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Diario
16 aprile 2008
La paura e la speranza (La presente non vale come recensione)
Il manifesto è sempre asciutto, per definizione. Lo stato delle cose e il che fare: un manifesto non può pensare ad altro, e forse nemmeno deve. La paura e la speranza (Giulio Tremonti, Mondadori 2008) dedica 58 pagine alla paura e 54 alla speranza. Cosa caratterizza lo stato delle cose? La paura. Che fare? Affidarci alla speranza. La paura – tutti sanno – è la sgradevole sensazione di inadeguatezza al pericolo, con la percezione di un danno incombente, che sta sul farsi attuale. L’Europa, e ancor più l’Italia, ma poi, via, tutto il mondo, hanno realizzato un gran senso di inadeguatezza alla modernità, altrimenti detta globalizzazione, e ci sta chi la chiama secolarizzazione: il pericolo è qua, con lo sradicamento da certezze e tradizioni, autorità e sicurezze, luoghi comuni di provata abitabilità. La speranza – la ricetta di questo eccezionale ibrido, metà Bossi e metà Berlusconi – la speranza di questo sedicente liberale è un sentimento primordiale, che affonda nel feudale e mira a un neofeudalesimo, che cita poco, ma allude a molti autori conservatori e reazionari, riducendo il loro pensiero a massima che regge il Piccolo Mondo Antico, la terra promessa, l’Italietta prima del ’68, stato organico e stato etico, ma in salsa democristiana, perfino affatto laica. La ricetta di Giulio Tremonti è uno stato paternalista, un padre d’altri tempi, di cui qualche orfanello può sentire la mancanza. “Per identificare i valori serve un’anima, per difendere i valori serve un potere politico, per esercitare il potere politico serve un programma, per scrivere un programma serve una visione d’insieme. Per cominciare serve una visione della vita che non sia materiale ma spirituale. […] Una visione che non escluda Dio e che non demonizzi lo Stato e la dimensione pubblica”. Sarà che sono ipersensibile, ma ho i brividi. Segue un’analisi della crisi europea che ricalca la lectio che Joseph Ratzinger tenne a Subiaco pochi giorni prima d’esser fatto papa. Che fare? “Sette parole d’ordine per salvarsi […]: valori, famiglia e identità; autorità; ordine; responsabilità; federalismo”. Fatta eccezione per il federalismo, è un manifesto già visto.
| inviato da malvino il 16/4/2008 alle 21:44 | |
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