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“Tutti mali che affliggono l’Italia” (Scrivi, Malvino ti risponde)

[Poco più di due settimane fa, ho ricevuto una e-mail che non m’ha dato modo di trovare malizia o basso intento nella domanda che mi poneva. La riproduco qui, così come mi è stata posta: “Non sarà un’esagerazione affermare, come tu fai spesso, che tutti mali che affliggono l’Italia siano colpa del cattolicesimo?”.
La domanda meritava una risposta non affrettata e, giacché ero gravato dai tanti piccoli impegni di quando si è appena tornati dalle ferie, l’ho rimandata. Poi, appena ho avuto un po’ di tempo, ho provato a buttarne giù una, ma è stato imbarazzante: mi sono accorto che non stavo rispondendo io, stavo facendo parlare le voci di lungo elenco bibliografico. Ho smesso appena me ne sono accorto, quasi subito, per fortuna.
Quanto segue è quello che ho scritto subito dopo, ma c’è ancora un bel po d’incompiuto, come pongo in segno in coda al testo. Ma già non mi pare inconcludente per poterla dare come acconto di risposta, scusandomi del ritardo col mio lettore.

Sono stato assai ingenuo ad aprire una rubrica di posta, pensavo di potermela cavare sempre con due righe.]


Il cattolicesimo – l’allucinazione paolina che s’è fatta storia – è la zecca che salassa il mio paese da sempre, ma piano piano, così da poterlo tenere in vita ancora il necessario per prendergli ancora sangue, in un fino a quando sarà possibile che ha meta ultima nella seconda venuta di Cristo, con gli sviluppi previsti, peraltro in tempi rapidissimi: fine della storia, entrata nell’eternità, e tutto quel sangue – allora e solo allora se ne avrà la prova – sarà stato il pedaggio da pagare per poterci entrare in santità. La modernità andrà all’inferno, ecco. Andranno in paradiso solo i paesi che avranno lasciato prosperare la zecca.
Ecco perché la casta clericale che salassa il mio paese pretenderebbe pure d’essere ringraziata con umile devozione, in piena unanimità, mica per niente, “ut unum sint”, così si salassa la bestia più facilmente. La pretesa su tutto questo sangue – corpo, mente, vita, denaro e sangue – nasce dalla sua allucinata convinzione che nel disegno divino le spetti essere zecca, ed esigere pedaggio.
Ma dovrò impantanarmi nella metafora?

Tutto è iniziato con la Controriforma, potremmo dire. Ma era già iniziato da prima, molto prima, con Teodosio, con Costantino, con Carlo Magno. Ma è con la Controriforma che inizia l’essenziale di ciò che mi porta a dire che “tutti mali che affliggono l’Italia [sono] colpa del cattolicesimo”: non a caso è qui che possiamo cominciare a intravvedere un’accezione non più esclusivamente geografica del nome Italia.
Seppur poche, e sebben sparse alla periferia dell’Europa cristiana, alcune menti cominciarono a fare il conto di quanto la Chiesa di Roma avesse fin lì preteso e preso, e lo ritennero eccessivo, anche a voler pigliare per buono ogni primato petrino. Sicché interrogarono Pietro. Non fecero da subito una Riforma: la chiesero. E non fu concessa. Ho sempre pensato che i termini – Riforma, Controriforma – ingannino e non facciano capire bene cosa sia successo in realtà. La vedo in questo modo, mi si perdoni la brutalità di sintesi.

Dopo lo scisma d’oriente (per un “filioque”) e dopo quello d’occidente (per un “romano lo volemo o almanco italiano”), ce n’è stato un terzo che ha diviso l’Europa cristiana (per un “Decet Romanum Pontificem): da una parte, Italia, Spagna, Portogallo, Francia, Austria, Germania meridionale e Polonia e, dall’altra, Germania settentrionale, Inghilterra, Olanda, Danimarca e Paesi Scandinavi. La divisione doveva avere una linea di spaccatura che, attraverso l’Atlantico, avrebbe diviso anche il continente americano: da una parte, il Sud America, il Centro America e il Messico, cattolici, e, dall’altra, il Nord America, protestante. L’Italia ospitava e ospita la Cattedra di Pietro: rimase incastrata nella metà papista e dovette cominciare a dare il massimo di quello che poteva per costruire il muro che Pietro decise di alzare tra i suoi fedeli e i protestanti.
Sì, lo so, son cose di tanto tempo fa, ma il presente procede dal passato, e poi cattolici e protestanti si annusano, parlano di ecumenismo… E però hanno appena smesso di sgozzarsi in Irlanda, è roba di pochi anni.

