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Diario
16 aprile 2008
Ohilà, giovinotti!

Tra la forte avanzata dei leghisti e il forte arretramento dei comunisti sembrerebbe esserci un nesso strettissimo: “L’unica spiegazione plausibile è che si sia creato un vaso comunicante di tre o quattro punti percentuali, pari a un milione e seicentomila elettori, che ha portato a un travaso dalla sinistra radicale verso la Lega”, così afferma Alessandro Amadori (Coesis Research), che definisce il fenomeno come “uno spostamento di pancia”, ammettendo che “tutto ciò era sfuggito ai sondaggi”. È la stessa tesi che Nando Pagnoncelli (Ipsos) ha sostenuto nel corso dell’ultima puntata di Ballarò (Raitre, 15.4.2008). L’analisi dei flussi elettorali solitamente richiede qualche settimana, vedremo se il dato sarà confermato e quanto si potrà dire sia stato centrale nel riassetto dello scenario politico italiano, così come ci appare oggi, all’indomani del voto.
Oggi, è inevitabile che ci si soffermi a constatare gli effetti. I due partiti più “giovani” presenti in Parlamento – Pd e Pdl – raccolgono, insieme, oltre il 70% dei voti e oltre l’80% degli eletti; quello più “anziano” – la Lega – è l’unico che già esisteva nella Prima Repubblica; dalla quale non residua alcuna denominazione democristiana, socialista, socialdemocratica, liberale o repubblicana, né alla Camera, né al Senato; farebbe eccezione la pattuglia radicale – i radicali hanno più di 50 anni di storia – e chissà che poi non vogliano scrollarsi di dosso la casacca del Pd coll’impossibile miracolo di un gruppo autonomo. Ovviamente: maggioranza schiacciante del centrodestra, in entrambi i rami del Parlamento; trionfo personale di Silvio Berlusconi; fortissima depressione in tutta l’opposizione, e così profonda da non lasciare trapelare neanche un po’ di disperazione, se non nell’evocazione della tentazione eversiva, peraltro proiettata dalla parte avversa, come a non volersi godere serenamente una vittoria che nasce pure – sarà il caso di riconoscerlo – dalla legittimazione sempre più piena dell’atipia berlusconiana da parte di un blocco culturale ormai non più egemone (e meno male).
Se siamo “troppo italiani”, ci biasimiamo: possiamo non elogiarci se diventiamo “meno italiani”? Non sarebbe un paradosso? Io penso di no: penso che stiamo diventando “meno italiani” in un modo che è “troppo italiano”. E il risultato dei queste elezioni non mi piace affatto.
Anche senza pareggio e inciucio, maggioranza e opposizione si somigliano, e sono destinate a somigliarsi sempre di più, fatta eccezione per la sola cosa che distinguerà ancora – per chissà quanto – le due facce dello stesso populismo (il giustizialismo per il centrosinistra e il clientelismo per il centrodestra). Non penso sia necessario sottolineare quanto sia antiliberale ogni populismo: il populismo non governa la ragione ma sentimenti come la paura e la speranza – il populismo è controllo delle masse, è regime. Paternalistico e retorico sempre, sia quando è populismo sentimentalista, sia quando è smargiasso. Non mi piace affatto.
Ma sto di fronte all’immensa vittoria del centrodestra chiedendomi di chi abbia la faccia, questo trionfo. E penso di poter dire: il vincitore è Giulio Tremonti. Il “tipo italiano” diventa Giulio Tremonti, cerniera tra Bossi e Berlusconi, fulcro alchemico dell’umore della gran parte della nazione. Ho scritto poco in queste ore, ho preferito leggere. Ho letto La paura e la speranza di Giulio Tremonti (Mondadori 2008), e ci ho visto dentro l’Italia che siamo destinati a diventare. Un incubo. Ma si attrezzano a farcelo diventare un incubo bello, possibilmente confortevole.
| inviato da malvino il 16/4/2008 alle 5:34 | |
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