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Diario
21 dicembre 2009
Animali da cortile
Sua Santità ha rivolto un pensiero a chi non ha fede, stamane, nel corso del consueto discorso natalizio alla Curia, ma poteva evitare di scomodarsi, perché se ne poteva fare a meno. Infelice fin da subito, infatti: “Anche le persone che si ritengono agnostiche o atee, devono stare a cuore a noi come credenti”. Gentilmente, come sarebbe a dire “che si ritengono”? Sono persone agnostiche o atee, che si dichiarano agnostiche o atee, perché averle a cuore “come credenti”? Non sono credenti, perché considerarli tali o, peggio, trattarli da credenti che non sanno di credere? A chi ha fede non risulterebbe offensiva da parte di un ateo o di un agnostico la definizione di “credente” come “uno che ritiene di credere”?
“Quando parliamo di una nuova evangelizzazione – dice – queste persone forse si spaventano”. Spavento, forse, è esagerato. Può darsi che in esse, conscia o meno, ci sia la memoria storica di quando l’evangelizzazione procedeva come conquista armata di popoli e terre, per assoggettarli al Credo della Chiesa di Roma; può darsi che d’istinto al “no, grazie” si associ la traccia mnestica di quello che una risposta del genere comportava fino a due o tre secoli fa; ma che “queste persone forse si spaventano”, oggi, è affermazione un po’ tirata per i capelli.
Certo – dice bene – “non vogliono vedere se stesse come oggetto di missione, né rinunciare alla loro libertà di pensiero e di volontà”, perché aver fede si riduce, nove volte su dieci, nel doverne rendere conto a chi ne custodisce l’unica vera sulla quale dove misurare la propria. È in questo senso – solo in questo senso – che “la questione circa Dio rimane tuttavia presente pure per loro” – per atei e agnostici, ma pure per chiunque altro non sia cattolico – “se non possono credere al carattere concreto della sua attenzione per noi” è perché di Dio vedono sono i sedicenti interpreti ufficialmente autorizzati da un giuramento di obbedienza alla Chiesa di Roma.
“Mi viene qui in mente la parola che Gesù cita dal profeta Isaia, che cioè il tempio dovrebbe essere una casa di preghiera per tutti i popoli (Is 56, 7; Mc 11, 17). Egli pensava al cosiddetto cortile dei gentili, che sgomberò da affari esteriori perché ci fosse lo spazio libero per i gentili che lì volevano pregare l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al mistero, al cui servizio era riservato l’interno del tempio. Spazio di preghiera per tutti i popoli: si pensava con ciò a persone che conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il “Dio ignoto” (At 17, 23). Essi dovevano poter pregare il Dio ignoto e così tuttavia essere in relazione con il Dio vero, anche se in mezzo ad oscurità di vario genere. Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa”.
Un pascolo per pecore di serie B, dove al “veluti si Deus daretur” si concede il non saper di che Deus si tratti, ma dando per scontato che il pastore lo conosca e stia lì a far da tramite, peraltro magisteriale. L’unico tramite ufficialmente autorizzato, naturalmente. Questo, dunque, è “il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto”, che dovrebbe “aggiungersi al dialogo con le religioni (diverse dal cattolicesimo”, se però atei ed agnostici vogliono “avvicinarlo almeno come Sconosciuto”. Ne negano l’esistenza, se atei, o sono convinti che sia impossibile (e comunque non necessario) dimostrarla, se agnostici, ma si tratta di credenti che non sanno di esserlo, che ritengono di non credere, ma in fondo in fondo credono, sicché “vorrebbero avvicinarlo” lo stesso. Gentilmente, che tipo di animale da cortile è?
| inviato da malvino il 21/12/2009 alle 20:49 | |
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