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Tutto quello che non sapevate di Red Tv (*)


Red Tv chiude. Anzi no, formalmente non è chiusura, perché il satellite continuerà a trasmettere il suo segnale. Più correttamente, Red Tv si ritrova senza soldi.
Pigliava dallo Stato un contributo annuo di 3.594.846,30 euro (poco più di 7 miliardi delle vecchie lire), che adesso le vengono meno – salvo proroghe, deroghe o similari – per i tagli al fondo per l’editoria deciso dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Chi lavorava a Red Tv si trova licenziato, e a loro dà voce Mario Adinolfi, chissà se delegato: “La responsabilità di questa chiusura? Certamente di Giulio Tremonti e dei suoi tagli al fondo sull’editoria. Ma qualcuno mi deve ancora spiegare perche Red Tv, la tv di Massimo D’Alema, sia l’unica delle testate coinvolte dal taglio a mandare subito i suoi dipendenti in cassa integrazione.

Già qui restiamo confusi. Il 27 agosto 2009, infatti, e cioè meno di sei mesi fa, Mario Adinolfi scriveva: “Non è vero che Red Tv sia la televisione di Massimo D’Alema”.
Si trasale. Come ha fatto a diventarlo? E quando? E perché Mario Adinolfi non ce ne ha dato notizia. Che gli costava una breve, en passant, tra un post fantacalcistico e una puntata dell’automitobiografia?
“Qualcuno mi deve ancora spiegare…”, dice, ma è retorica da talk show, nel senso che a Mario Adinolfi non deve spiegarlo nessuno, è lui che lo spiega noi: “Una spiegazione tecnica c’è: gli «imprenditori» che in questi anni hanno lavorato sul meccanismo fondi pubblici-anticipazione bancarie per via del diritto soggettivo, in assenza di tale diritto non vogliono mettere a rischio dei denari loro per tenere in vita e in efficienza il canale. E allora, via alla cassa integrazione, pagata da Pantalone.

Cazzarola, sono parole pesanti, almeno rispetto a quelle leggerissime di neanche sei mesi fa: “Red Tv è la televisione fondata da un gruppo di imprenditori sotto il marchio Nessuno Tv. La Nessuno Tv spa l’anno scorso ha stretto un’alleanza operativa con la Fondazione Italianieuropei, che esprime due consiglieri d’amministrazione di minoranza”.
In meno di sei mesi gli imprenditori si ritrovano tra virgolette, loschi, di botto. Che avranno combinato in questi sei mesi? Mario Adinolfi non lo dice.
Si trasale ancora, ma questo non è ancora niente. Perché quella che a fine agosto è “un’alleanza operativa” – be’, non dico altro, do voce a lui: “Con la promessa della «copertura politica» (finalizzata ovviamente all’ottenimento dei fondi) D’Alema si prese due membri del consiglio d’amministrazione, cambiò il nome al canale, a giugno ottenne la sostituzione del direttore: Claudio Caprara, dalemiano sì ma poco ortodosso, venne ringraziato e al suo posto arrivò Francesco Cundari. «Direttore» assolutamente osservante, imitazione vivente del Capo che venera…”.

Non so voi, io ci sento il ritmo del romanzo criminale. Pure direttore sta tra virgolette, come titolo usurpato, millantato o chessò cosa, come se chiamasse una pernacchia.
Il Cundari. Sei mesi fa, era “un collega di valore”; oggi, “di tv capisce zero, non ha un curriculum particolarmente brillante: fa fatica a scuola, bocciato all’esame da giornalista, laurea manco a parlarne, ma questo è un punto d’onore per i dalemiani, il Capo non s’è laureato dunque manco loro”. Una chiavica, da un giorno all’altro. Povero Ciccio.
Non è il pupazzo descritto dal Giornale, sei mesi fa. Ora lo è diventato, è una pedina di D’Alema. Sei mesi fa non lo era.

Sei mesi fa, Mario Adinolfi riusciva a concepire “una differenza tra il dalemismo editoriale e culturale, aperto alla dimensione plurale e dialettica, e il dalemismo politico-partitico”. Oggi che il dalemismo editoriale e culturale è al verde, e non riesce più ad aprirsi a quella dimensione plurale e dialettica che le era intrinseca per lo stipendio dato a Mario Adinolfi, oggi – dicevo – la differenza scompare: c’è solo il dalemismo politico-partitico.
Se così fosse stato – diceva in agosto – “non dovrebbero neanche affaticarsi a cacciarmi, saprei trarne le conseguenze”. Diciamo che non gli hanno dato modo.





(*) Tranquilli, non lo sapeva neanche Mario Adinolfi.

Pubblicato il 24/2/2010 alle 3.27 nella rubrica Diario.

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