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Chiunque può svegliarsi una mattina...

Ferruccio de Bortoli offre ai suoi lettori una versione che potrebbe anche reggere: “Per un errore tecnico, la testata on line del Corriere della Sera ha riportato ieri, per alcune ore, questo articolo di Ernesto Galli della Loggia che la direzione aveva deciso, nella tarda serata di lunedì, di rinviare di un giorno per lasciare spazio a un editoriale di Sergio Rizzo sul disegno di legge anticorruzione appena approvato dal governo. Il rinvio era stato concordato con l’autore. Sempre per lo stesso errore tecnico, è stata inviata a Sky, nella notte di lunedì per la rassegna stampa di ieri, una bozza provvisoria della prima pagina, poi cambiata, che non è mai stata data alle stampe nelle edizioni italiane. Un numero limitato di copie è stato tuttavia stampato nelle tipografie estere…”. Potrebbe reggere [1]. Almeno in teoria, potrebbe. Se non fosse che proprio in chiusa rovina tutto: La direzione, assumendosene la responsabilità, si scusa con i lettori e con l’autore”.
Che bisogno c’è di scusarsi con l’autore? Il rinvio non era stato concordato
? Scusarsi di cosa, allora? È qui che la versione mostra il suo punto debole, dando corpo ai sospetti avanzati fin dalla prima segnalazione del cambio in pagina [2].

Ma questo è quanto a margine. Nella sostanza, l’editoriale di Galli della Loggia è un duro attacco al centrodestra, al governo e a Silvio Berlusconi. Di una durezza che acquista un particolare significato perché gli argomenti in esso contenuti mettono in discussione la natura stessa del Pdl, e ne dichiarano il fallimento. Ma questo non impegna il Corriere della Sera e – paradossalmente – nemmeno lo stesso Galli della Loggia.
Chiunque può svegliarsi una mattina, aprire gli occhi e capire, trovare il coraggio di dire ciò che pensa e scrivere cose che sembrerebbero bruciargli i ponti dietro le spalle. Ma poi c’è sempre modo di rimangiarsi ciò che si è scritto, pezzettino dopo pezzettino [3]. Soprattutto quando a mantenere il punto la censura non sarebbe più occasionale e sul pezzo, ma definitiva e sulla persona. Chi vive di ciò che scrive deve pur vivere. 




[1]
Potrebbe reggere anche all’obiezione sollevata da Piovono rane: “Il medesimo pezzo di Rizzo in prima pagina stava già, nella prima edizione, in alto a destra”. Infatti, volendo pubblicare entrambi gli editoriali sullo stesso numero, uno dei due sarebbe stato giocoforza sacrificato dal rimando di gran parte del testo alle pagine interne: se si intendeva dare a entrambi il massimo rilievo, la scelta di rinviare la pubblicazione di uno dei due era legittima, e la pubblicazione dell’editoriale di Galli della Loggia, ancorché dovuta a fronte del sospetto di censura, rende indimostrabile il contrario.
[2] Lost in politics, 2.3.2010.
[3] Un esempio? Questo è quanto scriveva Giuliano Ferrara, il 28 maggio 2004: “Gentile presidente, […] c’è che lei non guida il paese entro una misura minima di ordine politico, e la sua coalizione e perfino il suo movimento le si sottraggono o le si sottomettono, ma non fanno luce, non producono un linguaggio nuovo, non sono ancorati a null’altro che non sia un rapporto nevrotico con la sua capricciosa personalità […] C’è che lei ha prodotto una classe dirigente cui continua a mancare, salvo rarissime eccezioni, l’amore per la cultura e per la politica stessa, cioè una cura minima del senso di marcia di un’opera che dovrebbe essere collettiva e pensante, ma risulta invece in moltitudine sparsa a caccia di varie ed effimere convenienze. […] Lei, gentile presidente, continua a nutrire l’illusione che si possa stare in politica da imprenditore curando di diventare sempre più ricchi e sempre più indifferenti alla soluzione di un gigantesco conflitto di interessi che i suoi nemici attaccano per le ragioni sbagliate, e con la coda di paglia, ma che per i suoi amici non ossequienti esiste, ed esiste anche per lei. […] Lei pensa che la riforma della giustizia sia l’aspetto vano e astratto della concreta e sacrosanta battaglia per bloccare coloro che le scaraventano addosso personalmente la giustizia politica: gli altri, e i loro diritti civili, vengono tanto dopo che non si vedono più. Lei pensa che si possa tirare avanti con la neutralizzazione dell’informazione e della discussione pubblica, lasciando più o meno ai suoi avversari le loro caselle, eliminandone alcune con censure goffe, conquistandone altre nella logica della solita blandizie verso il potere, non producendo niente di serio e di nuovo, e cioè nuovi spazi di libertà politica, in attesa che qualche nuovo potere editoriale arrivi e pieghi le ginocchia a lei personalmente, come fanno (con la riserva di rivoltarsi al momento giusto) i soliti padrinati dell’emittenza pubblica. Lei pensa che tutto le sia dovuto, che gli alleati siano azionisti di minoranza della sua azienda, che gli amici siano famigli o strumenti, che le idee contano solo se si traducano in scoop vincenti nel mercato dell’immagine personale del leader. Lei rifiuta categoricamente di comprendere l’altra parte del paese nelle sue sfumature e diversità, e ritiene che basti staccare la cedola dell’incomunicabilità e della reciproca delegittimazione ideologica, magari teorizzando l’amore contro l’odio: così tutto si semplifica in modo avvilente, le istituzioni si irrigidiscono in una contesa corporativa di un tedio bestiale, e la società non è scossa e rivoluzionata da idee nuove e dalla passione di governare, persuadere, spiazzare, sorprendere. Insomma, oltre una certa soglia la sua simpatia, il suo genio e talento personale, la sua cocciutaggine e libertà di tono, anche nelle peggiori gaffe, diventano un materiale povero, una ripetizione coatta di automatismi senza più senso. Non c’è pregiudizio né gnagnera moralistica in tutto questo nostro dire: c’è un senso di sbadiglio che vorremmo allontanare. Siamo stati cantori del berlusconismo e della sua autoironia, su spartito scritto da noi stessi, e di fronte alle sue vanità o al grottesco culto spirituale del Capo ci siamo anche compiaciuti di dire che lei andava accettato così com’è: non è il presidente del Consiglio, è Berlusconi. Ora non ci fidiamo più di lei”. Che ne è stato? 

Pubblicato il 3/3/2010 alle 21.53 nella rubrica Diario.

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