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A margine

All’opposto dell’utopia, intesa come negazione della realtà (e spiegherò subito quale realtà), c’è senza dubbio il realismo, che ne afferma la natura cogente, incompatibile con altre realtà, e perciò tesa a escluderle. Sì, ma quale realtà? Quella che trova ragione (reale = razionale) nell’impossibilità di tenere omogeneo un campo di forze: il potere politico, il potere economico, l’egemonia culturale – una qualsiasi forza in campo sociale – non possono mai rimanere troppo a lungo omogeneamente diffusi, quand’anche fosse realmente possibile, perché tendono razionalmente ad addensarsi in aggregati che si misurano l’uno sull’altro, con la prevalenza del più forte (del più grosso, del più adatto, di quello con maggiore forza aggregante). Sto dicendo di utopia e realismo dinanzi all’idea di democrazia: l’utopia non può spingerla che verso le forme estreme di egalitarismo che è possibile mantenere solo con l’esercizio della violenza, il realismo non può che spingerla verso la legge della giungla dove l’esercizio della violenza è legittimo. Pensare che in un campo di forze si possa neutralizzare in modo definitivo la tendenza spontanea al formarsi di attrazioni e legami che danno vita a poli d’attrazione, e a concentrazioni (di affetti, di soldi, di cognizioni, ecc.), e che questo si possa appunto neutralizzare, per sempre, semmai con una palingenetica tabula rasa della natura umana prim’ancora che della storia dell’uomo – pensare questo, dico – è all’opposto del pensare che è impossibile, e che perciò la democrazia non potrà mai dare ciò che promette, se non in apparenza. A pretendere che l’apparenza corrisponda al reale c’è bisogno di altra violenza, e la contesa sarebbe chiusa in favore del realismo, contro ogni utopia. La sola democrazia possibile, dunque, sarebbe quella in qualche modo necessaria a chi reputa che essa sia realmente impossibile (perché razionalmente impossibile), e tuttavia utile. In quale modo? Quello che fa necessario l’utile: difendere lo statu quo, anche a costo di occultarlo. Una democrazia sulla quale potremmo infine convenire tutti, almeno per non essere marchiati a fuoco come seguaci del comunismo più ostile all’intrinseco potenziale antisociale posto nell’individuo, da un lato, o come ottusi adoratori del capitalismo più selvaggio che cosifica l’uomo, dall’altro. Sarebbe utile e perfino necessario, insomma, accettare come sola democrazia possibile questa democrazia apparente, dove gli strumenti della democrazia operano a vuoto, illudendo le masse di esercitare un potere che non detengono, ma nel quale sono detenute. Sarebbe necessario e potrebbe tornarci addirittura utile, insomma, accettare che il sempre perfettibile e perfezionando menopeggio non migliori troppo. E questo sarebbe realismo.

Non so dove mi porterà, Luciano Canfora. So solo che sarà un viaggio oscuro e doloroso, se già a pag. 19 di questo suo La natura del potere (Gius. Laterza & Figli, 2009) mi devo fermare un attimo a trattenere il fiato e poi a sbuffare in questo modo. Sono alla rilettura, che ho iniziato subito dopo averlo letto, e sì, avevo capito bene, Luciano Canfora mi vuole irritare: vuole dirmi che la liberaldemocrazia mostra i suoi limiti strutturali nel doversi vendere come manifesto di oligarchie affaristiche sovranazionali che adorano la legge della giungla. Dalla utopistica illusione che ci possa esser norma capace di rendere libero l’individuo, tranne che di levare libertà ad altri individui, io liberale dovrei uscire scornato, rosso in viso, a mani alzate, per consegnarmi al realismo di chi – come Luciano Canfora – mi vuole convincere che Stalin riassumeva il menopeggio del realismo a fronte del mio inguaribile utopismo di liberaldemocrazia sostanziale.

Pubblicato il 27/2/2010 alle 4.45 nella rubrica Diario.

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