori.

Nel caso di quei blogger che ho letto per anni, a loro grato dello sforzo che mettevano nel chiarirmi i perché e i percome di ciò che scrivevano, considero questa tendenza un vero e proprio tradimento: non a me, naturalmente, ma al fine che inizialmente
era posto nella loro scrittura pubblica, in tanti casi pure dichiarato con orgoglio, talvolta pure con qualche eccesso d’enfasi.
Non mi interessa più di tanto sapere se si tratta di stanchezza o di disillusione, di noia o di frustrazione: in chi rinuncia a dare un perché e un percome a ciò che scrive, lasciando la discussione per il chiacchiericcio, il messaggio chiuso nella bottiglia per la frase scritta col pennarello sulla porta del cesso pubblico, avverto solo una più o meno consapevole resa a una difficoltà sempre presente nella scrittura pubblica, quella di trovare gratificazioni nella frase scritta dopo aver messo il punto.
E Salinger mi pare sempre più divino: I like to write. I love to write. But I write just for myself and my own pleasure (The New York Times, 4.11.1974). Prima di tutto dar conto alla pagina del perché e del percome, poi, eventualmente, darne conto a sé stessi, poi, eventualmente, far pubblica la scrittura, sennò tenerla privata. Sul gradiente opposto, verso i social network.




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14 febbraio 2010

[...]



“Sa
rebbe stata ammazzata con una forbice…”





Rino Genovese 
TgR Campania (edizione delle 23.45)
Rai Tre, 13.2.2010




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13 febbraio 2010

I preti come don Andrea Gallo

Sono i preti come don Andrea Gallo che impediscono ai poveracci di vedere la vera faccia della Chiesa cattolica. A vederla inorridirebbero, ma i preti così – in buona fede, cioè senza averne consapevolezza, per servizio involontario che piglia apparenza di contestazione e lesa maestà – gliela celano, rendendogliela presentabile, e perfino simpatica. Da Fazio, infatti, vibrano le corde di una calda simpatia attorno a questa tonaca.  
È perciò che non vengono mai scomunicati, questi preti, e nemmeno sospesi a divinis, neppure se sono anarco-comunisti come questo vecchio genovese, animato da una romantica follia da gauche dantan. È la falange clericale che recita la parte della fronda, ma porta acqua al mulino della dinastia petropaolina, (leggi etim.) giustificando il cristianesimo come sola ragione degna di informare una (leggi etim.) ecclesia.

Questo qui, questo don Gallo che s’apparenta a De Andrè e alla Pivano, per il quale gay e trans stravedono, tollerante verso gli spinelli e i preservativi, no global ma universalistico, che del Vangelo cita solo il politicamente corretto, tenendo chiuso nel Palazzo Apostolico di Roma il Cristo del “chi non è con me, è contro di me” – questo don Gallo può parlare come prete cattolico – e senza che Roma lo bruci vivo – perché è utilissimo a Roma. Utile non meno del prete che fa messa nella cappella privata del boss latitante, ma su tutto un altro pezzo di società. La stessa società, la stessa Chiesa: il parassita ha grande pleomorfismo di performance.  




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13 febbraio 2010

Perdersi l'istante della creazione


Massimo Bordin dice che Mario Adinolfi è “un Giuliano Ferrara mancato” (Radio Radicale, 12.2.2010) e, ascoltandolo, si capisce che il giudizio è estemporaneo. Dio mi fulmini, mi son perso la diretta, e ho potuto sentirglielo dire solo dopo, recuperando il file audio. Non è la stessa cosa, perché la creazione di una immagine geniale in differita è come la registrazione dello sbocciar di un fiore, di una eclisse, di una pallottola al rallentatore.




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13 febbraio 2010

Code

Non mi ricordo più con chi, giorni fa, chattavo sul caso Boffo, e a un certo punto lui mi butta lì il nome di Renato Farina come possibile autore di quella sgangherata “nota informativa” sul “noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato”. Stratosferica cazzata, gli ho detto, perché uno spione professionale (ma anche uno da diporto) non scrive a quel modo, neppure se vuole depistare con una doppia finta.
Sono stato troppo scortese, temo, e qui chiedo scusa, anzi, mando un grazie, perché lo scambio di battute m’ha portato a rileggere quel testo come esercizio di depistaggio in fieri: i ruiniani calunniano il più prestigioso dei ruiniani di modo che, quando la calunnia si sarà rivelata tale, sortirà l’effetto di essere addebitata ai bertoniani, fottendoli di sponda. Ecco un bell’esercizio per l’agente Betulla, al quale d’altronde non scapperebbe mai il verbo attenzionare, neanche volendosi procurare un alibi a lingua di Menelicche.

