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Merce avariata / n



LA COSI
’ DETTA “CULTURA DI DESTRA”

 

“Quella di An dovrà essere una destra davvero liberale, liberista e anche libertaria per distinguersi da quella più conservatrice e tradizionale […] , che non può rientrare nel progetto di un centrodestra senza trattino. Obiettivi non semplici… […] L’intero centrodestra dovrebbe sempre avere presente [il motto] ‘meno Stato, più individuo’ […] [e] non usare il termine ‘persona’, logoro e indistinto, ma quello ben più forte e preciso di ‘individuo’: un soggetto unico e non confondibile con la genericità della ‘persona’ […] Solo così An saprà darsi la caratteristica che, per ammissione del suo stesso leader, non ha saputo darsi: e senza la quale è destinata a insterilirsi nella conservazione e nel conservatorismo fine a se stesso”

Giordano Bruno Guerri, 20.7.2006

[Posto qui un mio articolo che uscì su L’Indipendente del 20.10.2004 col titolo A destra infinite culture (quello originale era La cosiddetta “cultura di destra”). Ennesimo capitolo di Merce avariata.]

Il termine “cultura” è sommamente ambiguo. Può indicare l’insieme delle conoscenze fatte proprie da un gruppo più o meno esteso di individui come cifra distintiva di carattere antropologico. Ma può indicare anche il comune patrimonio di pensiero, espresso nelle forme della produzione intellettuale, che quel gruppo prende a referente. Può indicare anche lo sviluppo di una tradizione di pratiche condivise, caratterizzate da comuni elementi di articolazione storica. E può indicare anche,  soltanto, il minimo comune multiplo che lega eterogenee esperienze di ricerca in campo intellettivo, artistico e scientifico. Il termine “cultura” tocca il punto più alto della sua ambiguità quando si fa tassonomia di queste esperienze, compilando liste di autorità in questi campi, affiliando ad esse il ruolo di numi tutelari, orse maggiori nel cammino delle elaborazioni individuali, sistemi, protocolli. Di qui l’ambiguità degenera nell’indistinto di consorteria, mero avamposto della secolarizzazione, carta geopolitica del prestigio e del fascino mondano, accademizzazione, cattedra e cattedrale, famiglia mafiosa di questo o quel mandamento filosofico, letterario, politico (in senso lato). Il sommo grado di ambiguità del termine “cultura” si realizza, così, nella comune utensileria che un dato sistema produttivo (una catena di produzione intellettuale nella sua piena articolazione) si tramanda da generazione a generazione di monopolisti. La norma a regime è l’inscrizione a egemonia.

L’ambiguità che, invece, attiene ai termini di “destra” e “sinistra”, su una ormai logora polarità che fondò il suo asse nella nascita e nello sviluppo della cultura politica come bastione di frontiere oggi irriconoscibili, è ambiguità di categoria sociostorica. Quando se ne adotta il metro è per mera impossibilità a muoversi in un territorio che è faglia perpetua. Fin dall’inizio, fin dal momento in cui nella Palestra della Pallacorda si disposero file di sedie su un lato e file di sedie sull’altro, il confine tra “destra” e “sinistra” si aprì in diastasi di impraticabilità politica, qui, e si sovrappose in aree di irrisolta similitudine, lì. Qualche momento di diastasi minacciò di ingoiare la differenza: per horror vacui la Storia riempì l’abisso di centrismo, e sopra vi eresse monumenti di moderatismo, tregue e sospensioni, ponti sulla faglia. Più spesso, il confine collassò, sovrapponendo i diversi: sinistre fasciste, nazi-maoismi, per dirne due.

Data l’ambiguità di questi termini, è materia di vertigine pensare, dire e scrivere “cultura di destra” e “cultura di sinistra”. Però lo si pensa, lo si dice, lo si scrive. Vertigine nella vertigine è il caso davvero strano che per “cultura di sinistra” si possa dire dove sia (non “cosa sia”, perché l’identificazione è topografica, dunque storica) “l’insieme delle conoscenze fatte proprie da un gruppo più o meno esteso di individui come cifra distintiva di carattere antropologico”, dove sia “il comune patrimonio di pensiero, espresso nelle forme della produzione intellettuale, che quel gruppo prende a referente”, dove sia “lo sviluppo di una tradizione di pratiche condivise” e - soprattutto, oggi, nel punto in cui l’umile sottoscritto verga queste note chiocce per un giornale della “nuova destra” – dove sia “la consorteria” di sinistra, la mafia delle cattedre, delle società editrici, delle fondazioni para-, peri- e meta-partitiche, delle congreghe, delle cooperative, delle conventicole – “di sinistra”. La “cultura di destra”? Direbbe Adriano Romualdi che “non esiste una cultura di destra”, perché a corto di “organizzazione, danaro e propaganda”, ma anche perché “a sinistra si sa bene quel che si vuole [...], a destra si brancola nell’incertezza, nell’imprecisione ideologica”.

Cattolici (sedevacantisti, lefebvriani, tradizional-popolari, lepantisti, fascio-tradizionalisti, carlisti, neoborbonici, ecc.) e non cattolici (tradizional-comunitari, evoliani, esoterici-ermetici, neopagani, guenoniani, tradizionalisti-non tradizionalisti, ecc.). Oltre: conservatorismo e rivoluzionalismo, ribellismo e perbenismo, ateismo e spiritismo, nazionalismo e universalismo, corporativismo e liberismo, futurismo e dada. Non c’è “una” destra […] Le destre sono tante quante gli uomini che si dicono “di destra”, e ciascuno d’essi ha la “sua” cultura: qui codina e bigotta, lì dissennata e insistematizzabile; qui democratica, lì elitaria; qui accademica, lì anti-accademica. L’unico valore comune a tutte è l’individualismo. E l’unico portato politico-culturale che nel terzo millennio questo individualismo può far proprio è il liberalismo, per non esaurirsi. La cultura della nuova destra, a ben vedere, non rimuove e non esorcizza le sue diverse anime, le ricompone in esperienze di una stessa anima, desistematizzandole da Weltanshauung. L’approdo al metodo, più che alla sostanza, del liberalismo ne fa mezzi invece che inarrivabili fini, e forse anche dispositivi etico-estetici di conoscenza. La nuova destra vuole rinunciare alla Verità Assoluta. Comincia – ma lentamente – a capire che essa è intraducibile nel Nomos dello Stato Etico, ove l’individuo è Uno solo se organico, per reductio. E l’unica rivoluzione che non abortirà – qui lo si crede, fidando più nella pazienza che nel fervore. […] Ma questo ovviamente è in fondo, in fondo, in fondo.

Pubblicato il 21/7/2006 alle 18.36 nella rubrica Merce avariata.

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