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Diario
16 marzo 2009
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Il “liberalismo catartico” di Gaetano Quagliariello (giornalettismo.com, 11.3.2009)
Immaginate una Costituzione fondata su quella “legge naturale” che è “oggetto dell’insegnamento della Chiesa, in quanto, pur essendo una verità di ordine naturale, è stata illuminata dalla luce della Rivelazione” [1]. Sarebbe una Costituzione teocratica? Non propriamente. “Nella storia delle dottrine politiche, [la teocrazia è] quella che riporta a Dio l’origine e il fondamento del potere politico” [2], ma questo potere è ormai diviso in due, quello esecutivo e quello legislativo: riportando a Dio l’origine e il fondamento del solo potere legislativo, e alla Chiesa l’insegnamento della “legge naturale”, in modo che ogni legge sia scritta veluti si Deus daretur, il potere esecutivo resta in mano ai laici e propriamente non si può parlare di teocrazia. La religione si offre come instrumentum regni. Gratis et amore Dei? Un momento, un momento, cerchiamo di capire bene, perché quello che scrive Gaetano Quagliariello [3] è di estrema importanza, soprattutto in relazione al fatto che la “legge naturale” – che egli volentieri sostituirebbe alla “legge positiva” come ispiratrice di una eventuale nuova Costituzione a venire – è quella che è “oggetto dell’insegnamento della Chiesa”. È una declinazione del Perché dobbiamo dirci cristiani del suo sodale Marcello Pera, ed è una declinazione assai interessante: perché dobbiamo darci leggi cristiane. Un momento, dunque, e vediamo l’argomento: “Se si dimentica il legame che deve esistere tra i principi del diritto naturale e una legge fondamentale che prova a dar loro attuazione positiva, da un canto si è portati a proiettarsi troppo in avanti dimenticando le proprie radici nell’illusione che l’identità possa essere esclusivamente in divenire, definita da diritti che si autogenerano; dall’altro canto si corre il rischio dell’immobilismo, trasformando un testo che è pur sempre di diritto positivo in una sorta di totem immodificabile”. Ma una legge che sia scritta tenendo conto di un immodificabile “diritto naturale” non diventa un totem ancor più immodificabile di una legge scritta tendendo conto di un “diritto positivo”? Se l’immodificabilità di una legge – la sua totemizzazione – è da intendere come un “rischio”, non se ne corre uno maggiore fondandola su un “diritto naturale” che – per sua natura, se ci è consentito il bisticcio – si dichiara eterno e universale, valido per sempre e per tutti? E poi: è così che sbagliato dire che “[ogni] identità possa essere [considerata] esclusivamente in divenire”?
Non vorremmo aver capito male, ma pare che Gaetano Quagliariello vagheggi l’abdicazione dello Stato laico in favore di uno Stato etico. Nessuna religione di Stato, così sono salve le apparenze, ma la Costituzione – a suo parere – dovrebbe contemplare quella “legge naturale” che è “oggetto dell’insegnamento della Chiesa, in quanto, pur essendo una verità di ordine naturale, è stata illuminata dalla luce della Rivelazione”, tal quale scrive il cardinal Zenon Grocholewski [4] citato nell’incipit del suo intervento. Non una religione di Stato – questo no – ma uno Stato che si dia leggi ispirate al magistero morale di una confessione religiosa, ovviamente quella cattolica, in quanto “illuminata dalla luce della Rivelazione”. E per i cittadini che non sono abbagliati da questa particolare luce? Per i tanti credenti che sono illuminati da Rivelazione diversa? Per i non credenti? Non pensiate che Gaetano Quagliariello voglia eludere il problema. Infatti si chiede: “La legge naturale può essere la premessa per un nuovo modo d’intendere il dialogo tra differenti religioni, problema di crescente importanza, non solo in ambito culturale visto che la nostra società è interessata da un fenomeno immigratorio di proporzioni fino a qualche anno fa inimmaginabili? La legge naturale può aiutare una nuova fase del dialogo tra credenti e non credenti, diversa per intensità e qualità dal dialogo tra laici e cattolici che ha fin qui caratterizzato la vita politica dell’Italia del dopo-guerra?”. In altri termini: in un’Italia come quella d’oggi è possibile riscrivere la Costituzione levandole di sotto il “diritto positivo” e infilandole il “diritto naturale”? Ancor meglio: c’è un “diritto naturale” sul quale è possibile mettere d’accordo un bel numero di persone, indipendentemente dal loro credo e addirittura indipendentemente dal fatto che credano o no? Gaetano Quagliariello pensa di sì, grazie alla “ibridazione tra culture intese anche come precipitato delle differenti religioni in senso sempre più compatibile con i precetti di una ragione universale”. Una “ragione universale”, evidentemente buona anche per i non credenti, se la loro cultura va a “precipitare” in quella. È un appello ai conservatori di ogni fede e di ogni risma, a tutti quelli che sentono il rischio nel “proiettarsi troppo in avanti dimenticando le proprie radici”, che poi sarebbero le radici che ogni conservatorismo trae dalla sua particolare “verità di ordine naturale”. Sì, è possibile riscrivere una Costituzione che metta d’accordo conservatori di ogni genere sulla necessità di un “diritto naturale” che nessuna maggioranza possa dichiarare superabile. “Sui problemi vitali del mondo di oggi come la vita, la famiglia, il progresso sociale, la dignità della persona umana, la Chiesa fa sempre riferimento alla legge naturale” [5]: senza più doverci tornar sopra, si può legiferare una tantum su un sacco di temi. Sarebbe addirittura inammissibile porre all’ordine del giorno la discussione sull’aborto: vietato sempre. Il divorzio, chissà. Si potrebbe concedere solo nei casi in cui il matrimonio sia stato celebrato con rito civile, altrimenti solo la Sacra Rota potrebbe dichiararlo nullo, sennò rimarrebbe valido e indissolubile. Si può discutere. Come dire, c’è spazio per la politica.
