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Diario
13 febbraio 2008
Le storie di Capitan Panzaferoce

“Il mio pensiero è semplice e si basa su tre principi” , è questo il punto nel quale l’intervista diventa un manifesto. Drizza l’orecchio, elettrice. Porgi attenzione, elettore. Ascoltate bene il signor candidato, nel caso lo votate. È Giuliano Ferrara, lo intervista Maria Teresa Meli (Corriere della Sera, 11.2.2008). “Primo, nessuna donna è obbligata a partorire”, dice, e già questo è molto bello. Se non merita il voto già da subito, già per questo, almeno merita attenzione: costui concede che non si può disporre del corpo altrui, se l’altro non te lo vende, o tu non lo riduci in schiavitù. Molto bene, mi pare. Siamo all’abbiccì dei diritti umani, ma non mi pare poco. Andiamo avanti.
“Secondo, nessuna donna deve essere perseguita legalmente perché abortisce”, prosegue. E questo è ancora più bello, perché abortire non sarà un diritto per alcuni, e forse non lo sarà neanche per lui, ma Giuliano Ferrara concede l’impunità e l’impunibilità alla donna che abortisce. Ma qui sorge un problemino. Roba da poco, per carità, però sarà il caso di porselo. Come si può concedere l’impunità e l’impunibilità a chi abortisce, se l’aborto è un omicidio? Se l’aborto è un omicidio, chi abortisce è un omicida: e cosa sospenderebbe, qui, la logica che solitamente esige una pena per l’omicida? Ardua domanda, lasciamola in sospeso.
“Terzo, l’aborto è un male, va sradicato, non può essere utilizzato come strumento di controllo delle nascite, come avviene quando le donne sono obbligate o incentivate ad abortire”. Sembra poco, ma è un sacco di roba. “L’aborto è un male”. Senza dubbio: l’aborto è un omicidio, l’omicidio è un male, e le virtù transitive sono conservate. “Va sradicato”. È una conseguenza (logicamente e moralmente) necessaria, ma come sradicarlo? Abbiamo detto, per esempio, che non possiamo punire l’omicida. Partiamo un poco svantaggiati, insomma. Infatti, da che mondo è mondo, chi uccide un suo simile è punito, e non c’è modo di sradicare l’assassinio. Abbiamo qualche speranza seria di riuscire a sradicare l’aborto, rinunciando anche al deterrente della pena? Si ripropone la domanda che avevamo lasciato in sospeso: se l’aborto è un omicidio, perché non perseguire chi abortisce al pari di chi uccide un suo simile? Una sola risposta potrebbe cavarci d’impaccio: perché il feto non è un mio simile. Questo, però, sarebbe un assurdo per chi annuncia di candidarsi in nome di una causa che fonda sull’assunto che la persona è già nell’ovocellula fecondata.
Per Giuliano Ferrara – è noto – lo zigote è già persona: e dunque? “Il mio pensiero è semplice”, dice. Ma in realtà è un pensiero semplice solo quando la choise di una donna è in favore della life del feto che ha nell’utero. Ma pro choice e pro life possono non fondersi a dovere, e allora questo “pensiero semplice” di Giuliano Ferrara deve giocoforza abortire. Se la sua moratoria sull’aborto non è contro la 194, non è. Insistere col dire che non è così, elettrice ed elettore, non comincia ad insinuarvi un dubbio su costui?
“L’aborto – dice – non può essere utilizzato come strumento di controllo delle nascite”. Bene, ma chiedetegli se egli ammetta altri strumenti di controllo delle nascite: vi dirà che ammette solo l’astinenza, perché il preservativo è “la cosa più schifosa che sia mai stata inventata”, la pillola è immorale e la spirale è una variante ipocrita dell’aborto. “L’aborto non può essere utilizzato come strumento di controllo delle nascite”? Faceva prima a dire: no ad ogni strumento di controllo delle nascite, no al controllo delle nascite. Se il controllo è obbligato o incentivato, si può essere d’accordo. Ma se è la donna che vuol controllare la propria vita sessuale e riproduttiva? Perché non potrebbe? “Il diritto di autodeterminazione della donna – dice Giuliano Ferrara – non può affermarsi contro il bambino”, e per bambino intende certamente già l’ovocellula fecondata; ma perché non potrebbe affermarsi nemmeno sui suoi gameti? Perché una donna non dovrebbe poter controllare il fattore riproduttivo della sua sessualità? Perché la sua sessualità dovrebb’essere indirettamente controllata da un elemento non autodeterminativo? Insomma, signor candidato, ma cosa le hanno fatto, ‘ste donne?
Ma veniamo al programma, vediamo quali sono i piani di questo candidato al Senato della Repubblica, per intenderci, quello nel quale si stappano bottiglie di champagne mentre volano sputi, urla e fettine di mortadella. [L’immagine vi ricorda le tavole di Jacovitti, vero? Anche a me, penso a qualcosa del tipo Le storie di Capitan Panzaferoce.] Questo è un paese di merda, vedrete che sarà eletto. Quindi ascoltatelo:
“Il centrodestra sarebbe il luogo naturale di una lista così. […] Ci saranno alcuni collaboratori del Foglio, esponenti del movimento della vita, io proporrò Susanna Tamaro ed altre donne e uomini liberi. Mi piacerebbe avere anche mia moglie in lista…”. Lo fa Clemente Mastella, perché non può farlo lui? “Il sondaggista Pagnoncelli ha rilevato che una lista come la nostra avrebbe sicuro il 4 per cento, forse il 6. Se Berlusconi rispondesse si sì all’apparentamento lo sbarramento sarebbe al 2 per cento: riuscirei ad andare in Parlamento con un gruppo di persone che farebbe questa battaglia culturale”. Sottinteso: potrei riuscire ad andarci anche senza l’apparentamento, che ho da perdere dunque nel trattare sull’apparentamento senza doverlo solo accettare senza condizioni? Ho un margine di iniziativa politica autonoma, ho qualche simpatia in Vaticano: la partita è giocabile. Bastano due parlamentari e il soldi di finanziamento pubblico a Il Foglio sarebbero assicurati autonomamente, stavolta anche Marcello Pera e Marco Boato sarebbero superflui. Un giornale-partito, finanziariamente (si fa per dire) autonomo e autosufficiente. Vale la pena di sacrificare un po’ il lavoro su La7, via.
| inviato da malvino il 13/2/2008 alle 5:4 | |
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