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Verso i social network

Negli ultimi tre giorni ho postato su facebook, friendfeed, e buzz, scrive Massimo Adinolfi, che da qualche tempo è assai incostante nella cura del suo Azioneparallela (anche meno di un post a settimana, talvolta), e “insomma – si scusa – di cose per far campare questo blog ce n’erano, però qui è come se mi sentissi in dovere di spiegare, per ogni link e ogni citazione il perché e il percome, mentre nei social network a componente di cazzeggio elevata non avverto la stessa necessità, e faccio prima”.
Mi pare di poter dire che qui, con felicissima sintesi, siamo di fronte alla spiegazione – sufficiente, se non necessaria – di una tendenza che i più attenti analisti danno ormai come già ampiamente radicata, che in apparenza sta nello spostarsi della scrittura pubblica dai blog ai social network, ma che in pratica consiste nel non sentire più la necessità di dare un perché e un percome a ciò che si intende comunicare. Paradossalmente, così, la comunicazione si spersonalizza proprio nella misura in cui la persona intende darsi con immediatezza, per far prima, a una più ampia platea di lettori.

Nel caso di quei blogger che ho letto per anni, a loro grato dello sforzo che mettevano nel chiarirmi i perché e i percome di ciò che scrivevano, considero questa tendenza un vero e proprio tradimento: non a me, naturalmente, ma al fine che inizialmente
era posto nella loro scrittura pubblica, in tanti casi pure dichiarato con orgoglio, talvolta pure con qualche eccesso d’enfasi.
Non mi interessa più di tanto sapere se si tratta di stanchezza o di disillusione, di noia o di frustrazione: in chi rinuncia a dare un perché e un percome a ciò che scrive, lasciando la discussione per il chiacchiericcio, il messaggio chiuso nella bottiglia per la frase scritta col pennarello sulla porta del cesso pubblico, avverto solo una più o meno consapevole resa a una difficoltà sempre presente nella scrittura pubblica, quella di trovare gratificazioni nella frase scritta dopo aver messo il punto.
E Salinger mi pare sempre più divino: I like to write. I love to write. But I write just for myself and my own pleasure (The New York Times, 4.11.1974). Prima di tutto dar conto alla pagina del perché e del percome, poi, eventualmente, darne conto a sé stessi, poi, eventualmente, far pubblica la scrittura, sennò tenerla privata. Sul gradiente opposto, verso i social network.

Pubblicato il 14/2/2010 alle 13.58 nella rubrica Diario.

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