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Diario
15 maggio 2008
Per un'opposizione corretta, lecita, intellettualmente onesta
La seconda parte dell’editoriale che, giovedì 15 maggio, Alessandro D’Amato firma per Giornalettismo.com mi solleva dall’inutile faticaccia che mi ero ripromesso di affrontare nei prossimi giorni. Come avevo già accennato in un appunto, qui sotto, volevo riflettere se esista o no un “berlusconismo” – un metodo politico che tragga sostanza da qualcosa che sia originalmente attinente alla psicologia, alla cultura e alla prassi politica di Silvio Berlusconi – se, quindi, abbia ragion d’essere un “antiberlusconismo” e, se sì, quanto corretto, quanto lecito, in una parola: quanto intellettualmente onesto.Mi sembrava di poter intuire, davanti alla faticaccia (intendevo fare uno studiolo serio, se non rigoroso), che estrarre questa sostanza da specifici psicologici o culturali sia, se non illecito, scorretto; e l’ho scritto: “Solo un opposto astruso può fronteggiare una dimensione che tragga la sua cifra da una dimensione psicologica o culturale; non così se da una dimensione politica”.
La faticaccia consisteva nel trovare le ragioni del perché. Per esempio: per quale ragione rigettare, chessò, la teoria del professor Luigi De Marchi? L’illustre sociopsicologo ha più volte dimostrato, con argomenti non deboli, quanto non osti affatto alla più usata definizione di “berlusconismo” (pacificamente accettata da molti “berlusconisti”) quel metodo che trae sostanza dal considerare la politica come il buco del culo della comunicazione non verbale, dell’affabulazione, della seduzione, della loquela da venditore, eccetera: rigettiamo gli argomenti dell’illustre sociopsicologo? Dobbiamo avere dei contro argomenti. Li abbiamo? Mica tanto: Silvio Berlusconi si è sempre compiaciuto di aderire all’immagine del bisogno che induceva – affascinante se affascinava, repellente che repelleva – allo scopo di offrirsi come mezzo per poterlo soddisfare: amico o nemico, con me o contro di me, a cuccia o via, succhia o niente sottosegretariato. E allora perché mettere da parte Luigi De Marchi?
Alessandro D’Amato mi ha illuminato al riguardo ponendosi la seguente domanda retorica, assai efficace: “Fare opposizione significa salire sulle barricate, e gridare «no pasaran» a chi in diritto è già passato, oppure discutere ed eventualmente contestare le decisioni che il governo intende prendere […], qualora si rivelassero sbagliate? Spiegare dove e come si sta sbagliando, e cosa sarebbe meglio fare, oppure urlare e strepitare come ossessi?”. Chiarissimo, e cioè: Luigi De Marchi avrà ragione, ma non ci interessa, cioè, non può interessare ad una opposizione intellettualmente onesta. Ci interessa un metodo politico che si opponga a metodo politico, che sia opposizione a quanto Silvio Berlusconi comunica verbalmente e coi fatti, non altro – la sua comunicazione non verbale e le sue intenzioni non ci interessano – stop. E perché? Alessandro D’Amato non lo scrive esplicitamente, ma suppongo che stesse lì lì per scriverlo: perché non è possibile fare opposizione a questa sostanza senza sostanza analoga.
Io trovo di estrema eleganza questo argomento per sospendere il giudizio sugli argomenti del professor Luigi De Marchi: lo trovo elegante e lo piglio per buono, lo faccio mio, visto che probabilmente vi sarei giunto pure per conto mio, però chissà quando. E speriamo che in questi cinque anni di opposizione, a sospendere il giudizio sul matto non si diventi matti noi stessi. Vorrei sigillare il tutto con un “Dio ci protegga”.
| inviato da malvino il 15/5/2008 alle 17:54 | |
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