Questo terzo scisma fu quello che fece più male a Roma, e il Concilio di Trento segna proprio questo bisogno di reagire. L’Italia fu costretta dalla Chiesa di Roma ad essere cattolicissima, e d’altra parte il papa che aprì il Concilio di Trento (Paolo III), quello che lo chiuse (Pio IV), la gran parte di cardinali e vescovi, e quasi tutti i teologi laici che vi parteciparono erano italiani: fu lì che il cattolicesimo riuscì a convincere l’Italia che il suo destino naturale era cattolico apostolico romano.
La disputa teologica che aveva dato luogo a questo terzo scisma aveva un enorme rilievo sul piano antropologico, e faceva da crinale a due modi completamente diversi di essere uomini e di farsi collettività. Non c’è una sola differenza tra il “carattere nazionale” italiano (tra lo “specifico” italiano) e quanto gli è distinto, seppur prossimo, che non possa essere riconosciuta come cifra della teologia cattolica (il peccato originale, la provvidenza, la natura mistica del corpo dell’ecclesia e di quanto sta nella sua natura gerarchica, il modo di intendere lo Spirito Santo e la Grazia) e di quanto ne deriva sul piano morale (l’intrinseco elemento di scandalo che sta nell’esercizio della libertà di pensiero, la rivelazione mediata da un’autorità, la persona come creatura inserita in una struttura relazionale ad essa connaturata e antecendente).
I “vizi italiani” sono il prodotto degradato delle “virtù cristiane” messe alla loro prova sotto l’ultracentaria guida di una Chiesa di Roma che ha preteso e preso il ruolo di madre e di maestra.

Col Concilio di Trento – e qui vorrei servirmi delle parole di Giuseppe Prezzolini – “la Controriforma credette di poter lasciare da parte il Rinascimento e tornare al Medio Evo e alla Scolastica. […] In questa lotta difensiva gli italiani furono tagliati fuori dal resto dell’Europa da una potenza che sembrò ricondurli al Medio Evo. Le loro attività civiche locali, l’educazione intellettuale e la partecipazione alle ricerche scientifiche internazionali, la conoscenza del progresso raggiunto da altre regioni d’Europa, tutto fu sacrificato al fine principale di preservare la Chiesa di Roma […] Non soltanto le migliori menti italiane furono impegnate nella difesa del cattolicesimo, ma per poter vincere, questo dové associarsi a quelle forze politiche le quali contonuavanao ad esistere come piccoli Stati, dové allearsi alla Spagna che aveva soggiogato l’Italia, e rafforzare ogni tendenza favorevole allo status quo. […] Proprio come aveva sbarrato la via al futuro, la Controriforma indebolì le basi sulle quali poggiava il passato. Sebbene non respingesse il patrimonio spirituale del Rinascimento, cioè il mondo classico e pagano, essa cercò di svuotarlo del suo contenuto di pensiero di lotta. […] La Controriforma vinse la sua battaglia e riuscì ad arrestare l’avanzata del protestantesimo verso l’Europa meridionale, ma ciò avvenne a prezzo della perdita di iniziativa e di vitalità nei paesi dell’Europa meridionale. L’originalità spirituale e il progresso materiale si spostarono versi i paesi del Nord Europa. Sia la ricchezza, sia l’attività intellettuale abbandonarono l’Italia per altri centri: Ginevra, Parigi, Amsterdam, Londra, e più tardi Berlino. […] La civiltà italiana sembra emergere dalla Controriforma, fatalmente ferita” (The Legacy of Italy - New York, 1948).
Mi scuso della lunga citazione, ma penso che meglio di così non si possa spiegare.

[...]

Pubblicato il 10/9/2008 alle 3.8 nella rubrica Diario.

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