La “nota informativa” è il cuore della storia, ma probabilmente riusciremmo a trovarla rilevatrice solo dopo aver saputo quale scopo avesse all’inizio, prima che arrivasse nelle mani di Vittorio Feltri per essere usata nel modo più banale.
Farina? Ma non diciamo sciocchezze. Di sponda, a questo modo, ci sta meglio Antonio Socci, al quale non mancano ragioni per odiare Tarcisio Bertone: Sua Eminenza tiene occultato il quarto segreto di Fatima e ha dissacrato Medjugorje. Il fatto è che un buon cristiano non sa odiare, e Antonio Socci si esclude da sé. E perché non Cossiga, allora? Sciocchezze, la “nota informativa” è troppo breve, Cossiga avrebbe riempito diverse cartelle.
Si tratta di una penna umile, da ufficio. Ma il verbo attenzionare (l’intenzione posta nello sceglierlo) è un’impronta posticcia. Si è parlato del verbo, qualche tempo fa, e chi ha steso quel testo deve aver seguito la discussione. 




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12 febbraio 2010

Solo quando serve, che è come dire niente


Su queste pagine cerco di evitare temi clinici. Sono medico da circa trent’anni e il timore è quello di scivolare nell’aneddotica o nel tecnicismo. Il fatto è che l’aneddotica implicherebbe molte note a pie’ di pagina e, mi conosco, la scrittura mi si irrigidirebbe in un odioso didatticismo. Poi devo dire che ho molte riserve sull’aneddotica clinica come argomento, perché il più delle volte induce – quando c’è l’intenzione, ma anche senza – al sensazionalismo e ad sentimentalismo. La divulgazione non potrà mai evitare di volgarizzare e, potendo scegliere, mi piace sottrarmi dal rischio.
Al tecnicismo, invece, ho già dato: una settantina di lavori scientifici (quasi tutti sulla diagnostica ostetrico-ginecologica), la collaborazione a tre volumi (ginecologia, radiologia e medicina legale), giacché un tempo amavo molto lo studio e la ricerca, adoravo tenere relazioni a congressi e convegni, e sono arrivato anche a tenere un corso a colleghi pure parecchio più anziani di me (diagnostica ecografica del ciclo utero-ovarico), e la statistica mi accompagnava ad ogni rigo, ad ogni passo. Poi la pratica ha preso il sopravvento, e oggi non faccio altro che tenermi aggiornato e studiare la casistica privata.

Cerco di evitare temi clinici, dicevo, ma stavolta devo fare un’eccezione, peraltro riprendendo un tema che mi ha fatto fare analoga eccezione nel 2002 e nel 2006 (o forse era il 2007): il taglio cesareo o, più in dettaglio, l’alta percentuale di tagli cesarei in Italia rispetto agli altri paesi della Comunità europea.
Come mai è sempre il taglio cesareo a farmi fare eccezione? Avrò qualche interesse personale, visto che ho una specializzazione in ostetricia e ginecologia? No, perché mi dedico da anni solo alla diagnostica: dico al collega quando il taglio cesareo è a mio parere necessario, e non ho fama di dirlo spesso. Dalla mia casistica privata deduco che sono “responsabile” di circa 23 tagli cesarei su 100 nati, la stessa percentuale media di Spagna e Regno Unito, fra i paesi europei che hanno la media più bassa. Forse perché non mi entra in tasca un solo euro in più, se una donna viene cesarizzata. Forse perché svolgo solo attività privata e slegata da ogni genere di conventicola. In tutti questi anni posso esser venuto sulle balle a qualche collega che volesse cesarizzare su un’indicazione da me smentita? Può darsi, difatti anche fuori dalla blogosfera non ho reputazione di persona troppo accomodante. Ma basta, sennò divago troppo. Volevo solo dire – mi si voglia credere o no, me ne sbatto – che quanto avrò da dire sull’argomento nasce da pensiero libero.

