|
Diario
16 maggio 2008
Materia bollentissima
“La possibilità che esistano altri mondi e altre forme di vita non contrasta con la nostra fede” (L’Osservatore Romano, 13.5.2008), così afferma padre José Gabriel Funes, direttore della Specola Vaticana, e fino ad ora la Congregazione per la Dottrina della Fede non ha fiatato. Sarebbe il caso che fiatasse, perché l’affermazione implica non pochi problemi sul piano teologico. Stando alla lettera di quanto afferma padre José Gabriel Funes, infatti, “se anche esistessero altri esseri intelligenti, non è detto che essi debbano aver bisogno della redenzione, potrebbero essere rimasti nell’amicizia piena con il loro Creatore”: nessun peccato originale, nessuna necessità che Dio mandi un Salvatore. Però, i problemi sorgono proprio a voler immaginare la creazione di “altri mondi e altre forme di vita” in analogia, uniformità e continuità con la creazione della terra e dell’uomo. Perché, se l’uomo ha peccato, può aver peccato anche l’extraterrestre: non è detto che debba aver avuto bisogno della redenzione, ma non lo si può escludere. In tal caso, in quale altro modo si può pensare che Dio gli abbia offerto l’occasione della redenzione se non mandandogli, come ha fatto con l’uomo, il suo figlio unigenito? E qui nascono i problemi. La creazione di esseri intelligenti implica la loro libertà di peccare, e l’eventualità che Dio abbia creato esseri intelligenti non solo sulla Terra implica un numero discretamente alto di mondi abitati da tali potenziali peccatori, data la vastità dell’universo. Sappiamo che l’uomo ha peccato per aver ceduto alla tentazione del Maligno, il quale avrà fatto almeno il tentativo con gli altri esseri intelligenti sparsi nell’universo. Possibile che solo l’uomo abbia ceduto? “Non è detto”, afferma padre José Gabriel Funes. Certo, ma non è detto neanche il contrario. In tal caso, gli elementi di analogia, uniformità e continuità che sono nella creazione di esseri creati “a immagine e a somiglianza” del loro creatore, anche se in tempi, in luoghi e in forme diversi, implica che la loro redenzione dal peccato avvenga in analogia, uniformità e continuità con quanto ci è noto dell’economia della salvezza: l’invio dell’unigenito figlio di Dio. Unigenito vuol dire che non ve ne sono altri: questo implicherebbe che, prima e/o dopo la sua resurrezione, Cristo debba essersi reincarnato un numero di volte pari a tutti i mondi nei quali vi sia stato peccato originale. Un continuo incarnarsi, morire e resuscitare nei secoli dei secoli. Non vi sarebbe alcuna difficoltà, ovviamente, ma allora bisognerebbe riconsiderare la natura di Cristo, che alla luce della rivelazione e della tradizione è malcompatibile con questo viavai. Per dire: se c’è l’inferno, ce n’è uno; quando Cristo vi è sceso (*), e vi è sceso una sola volta, da quale pianeta veniva? E perché vi è sceso proprio dopo quella resurrezione? Ora, io non so se alla Congregazione per la Dottrina della Fede convenga di più rimettere mano a questa materia bollentissima o cavarsela con un solenne cazziatone a padre José Gabriel Funes, rimandando la questione a quando sulla Terra arriveranno degli extraterrestri che troveranno divertentissime tutte queste stronzate.
(*) “La discesa agli inferi è il pieno compimento dell’annunzio evangelico della salvezza. È la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell’opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della redenzione” (Catechismo, 634).
| inviato da malvino il 16/5/2008 alle 16:18 | |
|