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Diario
4 gennaio 2008
"Il resto è tutto tuo"

Sebbene abbia ridotto di molto il numero degli aborti, la legge 194 non ha del tutto eliminato la pratica di quelli illegali, perché così devono essere considerati quelli che vengono effettuati al di fuori delle strutture pubbliche. Quando queste non riescono a rispondere in modo adeguato alle richieste delle donne che vi accedono chiedendo un’interruzione di gravidanza pur nel pieno rispetto dei limiti posti dalla legge, la regola è il ricorso alla pratica clandestina. Questa è solitamente esercitata da quei medici che hanno tutto l’interesse a rendere inadeguate le strutture pubbliche in cui lavorano per trarne un conseguente utile nel privato: basta che si dichiarino obiettori di coscienza e possono godere con relativa tranquillità di introiti spesso considerevoli oltre ogni possibile immaginazione. Per darne la misura, basterà dire che da questa enorme mole di denaro essi non fanno alcuna difficoltà – anzi – a togliere una quota non irrisoria (solitamente intorno al 10-15%) per destinarla a quei colleghi che inviano loro di routine quelle donne che non saprebbero altrimenti come e dove interrompere la gravidanza.
Giusto o no che sia, quando una donna ha deciso di abortire, non ci sono chiacchiere che possano farle cambiare idea, perché la decisione non è mai presa con leggerezza – possono crederlo solo coloro che delle donne sanno poco o niente – ma anzi essa è resa tragicamente inesorabile proprio da quanto l’ha preceduta e motivata, in una stragrande maggioranza dei casi. Io sono dell’opinione – e ho qualche motivo per crederla assai fondata – che questa enorme mole di denaro sia destinata a levitare in modo incredibile nel caso in cui la legge 194 venisse sabotata nei modi che, oggi, i miserabili propagandisti del clericofascismo italiano chiamano “ritocchi”, “miglioramenti”, ecc.
Non ho alcuna possibilità di credere in Giuliano Ferrara quando afferma che la sua “moratoria sull’aborto” abbia il solo scopo di sollevare un “dibattito”, un “ripensamento”, ecc. su una legge vecchia di 30 anni, una delle poche che, in tutto questo tempo, qualcosa di positivo ha dato, pur con i suoi mille difetti (non ultimo, quello di consentire l’interruzione di gravidanza nelle sole strutture pubbliche, con le schifose “dinamiche di mercato” cui prima ho accennato, peraltro ben note a tutti). Tanto meno posso fidarmi delle ragioni che la muovono – anche se esse paiono convincere molti gonzi – quando a sostenerla sono chierici e laici che non fanno alcun mistero di considerarla solo uno stadio tattico nell’attacco alla legge 194. Uno per tutti, il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, che nel lodare l’iniziativa partita da Il Foglio afferma che sia “auspicabile una revisione della legge” (“l’auspicio è che questo possa realizzarsi anche ora”), e nel senso di apportarvi modifiche atte a “difendere e promuovere la vita umana in tutte le sue forme e in tutte le sue fasi” (Corriere della Sera, 4.1.2008): sarò fesso, ma non riesco a immaginare altro che l’abrogazione della legge 194 come “revisione” che possa “difendere e promuovere la vita umana in tutte le sue forme e in tutte le sue fasi”; riesco a tradurre tutto questo in un solo modo: impedire sempre e in ogni caso ad una donna l’interruzione di una gravidanza, anche a scapito di quella salute fisica e psichica della gravida che il testo legislativo considera prioritaria rispetto alla prosecuzione della gestazione.
Ma da medico – da medico che non riuscirà mai a negare ad una paziente il diritto di decidere liberamente del proprio corpo – mi chiedo: nel caso che la legge 194 venisse abrogata (se non formalmente, di fatto), ad una donna che abbia deciso di non voler essere madre, potrò mai negare il numero di telefono di un collega che sia in grado di risolvere (al meglio, è chiaro) il suo problema, contro le leggi dello Stato? In altri termini: dovrei essere complice di ciò che, per l’ispirazione dello Spirito Santo, il Parlamento avrà deciso di cominciare a considerare reato o essere rispettoso dello Stato a danno della donna che mi trovo innanzi come paziente? In cuor mio ho già la risposta, ma non voglio rivelarla qui. Posso solo dire che, nel primo caso, per ogni donna inviata a quel collega, vedrei recapitarmi, presso il mio studio medico, per mano di un corriere, in una busta chiusa, dai 100 ai 200 euro che – mi conosco – non riuscirei mai a mettermi in tasca. In tal caso, so già come potrei disfarmene: un vaglia postale in favore di Giuliano Ferrara, via Lungotevere Raffaello Sanzio, 8/c. Con la seguente causale: “Trattengo solo le spese postali, il resto è tutto tuo”. E qui probabilmente – mi conosco – aggiungerei un insulto.
| inviato da malvino il 4/1/2008 alle 20:14 | |
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