Sembra un inverecondo guazzabuglio di suggestioni, ma è l’analisi di Gaetano Quagliariello, vale la pena di seguirla per vedere a cosa perviene: “Da noi il dialogo tra laici e cattolici nel secondo dopo-guerra ha conosciuto almeno due fasi di grande momento. A cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, in un Paese non ancora secolarizzato e segnato da una separazione formale che per la fragilità della costruzione istituzionale dello Stato faceva fatica a tradursi in politiche positive, la collaborazione tra De Gasperi e i politici laici non comunisti garantì al Paese la sua stabile collocazione a Occidente, la fuoruscita dalle difficoltà del periodo bellico e anche l’esperienza di un partito d’ispirazione cristiana autonomo dalle gerarchie ecclesiastiche. Nel clima del post-concilio, si infittirono invece i contatti tra esponenti del comunismo cristiano e la sinistra cattolica. È questa quella che si potrebbe definire la «seconda fase». Questo dialogo conobbe declinazioni meramente politiche che si spinsero fino alla formula del «compromesso storico», altre culturali, altre ancora di tipo teologico con i rischi connessi di portare la fede a trasformarsi in una mondana teoria socio-economica. Tutte queste differenti declinazioni trovavano il loro terreno d’applicazione in ambito sociale e l’obbiettivo principale nell’eguaglianza delle condizioni materiali. Si comprenderà perché, con il fallimento storico delle politiche di pianificazione e delle teorie deterministiche, questo dialogo sia entrato in crisi. E si potrà altresì comprendere la ragione per la quale il trasferimento delle pretese dei costruttivisti dal terreno sociale al terreno antropologico (la pretesa, cioè, che l’uomo possa pianificare e controllare ogni istante della propria vita dalla culla alla bara), abbia aperto una possibilità di contatto proficuo tra la cultura cristiana e la cultura liberale”. Da non crederci. Se davvero anticomunista (contrario, cioè, alle politiche di pianificazione e di controllo dello Stato), un liberale dovrebbe non già essere contro lo Stato pianificatore e controllore, ma contro la possibilità stessa del pianificare e controllare una vita, anche se esclusivamente da parte di chi la vive; in ciò si troverebbe in perfetto accordo col magistero morale della Chiesa, che dalla culla alla bara dichiara la vita indisponibile a chi la vive, e voilà, l’Occidente – ovviamente con la o maiuscola – è fatto saldo sulle sue radici. E dunque? E dunque “è necessario riconoscere al diritto naturale il posto che gli spetta ed affermare come i suoi principi abbiano una funzione catartica delle pagine più oscure del secolo del male assai più efficace del supposto patriottismo di qualunque costituzione”. Così potremmo definire lo strano liberalismo di Gaetano Quagliariello: “liberalismo catartico”.
[1] Zenon Grocholewski, La legge naturale nella dottrina della Chiesa. (Testo di una conferenza tenuta il 12 dicembre 2007, presso la Pontificia Università della Santa Croce, dal cardinal Grocholewski, prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica.) [2] Devoto-Oli (Le Monnier, 2008) [3] Gaetano Quagliariello, Il diritto naturale è vivo e, se solo lo vogliamo, lotta insieme a noi (loccidentale.it, 8.3.2009) [4] Non abbiamo letto l’“aureo libretto” (così lo definisce Gaetano Quagliariello), ma quanto il suo autore ne compendia in un’intervista concessa a zenit.org (14.12.2007): “Tutti gli ultimi Pontefici, soprattutto Giovanni Paolo II e adesso Benedetto XVI, hanno dato grande importanza alla legge naturale. […] Negli ultimi tempi stiamo assistendo a un rinnovato interesse per la legge naturale. […] Dobbiamo parlare di questo elemento che è di estrema importanza per il progresso umano, per il bene delle persone e della società”. Non si può dire che Gaetano Quagliariello abbia lasciato cadere l’esortazione. [5] Ancora dall’intervista al cardinal Grocholewski: “Sui problemi vitali del mondo di oggi come la vita, la famiglia, il progresso sociale, la dignità della persona umana, la Chiesa fa sempre riferimento alla legge naturale. […] Se ci limitiamo a ritenere legge ciò che vuole la maggioranza allora dobbiamo anche legittimare Hitler e Stalin, perché una grande maggioranza li ha applauditi. Abbiamo visto come tutti in Russia, ai tempi di Stalin, lo applaudivano e votavano per lui. Dunque se facciamo leva solamente sulla legge positiva, possiamo facilmente legittimare tutte le dittature, tutte le violazioni esistenti. Praticamente, l’uomo diventa il padrone di se stesso e si creano le possibilità per una demagogia dei più forti sui più deboli”.
| inviato da malvino il 16/3/2009 alle 12:28 | |
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