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Diario
22 dicembre 2009
Ancora sul «cortile dei gentili»
Nel dire che “la Chiesa dovrebbe aprire anche oggi una sorta di «cortile dei gentili»” a chi professa un credo diverso da quello cattolico e ad atei ed agnostici (in realtà, alle “persone che si ritengono agnostiche o atee”), Benedetto XVI cita Gesù (Mc 11, 17) che a sua volta cita Isaia (Is 56, 7), e questo ci costringe all’analisi dei testi, nel tentativo di capire esattamente cosa sia questo «cortile dei gentili» usato da Sua Santità come metafora. Prima di tutto, però, bisogna far presente che è errato dire “la Chiesa dovrebbe aprire anche oggi…”, per il semplice fatto che il «cortile dei gentili» precede di cinque secoli la nascita di Gesù: si tratta, infatti, del cortile esterno del Secondo Tempio di Gerusalemme, costruito nel 515 a.C. In secondo luogo, bisogna dire che «cortile dei gentili» è espressione assente sia nel Libro di Isaia, sia nel Vangelo di Marco. In Is 56, 7 si legge solo: “Il mio tempio [è Jahveh che parla] si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli”. Se il «cortile dei gentili» ne fa parte (sennò non si capisce perché Benedetto XVI citi proprio questo passo), gli ospiti sono tenuti a pregare? L’invito a “coloro per i quali la religione è una cosa estranea” non era al “dialogo”? Siamo sicuri che la metafora scelta da Benedetto XVI sia appropriata?
Vediamo un po’. Chi è invitato nel «cortile dei gentili», in Isaia? “Stranieri” ed “eunuchi”, e a determinate condizioni: “Agli eunuchi che osserveranno i miei sabati, preferiranno le cose di mio gradimento e resteranno fermi nella mia alleanza, io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un posto”, e così “agli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo, amarlo ed essere i suoi servi” (Is 56, 4-5). Sono condizioni che atei ed agnostici possono accettare? Non affrettiamoci nel dare una risposta, vediamo se il «cortile dei gentili» assume un altro significato in Mc 11, 17. Qui non si legge altro che la citazione da Is 56, 7: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti”, e per giustificare la cacciata dei mercanti dal cortile del Tempio. È un posto in cui si deve pregare, stop, sennò Gesù diventa una bestia. E allora – ripeto – siamo certi che la metafora del «cortile dei gentili» sia felice per significare un luogo in cui si dialoga, con tutto ciò che il dialogo comporta quando il confronto è tra chi ha fede e chi non ce l’ha? Sua Santità dribbla la questione introducendo nel discorso il «Dio Sconosciuto» cui gli uomini invitati nel «cortile dei gentili» abbiano “in qualche maniera ad agganciarsi”. Ma chi nega l’esistenza di Dio, e si dice ateo, non si limita a considerarlo sconosciuto; chi si dice agnostico lo considera inconoscibile, ammesso che esista, e ritiene la questione tanto irrisolvibile da essere inutile porla. Diciamola tutta: nel «cortile dei gentili» possono essere ospitati sono atei ed agnostici in crisi, inclini alla conversione ma ancora titubanti. Per essi – ma per ciascuno d’essi in modo diverso – Dio ha già cominciato ad esistere, ma si presenta in forma oscura, come mistero, non già come ignoto destinato a restar tale.
Diciamola tutta: Benedetto XVI propone un dialogo impossibile. Ne fa prova una terza citazione (At 17, 23) che dovrebbe farci intendere chi (o cosa) sia il «Dio Sconosciuto». Si tratta della celeberrimo e spassosissimo flop di Paolo all’Areopago ateniese: “Osservando i monumenti del vostro culto – dice l’Apostolo – ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: «Al Dio ignoto». Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio”. È qui che l’invito al «cortile dei gentili» si rivela una presa per il culo. “I monumenti del vostro culto”, dice Paolo, ma ad Atene il culto non è unico. Anzi, è proprio la tolleranza verso ogni genere di culto che fa ritenere possibile, nel gran numero di divinità esistenti, che una ignota non abbia ciò che merita, al pari delle altre. E lo spazio nel quale sorge l’ara dedicata al Dio ignoto è uno spazio pubblico, aperto a tutti, al quale non si accede per invito.
Poi c’è un’altra questione, la più importante: Paolo crede in un solo Dio, e cerca di convincere gli ateniesi che solo il suo Dio esista, mentre gli altri sono solo miti. Il Dio ignoto è solo un Dio fra gli altri ma, nel dire si tratta proprio del suo, Paolo cerca di allegargli una qualità (l’essere l’unico e vero Dio) che, altrettanto ignota, diverrebbe fatto per il solo essere stata disvelata dal suo annunzio. Gli ateniesi non ci cascano: sono intimamente politeisti e conoscono benissimo i trucchetti sofistici fatti di falsi sillogismi e slittamenti di accezioni. Benedetto XVI pensa che qualche ateo o quale agnostico possa cascare nella riedizione del trucchetto che a ignoto sostituisce mistero, a mistero sostituisce divino, e a divino ciò che riguarderebbe un solo Dio. Che guarda caso sarebbe proprio quello di Benedetto XVI per il solo fatto che il cortile lo mette a disposizione lui. Dove starebbe poi materialmente, questo «cortile dei gentili»? In quale sede il dialogo dovrebbe prender necessariamente forma di preghiera? E perché, se si parte per cercare ciò che non esiste (o eventualmente può anche non esistere), bisogna poi realmente trovarlo, sennò far finta, accontentandosi di ciò che per Benedetto XVI può ben fungere da succedaneo?
| inviato da malvino il 22/12/2009 alle 18:20 | |
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