È un mettere le mani avanti un po’ patetico, ammetto. Ma quando nel 2002 affrontai il tema dovetti difendermi proprio su questo punto, e forse ne avrò riportato un trauma.
Andò così. Sul forum di radicali.it un radicale storico (non ne faccio il nome per il rispetto che porto alla storia del Partito Radicale) denunciava l’alta percentuale di tagli cesarei in Italia, proponendo una campagna di sensibilizzazione pubblica sulla falsariga di quella – tenetevi forte – sulle mutilazioni genitali femminili. Il taglio cesareo come mutilazione genitale femminile. Spiegai al signor Coso l’assurdità dell’analogia, ma quello mi rispose che difendevo interessi di categoria: ero ginecologo, ero campano, ergo facevo parte della nota lobby di mutilatori.
La seconda volta che ci sono tornato sopra è stato quando analoga denuncia si è levata dalle pagine di un giornalino che, prima di finire in mano a Comunione e liberazione, era sfizioso e divertente. Qui la questione assumeva un altro aspetto, inquadrabile in quello più ampio della difesa della vita dalle minacce della tecnica. Su tutta la tecnica che serve al direttore di quel giornalino per combattere diabete, ipertensione, cardioaritmia e ricorrenti prostatiti, si taccia per umana caritas, mandando a fare in culo la cruda veritas.

Ed eccomi ancora sul taglio cesareo, stavolta per commentare le linee guida diffuse dal Ministero della Salute (34 pagine per gli operatori sanitari, una veloce scheda per il cittadino, entrambe qui). E dico subito: linee guida così concepite non affatto sono vincolanti, per nessuno, nemmeno per il più fetente dei mutilatori.
E non poteva essere diversamente. A nessuno, che un poco sappia di ostetricia, sfugge che l’indicazione al taglio cesareo è quanto di più opinabile. Dicevo che un esame ecografico può non rilevare elemento che ponga da solo l’indicazione, ma che può essere posto da altri esami, prima di tutto quello clinico, a cura di chi deve decidere, informare e agire. Siamo nell’ambito di un protocollo che non è mai statico e che a volte si dinamizza nell’arco di minuti: non ci saranno mai linee guida capaci di levare responsabilità ad un ostetrico, e a responsabilità deve giocoforza corrispondere libertà di decisione. Ben vengano, dunque, queste linee guida nella versione destinata ai medici. Non dicono nulla che già non si sappia, e anche un ostetrico che abbia una percentuale personale di 99 tagli cesarei su 100 nati potrebbe sottoscriverle con entusiasmo.
Ma è sulla brochure dedicata al comune cittadino che non ci siamo proprio: qui vengono diffuse suggestioni errate, le stesse del signor Coso che considera il taglio cesareo una violenza esercitata sul corpo delle donne per lucrosa sopraffazione, le stesse del giornalino clericofascista che inneggia alla naturalità di concepimento, nascita, vita e morte.

Anche qui cercherò di tenere da parte l’aneddotica e il tecnicismo, limitandomi a contestare l’assunto che l’alta percentuale di tagli cesarei in Campania, dato record in tutta Europa (intorno al 60%), sia la punta significativa di un fenomeno riconducibile da un intervento terapeutico effettuato routinariamente senza indicazione, per pratica abituale, condizionata da un mix di moventi extraclinici, futili o, peggio, disonesti.
Cominciamo col dire che la Campania è una delle regioni a più alta natalità (superata solo dalla provincia di Bolzano). Più nati, più tagli cesarei, ma non solo in assoluto, anche in percentuale, perché un’indicazione al taglio cesareo che davvero è difficile mettere in discussione è l’averne già subito uno. Si può far partorire spontaneamente una donna che abbia già subito un taglio cesareo, certo, basta esser certi che la pregressa cicatrice reggerà alle contrazioni uterine. Se non regge, si avrà una rottura d’utero: evento raro, per fortuna, ma prevedibile non meglio di un terremoto. Quando si ha una rottura d’utero, raramente si riesce e a salvare il feto, e abbastanza di frequente muore pure la madre, per emorragia interna.

