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Dottrina morale a pelle di leopardo

Nel dicembre del 2008, in Belgio, il parlamento approvò una legge che, sulla falsariga degli analoghi già in vigore in Spagna e nel Regno Unito, consentiva l’uso di embrioni umani a fini scientifici. La Conferenza episcopale belga non tardò a lagnarsene con un comunicato ufficiale dal quale “traspar[iva] l’amarezza per il comportamento del re Alberto II, che non [aveva] rifiutato la sua firma alla nuova legge, e si ricorda[va] l’atteggiamento di suo fratello, re Baldovino, che preferì abdicare per due giorni nel 1989 piuttosto che firmare la legge sull’aborto” (radiovaticana.org, 14.1.2009).
In realtà, “re Baldovino né si dimise né abdicò temporaneamente, ma fu esautorato per una giornata dalle sue prerogative” (1). E tuttavia, di là dalle questioni meramente formali, stupisce l’atteggiamento assunto dalla Conferenza episcopale spagnola, oggi, riguardo a ciò che ci si aspetta da re Juan Carlos I, dinanzi ad analoga scelta.
Il parlamento spagnolo ha, infatti, approvato una legge che amplia i limiti posti al diritto di interrompere una gravidanza, e il re la firmerà (oh, se la firmerà!), e però il portavoce dei vescovi di Spagna riesce a fare un distinguo che salva l’anima a Juan Carlos I: “Non è la stessa cosa, in quanto la situazione del re, legata alla firma del provvedimento, è unica e per lui valgono considerazioni diverse e una qualifica morale distinta rispetto a un parlamentare che dà il suo voto alla legge potendo non darlo” (L’Osservatore Romano, 27.2.2010).
Un distinguo di natura morale tra approvazione e promulgazione, che vale per Juan Carlos I, ma non vale per Alberto II (2). Dottrina morale a pelle di leopardo: fare il re cristiano è cosa seria in Belgio, in Spagna l’è una pacchia.






(1) Così Paolo Picco, che rimproverando a Sandro Magister d’essersi bevuto pure lui la vulgata, scriveva nel gennaio del 2009: “Durante la seconda guerra mondiale il Belgio, in seguito all’invasione tedesca del 1940, si era trovato con il re espatriato o imprigionato, che non poteva comunicare in alcun modo con il suo paese. La costituzione non prevedeva il caso di assenza del re, e quindi, finita la guerra, per colmare tale lacuna, fu emendata, inserendo la norma che nel caso di «impossibilità» del re a svolgere le sue funzioni sarebbe stato il parlamento a supplire. Nel 1989 il parlamento, visto l’assoluto rifiuto di Baldovino di promulgare una legge che liberalizzava l’aborto, dichiarò che il re era nella «impossibilità morale» di svolgere le sue funzioni. In questo modo si sostituì a Baldovino per una giornata, reintegrandolo subito dopo. Cioè dopo aver promulgato la legge che Baldovino mai avrebbe sottoscritto. Ma nella costituzione il concetto di «impossibilità» è privo di qualsiasi aggettivo, e si riferisce a un’impossibilità reale e attuale, come quella occorsa nel 1940. Inserire l’aggettivo «morale» è stato uno stravolgimento evidente dello spirito della costituzione. È giusto, quindi, parlare non di abdicazione, ma di esautorazione del re”.
(2) A parte, il buon Baldovino è un sant’uomo sull’insussistenza morale di questo distinguo.

Pubblicato il 28/2/2010 alle 9.11 nella rubrica Diario.

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