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Diario
17 gennaio 2009
“In un processo vertiginoso di iperbolizzazione”
“La fraternizzazione è sempre presa, come l’amicizia,
in un processo vertiginoso di iperbolizzazione.
C’è sempre un che di più fraterno del fratello,
di più amico dell’amico, di più giusto della giustizia o del diritto,
e la misura è data dall’immensità, dall’incommensurabilità
di questo «di più». È dunque rigettata nello stesso tempo in cui è data.
[…] Il meccanismo dell’iperbolizzazione
(perché c’è meccanismo e tecnica in questa regolarità)
travaglia tutta questa semantica tra il senso stretto e il senso proprio”
Jacques Derrida, Politiche dell’amicizia, Raffaello Cortina Editore 1995 – pagg. 280-281
Non si può far altro che scriverlo? Bene, allora scriviamolo ancora: lo Stato italiano ha una sovranità di fatto limitata, le sentenze dei suoi tribunali sono carta straccia, il diritto è fatto a pezzi da una cultura politica che tratta i cittadini da sudditi, sicché, ormai davvero diventati sudditi, ciascuno d’essi fa il forte con chi è più debole e trova naturale, perfino giusto, mostrarsi debole dinanzi al più forte, lucrando sulla propria debolezza. La cosa divertente è che si vieti alle puttane di esercitare in luogo pubblico.
La crisi economica c’è un po’ dappertutto nel mondo, qui in Italia c’è quella e molto di più: c’è un degrado della coscienza pubblica e privata, che poi a pensarci bene non fa più tanta differenza; e un pauroso deficit del senso democratico; una pressoché assente responsabilità della classe politica di governo e di opposizione; per non parlare di quelle ridicole figurine dei tribuni di una plebe ormai sfiancata da una rabbia sterile e isterica. Nemmeno ce ne accorgiamo più: è la Città del Vaticano che detta l’agenda politica del paese, occupando lo spazio che le è stato dato da un centrodestra che ancora conta sul potere delle gerarchie ecclesiastiche per farsi blocco sociale, da un centrosinistra che ormai è un’ombra livida di ciò che fu chiamato cattocomunismo, e perfino da certi sedicenti liberali che pensano sia estremamente elegante essere tolleranti con gli intolleranti, miti con gli smargiassi, disponibili con gli arroganti. È da questi ultimi che ti potresti sentire tradito, però bisogna calcolare che li hai conosciuti come liberali quando il liberalismo era il moda: adesso non si porta più, cioè, si porta un liberalismo di taglio cristiano, d’una vestibilità più comoda, tutto un altro drop.
Mi pare sia davvero inutile illudersi sperando in qualche cambiamento, segnali non ne vedo, neanche deboli, e poi mi pare giusto che un paese abbia ciò che merita. Questo paese non merita altro, a dispetto e contro quei pochi che, se non ho sottosopra i miei neuroni a specchio, mi danno l’impressione di condividere la mia analisi, e non possono far altro che dirlo o scriverlo in spazi sempre più ridotti, mantenendo posizioni che si fanno sempre più irrilevanti e marginali, perché emarginate e private d’ogni rilievo che non sia la cifra di una loro differenza, intesa come deviazione, astrazione, perfino paranoia. Li leggo come termometri della mia stessa febbre, povero me, poveri loro. Questo paese non merita altro che Berlusconi al governo, Veltroni come leader del maggiore partito di opposizione, un Masaniello nuovo ad ogni cambio di stagione, qualche stanca Cassandra radicale, un Gianni Letta come tubo della posta pneumatica scavato sotto il Tevere, la corte dei ruffiani di questa e quella consorteria, i tecnici dell’intrattenimento per quella e quella fetta di pubblico, un Capezzone, un Gerry Scotti, la caccia al ricchione, la mummificazione di Eluana Englaro in reliquia.
Su sanità, welfare, famiglia e scuola – perché non ammetterlo una buona volta per tutte? – è la Santa Sede ad avere l’ultima parola, che perciò merita, da consulente, il denaro di una mezza finanziaria ogni anno. Paghiamo tasse per far restare italiana l’Alitalia, possiamo mandare ad Avignone il Papa? Ci mancherebbe altro. I conti li tiene Tremonti, su un mastrino sul quale ha scritto “Dio, Patria e Famiglia”; i diritti civili sono degradati a inutili capricci che non possiamo permetterci, sennò la società si svacca; una frattura si apre lungo le Alpi e ci allontana dall’Europa, per fare dell’Italia una nuova Bisanzio; e un’occasione griffata in saldo, un “Gratta & Vinci”, una spiatina a quei cafoni dei potenti, l’ultimo album di quel cantautore recentemente convertito, l’acquisto di un cellulare nuovo che ti consenta di comunicare le stronzate di sempre – questo, e tutto quello che volete mettere sul mucchio, lo meritiamo, e tanto vale che facciamo in modo che ci basti.
Non si può far altro che scriverlo? Forse si può fare di meglio: si può non scriverlo più, scrivere d’altro, perché tra terra e cielo non ne manca. Chessò, fare come il mio amico Jimmomo, che da giorni e giorni si muove tra Gaza e Washington pur rimanendo in questo paese di merda. Devo pensarci, potrei darmi anch’io agli Esteri, dedicarmi al Togo e alla Mongolia, di cui al momento non so niente, ma studiando… Oppure, almeno per un po’, non scrivere affatto…
Ecco, mi pare d’essere giunto al punto in cui volevo arrivare, che poi non è quello che mi sembrava dovesse essere all’inizio del post. All’inizio del post volevo sparare una proposta ai blogger in uno stato d’animo uguale al mio: due giorni di silenzio, lunedì 19 e martedì 20 gennaio, dalla mezzanotte di domenica 18 per 48 ore intere. Due giorni di silenzio: dopo tante inutili denunce, cosa resta di meglio di una salutare protesta muta?
Via via che il post andava avanti mi son chiesto: sì, vabbe’, ‘sti cazzi, ma chi ti viene dietro? Già il fatto di andare dietro a qualcuno è imbarazzante, ma poi dietro te? E poi che nome dai a questa “iperbolizzazione”? No, butta tutto nel cestino dove ultimamente metti la metà di ciò che scrivi, e questi due giorni di silenzio fatteli da solo, non potranno che farti bene.
Poi, chissà come, avete visto, m’è saltato in mente Jimmomo: un liberale vero o giù di lì, per giunta serio, mai una “iperbolizzazione”. Con lui ho più confidenza che con gli altri, sicché prendo coraggio: Jimmo’, visto che si capisce lontano un miglio che stai in uno stato d’animo uguale al mio, te li fai due giorni di protesta muta insieme a me, o faccio da solo?
| inviato da malvino il 17/1/2009 alle 4:32 | |
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