|
Diario
5 gennaio 2009
Fa il filologo a cazzo di cane, offende gli ebrei e nessuno fiata
Ecco un esempio davvero eccezionale di cosa sia quell’“ermeneutica della fede” che – come ha concluso il sinodo dei vescovi sulla Parola del Signore tenuto lo scorso ottobre – ci consente di leggere la Sacra Scrittura come si deve, al riparo dai “rischi di un’esegesi esclusivamente storico-critica”, cioè di un’analisi del testo non illuminata dalle spiegazioni di un prete. È un esempio eccezionale perché ci viene offerto da Benedetto XVI, che in quanto teologo – e che teologo – è il non plus ultra per salvarci dalle errate conclusioni di un’“ermeneutica positivista o secolarista”, bleah. Ma veniamo all’esempio.
Tutti i filologi che hanno studiato il vangelo di Giovanni, almeno da centocinquant’anni a questa parte, concordano sul fatto che sia stato scritto nel II secolo, quindi assai dopo i fatti che narra. Se ne dovrebbe dedurre, quindi, che assai difficilmente possa essere stato scritto da Giovanni, almeno non nella forma in cui ci è giunto. Potrà averlo scritto Giovanni, di suo proprio pugno, ma sono tante e così evidenti le aggiunte, i rappezzamenti e i rimaneggiamenti – tutti palesemente posteriori al periodo in cui visse Giovanni – da rendere impossibile affermare che l’abbia scritto lui, così com’è. Tra i passi del vangelo che hanno fatto propendere per questa tesi, pressoché unanimemente ritenuta fondata fino ad oggi – cioè, fino a ieri – c’è (o, per meglio dire, c’era fino a ieri) il Prologo del testo, quello che recita: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio, ecc.”. Puzza di grecità nella sostanza e nella forma: quasi tutti gli studiosi che ci hanno passato sopra un vita sono dell’idea che il Prologo sia stato aggiunto al testo-base non prima del 180, quando Giovanni doveva essere già abbastanza putrefatto, e da qualcuno che masticava molto ellenismo.
Questo, a studiare il papiro con gli occhi velati dalla mancanza della fede o appoggiandosi a una fede non perfetta. Infatti, ieri, proprio riferendosi al Prologo del vangelo di Giovanni, Benedetto XVI ha detto: “Non è una figura retorica, ma un’esperienza vissuta! […] Non è la parola dotta di un rabbino o di un dottore della legge, ma la testimonianza appassionata di un umile pescatore”. Bastasse. Ma non basta.
Benedetto XVI ha aggiunto: “Per un vero israelita, che conosce le sacre Scritture, questo non è un controsenso, anzi, è il compimento di tutta l’antica Alleanza”. Ora, un “vero israelita”, in quanto ebreo, sarà disposto a riconoscere in Cristo un profeta, ma non il Messia. Cosa vuol dire, dunque, che un “vero israelita” riconosce in Cristo “il compimento di tutta l’antica Alleanza”? Vorrà mica dire che gli ebrei non convertiti al cristianesimo sono tutti falsi israeliti? Domande alle quali si può rispondere solo illuminati dall’“ermeneutica della fede”. Che al momento tace, in attesa che gli ebrei si accorgano di cosa ha detto Benedetto XVI e s’incazzino un pochetto.
| inviato da malvino il 5/1/2009 alle 19:2 | |
|