Ora, se su 100 nati ho 20 tagli cesarei, su 200 ne avrò 40? No, perché tra i 100 nati in più ci saranno figli di donne precedentemente cesarizzate, che dovranno giocoforza (o su per giù) nascere con un taglio cesareo.
Se nascono 100 bambini, avremo dunque nTC. Se ne nascono 200, non avremo 2nTC, ma 2nTC + n', dove n' è la quota di ex cesarizzate. E se ne nascono 300, avremo 3nTC + n", dove n" è maggiore di n', e così via. Proporzione non rettilinea, il dato si fa presto iperbolico. L’attenzione, insomma, deve spostarsi dal 60% di tagli cesarei su grandi numeri a quei 20 interventi che vengono effettuati per la prima volta su 100 donne che non abbiano mai avuto una gravidanza. E qui, dunque, potrebbe soccorrerci ciò che il Ministero della Salute manda a dire alla cosiddetta gente; è altresì evidente che la Campania va un pochetto fuori dalla discussione, che diventa tout court una discussione sul consenso informato, sulla libertà di scelta del(la) paziente, sulla scienza e coscienza del medico (che non possono essere messe in discussione fino a prova documentata, caso per caso).

Il parto è un evento naturale, ma vi è sempre più la tendenza a trasformarlo in un intervento chirurgico. Vero, ma è altrettanto vero che la morbilità e la mortalità di madre e feto si è abbassata anche grazie all’estensione della pratica chirurgica: “morire di parto”, oggi, è di gran lunga più raro che in passato, e in parte è merito anche di ciò che si è levato di pericoloso all’evento naturale. Evento naturale, in generale, non è sinonimo di cosa che asseconda il desiderio degli umani, anzi, qualche volta lo delude in modo drammatico.
“In
molti casi, oggi, specie in Italia, le donne partoriscono con il taglio cesareo senza un reale motivo di salute
. È affermazione assai difficilmente dimostrabile, per il semplice fatto che non è possibile una controprova senza mettere a rischio ciò che il medico dichiara a rischio: si crei un’autorità che gli sottragga libertà e responsabilità, e così potremo verificare. Sennò dovremo, caso per caso, mettere in discussione l’operato dell’ostetrico, ma anche ciò che significa “salute”. Una donna che abbia terrore panico alla sola idea di partorire costituisce indicazione al taglio cesareo, o no? Se del mio corpo possa fare ciò che mi pare, salvo non ledere altri, perché non posso partorire come voglio? E, in pratica, un feto “soffre” di più se nasce per parto vaginale o per taglio cesareo? Non diamo risposta a tali domande, sennò le linee guida del Ministero della Salute sul taglio cesareo diventano ridicole.

L’obiettivo di questa scheda, e della linea guida da cui è ricavata, è di sostenere tutte le donne nella scelta del tipo di parto più indicato nel loro caso”, vediamo come. “Non ci sono prove che il taglio cesareo, in assenza di situazioni cliniche che ne giustifichino l’esecuzione, sia più sicuro per la salute della mamma e del neonato rispetto al parto vaginale”. Vero, ma nulla prova che per la salute della mamma e del neonato il parto vaginale sia più sicuro del taglio cesareo.
“Occorre infatti ricordare che il taglio cesareo è un intervento chirurgico e solo in caso di appropriata indicazione medica è in grado di garantire benefici superiori ai potenziali rischi che inevitabilmente comporta”. È possibile una comparazione rischio/beneficio nel caso di un intervento di mastoplastica additiva, di liposuzione o di rimodellamento del naso? A chi affidiamo questo genere di computo? E perché dovremmo anche minimamente sottrarlo al paziente, debitamente informato dal medico, proprio nel caso del taglio cesareo?
“Se il medico ritiene che nel vostro caso sia più opportuno il ricorso ad un taglio cesareo, deve spiegarvi quali sono le indicazioni che giustificano la scelta del taglio cesareo, fornendovi informazioni basate su evidenze scientifiche circa i rischi e i benefici rispetto al parto naturale. È importante che siate informate su come si svolgerà l’intervento, sui diversi tipi di anestesia e sulle possibili conseguenze del cesareo per le future gravidanze”. Tutto sacrosanto, ma che c’è di nuovo? Non è così (non dovrebbe essere così) per qualsiasi altro intervento? E allora, gentilmente, di cosa stiamo parlando? Taglio cesareo solo quando serve, certo. Ma chi decide quando serve? E soprattutto chi può dire che in quel dato caso non servisse?

