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Diario
27 novembre 2009
“Centralismo democratico postmoderno”

“Il partito e i suoi massimi organi votano e decidono a maggioranza. Questo avviene su ogni argomento. La minoranza o si adegua o è fuori dal partito”. Silvio Berlusconi sintetizza a meraviglia il principio di “centralismo democratico” teorizzato in Che fare? (1902), ma senza metterci l’inutile foglia di fico che Lenin ritenne pudicamente necessaria (“libertà di discussione e unità d’azione”). Fanculo all’ipocrisia, ma fanculo soprattutto alle sterili e paralizzanti dinamiche interne a pressoché tutti i partiti borghesi, nei quali il pluralismo d’opinione genera il caos correntizio: il Pdl si dà una disciplina che regola in modo chiaro la dialettica tra maggioranza e minoranza. Potremmo dire “bolscevichi” e “menscevichi”, ma Gaetano Quagliariello avverte che si tratta di un “centralismo democratico postmoderno”, e dunque i termini risultano obsoleti. E tuttavia restano nel vago due punti: (1) che vuol dire “adeguarsi”?; (2) come ci si ritrova “fuori dal partito”? Lo statuto del partito non soccorre e probabilmente sarà necessario fargli un ritocchino.
In quello vigente, infatti, l’art.6 così recita: “La qualità di aderente o di associato al Popolo della Libertà si perde con effetto immediato: (a) per dimissioni, presentate per iscritto e inviate alla sede centrale; (b) per decadenza, a seguito di mancato pagamento della quota associativa; (c) per espulsione, inflitta in seguito a provvedimento disciplinare”. Poniamo il caso ch’io sia iscritto al Pdl e non voglia “adeguarmi” alle decisioni prese a maggioranza, ma mi rifiuti di dimettermi e continui a pagare la quota associativa, quale provvedimento disciplinare mi fa ritrovare “fuori dal partito”, e in base a quale punto dello statuto che avrei accettato iscrivendomi al Pdl?
Andiamo all’art. 46, che così recita: “L’espulsione è inflitta per infrazioni gravi alla disciplina del Movimento o per indegnità morale o politica”. Bene, ma in nessun punto dello statuto è scritto che il centralismo democratico (per quanto “postmoderno”) è “disciplina del Movimento”. E allora vengo espulso per indegnità morale? Sarei moralmente indegno se – faccio un esempio – non voglio adeguarmi alla decisione della maggioranza del partito – che si dice “della Libertà” (con la maiuscola, si badi bene) – in favore di una legge che mi privi della libertà (con la minuscola, si badi bene) di decidere circa il mio fine vita? La dignità morale contemplata dal Pdl esige che in questo caso io mi adegui? Sia chiaro: io non mi adeguerei, mi dimetterei e non costituirei un problema. Ma se non volessi dimettersi?
Mi pare evidente che lo statuto del Pdl vada modificato, e io avrei la mia umile proposta: lì dove recita “per indegnità morale o politica” basta mettere un “e” al posto di quell’“o”, impegnando la morale di un iscritto alla ragion politica di volta in volta decisa dai bolscevichi, pardon, dalla maggioranza; e, letto il resto dello statuto, non ci vuol molto a intendere che per maggioranza debba intendersi la promanazione della volontà di Lenin, pardon, di Silvio Berlusconi. Perché sta scritto: “Epurandosi, un partito si rafforza”, ma in Che fare?, non nello statuto del Pdl.
| inviato da malvino il 27/11/2009 alle 5:50 | |
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