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“I vari atei militanti”

“Di fronte alla violenza subita dai cristiani in varie parti del mondo – scrive Giulio Giorello – i vari atei militanti […] dovrebbero essere i primi a prenderne le difese” (Magazine, 13.11.2008). L’affermazione, a mio parere, è contestabile nella forma e nella sostanza.

Comincio col chiedermi dove stiano, “i vari atei militanti”, di cui parla Giulio Giorello: li descrive come tizi “per cui non sarebbe nemmeno lecito «dirsi cristiani»”.
Non ho notizia di atei che intendano vietare ad alcuno il «dirsi cristiani». Ho notizia di atei che rivendicherebbero il diritto di potersi non dire cristiani, senza con ciò essere da meno in coerenza e onestà, anzi, trovandosi ad esserlo di più di tanti cristiani, che fanno così attenzione a non peccare e peccano sempre tanto.
Tanto meno ho notizia di atei che formino una milizia. Ho piuttosto notizia di più d’una Militia Christi, di milizie islamiche, di un Esercito della Salvezza, ecc.
Diciamo la verità: agli atei manca un dio di cui farsi soldati, e hanno scarsa tendenza a incardinarsi in strutture piramidali come quelle militari. Solo qualche volta fanno gruppo, quando si illudono che l’unione faccia la forza appena necessaria a resistere alle superstizioni irrazionali, alle tragedie dell’assurdo, alla negazione del diritto di autodeterminazione, al ricatto e alla minaccia di chi si sente autorizzato a usarli sulla carne e sulla mente del suo prossimo, per conto del Trascendente.
Qualche eccesso retorico? Sì, può darsi, qualche ateo cade in eccesso retorico, ma l’invettiva è la dannazione di chi è stato troppo molestato, e poi vogliamo mettere gli eccessi retorici di certi sacerdoti di questa o quella liturgia?
Chi fa violenza ai cristiani “in varie parti del mondo”, diciamo la verità, è per lo più appartenente ad una confessione religiosa rivale, quasi mai è un ateo. “Militanti”, insomma, Giulio Giorello se lo poteva risparmiare: di quel tipo – “per cui non sarebbe nemmeno lecito «dirsi cristiani»” – non esistono.

Spianata questa piccola piega nell’affermazione del nostro filosofo, aggiungiamo che quasi tutti gli atei sono per la libertà di culto: la sostengono perché la libertà di nessun culto abbia pari dignità. Diciamola tutta: un cristiano, un musulmano, un induista, un devoto a Odino o a Manitù, uno che crede agli oroscopi o un qualsiasi altro nevropatico della specie – per un ateo – si equivalgono, meritano tutti lo stesso rispetto, e ne meritano moltissimo, almeno fino a quando non iniziano a rompere il cazzo dopo il primo “no, grazie”. Ok, Allah è grande e Gesù è risorto, ma a casa di ciascuno – così ragionano gli atei.
Gli atei non festeggiano per un ateo in più, né vanno alla ricerca della pecorella smarrita, nemmeno pensano che gli esseri umani meritino la metafora delle pecorelle, perché poi ci sta sempre chi vuol fare il pastore e il cane del pastore.
Sì, gli atei sono un po’ eccentrici talvolta, ma tutto è relativo: considerare sacra una vacca, impuro un porco o sublime mangiare una cialda di frumento immaginandosi che sia sangue e carne di uno morto da duemila anni – dico – è roba assennata?

Ma arriviamo alla sostanza. Dalla non esistenza di Dio (o similari), nove volte su dieci, un ateo trae la conseguenza che la verità non sia in possesso esclusivo di un’autorità religiosa, e che la morale sia un’esigenza che nasce dal basso, dalla convenienza nel mettere un po’ d’ordine (meglio se condiviso) tra le cause e gli effetti. Così stando le cose, un ateo risulta sempre assai più tollerante di un credente, s’incazza solo quando si pretende il suo consenso su qualcosa di indimostrato.
Insomma, un ateo prende sempre le difese di chi subisce violenza per le sue convinzioni. Diciamo solo che, quando a scannarsi tra di loro sono militanti di fedi rivali, di qua e di là fottutamente convinti che solo questa fede è quella vera, o laltra, e per la fede bisogna uccidere e/o farsi ammazzare, be’, un ateo guarda la violenza e si chiede come sia possibile cominciare a sradicare questa mala pianta. E rimane un po’ interdetto: perciò s’attarda, e non riesce ad essere il primo a prendere le difese di chi sta a malpartito, perché somiglia stramaledettamente a chi gliele sta dando. Come dire, si confondono facilmente.

Detto questo, la stima per Giulio Giorello rimane immutata: ogni tanto a tutti capita di scrivere una cazzata, bisogna essere tolleranti.

Pubblicato il 13/11/2008 alle 15.4 nella rubrica Diario.

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