Abbiamo speso un po’ di denaro pubblico per preparare queste linee guida e strillare questo mucchietto di cose banali e inutili, giusto per sedare le ansie di chi considera innaturale nascere per taglio cesareo, estensione delle ansie per il concepimento “artificiale” e per qualsiasi cosa che paia troppo lontana dai bei tempi andati (ansie che si attenuano solo per la sopravvivenza “artificiale” in stato vegetativo, dove la tecnica è addirittura imposta da una morale che qui diventa ben paradossale). Chissà, ci sarà pure qualche idiota che penserà che il Governo abbia intrapreso una nobile lotta contro le mutilazioni genitali femminili.




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11 febbraio 2010

Qui ho dovuto aspettare 4 anni, 5 mesi e 1 giorno

“Nella Cdl le nostre idee e le nostre proposte hanno piena cittadinanza”

Benedetto Della Vedova, 10.9.2005





“Non mi piace l’idea che il PdL sia una falange armata monoetica in cui la minoranza è tollerata ma se non parla è meglio”

Benedetto Della Vedova, 11.2.2010




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11 febbraio 2010

Henry Cowell - Heroic dance - 1931




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Gli editoriali per Notizie Radicali


172. Urbi et orbi, la Marcia di Pasqua è inesistente
(11.4.2007)

171.
Addio, radicali. Arrivederci, liberali
(4.4.2007)

170.
La materia oscura
(30.3.2007)

169.
L’eroica lotta del prode Bandinelli
(20.2.2007)

168.
E a questo stiamo
(19.2.2007)

167.
Tra il sacro e la secolarizzazione
(16.2.2007)

166.
La smetta, Binetti, si curi!
(31.1.2007)

165.
Ignobile scoop
(29.1.2007)

164.
In memoria di Alfredo Ormando, ex seminarista, gay, arso vivo
(12.1.2007)

163.
Per ogni Popieluszko c’è sempre almeno un Wielgus
(10.1.2007)

162.
La pieta e la chiarezza di Francesco D’Agostino
(9.1.2007)

161.
Bernard-Henry Levy e i blog
(8.1.2007)

160.
Le esequie ecclesiastiche a Gabriele Cagliari
(2.1.2007)

159.
Assuntina Morresi davanti a Piergiorgio Welby
(20.12.2006)

158.
Ratzinger e i «terminali»
(18.12.2006)

157.
Il concubinaggio
(14.12.2006)

156. La «sana laicità»
(11.12.2006)

155.
Cantalamessa
(6.12.2006)

154.
Lo Sdi e la massa critica
(4.12.2006)

153.
Caro Punzi
(28.11.2006)

152.
Il diabete dell’ateo devoto
(27.11.2006)

151.
Alasciarli dire, a lasciarli fare
(24.11.2006)

150.
Il metodo di Antonio Socci
(23.11.2006)

149.
Salvo forellini
(22.11.2006

148.
L’olio e le erbe medicamentose di San Francesco
(20.11.2006)

147.
Chissà se il mercato globalizzato accetterà l’authority della Chiesa
(15.11.2006)

146.
La Curia di Bologna
(10.11.2006)

145.
Simpatica carognetta
(8.11.2006)

144.
Una sana competizione inter-religiosa
(23.10.2006)

143.
Lo spazio dove stanno i radicali
(17.10.2006)

142.
Si accettano scommesse
(12.10.2006)

141.
Capolavoro di ipocrisia!
(10.10.2006)

140.
La radice dell’antisemitismo è più cristiana o più musulmana?
(9.10.2006)

139.
Nessuna paura d’aver paura
(5.10.2006)

138.
Nessuna costrizione nelle cose di fede?
(2.10.2006)

137.
“Lucidamente Piergiorgio Welby chiede…” 
(29.9.2006)

136. 
Ipotesi su Milingo
(27.9.2006)

135.
Ohilà, nequiziosi!
(26.9.2006)

134.
Come il tassidermista riempie di paglia la carogna
(25.9.2006)

133.
Ignoranza o mistificazione?
(21.9.2006)

132.
O secolarizzazione o violenza
(19.9.2006)

131.
Un tranquillo weekend di paura
(18.9.2006)

130.
La teologia nell'universitas scientiarum
(14.9.2006)

129.
“In fondo la Cisa vende serrature”
(13.9.2006)

128.
Limature
(12.9.2006)

127.
Auflegen, befehlen o gebieten?
(11.9.2006)

126.
Robert Spaemann, incommensurabile sagomaccia
(6.9.2006)

125.
James Hillmann: diagnosi spietata, terapia di sempre
(5.9.2006)

124.
Il caso Robert Lanza, ennesima svista del Foglio
(1.9.2006)

123.
Caro Pullia
(31.8.2006)

122.
Pannella si è fermato a Bose
(29.8.2006)

121.
Dobbiamo avere una grande pazienza
(28.8.2006)

120.
Trittico libanese
(24.7.2006)

119.
Schola Scholae
(19.7.2006)

118.
“Drogarsi non è un diritto”
(14.7.2006)

117. 
Rosa nel Pugno. Appunti di viaggio
[con Federico Punzi]
(6.7.2006)

116.
Comunitari o liberal?
(29.6.2006)

115.
Di cani e di figli
(27.6.2006)

114. Una fiction, neh
(23.6.2006)

113. Signore, signori, malgiogli assortiti...
(21.6.2006)

112.
Lobby? Andiamo piano con le parole
(16.6.2006)

111.
“Talora la stampa si presta…”
(13.6.2006)

110.
Negli assolutismi accade
(8.6.2006)

109.
La “libertà di vietare”
(7.6.2006)

108. Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile
(30.5.2006)

107.
Rispiegare la modernità?
(26.5.2006)

106.
Zuavi in Parlamento
(22.5.2006)

105.
A chi spetta?
(19.5.2006)

104. Ancora su Marcello Pera
(18.5.2006)

103.
Dopo la famiglia, lo Stato
(16.5.2006)


102. Occhio, fratres!
(8.5.2006)

101. Diciotto volte Emma Bonino, fino alla fine
(5.5.2006)

100. 
Il cardinal Martini e la "resa alla modernità"
(2.5.2006)

99.
Un'altra trappola: il Manifesto di Euston
(27.4.2006)

98.
Faranno al cardinal Martini un trattamento alla Milingo?
(24.4.2006)

97.
Dopo Rocca, Ferrara manda Bellasio
(21.4.2006)

96.
"C'è un'Italia reale e un'Italia virtuale"?
(19.4.2006)

95.
I piccoli exit poll di Christian Rocca
(13.4.2006)

94.
Il giorno dopo
(11.4.2006)

93.
Viva Romano Prodi!
(10.4.2006)

92.
Lectio magistralis
(5.4.2006)

91.
Not negotiable
(4.4.2006)

90.
L'Appello a Prodi: il bluff della guerra civile
(31.3.2006)

89.
Il gentilissimo Christian Rocca
(28.3.2006)

88.
Bastardo sarà lei!
(27.3.2006)

87.
Ruini non fa ingerenza, rimanda a quella di sempre
(21.3.2006)

86.
Divertente come la catastrofe
(20.3.2006)

85.
Mutua comprensione tra integralismi?
(13.3.2006)

84.
Benedetto figliolo!
(7.3.2006)

83.
Quel che trattiene Magdi Allam
(1.3.2006)

82.
Vieni, Gunther, qui c'è un albero, è un pero
(27.2.2006)

81.
Un editoriale che vorrei lasciare incompiuto e senza titolo
(21.2.2006)

80.
Cavar soldi dal “matto”: in Vaticano ci si fa un pensierino
(17.2.2006)

79.
Escludendo che monsignor Maggiolini si sia presa una cotta per la Bonino
(9.2.2006)

78.
La questione è la libertà di espressione
(7.2.2006)

77.
Si tratta pur sempre di un sant’uomo
(1.2.2006)

76.
“La verità, vi prego, sulla carità”
(31.1.2006)

75. Ci dica l’ottimo Panebianco…
(23.1.2006)

74.
La figlia del console
(19.1.2006)

73.
Ratzinger e il decalogo
(18.1.2006)

72. “Il vero Israele” 
(17.1.2006)

 

71. Una dimenticanza di Angelo Panebianco

(16.1.2006)

70. Bonino o Santanché?
(10.1.2006)

69. Niente antidepressivi, grazie!
(4.1.2006)

68. “Ah, se Dio sopprimesse i peccatori!”
(2.1.2006)

67. Del Concilio Vaticano II non avete capito niente, gonzi!
(27.12.2005)

66. Un’altra mina l’Occidente: la pornografia
(23.12.2005)

65. “Fratello spermatozoo”
(20.12.2005)

64.
La mia superstizione è migliore della tua
(19.12.2005)

63. Riforma della Curia, anno 0
(14.12.2005)

62.
La goccia di veleno
(12.12.2005)

61. Non lo fo’ per piacer mio…
(Lettera aperta a Carlo V)
(6.12.2005)

60. Venerdì, sabato e domenica
(5.12.2005)

59.
Contrordine, figlioli, il limbo è una cazzata!
(2.12.2005)

58.
Tomista quanto non mai, il Ratzinger. Anzi assai tomo.
(28.11.2005)

57. Il seminarista sia munito di certificato medico

(24.11.2005)

56. Scherziamo? Scherziamo
(21.11.2005)

55.
La pazienza degli italiani
(17.11.2005)

54. Il fuoco amico di Croce e Gramsci
(16.11.2005)

53. Marcello Pera, croque-mort
(15.11.2005)

52. Semo romani, damose da fa’
(11.11.2005)

51. Coi soldi di Sir Templeton
(8.11.2005)

50.
La Chiesa è sempre uguale a sé stessa
(27.10.2005)

49. Chi glielo dice a Marcello Pera, di farsi da parte?
(20.10.2005)

48.
Sua Santità, Anacoluto I
(17.10.2005)

47.
Un dubbio: mettere in dubbio il dubbio?
(14.10.2005)

46.
Capriccio
(10.10.2005)

45.
Buona conversione!
(7.10.2005)

44. Se il legislatore non è un fesso (e non è un fesso)
(4.10.2005)

43. L’orecchio di Dionigi
(29.9.2005)

42. Fiuggi: i tg di prima sera non possono più glissare
(26.9.2005)

41. La colomba e il leopardo
(21.9.2005)

40. Ratzinger apre la caccia al ricchione
(19.9.2005)

39. Caro Silvio Viale, vai avanti!
(15.9.2005)

38. “I politici cattolici lo sono in particolare”
(12.9.2005)

37. L’aggettivo “clerico-fascista”
(6.9.2005)

36. Il “vuoto” liberale
(1.9.2005)

35. Troppo vento a Colonia
(29.8.2005)

34. Gli ebrei, il solito nervo scoperto
(28.7.2005)

33.
Plinio Corrêa de Oliveira
(22.7.2005)

32. Questo non è altro che quello
(19.7.2005)

31. Due etti di quello buono (salumeria Sodano)
(13.7.2005)

30. A che serve più il vocabolario?
(8.7.2005)

29. Orsina, cioè Ferrara, cioè Ruini
(5.7.2005)

28. Vediamo se esistono ancora, quei socialisti
(1.7.2005)

27. Neofascisti, cielli, foglianti: bingo!
(27.6.2005)

26. Si lasci riposare in pace Benedetto Croce
(23.6.2005)

25. Se il pastore lo chiama gregge, ci sarà un motivo
(21.6.2005)

24. Se poi vengono bene, l’autorità centrale vidima
(15.6.2005)

23. Un occhio di riguardo per il Testaccio
(13.6.2005)

22. Fides et Ratio: un esempio e un paradigma
(7.6.2005)

21.
Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro
(3.6.2005)

20.
A chi fa i conti senza l’utero
(31.5.2005)

19.
Forse una destra decente è possibile
(27.5.2005)

18.
Il rischio di blandire i suscettibili
(24.5.2005)

17.
Toh, guarda, “la tentazione di passare al fronte dell’astensione”
(18.5.2005)

16.
Parlando serenamente, si trova sempre il modo di uscirne
(13.5.2005)

15.
Tra l’art. 7 e l’art. 8 della Costituzione
(10.5.2005)

14.
“I politici non capiscono mai niente, mai”
(5.5.2005)

13.
Parlare di embrioni da ex embrioni: non più
(3.5.2005)

12.
Beccaria e la misura di Ratzinger
(29.4.2005)

11.
Non invitate un falso liberale a un matrimonio gay
(27.4.2005)

10.
I cattolici liberali? Rivolgersi a Ratzinger, prego 
(22.4.2005)

9.
Il ricatto
(20.4.2005)

8.
Sotto chiave
(18.4.2005)

7.
Tirare sassi ai lumi
(14.4.2005)

6.
Promemoriam per Miriam
(12.4.2005)

5.
Semo ‘na manica de gente assai lasciva
(8.4.2005)

4.
No Taliban no Vatican: al di qua dello slogan
(7.4.2005)

3.
Il latinorum degli atei devoti
(5.4.2005)

2.
Il nodo genetico
(1.4.2005)

1.
La cosa per bene
(29.3.2005) 

 

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